In senso ampio, il termine dissociazione indica che “due o più processi o
contenuti mentali non sono associati o integrati fra loro” (Cardeña,
1994). Storicamente il concetto di dissociazione è stato introdotto per
la prima volta alla fine dell’800 da Janet (“désagrégation”), che lo ha
definito come “fallimento nell’integrazione di esperienze (percezioni,
memorie, pensieri, ecc.) che sono normalmente associate tra loro nel
flusso di coscienza” (Janet, 1889). Egli evidenziò un’eziologia
traumatica del disturbo, ritenendo infatti che i ricordi traumatici non
venissero del tutto assimilati, ma che continuassero ad esistere nel
soggetto come idee fisse. Secondo l’interpretazione di Janet, a seguito
di tali esperienze traumatiche, alcune funzioni mentali divengono
autonome rispetto al controllo centrale, a causa del grave indebolimento
delle energie nervose che sostengono il coordinamento delle funzioni
mentali stesse. A questo processo passivo della mente Janet dette il
nome di “dissociazione”, stato che spiegava alcuni stati di coscienza
alterati come le fughe o le amnesie. Janet si riferiva ai differenti
stati di coscienza come a personalità alternative attraverso le quali
può essere indotta l’ipnosi. L’ipnosi era vista come uno stato alterato
della coscienza in cui la reattività alle suggestioni era
consistentemente incrementata, e in cui era facilitato il richiamo di
ricordi nascosti.
Quindi, fin dai primordi, la dissociazione è stata sempre strettamente
connessa all’ipnosi e alle risposte dell’ipnosi. Partendo dagli studi e
dal modello di Janet, numerosi altri studi hanno utilizzato il costrutto
della dissociazione con significati diversi (vedi, per una rassegna,
Cardeña, 1994), venendo ad includere fra le esperienze dissociative
fenomeni tra loro molto diversi come l’ipnosi, la percezione senza
coscienza e i comportamenti automatici (Hilgard, 1986), le forme di
memoria implicita (Kihlstrom, 1982), o in relazione a varie forme di
psicopatologie (Spiegel et al., 1991) e a risposte cognitive ad eventi
traumatici (Cardeña et al., 1993).
In linea con quanto proposto
da Cardeña (1994), i significati storicamente assegnati al termine
dissociazione sono riconducibili ai seguenti:
- Il termine “dissociazione” è usato per caratterizzare sistemi o
moduli mentali che non sono accessibili alla coscienza, e che non sono
integrati con la memoria, l’identità e la volontà conscie
dell’individuo.
- La dissociazione è vista come un meccanismo di difesa che
provoca svariati fenomeni, come l’amnesia non-organica, o il respingere
dolori fisici o psicologici, o altre alterazioni della coscienza,
inclusa una cronica perdita di integrazione della personalità, come
avviene, ad esempio, con il disturbo dissociativo dell’identità.
- La dissociazione, in questa accezione, indica particolari
alterazioni dell’esperienza fenomenica o stati di alterazione di
coscienza caratterizzati dal senso di scollegamento, mancata
integrazione e connessione con se stessi o con l’ambiente esterno e con
ciò che in esso accade.
Rientrano in questa definizione fenomeni relativamente normali e
frequenti nella popolazione non-clinica quali l’assorbimento, che si
riferisce alla tendenza a coinvolgere la propria mente in situazioni di
attenzione alterata e altamente focalizzata (Tellegen e Atkinson, 1974),
ma anche fenomeni più propriamente clinici, come la depersonalizzazione
e la derealizzazione.
Ritornerò su questi argomenti più avanti nell‘articolo, descrivendoli in maniera più dettagliata.
Rispetto
a queste formulazioni, la posizione attualmente condivisa circoscrive e
limita il significato del termine “dissociazione” ai significati
riportati ai punti 2 e 3. Non rientrano invece fra le esperienze
dissociative quei processi e quelle dinamiche di funzionamento mentale
che avvengono “al di fuori della coscienza”, e che attualmente sono
raggruppate sotto il termine di “inconscio cognitivo”.
Come
possiamo però notare, nonostante il campo della dissociazione sia oggi
maggiormente delimitato, il costrutto della dissociazione rimane un
costrutto “semanticamente aperto”, in quanto comprende fenomeni e
processi psicologici fra loro molto diversi.
Fra le esperienze
dissociative sono infatti compresi sia fenomeni relativamente comuni
nella popolazione non-clinica, le cosiddette “esperienze dissociative
non-cliniche” o “sub-cliniche” (Kihlstrom, 2005), quali ad esempio
l’essere assorbiti da un film o dai propri pensieri a tal punto da non
accorgersi di ciò che accade intorno (assorbimento), sia fenomeni
clinici che però possono presentarsi in modo transitorio e meno
frequente anche nella popolazione non-clinica (come la
depersonalizzazione e la derealizzazione), sia fenomeni di natura più
propriamente clinica, tipicamente associati a disturbi psicopatologici e
psichiatrici (quali l’amnesia psicogena, la fuga dissociativa, il
disturbo dissociativo dell’identità, il disturbo di depersonalizzazione o
il disturbo dissociativo non altrimenti specificato). Più precisamente,
sul versante descrittivo, i fenomeni dissociativi possono infatti
presentarsi come:
- Sintomi pervasivi di specifiche categorie di disturbi psichiatrici, i disturbi dissociativi.
- Sintomi associati a diversi disturbi di natura neurologica o psichiatrica.
- Fenomeni, transitori e di modesta entità, presenti nella
popolazione non-clinica (dissociazione non-clinica o sub-clinica)
(Kihlstrom, 2005).
I disturbi dissociativi
I fenomeni più gravi individuabili nella costellazione delle esperienze
dissociative sono quelli presenti nei disturbi dissociativi. Secondo la
definizione riportata nel DSM-IV, i disturbi dissociativi rappresentano
una distruzione nella normale integrazione di aspetti della coscienza,
della memoria, dell’identità e della percezione dell’ambiente.
All’interno di questa categoria, sulla base della specifica natura dei
sintomi dissociativi, sono stati distinti appunto 5 disturbi:
- Amnesia dissociativa, ovvero l’incapacità a ricordare dati personali
importanti, di solito di natura traumatica o stressogena, che risulta
troppo estesa per essere spiegata come banale tendenza a dimenticare;
- Fuga dissociativa, ovvero l’allontanamento inaspettato da casa o
dall’abituale posto di lavoro, con incapacità di ricordare il proprio
passato oppure uno stato di confusione circa l’identità personale o
l’assunzione di una nuova identità (parziale o completa);
- Disturbo dissociativo dell’identità, ovvero la presenza di due o
più identità o stati di personalità distinti, ciascuno con i suoi modi
relativamente costanti di percepire, di relazionarsi, e di pensare nei
confronti di se stesso e dell’ambiente;
- Disturbo di depersonalizzazione, ovvero l’esperienza
persistente o ricorrente di sentirsi distaccato o di sentirsi un
osservatore esterno dei propri processi mentali o del proprio corpo (per
es. sentirsi come in un sogno);
- Disturbo dissociativo non altrimenti specificato, ovvero un
disturbo in cui la manifestazione predominante è un sintomo
dissociativo, il quale non soddisfa però i criteri per nessuno dei
Disturbi Dissociativi specifici.
I sintomi dissociativi
Nonostante le esperienze dissociative siano il sintomo caratteristico
dei disturbi dissociativi, esse sono riportate anche in numerosi altri
disturbi di natura psicopatologica e psichiatrica, e, seppur meno
frequentemente, in alcuni disturbi neurologici. I sintomi dissociativi
più frequentemente riportati comprendono:
1) Depersonalizzazione: riguarda l’esperienza di avvertire se stessi
come separati o ad un’insormontabile distanza dalle proprie percezioni,
azioni, emozioni o pensieri. Ad esempio, l’individuo depersonalizzato
può avere l’esperienza di sentirsi fisicamente intorpidito, come
paralizzato, o come se la propria coscienza si trovasse distante,
separata, dalle proprie percezioni corporee. La persona può avvertire
che le azioni del suo corpo avvengano per conto proprio, come se egli
potesse solo osservare dall’esterno ciò che gli accade (Simeon e
Hollander, 1993). Forse, la forma più intrigante e inusuale di
depersonalizzazione è la doppia sindrome, in cui la persona può
addirittura interagire con una copia esterna di se stesso, fenomeno che
ha affascinato psicologi e scrittori, come, ad esempio, Edgar Allan Poe.
2) Derealizzazione: riguarda l’esperienza di avvertire ciò che ci
circonda e i suoi abitanti non abbastanza reali, come se si vivesse in
un sogno dove il mondo è privo di sostanza (Cardeña, 1994, in Lynn e
Rhue).
3) Assorbimento: riguarda la tendenza a coinvolgere la propria mente in
situazioni di attenzione alterata e altamente focalizzata (Tellegen e
Atkinson, 1974).
4) Amnesia: riguarda l’esperienza di uno o più episodi di incapacità a
ricordare dati personali importanti, di solito di natura traumatica o
stressogena, che risulta troppo estesa per essere spiegata come banale
tendenza a dimenticare (DSM-IV, American Psychiatric Association, 1994).
Sul versante neurologico, i fenomeni dissociativi sono frequenti in vari
disturbi. Ad esempio, è stata confermata da numerosi studi la presenza
di sintomi dissociativi nei pazienti epilettici (per una rassegna, si
veda Bowman e Coons, 2000), nei pazienti amnesici (per una rassegna, si
veda van der Kolk e Fisler, 1995; Dorahy, 2001) ed in soggetti con
un’anormale lateralizzazione cerebrale (Stein et al., 1997; Lipsanen et
al. 2000).
Anche per quanto riguarda il versante psicopatologico e psichiatrico, i
sintomi dissociativi sono riportati in numerosi disturbi. In uno studio
condotto da Horen et al. (1995) su un ampio campione della popolazione
canadese ospedalizzata, il 29% dei pazienti ha riportato frequenti
sintomi dissociativi. Un’analisi più accurata rivela però che i sintomi
dissociativi sono più frequentemente associati ad alcuni disturbi
piuttosto che ad altri, e che disturbi diversi sono caratterizzati da
fenomeni dissociativi diversi.
Fra i disturbi in cui più frequentemente si osservano sintomi dissociativi troviamo i seguenti:
Disturbo post-traumatico da stress.
A seconda del momento di comparsa e delle caratteristiche dei sintomi,
alcuni ricercatori hanno suggerito che esistano tre tipi di sintomi
dissociativi (van der Kolk et al., 1996). La “dissociazione primaria” è
tipica del disturbo post-traumatico da stress; i sintomi più drammatici
sono espressione di memorie traumatiche dissociate (incubi, flashbacks,
ecc.). Il soggetto è incapace di integrare quello che gli è accaduto
nella sua coscienza. Più avanti nello stato traumatico può presentarsi
la “dissociazione secondaria”: il soggetto può riportare un distacco
mentale dal suo corpo e vedersi come dall’esterno, trovandosi estraneo
dai propri sentimenti e dalle proprie emozioni. Sono questi i sintomi
cosiddetti “peritraumatici”. Un soggetto con esperienze traumatiche
ripetute può sviluppare la “dissociazione terziaria”: egli manifesta
numerose identità distinte, che presentano distinte caratteristiche,
capacità cognitive e affettività. Un soggetto con questi sintomi può
avere il vero e proprio disturbo dissociativo dell’identità (personalità
multipla).
Disturbo borderline di personalità.
Molte sono le ricerche che si sono occupate dell’individuazione dei
sintomi dissociativi nel disturbo borderline di personalità (Borderline
Personalità Disorder, BPD). Ad esempio, Zanarini et al. (2000) hanno
somministrato una scala di misura della dissociazione (la Dissociative
Experiences Scale, DES; Bernstein e Putnam, 1986) ad un gruppo di 290
pazienti BPD e ad un gruppo di controllo composto da 72 soggetti. Il 32%
dei pazienti BPD ha evidenziato un basso livello di dissociazione, il
42% un livello moderato, e il 26% un livello alto. Il gruppo di
controllo ha mostrato punteggi significativamente diversi: il 71% ha
riportato un basso livello di dissociazione, il 26% un livello moderato e
solo il 3% un livello alto. Inoltre, i pazienti PBD hanno manifestato
punteggi superiori al gruppo di controllo anche negli items della scala
che indicano assorbimento, amnesia e depersonalizzazione. Questi
risultati evidenziano chiaramente la considerevole importanza delle
esperienze dissociative nei pazienti con diagnosi di BPD.
Schizofrenia e disturbo schizotipico.
Sintomi dissociativi sono stati spesso riscontrati nella schizofrenia e
negli altri disturbi dello spettro schizofrenico, come, ad esempio, nel
disturbo schizotipico. Ad esempio, Spitzer et al. (1997) hanno valutato i
sintomi dissociativi (attraverso la somministrazione della Dissociative
Experiences Scale, DES) in 27 pazienti schizofrenici e li hanno
confrontati con un gruppo di controllo, non clinico. I pazienti
schizofrenici, e in particolare il sottogruppo che riportava con più
frequenza sintomi produttivi della malattia, hanno ottenuto punteggi più
elevati alla scala di dissociazione.
Disturbo da attacchi di panico
Nel disturbo da attacchi di panico i sintomi dissociativi più frequenti
sono soprattutto la depersonalizzazione e la derealizzazione. Per
indagare il rapporto tra attacchi di panico ed esperienze dissociative,
Ball et al. (1997) hanno sottoposto ad interviste strutturate e ad una
batteria di questionari (tra cui la Dissociative Experiences Scale) un
totale di 56 pazienti con disturbi d’ansia (13 con solo disturbi di
panico, 16 con una comorbidità di panico ed altri disturbi d’ansia e 27
con disturbi d’ansia diversi dal panico). Tutti i pazienti hanno
evidenziato la presenza di sintomi dissociativi, e ben il 69% dei
soggetti con disturbo di attacchi di panico ha riferito di aver vissuto
esperienze di depersonalizzazione e dei derealizzazione.
Disturbo ossessivo-compulsivo.
Numerose ricerche hanno evidenziato la presenza di esperienze
dissociative nel disturbo ossessivo-compulsivo (Obsessive Compulsive
Disorder, OCD). Ad esempio, una ricerca recente sulla relazione tra OCD e
sintomi dissociativi è quella di Lochner et al. (2004), in cui 110
pazienti con diagnosi di OCD e 32 pazienti affetti da tricotillomania
sono stati sottoposti alla Dissociative Experiences Scale e al Childhood
trauma Questionnaire, allo scopo di verificare se una presenza
significativa di sintomi dissociativi in questi soggetti possa essere
attribuita a esperienze traumatiche infantili. I risultati hanno
dimostrato nella maggior parte dei pazienti con OCD una forte
sintomatologia dissociativa, e una correlazione significativa tra abusi
infantili ed esperienze dissociative.
Disturbi dell’alimentazione.
I sintomi dissociativi sono stati evidenziati anche in soggetti con
diagnosi di disturbi dell’alimentazione. In particolare, il sintomo
riscontrato più frequentemente è quello della derealizzazione durante le
abbuffate nei pazienti bulimici. Vanderlinden et al. (1993) hanno
esplorato la relazione tra le esperienze traumatiche e i fenomeni
dissociativi in 98 pazienti con disturbi dell’alimentazione. Le
esperienze traumatiche sono state valutate attraverso un questionario e
un’intervista clinica, mentre, per la valutazione delle esperienze
dissociative, è stato somministrato il Dissociation Questionnaire
(DIS-Q). Circa il 25% dei soggetti ha riportato di aver vissuto eventi
traumatici nella loro vita, e questo sottogruppo ha evidenziato alti
livelli di dissociazione al DIS-Q. Questi dati suggeriscono che le
esperienze dissociative indotte da vicende traumatiche possono giocare
un importante ruolo nella sintomatologia dei pazienti con disturbi
dell’alimentazione. Una correlazione significativa tra dissociazione e
disturbi dell’alimentazione è stata confermata anche dallo studio di
Covino et al. (1994), in cui sono stati confrontati due gruppi di
soggetti, il primo composto da 17 pazienti bulimici normopeso e il
secondo da 20 soggetti non-clinici. Valutati attraverso strumenti per la
misura della dissociazione e dell’ipnotizzabilità, i soggetti
appartenenti al primo gruppo hanno mostrato livelli significativamente
più elevati di sintomi dissociativi e di ipnotizzabilità rispetto al
gruppo di controllo.
Dissociazione non-clinica o sub-clinica
Numerose ricerche condotte soprattutto a partire dalla metà degli anni
’80, su gruppi di studenti universitari, hanno ampiamente dimostrato che
esperienze occasionali di dissociazione costituiscono un fenomeno molto
comune anche nella popolazione non-clinica (si veda, per una rassegna,
Hunter et al., 2004).
Ad esempio, nello studio di Ross, Joshi e Currie (1990), i risultati
raggiunti indicano che le esperienze dissociative sono comuni nella
popolazione generale: il 12,8% del loro campione non-clinico mostrava
punteggi superiori a 20 alla Dissociative Experiences Scale (DES). Nella
DES punteggi superiori a 20 indicano una notevole quantità di
esperienze dissociative nella vita di un individuo.
In un’analisi della Dissociative Experiences Scale (DES), Waller et al.
(1996) suggeriscono che circa il 3,3% della popolazione generale riporta
di aver vissuto esperienze di amnesia o depersonalizzazione (Waller e
Ross, 1997).
Globalmente, le esperienze dissociative riscontrate nella popolazione
generale comprendono sia esperienze relativamente comuni e “benigne” sia
forme transitorie di esperienze dissociative più gravi come la
depersonalizzazione.
Più precisamente, le forme quotidiane dissociative “benigne” si
riferiscono a quelle situazioni in cui si verifica un’alterazione
transitoria e di modesta entità del senso di realtà e del Sé, e
comprendono esperienze quali: immergersi nella lettura di un libro tanto
da perdere la cognizione del tempo o dello spazio; fare "sogni ad occhi
aperti" così vivaci da sembrare veri, e da far perdere momentaneamente
il contatto con la realtà; essere temporaneamente ma completamente
assorbiti da un pensiero da “perdere” parte di una conversazione.
Le esperienze transitorie di depersonalizzazione comprendono invece
quelle situazioni caratteratterizzate, ad esempio, dalla sensazione di
“non appartenere al proprio corpo ma di essere fuori di esso”, o la
sensazione di “guardarsi allo specchio e non riconoscersi”, oppure la
sensazione di “poter agire in modo così diverso in una situazione
rispetto ad un’altra da sentirsi quasi come due persone differenti”.
In questo caso, sebbene nel contenuto queste esperienze non differiscano
da quelle riportate dai pazienti con disturbi psichiatrici, si tratta
comunque di episodi poco frequenti, di modesta durata e intensità e
spesso legati a specifiche condizioni psicofisiche.
Ad esempio nello studio condotto da Myers e Grant (1972) su un gruppo di
studenti universitari le esperienze di depersonalizzaione riportate dai
soggetti si concentravano quasi esclusivamente al momento del
risveglio.
Ciò che quindi caratterizza le esperienze dissociative come “normali”
nella popolazione non-clinica è la bassa frequenza e intensità di queste
esperienze rispetto alle popolazioni cliniche (Roberts, 1960; Myers e
Grant, 1972; Trueman, 1984; Moyano et al., 2001), oltre ad una
prevalenza di forme di natura “benigna” come l’assorbimento rispetto a
forme dissociative più gravi in cui sono presenti disturbi funzionali di
memoria, di depersonalizzazione e derealizzazione.
Ciò che connota queste tutte queste esperienze come “dissociative” è
comunque il fatto che, anche se di breve durata e infrequenti,
comportano una discontinuità nell’esperienza cosciente, un’alterazione
della normale funzione integrativa della identità, della memoria e della
coscienza, benché il vissuto relativo al sé e alla propria esistenza
mantenga appunto un carattere di unità e continuità.
La crescente rilevanza assunta dagli studi sulla dissociazione
non-clinica ha portato di fatto ad un vero e proprio spostamento del
baricentro della ricerca sulla dissociazione, dalla dissociazione
clinica o patologica alle forme di dissociazione non-clinica o
sub-clinica.
In termini di ambiti scientifici di ricerca, la questione della
dissociazione è diventata infatti dominio non più solo dei clinici ma
anche degli psicologi sperimentali e più precisamente cognitivi.
Il riscontro di una ampia diffusione delle esperienze dissociative nella
popolazione non-clinica ha portato a ritenere che la dissociazione
debba essere intesa quindi come continuum di fenomeni dissociativi
(Spiegel, 1963), che da forme “benigne” come l’assorbimento, si
intensifica in forme dissociative più gravi come appunto alcuni fenomeni
di depersonalizzazione e derealizzazione e amnesia, fino alle forme
dissociative maggiori proprie dei disturbi dissociativi riportati nel
DSM-IV, in cui si ha una totale rottura del rapporto con la realtà,
tanto da non avere più coscienza della propria identità, dei propri
ricordi o delle proprie emozioni la sensazione di essere come “separati”
dal proprio corpo, vedendosi addirittura fluttuare sopra di esso e la
percezione di non avere più il controllo sui propri pensieri e sulle
proprie azioni, fino ad udire voci dentro la testa che ordinano cosa
fare e cosa no.
Secondo questa ipotesi quindi la dissociazione non sarebbe un fenomeno
tutto-o-nulla, ma comprenderebbe sia esperienze quotidiane e comuni a
gran parte della popolazione che forme più gravi.
Per indicare questo vasto range di esperienze dissociative, è stato infatti proposto anche il termine "spettro dissociativo".
Il modello del continuum è anche il modello ispiratore di uno degli
strumenti di misura maggiormente utilizzati per misurare la
dissociazione, ovvero la Dissociative Experiences Scale (DES) (Bernstein
e Putnam, 1986), che si propone di misurare la frequenza di diverse
esperienze dissociative.
Secondo gli autori di questo strumento il punteggio ottenuto alla scala
consente di ordinare gli individui lungo un continuum, che va da bassi
livelli di dissociazione (presenti nella popolazione non-clinica) ad
alti livelli di dissociazione (presenti nei pazienti con disturbi
dissociativi).
Proprio nell’ambito della ricerca condotta sulla DES nella popolazione
non-clinica, alcuni autori hanno messo però in discussione il modello
del continuum proposto da Bernstein e Putnam (1986).
In particolare Waller et al. (1996) hanno proposto un modello
dimensionale della dissociazione, che ipotizza l’esistenza di due tipi
di fenomeni dissociativi: quelli “non patologici”, che comprendono
l’assorbimento e il coinvolgimento immaginativo e quelli “patologici”
che comprendono forme come l’amnesia dissociativa, la
depersonalizzazione, la derealizzazione e le alterazioni di identità.
Secondo il nuovo modello non esisterebbe quindi un continuum nella
dissociazione: un individuo può essere o un dissociatore patologico o un
dissociatore non patologico e le due condizioni sono ben distinte e
nettamente individuabili.
A questo proposito Waller et al. (1996) hanno distinto all’interno della
scala DES, una sottoscala comprendente items relativi alla
dissociazione patologica.
Questa sottoscala (DES-T) dovrebbe permettere di identificare i dissociatori patologici.
Attualmente comunque la capacità della DES-T di discriminare tra la
dissociazione patologica e quella non patologica è ancora oggetto di
analisi e critiche (e.g. van Ijzendoorn e Schuengel, 1996; Modestin e
Emi, 2004).
Il modello del continuum risulta quindi tuttora prevalente rispetto ad un modello dimensionale.
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Tratto da www.vertici.it
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