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In questo processo
è emerso che dovevamo spostare l’interesse della psichiatria dal
feticcio dello sconosciuto, dall’adorazione dell’’inconscio’, ai problemi
e alla fenomenologia della consapevolezza: quali fattori operano nella
consapevolezza, e come accade che le facoltà che possono operare
con successo solo nello stato di consapevolezza perdano questa proprietà? |
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La consapevolezza
è caratterizzata dal contatto, dalla percezione sensoriale, dall’eccitazione
e dalla formazione della gestalt.
Perls F., Efferline R.F., Goodman P. |
Ogni approccio psicoterapeutico
prevede più o meno esplicitamente l’utilizzazione dell’attenzione
e della consapevolezza:
a) da parte del terapeuta come "strumento"
sia di intervento sia di monitoraggio di quello che accade a se stesso
e al paziente durante la relazione terapeutica;
b) da parte del paziente, in quanto la riuscita
della terapia è anche influenzata da come riesce a spostare e mutare
la focalizzazione della sua attenzione (ad esempio dal sintomo ad altre
aree della sua vita).
La Psicoterapia della Gestalt pur
non avendo sviluppato una teoria organica sull’attenzione e sulla consapevolezza
vi ha costantemente fatto riferimento, creando esercizi per il loro sviluppo
e utilizzandole attivamente come mezzo per la crescita dell’individuo nel
processo terapeutico.
***
Una definizione operativa dell’attenzione
può essere fatta descrivendo gli aspetti caratteristici di questo
processo in rapporto all’oggetto focalizzato. E’ possibile individuarne
tre:
a) il primo si rapporta alla distribuzione
dell’attenzione, che può essere focalizzata su alcuni stimoli, oppure
diffusa e globale;
b) il secondo riguarda il livello di vigilanza
del soggetto, che può essere molto attivato per raccogliere stimoli
salienti, oppure distratto (queste prime due caratteristiche descrivono
l’intensità del processo);
c) il terzo concerne la selettività
dell’attenzione, aspetto legato alla necessità di stabilire la quantità
e la successione degli stimoli da elaborare.
Una descrizione dinamica di questo
processo ci viene dal lavoro di Kathleen Speeth sull’attenzione in psicoterapia.(Speeth,
1982, pp. 121-132)
L’autrice propone due rappresentazioni
grafiche: la prima riguarda la direzione dell’attenzione verso i processi
interni ed esterni.
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FIGURA 1
LA DIVISIONE DELL’ATTENZIONE
TERAPEUTICA IN TERMINI DI OGGETTO
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Il terapeuta cerca di mantenere
l’attenzione vigile in ambedue le direzioni, assecondando un processo naturale
che nasce dalla necessità della mente di auto-osservarsi e da cui
deriva la capacità di percepire con consapevolezza l’oggetto dell’attenzione,
esterno o interno che sia.
Il secondo grafico descrive
invece l’attenzione in termini di focalizzazione:
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FIGURA 2
LA DIVISIONE DELL’ATTENZIONE TERAPEUTICA
IN TERMINI DI FOCUS
|
La consapevolezza è al
vertice di un processo in cui l’attenzione si sposta lungo un continuum
che va dal particolare al generale. L’attenzione psicoterapeutica ottimale
è quindi quella che fluttua liberamente tra l’interno e l’esterno
e che può assumere diversi gradi di focalizzazione.
In psicoterapia esistono innumerevoli
tecniche che permettono di trasformare un’attenzione selettiva, involontaria
e disfunzionale in una consapevolezza più adeguata di sé
e della realtà. Esse possono essere utilizzate semplicemente come
tecniche o entrare a far parte di un processo più ampio di ristrutturazione
della persona, fino ad assumere, nelle prospettive psicoterapeutiche transpersonali,
una funzione di apertura alla spiritualità in quanto sono la chiave
per permettere il passaggio da uno stato di coscienza ad un altro e soprattutto
per superare i confini del punto di vista limitato all’identità
individuale.
Tranne poche eccezioni, nella
letteratura psicoterapeutica non ha trovato molto spazio la trattazione
dell’uso dell’attenzione come "continuum di consapevolezza" (cfr.
quadro 1) che caratterizza il lavoro terapeutico della Gestalt.
Quadro 1
Continuum di consapevolezza
È l’esercizio di base della consapevolezza,
strumento a disposizione del terapeuta per monitorare se stesso e l’interazione
terapeutica e anche il risultato ideale cui tende la Gestalt. Serve a mettere
in evidenza dove tende a soffermarsi prevalentemente l’attenzione — sia
del terapeuta sia del paziente — e quali parti della possibile esperienza
sono invece "omesse". È utile per rendersi conto di quali canali
percettivi vengono privilegiati e quali trascurati; di quanto l’attenzione
segue le sensazioni fisiche, le percezioni, le emozioni, i pensieri, l’immaginazione,
il ricordo; quanto perciò la persona è in contatto con l’esterno
e quanto con il proprio vissuto interiore.
Ecco, a titolo di esempio, una serie di istruzioni
usate negli esercizi gestaltici riguardanti il "continuum di consapevolezza":
1) mantenete il vostro senso
della realtà, la coscienza del fatto che la vostra consapevolezza
esiste qui e ora;
2) cercate di rendervi conto del
fatto che siete voi a vivere l’esperienza: siete voi che agite osservate,
soffrite, resistete;
3) prestate attenzione a tutte le
vostre esperienze, a quelle interne come a quelle esterne, quelle
astratte e quelle concrete, quelle che tendono verso il passato e quelle
che tendono verso il futuro, quelle che dovete, quelle che semplicemente
sono,
quelle
che intraprendete deliberatamente, quelle che sembrano avvenire spontaneamente,
4) nel corso di ogni esperienza,
senza eccezione alcuna, ripetetevi: "Ora sono consapevole che… (Perls,
Hefferline & Goodman, Roma, 1971, pag. 100)
|
Come le terapie esistenziali
in generale, la terapia gestaltica è comunemente considerata un
approccio umanistico, non considerando che le sue caratteristiche più
specifiche sono transpersonali. Infatti la terapia della Gestalt può
senz’altro inseririrsi nell’area della psicologia transpersonale per il
particolare significato che dà allo spostamento dell’attenzione
dai contenuti mentali alla consapevolezza in se stessa. Si può dire
che la Gestalt ha sviluppato la sua pratica terapeutica restaurando la
capacità di utilizzare l’attenzione/consapevolezza come strumento
principale per promuovere lo sviluppo personale.
Per usare le parole di Naranjo
"la consapevolezza è transpersonale, o, per usare un termine più
antico, spirituale"1
ed inoltre:
... l’attenzione
è molto più che un mezzo per scoprire qualcosa, l’attenzione
è un fattore di sanità in se stesso. Si può dire che
la Gestalt ha la pretesa di restaurare la capacità di attenzione,
la capacità di stare nel qui e ora, che non è stare
qui ed ora per capire qualcosa del passato, ma piuttosto di capire ‘a volte’
qualcosa del passato per poter stare qui ed ora. E’ fine a se stessa, è
come un diritto, qualcosa che appartiene alla salute e che merita di essere
restituito all’uomo. (Ferrara A., Roma, 1994, pag. 5)
A differenza di alcune strategie
psicoterapeutiche cognitivo-comportamentali, come ad es. il Selfwatching2
nel quale l’osservazione di sé diviene a volte solo la cronaca delle
vicissitudini del sintomo, la Gestalt utilizza l’attenzione per attivare
emozioni in aree focalizzate di intervento, ad es.: orientando l’auto-osservazione
su sentimenti di inadeguatezza verso persone e situazioni:
1) notate un sentimento
intenso e/o doloroso verso una persona o un avvenimento [...] Oppure un
sintomo nevrotico suscitato da quella persona: ansia, depressione, o un
pensiero ossessivo che sono tutti e tre coperture per una emozione nascosta;
o sintomi fisici: segni di tensione o sintomi psicosomatici.
2) inscenate
un incontro immaginario con quella persona, interpretando ciascun ruolo
alternativamente. [...]
a) dite ad alta voce i pensieri
di entrambe le persone più francamente di quanto sia possibile nella
vita reale;
b) dite i pensieri che immaginate
che l’altro stia pensando, specialmente i pensieri che vi disturbano, anche
se, specialmente se, l’Adulto dentro di voi dice che siete irrazionali,
che state solo proiettando. Sono proprio le proiezioni che stiamo cercando;
c) esagerate, fate la caricatura
di entrambe le parti. [...]
d) continuate questo incontro finché
non avrete provato sentimenti quanto più profondi possibile.
3)... il vissuto
emerso nella fase precedente può essere utilizzato per rievocare
figure più significative ... chiedendo ad esempio: "chi ha fatto
questo a chi?", oppure: "se dietro a quella persona tu potessi vederne
un’altra chi sarebbe?". Continuate il dialogo con quella/e persone della
vostra vita presente e/o passata. E’ utile durante questa fase dell’esercizio
fare la spola tra presente e passato...
4) ... trovate
dentro di voi le parti della vostra personalità che tradiscono lo
stile dei personaggi precedenti, e sostituitele. Di nuovo svolgete la sequenza
a) b) c) d) fino al raffreddarsi dei sentimenti che si sono accesi....
5) ... prendete
consapevolezza del conflitto interiore, dell’impasse consapevole raggiunto
o del compromesso fra le forze in campo che ora è possibile contrattare...(Schiffman,
Roma, 1987 pag. 33-34)
Il modello di intervento gestaltico
fin qui delineato, è costruito in funzione della conversione dell’attenzione
verso di sé e tende, attraverso l’acquisizione di zone di consapevolezza
sempre più ampie, al recupero della presenza e della responsabilità
del paziente. All’interno del rapporto intrapersonale e interpersonale
che ha luogo nel presente del setting terapeutico, il cliente impara a
utilizzare un atteggiamento mentale simile a quello che caratterizza certe
fasi meditative, come ad esempio, lo stato di coscienza del "Testimone".
Esso è descritto come il livello nel quale l’attenzione si rivolge
verso i contenuti della propria coscienza in modo "vigile e presente, libero
da punti di vista e pensieri discriminanti, come se il soggetto meditante
fosse un puro spettatore".(Goleman. Milano 1982, pag. 104).
Uno stato di coscienza, dunque,
che permette di osservarsi in una sorta di specchio senza provare attaccamento,
né cadere nella trappola dei giudizi, verso quegli stati dell’identità3
che
vi
si riflettono durante lo svolgersi della "narrazione di Sé".
L’acquisizione di capacità
di auto-osservazione fa sì che il paziente prenda una sorta di distanza
dai contenuti che affiorano nella sua mente, che si astenga dal criticarli
e dal selezionarli, lasciandoli liberi di sorgere, scorrere e disfarsi.
Questo atteggiamento mentale,
simile a quello descritto da F. Perls nella sua definizione di "indifferenza
creativa"4,
permette di osservare se stessi e gli altri da una posizione di maggiore
indipendenza, nella quale ogni possibile attrazione esercitata dai contenuti
dell’esperienza interna o esterna diventa occasione per monitorare la propria
"presenza" nella dinamica della relazione.
Naranjo evidenzia come "la consapevolezza del
qui e ora nella terapia gestaltica va di pari passo con un’altro punto
messo in luce dalle psicologie transpersonali, e dal buddhismo in particolare.
Possiamo chiamarlo apertura: essere consapevoli di ciò che è
dato qui e ora nel campo della nostra esperienza comporta un atto di base,
quello di accettare indiscriminatamente l’esperienza, che si può
dire comporti a sua volta l’abbandono di modelli e aspettative."5
Anche la regola di base di
Freud della libera associazione del paziente osservata "dall’attenzione
fluttuante"6
dello psicoanalista obbedisce alla necessità di prestare attenzione
al processo e ai contenuti della mente eliminando le interferenze della
censura e del criticismo.
Agli effetti dell’auto-osservazione
con l’attenzione concentrata, è vantaggioso che il paziente prenda
una posizione riposante e che chiuda gli occhi, egli deve essere istruito
esplicitamente affinché rinunci al criticismo delle formazioni del
pensiero che egli potrebbe percepire. Inoltre, bisogna riferirgli che il
successo della psicoanalisi dipende dal fatto che egli nota e comunica
qualunque cosa gli passi per la mente e che non deve sopprimere un concetto
perché apparentemente può sembrargli poco importante o irrilevante
rispetto al soggetto stesso o a qualunque altra persona. Egli deve mantenere
un’assoluta imparzialità rispettando le proprie idee. (Freud, 1900).[...]
L’attenzione panoramica, libera da preconcetti, è la controparte
terapeutica della libera associazione di pensiero del paziente. Idealmente,
in analisi i partecipanti sono sia flessibili sia spontanei e notano qualunque
cosa accada loro; uno è espressivo, l’altro è recettivo.(Speeth,
op. cit. pagg. 128-130)
***
L’enfasi posta dalla P.d.G. sulla
consapevolezza focalizza il processo terapeutico sui fattori personali,
sulla libertà e l’assunzione di responsabilità per le proprie
scelte.
Il setting gestaltico nel quale
il qui e ora della relazione terapeutica si sviluppa, offre l’occasione
al cliente per sperimentarsi in modalità relazionali "Io-Tu" con
il terapeuta, che ospitano i suoi dinamismi intra ed interpersonali, permettendo
la ristrutturazione cognitiva ed emotiva del comportamento attraverso le
condotte giocate nella relazione.
Il comportamento acquista lo
spessore di "modalità di esistere" e l’esistenza si svela nella
sua ovvietà di essere quello che è:
Nessun individuo
è autosufficiente; l’individuo può esistere soltanto in un
campo ambientale. L’individuo è inevitabilmente, in ogni momento,
parte di qualche campo. Il suo comportamento è una funzione del
campo totale, che comprende sia lui che l’ambiente. La natura del rapporto
tra lui e il suo ambiente determina il comportamento dell’essere umano.
[…] L’ambiente non crea l’individuo, e neanche l’individuo crea l’ambiente.
Ciascuno è quel che è, ciascuno ha il proprio carattere particolare,
grazie al suo rapporto con l’altro e con l’intero campo. […] Lo studio
del modo in cui funziona l’essere umano nel suo ambiente è lo studio
di cosa accade al confine del contatto tra l’individuo e il suo ambiente.
È a questo confine di contatto che hanno luogo gli eventi psicologici.
I nostri pensieri, le nostre azioni, il nostro comportamento, e le nostre
emozioni, costituiscono il nostro modo di sperimentare ed affrontare questi
eventi di confine.(Perls, Roma, 1977, pag. 27)
Per entrare nel vivo dell’argomento
è necessario, quindi, considerare il modo con il quale l’organismo
con le sue tre zone di esperienza — l’interiore, l’esteriore e l’intermedia
— entra in contatto con l’ambiente. I processi che accadono in ogni zona
e le interazioni tra le zone determinano i livelli funzionali dell’individuo
nell’ambiente e lo sviluppo della personalità.
1) La zona interiore
include l’esperienza di tutto quanto accade nel corpo Questa zona include
umore, emozioni, stimoli propriocettivi; ad un livello che precede la comprensione
dei loro rapporti causa-effetto (ad es. la sensazione allo stomaco che
precede la sua traduzione nella concettualizzazione di avere fame).
2) L’esperienza esterna è
ottenuta attraverso i sensi. La coscienza del mondo esterno emerge attraverso
gli organi di percezione dell’individuo e le associazioni personali con
il fenomeno vissuto, non attraverso caratteristiche oggettive. Esiste un
sottile processo di interazione tra esperienza esterna ed interna. Perls
chiama questo contatto psicologico tra i contorni interni ed esterni zona
intermedia.
3) Nella zona intermedia il
pensiero è la funzione controllante e può essere conosciuto
come memoria, fantasia, immaginazione, sogni, desideri, ecc.. In breve,
questa è la metaesperienza, esperienza dell’esperienza, che media,
migliora, distrugge, organizza e influisce profondamente sulla qualità
delle zone di esperienza interna ed esterna. La capacità di metaesperienza
dell’individuo comporta la separazione delle funzioni cognitive da altre
funzioni esperienziali.
Qualsiasi contatto attraverso i
sensi con qualcosa di esterno all’individuo è esperienza della zona
esterna e i sentimenti che nascono all’interno dell’individuo costituiscono
esperienze della zona interna.
Spesso facciamo confusione
credendo che quanto noi pensiamo riguardo a una esperienza, interiore o
esteriore che sia, sia necessariamente parte di quella esperienza stessa.
Non è così. L’esperienza interiore, o esteriore, é
immediatamente spontanea sensazione o contatto. L’esperienza della zona
intermedia non è né una sensazione né un contatto,
e nemmeno qualcosa di immediato e spontaneo. La mancanza di chiarezza nella
discriminazione di queste zone porta alla confusione tra fantasia e realtà.
L’opposto polare del contatto
ambientale è il "ritiro", che non significa perdita di contatto
ma trasferimento del contatto dall’ambiente ai processi interni.
Il ritmo dei processi percettivi
di un individuo si snoda quindi in un flusso costante di contatto/ritiro
e di coscienza tra le tre zone: contatto attraverso i sensi con l’ambiente,
poi ritiro nelle zone interne dell’esperienza e infine coscienza della
zona media.(Cfr. Van de Riet, Korb, Gorrell, New York, 1980, pag.41 - 43)
Nell’interazione fra organismo
e ambiente la struttura del campo tende verso la configurazione più
semplice. La difficoltà a chiudere questo processo determina uno
sfasamento, nel tempo, fra la gestalt presente e quella verso cui tende
l’organismo. In diverse circostanze, infatti, si verifica l’insorgere di
bisogni che esigono un differimento nel tempo per il loro soddisfacimento:
l’interazione tra organismo e ambiente è allora rappresentata simbolicamente
spostando, così, il confine del contatto all’interno dell’organismo.
Lo spostamento all’interno
e la ristrutturazione simbolica del campo organismo/ambiente produce l’emergere
da un lato del senso d’identità e dall’altro dell’immagine noetica
della meta, dando così vita al dualismo Io/oggetto inerente alla
coscienza.
La coscienza quindi ha la funzione di favorire
la chiusura della Gestalt attraverso un’azione, nel caso in cui ve ne sia
bisogno e possibilità, oppure, nel caso di frustrazioni o sensazioni
di minaccia, attraverso allucinazioni, sogni, pensieri ossessivi.(Cfr.
Perls, Hefferline, Goodman, op. cit. capitolo 10, pagg. 388-399)
Quando l’organismo raggiunge
una certa consuetudine con determinate condizioni di esistenza e di relazione
con l’ambiente, alcune o molte delle sue funzioni passano al di sotto della
soglia della coscienza, diventano delle funzioni di base, le quali si ripropongono
costantemente senza più bisogno di controllo cosciente e determinano
altre funzioni specifiche. Questo diviene lo sfondo che sorregge l'identità
intesa come figura emergente.
La mancanza di consapevolezza,
in questo contesto, è vista come una condotta di evitamento controllata
dalla mancata accettazione, da parte dell’individuo, di alcune esperienze
personali o aspetti del comportamento non ritenute conformi all’ideale
dell'Io. In altri termini, le risposte verbali, i modi di agire e le modalità
abituali di percepire ed organizzare il sistema di credenze guidano verso
ciò che all’individuo sembra un fine positivo: il mantenimento delle
convinzioni esistenti sul proprio Io. Il proprio sistema di credenze diviene
nella mente il "destino" poiché l’identificazione con esso dà
vita al sistema di strutture che orienta le scelte dell’individuo e lo
àncora a un carattere.
La P.d.G. interrompe i copioni
comportamentali usuali e ripetitivi dell’individuo. Guardando al comportamento
come manifestazione verso l’esterno delle percezioni che gli individui
hanno di se stessi e del proprio mondo, è possibile favorire la
crescita o la ristrutturazione terapeutica della personalità, promuovendo
la consapevolezza di sé nel mondo attraverso la riconversione dell’attenzione.
Non appena l’attenzione viene
diretta verso la consapevolezza dell’azione, del pensiero, delle intenzioni
e dei desideri, le persone recuperano la loro "presenza" che rende di nuovo
possibile assunzione di responsabilità e scelte personali.
Lo psicoterapeuta della Gestalt
dirige l’attenzione del cliente verso quelle sequenze del comportamento
che sembrano contenere vissuti estromessi dalla sua coscienza. Quando il
paziente diventa consapevole di un comportamento significativo da lui relegato
nella sfera dell’inconsapevole può iniziare il processo di chiusura
delle gestalten inconcluse rendendo di nuovo dinamico il campo.
La P.d.G. ha poco interesse
a favorire gli insights soltanto intellettuali che spesso hanno l’unico
effetto di rinforzare il comportamento esistente, ma spinge invece il paziente
a riesperire una serie di comportamenti: rivivere un comportamento durante
la seduta significa, infatti, riportarlo in superficie e prenderne coscienza.
Il terapeuta spinge l’individuo a divenire consapevole del blocco d’espressione
di sentimenti, pensieri e azione; offre al nevrotico, che per definizione
è un essere cieco all’ovvio, continue occasioni per riacquistare
l’uso dei propri occhi.
***
Il lavoro gestaltico può
essere utilizzato come ponte per lo sviluppo di una coscienza transpersonale
proprio nella sua modalità di integrazione della personalità.
Prendiamo in esame il classico lavoro della sedia vuota (vedi quadro 2):
| Quadro 2
Sedia vuota (o sedia calda)
Tecnica psicodrammatica in cui la persona vive
l’esperienza di impersonare un’altra persona o ruolo e di improvvisare
da sola un dialogo.
La Gestalt ha introdotto due elementi supplementari:
1) il dialogo viene svolto non solo con una figura
significativa, ma anche e soprattutto con parti psichiche di sé,
scisse e negate, che nel lavoro vengono proiettate sotto forma di una figura,
di un essere che viene fatto esprimere verbalmente di fronte al "protagonista",
il detentore dell’identità ufficiale.
E’ un’applicazione della tecnica della amplificazione
(vedi appendice). Infatti queste parti scisse sono a volte proiezioni ma
più spesso immagini (imago) interiori che pur non prendendo la forma
di vere e proprie proiezioni sostengono e modellano il rapporto del paziente
con l’esterno. Spingendo il processo all’estremo, cioè facendole
diventare delle vere proiezioni, scisse all’esterno, questa tecnica tende
a rimetterle in contatto, promuovendo il dialogo e mettendo in evidenza
il tipo di rapporto che lega entrambe le due posizioni.
2) si spinge a una comunicazione "sana", "funzionale"
(secondo i criteri dei terapeuti della comunicazione7),
cioè diretta, responsabile ed esplicita, anche puntualizzando dei
precisi schemi grammaticali che la favoriscono.
|
il dialogo nel quale le parti di sé in conflitto
interagiscono permette, oltre a promuoverne l’incontro e la possibilità
di una loro integrazione, anche l’apprendimento ad utilizzare l’attenzione/consapevolezza
in una forma simile al modo nel quale viene usata al livello di coscienza
del "Testimone". L’osservazione di sé nel proprio divenire rende
necessaria una operazione di distanziamento da quegli stati di identità
che nel lavoro di drammatizzazione esplicitano il copione di vita nel quale
sono strutturati.
Il dialogo per essere terapeuticamente
efficace deve essere svolto contemporaneamente a due livelli: uno di profondo
coinvolgimento con il vissuto esistenziale che emerge ad ogni sua battuta
e l’altro di "distanziamento" da quel vissuto, di disidentificazione da
quei contenuti che appartengono è vero alla propria esistenza ma
che nella misura in cui non scorrono dal presente al passato si cristallizano
in modalità di essere esistenzialmente povere.
Le potenzialità di questo
tipo di lavoro non si fermano come afferma Wilber (Wilber, Spigno Saturnia
(LT), 1993, cfr. pp.241-253) al livello dell’ombra in quanto è vero
che:
facendo emergere gli opposti e concedendo
all’ombra la possibilità di esprimersi, arriviamo infine ad estendere
la nostra identità e la nostra responsabilità a tutti gli
aspetti della psiche, e dunque non solo ad una persona impoverita. In tal
modo, la scissione tra persona ed Ombra risulta ‘integrata e risanata’,
ed è possibile sviluppare spontaneamente un’auto-immagine unitaria,
accurata e perciò accettabile; una precisa raffigurazione mentale
della totalità psicosomatica del proprio organismo. La psiche recupera
la sua integrità e dal Livello dell’Ombra si passa a quello Egoico.
(ivi, pag. 252)
ma permette — ovviamente solo quando il livello
di intervento è possibile centrarlo più che sulla richiesta
di "cura di una patologia" sul desiderio di "cura di sé"8—
di dirigere la propria attenzione/consapevolezza anche su quell’io osservatore
che si instaura nello stato di coscienza del "Testimone" ed allora
applicando la coscienza-testimone
a tutto ciò che è stato utilizzato per definire l’identità
personale, tutto ciò con cui ci si è identificati, a poco
a poco, attraverso l’opposto processo di autodistanziamento e di dis-identificazione,
lasciando andare, abbandonando, sacrificando ciò che è me
e non è me, l’io convenzionale viene progressivamente scalzato e
della nostra personalità, che ha attraversato emozioni, pensieri,
relazioni che non esistono più, resta la pura soggettività
dell’osservare, di cui non può più darsi proprietà,
che nasce in me ed è più di me.(Venturini Assisi, 1995, pag.217)
Durante questa operazione, quindi, l’"Identità"
si stempera in "una" identità che rende manifesto il fatto che l’Io
è una struttura relazionale definita dall’interazione con un Tu.
Il mondo ha per l’uomo due volti,
secondo il suo duplice atteggiamento.
L’atteggiamento dell’uomo è
duplice per la duplicità delle parole fondamentali che egli dice.
Le parole fondamentali non sono
singole, ma coppie di parole.
Una di queste parole fondamentali
è la coppia io-tu.
l’altra parola fondamentale è
coppia io-esso; dove, al posto dell’esso, si possono anche sostituire le
parole lui o lei, senza che la parola fondamentale cambi.
E così anche l’io dell’uomo
è duplice
Perché l’io della parola
fondamentale io-tu è diverso da quello della parola fondamentale
io-esso. […]
Chi dice tu non ha alcun qualcosa
per oggetto. Poiché dove è qualcosa, è un altro qualcosa;
ogni esso confina con un altro esso; l’esso è tale, solo in quanto
confina con un altro. Ma dove si dice tu, non c’è alcun qualcosa,
non ha nulla. Ma sta nella relazione.(Buber, Cinisello Balsamo (MI), 1993,
pp. 59-61)
Questo lavoro che attraversa
le dinamiche polari della realtà quotidiana amplificandole, rovesciandole,
indossandole per poi integrarle in una consapevolezza capace di osservarle
potendosene anche distanziare, rimanda alla richiesta del "senso":
"chi sono io?". La considerazione
dei ruoli e delle varie maschere sociali che indosso mi hanno mostrato
che sono uno, nessuno, centomila. Sono certamente un io anagrafico, abbastanza
semplice, e un io biografico, più o meno complesso, ma se continuo
a interrogarmi nel tentativo di rispondere al vero significato della domanda,
cercando di definire la mia identità in rapporto all’assoluto e
tentando un livello di reintegrazione con la realtà ultima, per
essere veramente me stesso, dovrò perdere me stesso, uscire dal
biografico personale, autotrascendermi, farmi transpersonale. […] La consapevolezza
umana, nelle diverse espressioni della filosofia perenne, è concorde
sulla necessità di "portare in campo l’infinito" per rispondere
alla domanda di senso. I due momenti in cui si articola una possibile risposta
alla domanda di senso possono pertanto venire individuati nell’autotrascendenza
e nell’ancoraggio all’infinito (Venturini, op. cit., pp.203)
***
Alcune tecniche di intervento.
Porre l’accento su alcune tecniche
che modulano l’attenzione/consapevolezza verso se stessi evidenzia come
il buon esito di una psicoterapia dipenda da quanto paziente e terapeuta
sanno auto-osservarsi mentre si instaura il "noi" del setting terapeutico.
Tecniche ed esercizi usati nella Gestalt non sono strumenti terapeutici
ideati esclusivamente per le persone affette da disturbi psichici e non
sono quindi paragonabili alle tecniche psicoterapeutiche che hanno lo scopo
di trattare i sintomi e le condizioni patologiche (in concorrenza con farmaci
e altri possibili rimedi). Quelle usate dalla Gestalt sono tecniche già
in se stesse espressione per quanto semplificata e schematizzata, di un
funzionamento sano della persona.
Le tecniche e gli esperimenti
possono essere utili o no secondo la capacità del terapista di entrare
in contatto con il presente consapevolmente vissuto che contiene il rapporto
terapeutico. Essi danno forma, a volte, ad alcuni momenti della terapia
ma non vengono mai sostituiti al rapporto "Io e Tu, qui ed ora" del processo
terapeutico della Gestalt.
Amplificazione
Semplicemente si chiede di accentuare
quello che si sta già facendo, secondo il principio della autoregolazione
organismica, per cui uno sbilanciamento in un verso tende ad essere compensato
poi nell’altro. Se la persona non è in contatto con la propria esperienza
l’amplificazione di un gesto, di un suono, frase o altro permette il contatto
con il vissuto emotivo inconsapevole racchiuso in quel comportamento.
Rovesciamento
È l’applicazione del
dinamismo gestaltico figura/sfondo, con l’ausilio dell’immaginazione si
esplora la possibilità di esperienze diverse da quelle abituali.
È inoltre utile per individuare le polarità dinamiche della
propria personalità per poi promuoverne l’incontro (ad es. utilizzando
la "sedia vuota") e la possibile integrazione.
[…] Ogni medaglia
ha due facce. Ci sono due facce anche in te. Le polarità sono le
due facce della tua medaglia. Se sei consapevole di danneggiarti e ti identifichi
con la parte lesa, questa è una faccia della medaglia. Oppure, puoi
essere consapevole di danneggiare qualcun altro, ma non essere in contatto
con la parte di te che è stata danneggiata. Se sei consapevole di
una parte di te che si sente umiliata, c’è anche una parte di te
che umilia. Se sei un tipo umile e modesto, l’altro lato della medaglia
di solito è l’arroganza, il sentimento di onnipotenza. Entrando
in contatto con ambedue i lati della polarità, specie con la parte
con cui abitualmente non ti identifichi è possibile una integrazione,
una ricomposizione. Per raggiungere una integrazione, un equilibrio, bisogna
che impari a conoscere ambedue le facce della tua medaglia.(Simkin Roma
1978 pag. 56)
Un esempio di questo è
il seguente esercizio:
[…] Distenditi
e trova una posizione comoda chiudi i tuoi occhi e lasciati andare. Vedi
se puoi rilassarti dalle tue tensioni e sistema il tuo corpo in un modo
più comodo per te. Polarizza l’attenzione sul tuo respiro e continua
a rilassarti mentre io ti, parlo. Noi tutti tendiamo a costruirci un’immagine
di come le cose sono... un’immagine di noi stessi, ma é una fantasia.
Sono sempre aspetti di noi stessi che non corrispondono a questa immagine.
Finché vi rimaniamo attaccati restringiamo e indeboliamo noi stessi.
[…] Se puoi lasciar stare almeno per un po’ la tua idea di quello che pensi
di essere hai la possibilità di scoprire qualcosa in più
di quello che attualmente conosci di te stesso […] Focalizza l’attenzione
sulla tua respirazione. Divieni consapevole di tutti i dettagli della tua
respirazione. Senti l’aria che si muove attraverso il tuo naso o la tua
bocca. Sentila muovere giù nella tua gola e dentro i tuoi polmoni.
Nota come il torace e lo stomaco si espandono e si contraggono dolcemente.
Sii consapevole di qualunque altra cosa che sperimenti nel tuo corpo mentre
respiri. Immagina ora che invece di essere tu a respirare l’aria sia l’aria
che respira te. Immagina che l’aria si muova lentamente dentro i tuoi polmoni
e che poi lentamente si ritiri. Non devi fare niente altro che questo.
L’aria sta eseguendo la respirazione per te. Sperimenta questo per qualche
momento. […] Ora immagina che il tuo sesso cambi. Se sei un maschio, ora
diventi una femmina, se sei una femmina ora sei un maschio. Porta l’attenzione
sul tuo corpo. Diventa consapevole di questo tuo nuovo corpo e in particolare
delle parti che hai cambiato. (Se non vuoi fare questo esperimento, va
bene, ma non dire a te stesso: "io non posso fare questo", ma piuttosto
di "io non voglio fare questo", e poi aggiungi qualunque parola ti venga
in mente. In questo modo puoi farti un’idea di quello che stai evitando
non facendo questo esercizio.) Come ti senti nel tuo nuovo corpo? È
diversa la tua vita ora? Cosa avverti di diverso ora che il tuo sesso è
cambiato? Continua ad esplorare la tua esperienza di essere di sesso opposto
per un momento. Ora cambia di nuovo ed entra in contatto con il tuo corpo
e con il tuo sesso reale, paragona l’esperienza di essere te stesso con
l’essere dell’altro sesso. Cosa hai sperimentato di nuovo nell’altro sesso
rispetto la tua esperienza di ora? Erano esperienze piacevoli o spiacevoli.
Continua a esplorare la tua esperienza ancora per un po’. (Stevens, 1971,
pag. 63)
Completamento
La Psicoterapia della Gestalt
focalizza l’attenzione su ciò che risulta mancante nell’esperienza
di sé: la parte mancante, omessa, negata o bloccata è quella
che permette una volta reintegrata nella coscienza alla Gestalt di chiudersi.
Attraverso l’esplorazione della esperienza omessa, utilizzando l’immaginazione
o il role playing, la persona diviene in grado di capire ciò che
manca in se stessa o nella situazione che vive. Questa modalità
di intervento è alla base del processo che permette di risalire
dal desiderio di superficie (apparente in quanto risulta insaziabile) al
"vero bisogno" negato. In modo simile si può contattare l’emozione
"sottostante", nascosta da un vissuto emotivo dilagante, "fissato" o arbitrario.
Ci sono due modi
per porre fine a una situazione e raggiungere un completamento. Il primo
modo è quello della semplice consapevolezza. L’altro è la
saturazione, il continuare fino a quando ci si sente sazi, completati,
finiti. Quando un certo numero di situazioni giungono a un completamento
naturale, quello che in termini organismici si dice "una buona Gestalt",
il completamento ha avuto luogo e tutto va a posto. [...] A volte il completamento
non avviene. Tutte le psicoterapie, da quelle psicoanalitiche a quelle
pavloviane , tendono al completamento, a finire la situazione. Il punto
è "come si fa"? A volte la consapevolezza è sufficiente e
non si rende necessario fare qualcosa deliberatamente, volontaristicamente,
in modo programmato. Ma se la consapevolezza non basta, esaminate la situazione,
esaminatela da tutte le parti, esaminatela ancora, e saturandola la completerete.(Simkin,
op. cit. pag. 79)
Una tecnica che rende operativo
quanto detto è applicabile ad esempio nel lavoro sul sogno in una
situazione di gruppo: il paziente ricostruisce la scena inconclusa del
sogno, la non conclusione è spesso segnalata da un vissuto emotivo
sgradevole o semplicemente dal fatto che quel sogno, quelle emozioni occupano
la mente. La ricostruzione viene effettuata utilizzando tutti i partecipanti
del gruppo i quali diventano le varie parti del sogno, dagli oggetti ai
personaggi. Il sognatore ripete la scena onirica più e più
volte fino a quando il suo vissuto emotivo muta permettendogli un insight
o l’integrazione della parte di sé nascosta nel sogno.9
Auto-Responsabilizzazione
È una modalità
di intervento che facilita l’assunzione di responsabilità per la
propria esistenza, attraverso la sperimentazione di un atteggiamento che
evidenzia il diritto e le possibilità di scelta a disposizione dell’individuo
nel momento in cui smette di dare ad altri la responsabilità delle
proprie azioni.
Ad esempio come in questo esercizio:
... avvicinati
a qualcuno e siedi di fronte a questa persona. Durante tutto l’esperimento
mantieni il contatto degli occhi e parla direttamente a questa persona.
A turno pronunciate delle frasi uno all’altro che cominciano con le parole
"io devo". Fai una lunga lista delle cose che devi fare. (l’esperimento
puoi farlo anche da solo, in questo caso pronuncia le frasi a voce alta
immaginando che le stai dicendo a qualcuno che conosci). Prendi circa cinque
minuti per fare questo. Ritorna ora a tutte le frasi che hai appena detto
sostituendo "io devo" con "io scelgo di…". Fate dei turni per dirvi queste
frasi.
Pronuncia esattamente quello che
hai detto prima ad eccezione di questo cambiamento. Io vorrei che tu ti
rendessi conto che hai il potere di fare una scelta anche se questa scelta
è tra due alternative indesiderabili.
Prendi un po’ di tempo per divenire
consapevole di cosa sperimenti pronunciando ogni frase che inizia con "io
scelgo di...".
Riprendi ora questa frase e immediatamente
aggiungi qualcosa, la prima che ti viene in mente. Per esempio: io scelgo
di ...continuare il mio lavoro. Mi sento soddisfatto e sicuro.
Prendi altri cinque minuti per fare
questo. Utilizzate ora qualche minuto per comunicarvi l’un l’altro quello
che avete sperimentato durante l’esercizio. Hai fatto l’esperienza di assumerti
qualche responsabilità per le tue scelte? Qualche sentimento ti
ha un po’ sollevato dalla tua autoipnosi? Hai scoperto qualcosa sulla possibilità
di recuperare un maggior potere nella tua esistenza?(Stevens, op. cit.
pag. 84)
Le situazioni esistenziali esprimibili
a livello verbale come un dovere, vengono riorganizzate in formulazioni
che trasformano l’"Io devo..." in "Io scelgo...". La formulazione verbale
diventa quindi il supporto sul quale si appoggia il vissuto emotivo promosso
dall’esperienza terapeutica.
Ponte emozionale
Tecnica di introspezione con
cui la persona mantiene ferma l’attenzione su un’emozione che si ritiene
importante esplorare e lascia scorrere le immagini dei ricordi in cui quell’emozione
è stata presente. Permette di "ricollocare" le proiezioni, recuperando
la figura originaria a cui una certa emozione era diretta prima di essere
sviata su qualcosa o qualcun altro.
Ridecisione del copione di vita
L’introspezione può portare
a constatare che si sta seguendo un tipo di scelte, affettive, professionali
o altro che non portano a niente di positivo, in modo più o meno
ricorrente e stereotipato (l’esempio classico è quello della persona
che trova sempre il partner sbagliato o finisce sempre per litigare con
il capo). In queste situazioni siamo di fronte a un copione che non è
più in contatto con l’evoluzione dell’esistenza, ma risponde ancora
a decisioni arcaiche prese quando un determinato stato di bisogno e di
immaturità le rendeva necessarie per la sopravvivenza fisica ed
emotiva. La tecnica prevede: inizialmente l’individuazione del vissuto
emotivo avvertito come inadeguato (eccessivo nell’intensità, nella
durata, nella natura dell’emozione) che colora la situazione problematica;
una regressione progressiva, attraverso la tecnica del "ponte emozionale",
fino a raggiungere il ricordo più antico in cui è apparso
quel vissuto; la scissione dello stato dell’Io (in termini transazionali)
in Genitore/Adulto/Bambino ed infine — all’interno di una riattualizzazione
immaginativa di quella situazione arcaica — permettere al paziente di rivedere
la decisione esistenziale presa allora ma ricontrattabile ora con gli strumenti
dell’Adulto mentre "rivive" quell’esperienza.
Note
1) Naranjo
C., "Atteggiamento e prassi della terapia gestaltica", ed. Melusina,
Roma, 1991, pag.137
2) Le
strategie psicoterapeutiche cognitivo-comportamentali, che utilizzano l'auto
osservazione per il cambiamento delle abitudini e delle compulsioni hanno
portato a sviluppare una serie di trattamenti raccolti sotto la definizione
di Selfwatching. In questo metodo di intervento viene insegnato al paziente
ad identificare i fattori che precedono, sostengono e accompagnano la motivazione
e lo stato d'animo che sfocia nel comportamento compulsivo e le tecniche
per modificare quelle situazioni che lo favoriscono.
Queste tecniche sono spesso
efficaci in quanto arrestano o invertono i processi generalmente responsabili
dei problemi di comportamento. "Sono focalizzate sui tre aspetti del comportamento
compulsivo: i richiami antecedenti, il comportamento in sé e le
conseguenze che lo rinforzano. In sintesi le tecniche volte ad accrescere
l'autocontrollo sono:
I) Il selfwatching
Il paziente deve tenere un diario del comportamento.
In tale diario annoterà ogni esempio del comportamento compulsivo
abituale, unitamente alla circostanza precisa in cui esso ebbe luogo. Ciò
favorisce l'identificazione dei richiami antecedenti degli eventi, pensieri
o sentimenti che scatenano, o almeno influenzano, il comportamento.
II) L'autogestione.
Il paziente viene aiutato a mettere a punto strategie
atte a far fronte ai richiami antecedenti. I1 training di rilassamento,
per esempio, può essere usato per combattere l'ansia, un richiamo
comune a molti tipi di comportamento compulsivo, nello stesso tempo viene
proposta una riorganizzazione del proprio assetto di vita che possa aiutare
ad evitare di ricorrere a quelle situazioni di richiamo antecedente.
III) L'esposizione ai richiami.
Successivamente il paziente é incitato
a confrontarsi con i richiami antecedenti, anziché evitarli, per
periodi di tempo sempre più lunghi.
IV) Mettere a punto piaceri
alternativi.
E' più facile resistere ai desideri e alle
compulsioni se vengono anticipati dei piaceri alternativi. I gruppi di
self-help possono essere di grande aiuto nella modificazione delle conseguenze
rinforzanti della moderazione e dell'astinenza.
V) Prevenzione delle ricadute.
Un'applicazione delle tecniche
di selfwatching e autogestione comporta l'apprendimento della capacità
di anticipare e riconoscere le situazioni tentatrici e di mettere a punto
in anticipo le strategie per farvi fronte." Cfr. Hodgson R. e Miller P.,
"La mente drogata. Come liberarsi dalle dipendenze", Milano, 1989.
3)
Per una discussione e definizione di questa terminologia cfr. Tart C. T.,
"Stati di coscienza", Roma, 1977.
4)
"Perls[…]intendeva con questol’abilità di rimanere in un punto neutro,
svincolati dagli opposti polari concettuali o emotivi in gioco in ogni
momento di consapevolezza. Perls mostrò una sorprendente quantità
di indifferenza creativa come psicoterapeuta, riuscendo a rimanere nel
punto zero, senza lasciarsi intrappolare nei giochi dei suoi pazienti.
Penso al punto zero come al rifugio del terapeuta della Gestalt nel pieno
della partecipazione più intensa, non solo fonte di energia, ma
anche ultimo autosostegno." Naranjo C., op cit. pag. 143
5)
Naranjo C., op. cit. pag. 142
6)
"Il concetto di attenzione fluttuante può essere [...] costituito
da tre tipi di attività mentale dell'analista:
a) disponibilità ad abbandonare
schemi precostituiti, aspettative e progetti inquinanti per poter essere
più pronti a cogliere il "nuovo" dove questo si manifesta;
b) un'attenzione parallela e libera dalle proprie
emozioni fantasmatiche e somatiche:
c) una capacità dl identificazione col
paziente che consente di discernere il lavoro interpretativo dal materiale
che rappresenta un limite dell'analista".Meotti F., Attenzione (ugualmente)
fluttuante., Rivista di psicoanalisi, anno xxx, n°3, Lug. Sett., 1984,
pagg. 443-448
7)
Cfr. Satir V., "Psicodinamica e psicoterapia del nucleo familiare",
Armando Armando, Roma, 1973
8)
L'osservazione di se stessi nella tradizione occidentale greco-romana,
nel senso evidenziato da Foucault, viene fatta coincidere nelle operazioni
per la cura di Sé: "...l'iscrizione delfica ‘conosci te stesso’
non era una indicazione astratta sulla vita; era un consiglio tecnico,
una regola da osservare in vista della consultazione dell’oracolo. [...]
Nei testi greci e romani il precetto di conoscere se stessi è sempre
associato a quello della cura di Sé [considerata come un aspetto
tecnico della conoscenza di Sé], ed era proprio questo bisogno di
prendersi cura di Sé che rendeva operativa la massima delfica. [...]
Ci si doveva occupare di se stessi prima di far entrare in azione il principio
delfico. Il secondo precetto era subordinato al primo."
In questo senso la propria cura ha come meta la
conoscenza di Sé
Cfr. M. Foucault "Tecnologie del sé" in
a cura di L. H. Martin et alt.: "Un seminario con Michel Foucault Tecnologie
del sé; Torino, 1992, pag. 15.
9)
Tecnica vista utilizzare in esperienze di gruppo condotte da Barrie Simmons.
Bibliografia
Buber M., "Il principio
dialogico e altri saggi", San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 1993.
Ferrara A., "Intorno al
transpersonale: intervista a Claudio Naranjo" "Informazione in psicologia,
psicoterapia, psichiatria" n. 21, Roma, 1994.
Goleman D, (1977): "Esperienze
orientali di meditazione", Milano 1982.
Naranjo C., "Atteggiamento
e prassi della terapia gestaltica", ed. Melusina, Roma, 1991
Perls F., "L’approccio della
Gestalt. Testimone oculare della terapia", Astrolabio, Roma, 1977.
Perls, Hefferline & Goodman:
"Teoria e pratica della Terapia della Gestalt", Astrolabio, Roma,
1971.
Schiffman M. "L'autoterapia
Gestaltica.", Astrolabio Roma, 1987.
Simkin J.S., "Brevi lezioni
di Gestalt", Borla, Roma 1978.
Speeth, K.R., "On Psychotherapeutic
Attention", Journal of Transpersonal Psychology, 1982.
Stevens J. O., "Awareness:
Exploring, Experimenting, Experiencing", Real People Press, MOAB, 1971.
Van de Riet V., Korb M.P.,
Gorrell J.J.: "Gestalt Therapy - an Introduction", Pergamon Press
Inc., New York, 1980.
Venturini R., "Coscienza
e cambiamento", Cittadella, Assisi, 1995.
Wilber K., "Lo spettro della
coscienza", Edizioni Crisalide, Spigno Saturnia (LT), 1993.
Autore dell'articolo : Oliviero Rossi, Psicologo, psicoterapeuta
Istituto "W. James", Roma
tratto da "INfomazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria",
n° 32-33,settembre 1997-aprile 1998, pagg. 48-61, Roma
Grounding Institute – Associazione Esalen
Direttore: dr. Maurizio D’Agostino
Via Asiago, 35 Catania
Via Contea, 9 Linera (CT)
www.bioenergetic.it
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