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Qualsiasi
studio che si proponga di sceverare la natura, le tecniche, i fini e
le tappe progressive dello Yoga, come anche di quell’insieme di
pratiche e di riti estatiche caratterizzano lo Sciamanesimo, si troverà
di fronte alla difficoltà di superare il limite puramente descrittivo,
ad esempio degli anga dello Yoga o delle fasi di iniziazione e della pratica sciamanica, che ben poco possono rivelare circa la realtà intima – il Wesen – del sistema esoterico o estatico preso in esame.
Si
tratta di un problema epistemologico: per intendere questo elemento,
che costituisce lo scenario interiore sul quale lo sciamano compie le
sue pratiche, occorre penetrare imaginativamente negli stati di
coscienza nei lo yogin, il mago” o lo sciamano s’immerge lucido e
vegliante, e intendere il rapporto fra questi stati di coscienza – che
ritroviamo descritti in una miriade di opere dagli Yogasûtra di Patanjali fino ai Tantra śaiva, vaisnava o śâkta
– e il mondo obiettivo spazio-temporale di veglia, per intenderci,
quello stesso che viene apparentemente trasceso e messo da parte durante
l’impresa estatica, dato che ad un certo momento, alla fine del rito o
dell’evocazione, il “portento” si verifica proprio nel comune ambito
spazio-temporale e su questo lo si recepisce.
A tale proposito, si
può osservare che anziché trattarsi di uno spazio-scenario passivo,
quello dello yogin o dello sciamano scaturisce dalla volontà stessa
dell’operatore, quella di personificarsi “qui” o “là”, “in questo
tempo” o “in quell’altro”, presente o futuro. Lo yogin e, in parte, lo
sciamano possono operare sulle cose perché percepiscono il pensiero con cui se le rappresentano, cioè il pensiero “magico” dello yogin viene foggiato dalle discipline del pratyâhara (la abstractio delle facoltà di percezione dallo strumento sensorio), del dhârana (cioè la concentrazione mentale) e del dhyâna (la meditazione estatica).
Si
tratta di un problema eminentemente epistemologico, di cui, fra tutte
le tradizioni sapienziali, quella dell’India può offrirci la chiave
d’interpretazione, poiché in India si è conservato fino al giorno
d’oggi e trasmesso in un rigoroso linguaggio filosofico il retaggio di
almeno due civiltà, quella postulata come indomediterranea, che si
continua ai giorni nostri nella cultura dei tantra e delle
sette gnostiche in generale, e quelle del filone vedico che, pur se
ridotto ed adattato a nuove esigenze religiose, si perpetua come
liturgia nella religioni dell’India e, come fonte autorevole, nella
“filosofia dei sei sistemi”, i darśana. Per fare un paragone, è
come se, accanto alla filosofia positiva dei Greci si fosse conservata
fino ai giorni nostri la sapienza dei Misteri dell’antichità,
trascritta in un linguaggio mistico-matematico.
Non soltanto, ma
questa “meditazione filosofica” volta alla realizzazione spirituale
può, in seguito a recenti studi, vantare una doppia genealogia: quella
vedica su accennata, fondata sul culto delle divinità maschili e
luminose, che simboleggiano – a livello della meditazione estatica – i
poteri luminosi della coscienza, il cui culto sarebbe stato importato
in India dalla migrazione arya, e , di fronte a questa, quella che
amiamo definire “indomediterranea” per la sua somiglianza con i culti e
i misteri della nostra antichità pre-classica, che ha al suo centro
puri poteri numinosi personificati nei cosiddetti asura, che nella successiva tradizione indiana diventano semplicemente i démoni anti-deva, le cui imprese e sconfitte ad opera dei deva e degli eroi dell’epica (vedi il Ramâyaņa, il Mahâbhârata, ecc.) sono alla base della gigantesca mitologia indiana.
E proprio a questi secondi dèi, relegati ad una funzione negativa rispetto ai deva aryi, risale tradizionalmente l’insegnamento ascetico ad esempio del Jainismo, i cui varii Tirthankara,
cioè Pontefici, risalgono ad oltre l’850 a.C., data del penultimo di
essi, Pârśva, seguito dal Jina nel VI sec. a.C. Anche l’epopea ariana
dei Purâna e del Mahâbhârata, a tacere del Râmâyana, serba rispettoso
ricordo di questi anti-dèi che regnavano nel sud non-ariano quali, di
contro ai deva, possedevano la âtma-vidyâ, la “scienza del sé stesso”, un poco come un’anticipazione del delfico γνωθι σεαύτον.
“Dopo
la loro sconfitta, Indra il signore degli Âryi chiese ai re Asura
Bali, Namuci e Prahlâda: ‘Il vostro regno è stato conquistato, voi
siete nelle mani dei vostri nemici, eppure sul vostro volto non vi è
traccia di dolore. Quale ne è la ragione?’. Bali, signore dell’âtma-vidyâ,
figlio di Virocana, rispose in modo tale da scuotere l’orgoglio di
Indra: “O Signore dei Signori! Sono sorpreso dalla tua follia. Adesso tu
prosperi e la mia fortuna mi è stata sottratta, ma non si conviene che
lodi te stesso di fronte a me’”. (1)
Dal punto di vista storico,
il fatto che nell’antichissimo Rg-veda si trovino menzionati alcuni
termini denotanti asceti non appartenenti strettamente alla tradizione
aryo-vedica, come vātarasana-muni, in alternativa a vātarasana- śramana, Keśin (“dalla lunga chioma”, detto dei maghi volanti a cagione del calore ascetico, il tapas da loro sprigionato, cfr. Rg-veda X, 136), Vrâtya e Arhat, dimostra che la tradizione śramana
è con ogni probabilità anteriore a quella introdotta dagli Aryi con i
Veda. Si potrebbe anche postulare un rapporto, se non altro tecnico –
per la pratica dell’estasi e la realizzazione degli stati superiori
della coscienza – con alcune specie di sciamanesimo praticato in Asia
Orientale, data anche la coincidenza onomastica di śaman con śramana, quest’ultimo derivato dal verbo √šram = adoprarsi, affaticarsi. (2)
Le tappe della realizzazione interiore del myste, muni o śramana
che sia sono accompagnate dalla penetrazione negli strati più profondi
della coscienza, laddove egli attua la propria identità con le potenze
che reggono, su di un’ottava cosmica, i processi della volontà, quelli
stessi che, al livello fisico-sensibile, cui corrisponde la coscienza
di veglia, sovraintendono nella compagine umana alle funzioni del
ricambio, del movimento nello spazio e della generazione. La capacità,
per esempio, che ha uno sciamano di compiere portenti che apparentemente
vìolano le leggi della materialità ordinaria dipende dalla sua
identificazione – la sua adaequatio, anubhava si
direbbe in sanscrito (“diventare la cosa meditata”) – con quel livello
di realtà che è soggettivamente un livello di coscienza.
La
tradizione indiana, alla quale si è fatto riferimento, annovera quattro
livelli di coscienza, che vengono simbolicamente riferiti ad
altrettanti momenti dell’articolazione del verbo creatore espresso con
il fonema OM (cioè AUM). La Mândukya Upanişad (Upanişad
trad. Filippani Ronconi, Boringhieri 1974 III ed., pagg. 527 ss.), che
qui cercheremo di riassumere con le parole stesse dell’Autore, così
descrive i molteplici stati di coscienza e le corrispondenti condizioni
ontologiche:
“Om è questo indefettibile brahman, Om è tutto ciò che è; questa Upanişad ne è la spiegazione. Ciò che è esistito, ciò che esiste e ciò che esisterà, tutto ciò è compreso nella Om. Quell’altro, trascendente la tritemporalità, è pur esso designato da Om.
Tutto ciò che è, è invero il brahman (lo spirito universale); questo âtman (lo spirito individuale) è il brahman; questo âtman ha quattro stati (catuşpat, “quattro piedi”).
La prima condizione è Vaiŝvânara (“comune a tutti gli uomini”), la quale ha come sede lo stato di veglia (jagarita-sthâna); essa ha conoscenza degli oggetti esteriori; ha sette membra, diciannove volti (3) e fruisce del mondo materiale.
La seconda condizione è Taijasa (“sostanziata di luce”, tejas), la cui sede è lo stato di sogno (svapna):
essa ha conoscenza degli oggetti interiori; ha sette membra e
diciannove bocche ed ha come dominio il mondo della manifestazione
sottile.
Allorchè l’essere dormiente non prova più desideri, non è più soggetto a sogni, allora si ha la condizione di sonno profondo (suşupta). Colui che si è identificato a questo stato (ekī-bhūta) è divenuto sintesi di conoscenza, (prajñāna-ghana), si è fatto beatitudine (ânanda-maya) ed ha la beatitudine come campo di esperienza: la coscienza è il suo strumento di conoscenza. Costui è chiamato prajña (“conoscitore assoluto”). Questa è la terza condizione.
Egli
è il Signore di tutto, Egli è l’onnisciente; Egli è l’ordinatore
interno, matrice del tutto. Egli è l’origine e la fine di tutti gli
esistenti.
I saggi pensano che il Quarto che non ha conoscenza né
degli oggetti interni né di quelli esterni, né, contemporaneamente, di
questi e di quelli, che non è sintesi di conoscenza, poiché non è né
conoscente né non conoscente, che è invisibile, non agente,
incomprensibile, indefinibile, impensabile, indescrivibile, è la sicura
essenza fondamentale dell’âtman, nel quale è totalmente
cessata ogni traccia di manifestazione, ed è pienezza di pace e di
beatitudine, senza dualità; questo è l’âtman (così deve venir conosciuto).
Egli è l’âtman: riguardo alle lettere è super indefettibile, designato da Om, riguardo alla cui misure (adhi-mâtra) ogni piede del brahman corrisponde ad ogni sua misura, ogni misura sua ad ogni piede del brahman: questi piedi sono le lettere A, U, M.
Vaiŝvânara, la cui sede è lo stato di veglia, è designato dalla lettera A, che è la prima misura (mâtra) del monosillabo Om per il fatto che âpti (“connessione” fra i dati dell’esperienza sensibile) inizia con A. Colui che così conosca consegue (âpnoti) tutti gli oggetti di desiderio ed è il primo (âdi) in ogni impresa.
Taijasa, la cui sede è lo stato di sogno, è designato dalla lettera U, che è la seconda misura, in quanto utkarşa (“elevazione”) rispetto alla dualità di mondo materiale e mondo sottile (sūkşma): esso, invero, sublima (utkarşati) il flusso ininterrotto di conoscenza (jñâna-santati). Colui il quale ciò conosca è in armonia con il Tutto; non uno dei suoi discendenti ignorerà il brahman.
Prajña, la cui sede è lo stato di sonno profondo, è designato dalla lettera M, che è la terza misura, in quanto determina (miti) la “dissoluzione” (apîti, cioè la lisi della conoscenza oggettiva). Colui il quale ciò conosce diventa invero onnipenetrante.
Il Quarto stato (caturtha) è incommensurabile (a-mâtra, in quanto non soggetto ad esperienza), è non-agente, è al di là della manifestazione; esso è assoluta calma (śiva) e trascende la condizione di soggetto ed oggetto. Tale è la lettera Om. Colui il quale così conosca diventa puro âtman (“individuo assoluto”) e, mediante l’âtman (“il sé”) penetra nell’ âtman (“sé come spirito universale”).”
Ora,
in particolare, il Quarto stato, al quale corrisponde l’esperienza
(vegliante!) della catalessi, non si somma ai precedenti tre stati come
loro ultimo, bensì è immanente in ognuno di loro, come atto di pura
autoconoscenza nella realizzata identità di âtman e di brahman, di spirito incarnato e di spirito universale.
Dal punto di vista metafisico, in riassunto, si tratta di ciò:
Il brahman, uscendo dalla sua assolutezza per una sorta di gioco magico – la mâyâ ,
substrato dell’“Illusione” esistenziale – si attua estravertendosi in
quattro diversi livelli di conoscenza, ognuno dei quali contiene in
potenza i successivi: l’Essere puro identico a sé stesso corrispondente
al quarto stato; il Verbo (Vâk, Para-śabda), come causa, kârana, attraverso le sedici vocali, forme a priori delle sue infinite potenze (śakti)
di manifestazione, cui corrisponde nell’uomo ordinario lo stato di
sonno profondo; al livello invece di sonno con sogni corrisponde il
piano delle forze sottili, sūkşma, come le forze psicofisiche dell’energia vitale volte verso la manifestazione del mondo su piano materiale, sthūla.
Dallo Spirito del Mondo, Mahân âtma, già “inespresso”, avyakta, possibilità di manifestazione in generale, discende la Psiche, Buddhi,
che come Colonna di Luce connette il mondo dello spirito con l’anima
dell’uomo, nella quale essa si individua come esperienza pensante (manas) ed esperienza riflessa dell’io (ahamkâra). Attorno a queste categorie si organizzano gli strumenti della percezione sensoria (nuddhîndriya), in dipendenza delle rispettive facoltà (karmêndriya) da cui gli universali della Natura obiettivata (tan-mâtra), le quidditates che, alla loro volta, danno luogo agli elementi “fisici”.
In
pratica il mondo oggettivo esteriore viene dedotto dallo Spirito
Universale interiormente intuito, per cui alla fine dei conti tutto i
mondo che si dispiega dinanzi ai nostri sensi è un epifenomeno dello
stesso spirito che se lo rappresenta! Questo metafisicamente spiega come
i pensiero tradizionale, deducendo il mondo manifesto dallo Spirito
che, in ultima analisi, è quello che se lo rappresenta, ammetta di poter
operare su quello “magicamente”, partendo dalle facoltà interiori di
rappresentazione e di volontà. Queste facoltà operano su diversi piani a
seconda dell’energia che la volontà cosciente del praticante mette in
funzione.
Di là dal potere logico-discorsivo che coglie il mondo
paralizzato nella sua parvenza “minerale” sulla dimensione
spazio-temporale, a livello di sogno si ha l’immaginazione, che
sperimenta il mondo nella sua realtà di energia pura su di una
dimensione di “durata”, cioè di sintesi temporale, non ancora
frantumata nella successione degli “attimi” (anu); di là da questa, a livello di sonno profondo, l’asceta sperimenta il mondo come pura “sonorità” (nâda), che si rifrange nelle sedici “vocali” (svâra), “vesti di potenza” dell’assoluto (śakti, le “piccole madri”, mâtrikas, della realtà), il quale costituisce la “quarta” dimensione della realtà, essenziata di pura coscienza autoluminosa (prabhâsvaram cittam), pura immanenza in tutte le possibili forme di coscienza.
Questa concezione relativa alla molteplicità degli stati di coscienza, che fra l’altro è eminentemente sviluppata nella letteratura tantrica dell’India, costituisce la base per la speculazione e la pratica dell’ascesi mahâyâna in India e nel Tibet, con un riflesso immediato sullo sciamanesimo Bon-po, che ne ha pienamente accolto la teoria.
Questa
esperienza, più che teoria, dei quattro stati di coscienza è, in
pratica, il fondamento epistemologico su cui si basa la meditazione
filosofica indiana (anvīkşikī), volta non tanto a raggiungere
una spiegazione logica dell’Universo e della nostra esistenza in esso,
quanto a sperimentare concretamente il suo significato e la sua
efficienza, al fine di ottenere la “liberazione in vita” (jīvân-mukti); liberazione da un’esistenza condizionata dall’Ignoranza (avidyâ), dal dolore (duhkha), malattia e morte.
Ma anche, indipendentemente dal caso del vîra,
l’“eroe” che nella pratica dello yoga si propone di conseguire la
libertà da tutti i vincoli e l’immortalità, la penetrazione cosciente e
desta nei livelli in cui l’uomo comune, il pâsu (l’animale),
si assopisce perdendo il senso dell’”io sono”, è la condizione
imprenscindibile anche per l’asceta meno qualificato che miri a
conseguire le siddhi, i poteri magici.
A questo punto si può formulare l’ ipotesi che tutte quelle tecniche psicofisiche, che caratterizzano le varie Religiones Secundae
come lo Sciamanesimo, le forme popolari del Tao-chiao, i culti
estatici, che vegetano come forme crepuscolari liturgico-devozionali
accanto alle grandi religioni, ad esempio i vari ordini di dervisci
nell’Islam (specialmente i Mevlevî ed i Bektashî), attingano quel sapere
frammentario ed evanescente che guida le loro pratiche da una remota
esperienza di quell’insieme di discipline, le quali nella loro interezza
sono tuttora il retaggio curato e filosoficamente giustificato dello
Yoga classico e delle altre forme della medesima disciplina che ci sono
state trasmesse dai Tantra sia hindu che buddhisti, dagli Âgama dello
Śaiva-siddhânta e dal Vajra-yâna mahâyânico. Per loro si tratta di
discendere – giovandosi di vari appigli psicofisici: concentrazione
mentale su adatti monoideismi e stati alterati di coscienza dovuti ad
ingestione di funghi, fumo prolungato, consumo di droghe, ecc. – ad un
livello di coscienza profonda profondo, che non è semplicemente mentale,
bensì implica differenti dimensioni oggettivamente e strumentali, e su
di esso sperimentare non passivamente un’alterazione dell’”appoggio”,
se non addirittura ciò che nel Mahâyâna si denomina “la revulsione
dell’appoggio”, âśraya-parâvrtti, per cui i rapporto con la
realtà fisico-sensibile è causato non più da un passivo determinismo che
l’asceta subisce, bensì da una diversa causalità a cui lo sciamano ha
accesso. Si tratta, per dirla semplicemente, di animare i poteri
dell’immaginazione (non “fantasia”!) sul livello a cui l’uomo comune si
assopisce, dell’ispirazione, al livello (per gli altri!) di sonno
profondo, ove operano le potenze della volontà con un percorso opposto a
quello del pensiero ordinario, e, infine, dell’intuizione, al livello
di catalessi, laddove si attua, di là da qualunque possibile
cogitazione, l’identità fra soggetto ed oggetto dell’esperienza, la
cosmica epopteia (4) dei Misteri antichi.
Fin qui si è
cercato di tratteggiare alcuni caratteri psicologici di coincidenza fra
lo Yoga e lo Sciamanesimo, per cui rimane il dubbio se alcune forme di
Yoga non “classico”, che da millenni si perpetuano nelle scuole
settarie, non rappresentino lo sviluppo ambientale di alcune branche di
sciamanesimo antico, la cui arcaicità può risalire alla scoperta della
fusione dei metalli, data l’importanza, positiva o negativa (vedasi la
maledizione contro la professione di fabbro presso i Berberi di contro
la posizione quasi regale del fabbro tra Altaici, Malesi ed
Estremo-orientali), che assume l’armamentario metallico presso gli
Sciamani. Questo potrebbe essere oggetto di uno studio approfondito di
natura tecnica, antropologica, sociale, ecc.
Volendo riassumere i
caratteri più specificamente comuni delle varie specie di Sciamanesimo
si potrà dire che essi sono quelli relativi all’estasi, all’entrata in
condizioni non usuali di consapevolezza, allo sviluppo di facoltà
extrasensoriali e dei poteri ad esse connessi (siddhi, mna),
ciò che ci riporta al tema dei molteplici stati di coscienza che sono
alla base dello Yoga, sia quello “classico” che quello praticato dalle
numerose sétte gnostiche in India e nel Tibet. Nell’ambito del Vajrayâna e delle scuole da questo derivate nel Tibet (Sahaja-yâna e Kâla-cakra) tali esperienze, che in pratica rivelano diverse dimensioni dell’esperienza cosciente, acquistano una specie di status ontologico, ipostatizzandosi nella triplice ottava di corpo-verbo-mente (kâya, vâk, citta), che corrisponde ai primi tre stati di coscienza postulati, come detto sopra, dalla Mândukya Upanişad o, nell’ambito strettamente soteriologico, dalla realizzazione della quadruplice mudrâ, o dal quadruplice vuoto mediato dall’âśraya-parâvrtti,
la “revulsione” dell’appoggio dato dall’esperienza sensibile del
mondo, la quale “revulsione” conduce alla realizzazione del vuoto (śûnyata, tib. ston-pa-ñid) di là dal mondo dell’Illusione esistenziale (mâyâ, tib. Sgyu-maán, ak’rul-snán).
A voler riassumere, a parte la chiesa Bon-po,
che ha assorbito i criteri fondamentali dell’avversario Buddhismo e si
è perciò organizzata e sistematizzata, lo Sciamanesimo presenta
l’immagine di un sapere estremamente arcaico, proprio ad una
remotissima cultura, ormai crepuscolare, proprio perché si è rarefatto i
tipo umano che la sostentava, per i quale era ancora naturale
l’accesso in diverse condizioni spirituali, nelle quali l’uomo odierno
– assiato su di un’esperienza astratta della realtà – perde la
coscienza. Si tratta di una fase culturale per la quale diciannove
secoli fa Plutarco di Cheronea constatava smarrito la “morte del grande
Pan”.
Sulle ali della nostalgia per una sapienza prossima ad
estinguersi e pur tuttora vivente fra rade popolazioni disperse, lungi
dai percorsi della civiltà moderna, si perpetua ancor oggi la mistica
tradizione dei poteri dell’anima ai quali l’iniziazione schiude
l’accesso. Si tratta essenzialmente di discendere con rinvigorita consapevolezza
negli stati di coscienza medesimi, nei quali la vigile presenza
dell’”io” si attenua e sparisce presso l’uomo comune, mentre per
l’iniziato si accende nell’acquisto di conoscenze che sono
contemporaneamente poteri; primo tra tutti il mistico calore, il tapas, già mentovato nel Rg-veda (X, 136), il tibetano gtun-mo, che permette di trascendere i limiti spaziali e temporali, indi le sei siddhi elencate nei tantra della “mano sinistra” (scrt. Vâma-cara). E’ il mondo delle kha-carînî (tib. mkha agro),
le “viaggiatrici nello spazio” dotate di miracolosa e temibile potenza
(si pensi alle nostrane streghe volanti attorno al famoso Noce di
Benevento).
Resta il dubbio che la condizione animica della “entrata in phronesis” (scrt. Krodha-âveśa, tib. khro-ba),
disciplina individuale che permette lo sciogliersi dalla coscienza
legata alla percezione del mondo materiale, non sia altro che una
“irruzione di stati pre-individuali” con il loro naturale carico astrale
nella coscienza di veglia, condizione ben conosciuta nei Tantra ai
quali si è alluso più sopra. Degenerazioni di questa pratica possono
essere gli stati di amok e di lalat ben conosciuti tra le popolazioni malesi ed indonesiane. Discipline volte alla realizzazione di questa specie di wut sciamanico potrebbero anche essere il furu-tama ed il funa-koshi, praticati in alcune arti marziali giapponesi.
Note
(1) Acharya Shri Tuls: Prevedic existence of śramana tradition, XXVI International Congress of Orientalists, New Delhi, 4-1-1964)
(2) Il termine prototurco dovrebbe essere a rigore kami (non si dimentichi che in giapponese kami sono propriamente gli “spiriti”), mentre il mago con funzione regale è detto bek, bekki.
(3)
Le sette membra cono i sette strumenti dell’azione: il mentale, il
sole e la luna (corrispondenti ai due occhi), il fuoco (il soffio
vitale della bocca), le direzioni dello spazio (l’orecchio), l’atmosfera
(i polmoni), l’etere ove sono foggiate le forme (lo stomaco che
elabora il cibo per l’accrescimento del corpo), la terra (il corpo
umano come materia); le diciannove bocche sono gli strumenti
dell’esperienza: i cinque organi di percezione, le cinque facoltà di
azione, i cinque soffi vitali, il mentale, l’intelletto, il pensiero
associato, l’organo dell’egoità.
(4) Cioè: contemplazione, il più alto livello nell’iniziazione ai Misteri Eleusini.
[Apparso sul numero 3 del primo anno di pubblicazione della rivista simmetria | http://www.simmetria.org]
Grounding Institute –
Associazione Esalen
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D’Agostino
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