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Gli uomini che non comprendono la vita non amano parlare della morte.
Lev
Tolstoj
1. L’attenzione nelle pratiche
psicoterapeutiche
Le pratiche fondate sul controllo e
sulla disciplina dell’attenzione, con lo scopo di liberare la persona da stati
penosi e patologici, non nascono con le psicoterapie moderne, ma vengono
elaborate e strutturate nel corso dei secoli, sia nella cultura occidentale,
sia in quella orientale. L’attenzione rivolta ai sogni, alle fantasie, al
proprio corpo, al futuro, alle proprie emozioni e a quelle degli altri, ecc., è
presente in gran parte, se non in tutti gli approcci psicoterapeutici: cambia
la struttura di sostegno teorico, cambia la focalizzazione su questo o
quell’oggetto, ma l’uso dell’attenzione in psicoterapia è comunque
imprescindibile; non riguarda solo il paziente, ma anche il terapeuta (si pensi
all’attenzione fluttuante descritta da Freud). La teoria che orienta una
psicoterapia, addita l’oggetto, il target, il focus, l’obiettivo
significativo da porre al centro dell’attenzione, mentre la pratica
"gestisce" e guida l’attenzione con varie tecniche, fissandola su
quello che abbiamo genericamente chiamato oggetto, oppure, a seconda dei casi,
allontanandola da esso.
Uno dei più frequenti, ma al tempo
stesso elusivi oggetti dell’attenzione, è da sempre e in tutte le culture la
morte.
2. La morte come oggetto
dell’attenzione
La morte come oggetto
dell’attenzione viene condotta al centro della riflessione umana attraverso tre
canali, già evidenziati da S. Freud (1915): la morte dell’altro (estraneo o
nemico), la morte delle persone care e la morte propria. Per quanto riguarda
quest’ultima, se è vero che non è pienamente pensabile o "credibile",
è però possibile dirigere l’attenzione verso la sua possibilità più che
sulla sua ineluttabilità o irreversibilità, se non addirittura
"essenza". In altre parole, si può pensare, e quindi farne oggetto
dell’attenzione, non tanto alla propria morte in senso lato, ma alla sua
possibilità, concepita e concepibile attraverso la morte dell’estraneo, il
dolore per il lutto, la malattia, la carestia, la sofferenza, la vecchiaia, gli
incidenti, il suicidio, l’aldilà, la rottura di legami, la perdita di ciò che
si possiede, le grandi questioni bioetiche, il rapporto col divino, ecc. Uno o
più d’uno di questi "fuochi" possono diventare oggetti privilegiati
di attenzione entro un sistema strutturalmente coerente (es. una religione; un
approccio psicoterapeutico ecc.) e culturalmente (o sub-culturalmente) legittimato
a tale scopo. Pertanto, la morte (in senso lato), o un suo oggetto (in senso
stretto), diventa di volta in volta tema di meditazione, di riflessione
filosofica, di pensiero focalizzato, di preghiera, di rappresentazione
artistica, ecc. Queste pratiche, disciplinando l’altrimenti morbosa, irrelata e
"selvaggia" attenzione alla morte, aiutano a "pensarla";
suscitano il vissuto che "qualcosa di sensato si può fare" di fronte
alla morte; limitano al massimo le forme di disagio e patologia che essa
indurrebbe: ansia, ruminazione del pensiero, macerazione interiore, pensiero
ossessivo, fobie, aggressività, ecc. Se è vero che ci sono forme patologiche
legate all’attenzione morbosamente rivolta alla morte, è anche vero il
contrario, ossia esistono patologie indotte da un incessante e rigido
allontanamento dell’attenzione da tutto ciò che ricorda, anche vagamente, la
possibilità della propria morte (Becker, 1982; Bauman, 1992). Molte difese
psicologiche sono messe in atto per soffocare l’urlo sordo dell’angoscia, e con
esso il pensiero della possibilità della morte, dando origine a nevrosi (Meyer,
1973) o a condotte quali: l’eroismo esaltato, la ricerca del piacere fine a se
stesso, l’esposizione a pericoli, il "giocare" con la vita degli
altri, o, paradossalmente, alcune forme di suicidio.
Esaminiamo quindi alcune delle più
significative discipline, pratiche, rituali o "tecnologie"
dell’attenzione rivolta alla morte, cercando di inserire ognuna di esse entro
un orizzonte di significato o struttura simbolica dinamica, culturalmente
determinata, e identificando gli oggetti specifici dell’attenzione e lo scopo
della pratica. Limiteremo la nostra analisi alla cultura occidentale, anche se
esempi di tecniche sofisticate di gestione e focalizzazione dell’attenzione sulla
morte, ci provengono dalle millenarie tradizioni delle religioni orientali (due
esempi tra i tanti sono la Marana-Sati: ossia contemplazione e
consapevolezza della morte e il Bardo Thödol: "La Grande
Liberazione nell’Udire nel Bardo" detto anche "Libro tibetano dei
morti").
La riflessione filosofica sulla
morte
"Né il sole né la morte si
possono guardar fissamente", ammoniva La Rouchefoucauld (Maximes, 26),
ma forse non c’è nulla da guardare, la morte in sé è un nulla, sosteneva
Epicuro. Se restiamo sul piano della metafora di La Rouchefoucauld, possiamo
affermare che l’uomo ha escogitato dei sistemi per guardare il sole fissamente
usando cioè dei filtri e ha potuto anche guardarlo "indirettamente",
fissando lo sguardo sui suoi confini (il cielo circostante) e i suoi effetti
(luce, calore, colori, ecc.). L’uomo ha escogitato filtri filosofici attraverso
cui fissare la morte (intesa come non-esserci-più, come nulla) e inoltre ha
potuto esplorare ciò che le sta attorno: i processi della vita, la malattia, i
pericoli, e così via fino ad includere tutti quelli che abbiamo già definito
come "oggetti dell’attenzione alla morte". Nell’età classica latina,
la speculazione filosofica degli stoici sulla morte, viene tradotta in
"pratica" da Lucio Anneo Seneca (4-65 d.C.). Questo filosofo sostiene
che la paura della morte sarebbe più o meno diretta responsabile di tutte le
altre paure, liberandoci da essa otterremmo la liberazione da ogni altra paura.
L’attenzione alla propria morte è dunque una via di liberazione e Seneca
traccia i sentieri che tale pensiero deve percorrere: "non solo non c’è da
temere la morte, ma la sua meditazione ci consente di non temere più
niente" (Epist. III, 24, 1-26). Bisogna pensare spesso alla
propria morte, consiglia Seneca, tenendo "l’anima sempre pronta a partire
[...]. Non è incerta la morte: incerto è solo il tempo della morte. Andiamo
incontro ad essa senza pregare né temere né indietreggiare. Armiamoci contro
questo timore che ci rende vili e c’intossica e ci rovina la vita" (1980,
p.95). Oggetto di attenzione può essere una malattia acuta o cronica che il
saggio utilizzerà come un’occasione per allenarsi a morire, in modo da essere
pronto nel momento in cui giungerà la morte (Epist., VI, 54, 1-7). La
tecnica di Seneca mira a minimizzare la carica di emozioni negative indotte dal
pensiero della morte, rendendola familiare. Seneca suggerisce di pensare che la
morte non è davanti a noi, ma dietro, è il nostro passato, "moriamo ogni
giorno: ogni giorno, infatti, ci è tolta una parte della vita; anche quando il
nostro organismo cresce, la vita decresce" (ivi). Un’altra tecnica
suggerita da Seneca, ma molto diffusa alla sua epoca e, come vedremo,
recuperata dal cristianesimo attraverso l’attenzione rivolta alla morte di
Cristo, dei martiri e dei santi, è quella di ricordare e prestare attenzione a
"casi esemplari". Modelli preferiti da Seneca sono ad esempio Catone
l’Uticense e Cecilio Metello Scipione, morti suicidi con grande coraggio e
dignità.
La tecnica dei casi esemplari da
rievocare e imitare, era preferita anche da Michel de Montaigne (1533-1592) il
quale però prestava attenzione alle modalità bizzarre e inconsuete in cui la
morte poteva accadere: "Eschilo, minacciato dal crollo di una casa ha un
bello stare all’erta: eccolo accoppato dal guscio di una tartaruga sfuggita
dagli artigli di un’aquila in volo. Un altro morì per un acino d’uva; [...]
Emilio Lepido per aver inciampato nella soglia dell’uscio di casa sua; [...] e
fra le gambe delle donne, il pretore Cornelio Gallo, Tigellino; [...] Caio
Giulio, medico, mentre unge gli occhi di un paziente, ecco che la morte gli
chiude i suoi. [...]" (Essais, I, 20). Per Montaigne il nostro
morire o la morte dei cari ci intossica la vita perché lo pensiamo come se si
trattasse di un incidente, di un eccezione, di un evento che non ci toccherà
mai. Quando poi accade, per noi o per i nostri cari e ci sorprende
"all’improvviso e alla sprovvista, che tormenti, che grida, che dolore e
che disperazione [...]!" (ivi), dunque bisogna rendere incessante
il pensiero della morte: "Togliamogli il suo aspetto di fatto
straordinario, pratichiamolo, rendiamolo consueto, cerchiamo di non aver niente
così spesso in testa come la morte. Ad ogni istante rappresentiamola alla
nostra immaginazione, e in tutti i suoi aspetti. All’inciampar di un cavallo,
al cader d’una tegola, alla minima puntura di spilla, mettiamoci immediatamente
a rimuginare: "Ebbene, quand’anche fosse la morte medesima?"; e a
questo pensiero teniamoci saldi e facciamoci forza. In mezzo alle feste e alla
gioia, abbiamo sempre in mente questo ritornello del ricordo della nostra
condizione, [...] così facevano gli Egizi che, nel bel mezzo dei loro festini e
delle loro gozzoviglie, facevano portare lo scheletro d’un morto, perché
servisse di ammonimento ai convitati" (ivi). Quest’ultimo
riferimento di Montaigne all’oggetto di attenzione utilizzato dagli Egizi, ci
permette di introdurre un’altra tecnica di incanalamento dell’attenzione sul
tema della morte, si tratta dell’uso di raffigurazioni pittoriche, perlopiù di
età barocca, riguardanti la caducità di tutto ciò che riteniamo solido e
durevole: dalla gioventù, al fiore; dalla gioia, all’abito di lusso. Gli
oggetti dell’attenzione questa volta sono teschio e tibie, clessidra, armatura
arrugginita e libro ingiallito. I simboli delle Vanità escono dai dipinti per
diventare monili e gioielli: "Savonarola raccomandava di portare su di sé
una testina di morto in osso da guardare spesso" (Ariès, 1977, p.382),
oppure frasi da incidere o dipingere ben in vista sulle travi o sulle pareti
domestiche, del tipo: Memento mori; Respice finem; Dubia
omnibus [hora] ultima; Per omnia vanitas.
In tempi recenti, la penna velenosa
e spudorata del pensatore rumeno Emile Cioran (1911-1995), ha più volte
scritto, in forma aforistica, della necessità di pensare alla propria morte
utilizzando immagini concrete e "crude" (com’è nello stile dello
stesso Cioran); citiamo un esempio: "Per vincere il panico o una
inquietudine tenace non c’è nulla di meglio che immaginare la propria sepoltura.
Metodo efficace, alla portata di tutti. Per non dovervi ricorrere troppo spesso
durante la giornata, la cosa migliore sarebbe provarne il beneficio fin dal
risveglio. Oppure farne uso solo in momenti eccezionali, come il papa Innocenzo
IX, il quale, avendo ordinato un quadro che lo raffigurava sul letto di morte,
vi gettava uno sguardo ogni volta che doveva prendere una decisione
importante" (1973, p.110). Non meno diretto e nichilista è Miguel De
Unamuno (1864-1932) il cui terrore del nulla non gli impedisce di praticare e
consigliare la meditazione sulla morte: "Per quanto, sul principio, ci sia
angosciosa questa meditazione sulla nostra mortalità, ci risulta infine
corroborante. Raccogliti in te stesso, lettore, pensa al lento disfacimento di
te stesso: la luce ti si spegne, le cose si fanno mute e non danno più suono
fasciandoti nel silenzio, ti si struggono tra le mani gli oggetti, ti scivola
via il terreno da sotto i piedi, svaniscono come in un deliquio i ricordi,
tutto si va dissolvendo nel nulla e tu stesso ti dissolvi e non ti rimane
neppure la coscienza del nulla, sia pure come fantastico appiglio ad un’ombra.
[...] Il rimedio è confrontarsi faccia a faccia, fissando lo sguardo nello
sguardo della sfinge; è così che si spezza il suo incantesimo" (1913,
pp.46-47).
3. La meditazione cristiana sulla
morte e l’ars moriendi
Il pensiero della morte è stato da
sempre additato dal Cristianesimo come una via da seguire con perseveranza e
per tutto il corso della vita. Già nella Bibbia echeggia ripetutamente
l’ingiunzione: "Ricordati che sei cenere e che cenere diventerai"
(Giobbe, 34,15) e Gesù invita alla vigilanza serena e attiva, a tenersi sempre
pronti alla morte: "Vigilate, dunque, poiché non sapete né il giorno né
l’ora" (Mt, 25,13). La letteratura cristiana antica è un intrecciarsi di
insegnamenti, preghiere e tecniche di meditazione sulla morte; per Giovanni
Crisostomo (IV sec. d.C.) le parole di Qohelet, Vanità immensa: tutto è
vanità (Qo 1,2) "andrebbero incise da ogni parte, sulle mura, sugli abiti,
in piazza, nelle case, nelle strade, sulle porte, negl’ingressi, e prima di
tutto nella coscienza di ciascuno, oggetto di riflessione. Gl’inganni, le
finzioni e l’ipocrisia sembrano a molti verità; perciò ogni giorno, a pranzo e
a cena, nelle conversazioni, bisogna che ognuno di noi ricordi a chi gli sta
vicino, e da lui ascolti a sua volta, che "vanità delle vanità, tutto è
vanità"" (pp.71-72). Potremmo continuare con citazioni di
Sant’Agostino, Sant’Ambrogio di Milano, Origene e altri Padri della Chiesa,
alla fine ci accorgeremmo che c’è un filo comune che attraversava i loro
scritti, una preoccupazione più o meno esplicita, è come se l’attenzione
portata continuamente sulla propria condizione di "essere morente",
di "vanità tra le vanità", mitigasse le pulsioni sfrenate
dell’"essere vivente", moderasse la cieca esplosione delle passioni e
di ogni vizio, in una parola, limitasse le spinte verso il peccato:
"Ricorda la tua fine e cessa di odiare, pensa alla morte e alla corruzione
e persevera nei precetti", ammonisce l’Ecclesiastico (28, 6). Il peccato,
insieme all’attenzione attratta da ciò che è caduco, porterebbero l’uomo a
illudersi di vivere eternamente, quando invece tutto è vano nel mondo, tutto è
impermanente. Il pensiero rischia di perdersi nella selva del peccato e quindi
va salvato "addomesticandolo", va reso docile e moderato attraverso
il pensiero della morte. A tale proposito, frate Heitor Pinto (?-1584), uno dei
più importanti autori della letteratura religiosa portoghese, scrive nel suo Dialogo
sul pensiero della morte: "Il pensiero [...] devi tenerlo imprigionato
come schiavo fuggitivo e tenerlo occupato in santi esercizi. Quando ti sfugga,
un buon rimedio per riprenderlo e metterlo a posto è precisamente il ricordo
della morte [...]. Devi riflettere e dire a te stesso: "Io cammino verso
la morte, vado al giudizio, dovrò render conto della mia vita [...]". Su
queste cose devi spesso meditare e devi ogni giorno comportarti come se sapessi
che debba essere l’ultimo della tua vita: devi tenere sempre la tua fine
innanzi agli occhi. Insomma, se vuoi essere chi devi essere, ricordati di ciò
che devi essere, perché il pensiero della morte ti farà considerare chi sei
[...]. Conoscendo la natura delle cose del mondo, viviamo senza conoscere noi stessi:
ma, prendendo in mano lo specchio del pensiero della morte, guardandolo,
vediamo in esso noi stessi" (1572, pp.999-1000).
L’importanza della attenzione alla
morte in ambito cristiano, trova la sua forma disciplinata e popolare nella
pratica codificata dell’Ars moriendi.
L’Ars moriendi è un genere
letterario diffuso in Europa tra il basso Medioevo e il Rinascimento (con
qualche esempio più tardo anche nel ’600 e ‘700). Si contano circa trecento
opere, "[...] opuscoli ascetico-spirituali, originariamente in latino,
contenenti esortazioni e preghiere, talvolta corredati anche di illustrazioni e
didascalie, per la preparazione alla morte" (Autiero, 1984, p.12). Tali
"manuali" erano destinati sia al popolo che ai letterati.
Si conoscono tre forme di Ars
Moriendi: la prima riguarda le "cinque tentazioni" contro
altrettante virtù (fede, speranza, pazienza, umiltà e generosità). Se il
morente fosse riuscito a superarle, si pensava che la sua anima sarebbe stata
portata in cielo dagli angeli.
La seconda forma è un insieme di
preghiere e meditazioni sulla morte che devono recitare coloro che assistono il
morente.
La terza forma infine, è una serie
di citazioni bibliche con commenti e considerazioni sulla morte.
Possiamo meglio comprendere
l'importanza della diffusione di queste opere, se le collochiamo all'interno di
una più ampia moda letteraria in voga a quei tempi. Infatti allora si
stampavano veri e propri manuali pratico-didascalici (da cui il nome "ars")
su modi di comportarsi in varie situazioni e vicende della vita: sul galateo,
sul corteggiamento, sull'istruzione, ecc. Quindi la morte diveniva oggetto di
attenzione in quanto argomento da manuale, e non è una battuta umoristica se si
pensano i testi di Ars moriendi come veri e propri vademecum per
i morenti e per chi li assiste (non mancano a tale proposito esempi anche più
recenti, come un libricino tascabile del 1841, intitolato: Il sacerdote
provveduto per l’assistenza dei moribondi). Dunque, può essere di sollievo
non tanto il fatto che si possono evitare le pene dell’inferno morendo bene, ma
il fatto stesso che anche il morire può divenire oggetto di apprendimento come
il ben parlare e scrivere o il ben servire a tavola.
Tra i più importanti trattati
italiani di Ars Moriendi ricordiamo: De modo bene moriendi (P.
Barozzi, 1531), Dottrina del bene morire (Pietro di Lucca, 1520), De
arte bene moriendi (S. Roberto Bellarmino, 1621), Peregrino della terra
ovvero apparecchio per la buona morte, (V. Caraffa, 1645) e Apparecchio
alla morte (S. Alfonso M. De Liguori, 1762). Uno dei più autorevoli autori
stranieri è Erasmo da Rotterdam (1466-1536). Nella sua famosa opera di Ars
Moriendi: De praeparatione ad mortem, del 1534, egli cita due
"rimedi" contro la paura della morte. Il primo invita il lettore a
percorrere mentalmente le tappe della vita per rendersi conto della sua
caducità e di quanto essa sia piena di preoccupazioni e dolori.
"L'infanzia innocente, la fuggevole adolescenza, la gioventù bruciata, la
precoce vecchiaia: cos'è tutto ciò se non un punto rispetto a quell'eternità
verso la quale andremo se saremo vissuti pienamente, o che ci sarà negata se
saremo vissuti empiamente? La seria riflessione su tutte queste cose è un gran
rimedio contro la paura della morte" (p.51).
Il secondo rimedio si basa
maggiormente sulla fede in Dio che "[...] ha trasformato la morte, che
prima era passaggio agli inferi, [...] ora è ingresso a celesti delizie. [...]
Cristo ha reso certissima la speranza che i nostri corpi risorgeranno
nell'ultimo giorno e che, glorificati, riceveranno ognuno la propria anima, per
il loro eterno gaudio" (ibidem).
L’Ars Moriendi propone anche
rimedi per liberarsi dalla paura della "seconda morte", la morte
spirituale, che conduce alle pene eterne dell'inferno. Per superare questa
paura bisognerebbe vivere seguendo i comandamenti divini, e ciò rende chiara la
finalità dell’Ars moriendi come educazione alla vita: Ars vivendi.
Considerazioni psicologiche
Le tecniche fin qui descritte,
rappresentano un minuscolo frammento della varietà di strategie per "pensare
la morte" che la nostra cultura ha saputo realizzare; non è escluso che in
futuro ne crei di nuove o modifichi quelle esistenti in funzione delle sempre
più magmatiche riconfigurazioni a cui va incontro la cultura occidentale
post-moderna. Rileggendo le tecniche tradizionali di attenzione alla morte,
possiamo formulare alcune considerazioni di carattere psicologico o
psicodinamico.
Possiamo iniziare osservando la
presenza del processo del modellamento alla base di molte tecniche di
spostamento dell’attenzione sulla morte: si tratta di modelli positivi da
imitare (es. meditare sulla morte di Gesù) o negativi da evitare (es. un
criminale giustiziato pubblicamente). Appare altresì chiaro il processo di
desensibilizzazione: a lungo andare il reiterato pensiero circa la possibilità
della propria morte, diventa familiare, emotivamente neutro, e quindi
accettabile e meno ansiogeno; cioè accettando il "pensiero" si
finisce per accettare la "morte" o comunque, la si crede
effettivamente pensabile o affrontabile. La familiarizzazione si può
raggiungere anche attraverso la visione prolungata e culturalmente
"disciplinata" di cadaveri (come avviene in alcune meditazioni del
Buddhismo tibetano) o attraverso continui pellegrinaggi alle tombe di santi le
cui spoglie a volte sono visibili attraverso un cristallo o partecipando a riti
funebri o a feste tradizionali (carnevale, Halloween, ecc.). Non è escluso che
una progressiva familiarizzazione con morte, possa essere raggiunta da molti
narratori o saggisti proprio scrivendo opere sulla morte e il morire. In questo
caso la scrittura sarebbe una tecnica per tener ferma l’attenzione sul tema
della morte. Scrivere sulla morte, anche se si scrive un trattato per
dimostrare che essa è impensabile e che non può essere oggetto di attenzione, è
esso stesso un esercizio di attenzione alla morte! A rigore di logica, chi è
fermamente convinto che la morte sia impensabile o comunque che sia un aspetto
della vita a cui è meglio non pensare, non scriverà mai un libro su di essa.
La riflessione sulla morte consente
di riconoscerla come costitutiva della vita e non solo come l’evento finale, di
cui non faremo mai pienamente esperienza. La morte mette in primo piano la
temporalità della vita. Riflettere sulla morte è riflettere sul tempo e sulla
natura temporale dell’essere umano. L’attenzione alla morte è attenzione al
proprio futuro, e il futuro è una dimensione fondamentale per la propria vita,
per ogni condotta, per ogni motivazione. La morte come evento biologico è la
fine di ogni futuro, tracciandone i confini, la morte lo rende visibile, lo
rende figura, lo feconda e impreziosisce. La dimensione futura diventa
dimensione escatologica in chi crede in una vita dopo l’evento morte, e anche
in questo caso, ma in un contesto di fede religiosa, la vita diventa la
preparazione al futuro che la seguirà.
Minore è la possibilità di
condividere socialmente tematiche relative alla morte, maggiore è l’angoscia;
più il singolo si sente solo di fronte alla morte, più è angosciato; il
pensiero della possibilità della propria morte rischia sempre di arenarsi sulle
secche del solipsismo, perché la propria morte non è esperienza condivisibile:
"sono io che muoio", ed ogni uomo è solo di fronte alla propria
morte. Pensare alla possibilità della propria morte o al processo del morire
proprio o altrui è molto più semplice se avviene in un contesto di gruppo o di
comunità: dagli aderenti a un culto religioso, agli spiritisti in seduta
medianica; dagli studenti di medicina attorno al cadavere sezionato, alla folla
che assiste a una decapitazione in piazza. Pensiamo all’usanza di costruire
tombe di famiglia o alla volontà espressa da molti di farsi seppellire accanto
al proprio coniuge e ci convinceremo ulteriormente della forza del gruppo,
della necessità di un mit-Dasein, esserci-con-qualcuno per affrontare la
crisi della morte. Persino chi, in seguito a un grave pericolo per la propria
vita, ha vissuto la cosiddetta "esperienza di pre-morte", dopo aver
vissuto il "distacco" dal proprio corpo viene colto da stupore e
lacerante solitudine, incontra degli "esseri di luce" irradianti
amore.
La forza dei miti e dei rituali
collettivi sulla morte, socialmente condivisi e culturalmente legittimati, sta
nella loro natura profondamente sociale e nella loro capacità di disciplinare e
guidare l’attenzione alla morte, offrendole oggetti, reti simboliche e
orizzonti di significato socialmente condivisi e "negoziati".
In psicoterapia di gruppo o in
gruppi di auto-aiuto o d’incontro, è nota l’efficacia "terapeutica"
dell’attenzione gruppale rivolta a tematiche ed emozioni riguardanti la morte
propria o altrui. In questo caso è presente un contesto (il setting
terapeutico) e una tecnica (legata ad un approccio teorico) in grado di
contenere e controllare l’altrimenti "selvaggia" e ansiogena
attenzione alla morte. A tale proposito sono state ideate e sviluppate svariate
tecniche, come ad esempio: scrivere le proprie ultime volontà o il testamento;
simulare la comunicazione di una diagnosi infausta; visualizzare il proprio
funerale; meditare sulle pause del ciclo di respirazione; esercitare il
silenzio; esplorare emozioni e vissuti legati all’"assenza", al
pensiero del non-esserci-ancora che precedeva la nascita; disegnare la lapide
della propria tomba completa di epitaffio; visitare in gruppo il cimitero;
drammatizzare un dialogo con una persona cara defunta; visualizzare il momento
della propria morte ecc. Questi esercizi di attenzione alla morte, possono
essere preceduti e/o seguiti da una seduta di rilassamento e inoltre sarebbe consigliabile
procedere per gradi, da un minimo a un massimo di coinvolgimento, secondo la
tecnica psicoterapeutica di desensibilizzazione sistematica (Tausch e Conte,
1988; Kuiken e Madison, 1987-88). Lo scopo di questi esercizi non
necessariamente è quello di abbassare il vissuto di paura nei confronti della
morte o di ciò che ad essa si riferisce, ma quello di offrire la possibilità di
acquisire maggiore consapevolezza circa la vita e circa i bisogni che spesso si
nascondono dietro l’atteggiamento verso la morte. La stessa paura della morte,
quando è intesa in senso biologico come cessazione dei processi vitali, è
adattiva. La paura in generale è una reazione di allerta dell’organismo che si
sente minacciato. Non va eliminata, ma circoscritta e controllata. Sapere ciò
che si teme quando si dice di avere la generica, panica e quindi elusiva
"paura della morte", aiuta a vivere meglio la vita, a riconoscere i
pericoli concreti o solo immaginati e a farvi fronte. Ecco dunque che
l’attenzione alla morte può essere considerata come una delle espressioni del
bisogno di sicurezza: "se sto attento, se vigilo, mi salvo". Non si
tratta però solo di semplice e istintivo pre-occuparsi della morte al fine di
preservare la vita, nell’uomo accade qualcosa di più complesso. Le millenarie
tecniche di attenzione e meditazione sulla morte stanno ad indicare un bisogno
umano di mantenere l’ordine mentale e sociale, di controllare e contenere
l’angoscia, di "sentirsi" e riscoprirsi quotidianamente vivi e alla
ricerca continua di un senso. Una cultura che nega la morte, frustra un
bisogno, non lo riconosce, lo confonde con altri bisogni o lo tabuizza e ciò
può contribuire all’insorgere di uno stato di disagio esistenziale, di
inquietudine del pensiero, di ricerca di illusorie certezze, fino alla nevrosi.
La "psicologia esistenziale" ha ben compreso l’importanza della
attenzione alla propria morte: "solo l’integrazione del concetto della
morte nel proprio sé -scrive Herman Feifel- rende possibile un’esistenza
autentica e genuina. Negando la morte si paga con un’angoscia indefinita e con
l’autoalienazione. Per capire completamente se stesso l’uomo deve affrontare la
morte, deve essere consapevole della propria morte" (Feifel, 1969).
L’attenzione indisciplinata fugge
dal pensiero della morte, non lo tollera, ma non può liberarsene totalmente, la
morte è il tarlo che rode dentro, direbbe William James. La fuga è impossibile
e si finisce per oscillare tra i due poli della tanatofobia e della
"pornografia della morte", disperato tentativo, quest’ultimo, di
inflazionarla, di spettacolarizzarla, di sfidarla, di "esportarla"
verso gli altri esseri viventi, di abbracciarla come un pugile in difficoltà
abbraccia il suo invincibile avversario con la speranza di non finire K.O.
L’intolleranza verso il pensiero della morte può essere strumentalizzata da chi
detiene il potere, per dirigere l’attenzione delle masse dove ha interesse che
questa si focalizzi. L’attenzione disciplinata alla morte è una via possibile
per vivere autenticamente, accrescere la consapevolezza e la libertà
"nella" vita: "Tu muori proprio perché sei un essere pensante,
cosciente, libero", sostiene Feuerbach (1830) collegandosi al pensiero di
Hegel (1817), per il quale l'uomo, proprio in virtù del suo essere mortale,
diventa creatore di storia e dialetticamente rivoluzionario, ciò non è invece
vero per l'animale: l’uomo muore, l’animale finisce!
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Tratto da INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria, n° 32-33, pagg.78-85, settembre 1997 - aprile1998, Roma
Grounding Institute – Associazione Esalen
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