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Che cos’è la trance? Essa consiste essenzialmente in uno stato di
coscienza diverso da quello ordinario in cui trascorriamo la maggior
parte della nostra vita. Uno stato tutto sommato poco studiato e
conosciuto, verso il quale molti manifestano diffidenza, perplessità,
paura. Questo studio cerca di fare un po’ di luce su alcuni degli
innumerevoli fenomeni psicologici connessi agli stati di trance perché
questi possano essere conosciuti, rivalutati e presi in seria
considerazione in campo sperimentale e clinico, offrendone al tempo
stesso un’interpretazione. Questa si fonda su due principali approcci
esplicativi: uno è costituito da certe teorie etno-antroplogiche
sufficientemente emancipate da una visione esclusivamente centrata sulle
esperienze e sui parametri forniti dalla civiltà occidentale (ad es.
gli studi di De Martino, Rouget, Lapassade), l’altro dalla teoria della
dissociazione psicologica derivante dagli studi sulla coscienza e le sue
alterazioni (il filone che dal magnetismo e lo spiritismo conduce agli
studi di Janet sulla disaggregazione psicologica).
La trance costituisce in effetti un fenomeno caratterizzato da una
componente psicologia e da una componente socio-culturale; si manifesta
con un particolare comportamento del corpo, determinato e modellato
dalla cultura di appartenenza, e con un’alterazione dello stato di
coscienza del soggetto che la sperimenta.
Ripercorrendo la genesi del termine trance, vediamo come questo sia
stato per parecchi secoli legato ad un’idea di transizione, di passaggio
(dal latino transir = passare, trapassare) e dunque di cambiamento e di
rottura con la coscienza abituale. Questa rottura può essere provocata
da un’ampia varietà di stimoli: dall’uso di sostanze psicotrope
all’ingestione di bevande alcoliche, dalla suggestione ipnotica a certe
tecniche di respirazione, dall’iperstimolazione sensoriale (musica,
danza) alla ripetizione ossessiva di comportamenti corporei.
Ipotizziamo che la sperimentazione di stati di trance risalga
pressoché alle origini dell’uomo, collocando nel Paleolitico superiore
la comparsa delle prime società tribali; all’interno di queste culture
primordiali si compivano periodicamente rituali di natura religiosa in
cui lo sciamano, una figura di mistico guaritore e protettore delle
anime della tribù, cadeva in trance.
I primi cenni storici sufficientemente documentati di questo fenomeno
li abbiamo individuati nelle descrizioni dei rituali collettivi in
onore di Diòniso ed altre divinità mediterranee o medio-orientali che si
svolsero negli ultimi secoli a.C. e nel cosiddetto profetismo estatico
ebreo e greco (la Pizia, la Sibilla). Queste manifestazioni religiose
comportavano la sperimentazione di stati di trance, di cui parla anche
Platone in termini di mania.
Un altro periodo storico in cui si assistette al fermento ed allo
sviluppo, a tratti epidemico, di trance individuali e collettive, fu
l’alto Medioevo; tra il 1200 e il 1600 circa si possono trovare molti
esempi di epidemie di danze convulsive nell’Europa centro-settentrionale
(il ballo di San Vito), tra cui l’interessantissimo caso del tarantismo
pugliese, nonché del fenomeno della possessione demoniaca, diffusa in
quasi ogni angolo del continente europeo.
La trance costituisce dunque uno stato di coscienza definito
“alterato”, differente sia dalla veglia che dal sonno, simile per certi
versi allo stato di sogno oppure a certe manifestazioni psicopatologiche
di natura isterica o affine.
Per quanto riguarda quest’ultima affermazione, vorremmo evitare di
inquadrare gli stati di trance in una definizione strettamente
psicopatologica, prendendo decisamente le distanze da una tradizione che
etichetta come isterica, o addirittura schizofrenica, ogni fenomeno di
dissociazione psicologica e ampliando i nostri orizzonti con l’apporto
dell’indagine antropologica.
Perveniamo così alla formulazione di un’ipotesi di lavoro per cui la
trance costituisce un dispositivo psicobiologico, naturale ed
universale, che si manifesta in maniera estremamente diversificata a
seconda del contesto storico, culturale, sociale e situazionale.
Chiariamo quest’ultimo concetto con degli esempi.
Possiamo associare la trance ipnotica ad un movimento di psicologia
sperimentale che prese le mosse dalle trance convulsive indotte da
Mesmer, passò per la scoperta del sonnambulismo artificiale (che nel
1851 prenderà il nome di ipnotismo) e dal suo uso applicato alla clinica
ad opera di più d’una generazione tra magnetisti ed ipnotisti,
attraversò così tutto il XIX° secolo, per arrivare agli studi di Pierre
Janet ed alla sua teoria della disaggregazione psicologica; quest’ultima
venne elaborata dallo psicologo francese sulla base delle proprie
ricerche ed esperienze, delle speculazioni di Moreau (de Tours) sulla
fenomenologia psicologica risultante dagli effetti dissociativi
dell’hashish e del patrimonio teorico accumulato nel corso del secolo
riguardo ai fenomeni ipnotici. Vediamo come, nel passaggio tra il XIX° e
il XX° secolo, Freud operò una parziale ma netta rottura con questa
tradizione e con lo sterminato bagaglio di conoscenze teoriche e
pratiche sviluppate nel corso del secolo passato; sostituì la trance
ipnotica e la teoria della dissociazione psicologica con la semi-trance
dell’apparato psicoanalitico.
Il movimento appena descritto passò, nella seconda metà del XIX°
secolo, attraverso lo studio dei fenomeni spiritici e dell’evocativa
figura del medium, un individuo capace di sperimentare stati
dissociativi (la trance medianica) che lo mettono in condizione, secondo
la tradizione spiritista, di entrare in contatto con gli spiriti di
persone defunte.
La trance medianica si riferisce al concetto pi generale di trance da
possessione, che si manifesta in diversi contesti: nei rituali di
numerose culture primitive di ceppo africano, in cui si assiste alla
possessione dell’adepto da parte degli spiriti e/o dalle divinità locali
(dal vodu haitiano al bori nigeriano), nel caso a noi più familiare
della possessione demoniaca, che richiede l’intervento del rituale
esorcistico, e in certe forme di profetismo estatico e veggenza (caso
della Pizia dell’oracolo di Delfi, che si auto-induce uno stato di
trance per essere posseduta dal dio Apollo).
Lo studio della trance ipnotica ebbe inizio, già con Mesmer e i primi
magnetizzatori, nel segno dell’isteria e procedette in questa direzione
fino alla fine del XIX° secolo. Fu Charcot il primo a proporre una
teoria sull’isteria che prendeva in considerazione gli innegabili
elementi in comune che intercorrono tra lo stato dissociativo che si
accompagna alla crisi isterica e la trance ipnotica; quest’ultima
costituì per il neurologo francese il principale strumento
d’esplorazione del fenomeno della trance isterica. Dopo di lui, Janet
sviluppò ulteriormente ed in maniera originale il potenziale
sperimentale e terapeutico dell’ipnosi, allargando il campo dei suoi
studi sulla dissociazione psicologica fino a comprendere la possessione
demoniaca e il medianismo spiritista.
Si iniziò così a delineare la possibilità di riunire sotto un
denominatore comune tutta una serie di fenomeni che, seppur con
manifestazioni in parte differenti tra loro, hanno in comune il fatto di
presupporre tutti il meccanismo della dissociazione psichica. Questo
orientamento ci porta a rivalutare, seppur parzialmente, la posizione
dell’isteria e di tutte quelle nevrosi considerate fino a circa un
secolo fa di natura isterica, come le fughe o le personalità multiple,
interpretandone le manifestazioni e i sintomi come espressioni
culturalmente determinate del meccanismo dissociativo in atto.
L’interesse per la trance in campo antropologico non si è forse mai
spento, mentre in ambito psicologico, o più specificatamente
psicoterapeutico, dalla svolta freudiana in poi l’utilizzo del paradigma
della dissociazione e delle tecniche ipnotiche si è eclissato per un
lungo periodo.
Negli ultimi dieci-venti anni si è assistito invece ad una rinnovata
attenzione, sia in ambito sperimentale che clinico, per l’ipnosi;
qualcuno parla di “movimento neo-dissociativo”.
Hilgard cerca di recuperare un modello della coscienza che era stato
abbandonato con l’adozione del modello freudiano; stiamo parlando del
modello janettiano della doppia coscienza, che utilizza l’ipnosi come
strumento di ricerca sperimentale della struttura e del funzionamento
della mente. Giovanni Miti riesuma ed adopera le tecniche ipnotiche per
la terapia del disturbo da personalità multiple (DPM), che compare oggi
all’interno della nosografia del DSM IV all’interno dello spettro dei
disturbi dissociativi. Milton Erickson adotta un approccio ed uno stile
comunicativo molto originali, tramite i quali accede al potenziale
subconscio del paziente, depotenziando al tempo stesso i pregiudizi, gli
schemi e le convinzioni limitanti che attribuisce all’Io cosciente.
Per concludere, proporrei una breve riflessione: noi tutti viviamo in
una realtà consensuale, all’interno della quale il nostro stato
ordinario di coscienza è considerato l’unico naturale o normale, mentre
abbiamo visto come in ogni individuo vi siano le potenzialità
psico-fisiologiche per sperimentare un’ampia gamma di stati di
coscienza, definiti alterati per convenzione culturale; invece di
incapsulare questi stati secondi in definizioni strettamente patologiche
o di relegarli in realtà marginali ed equivoche, come le sottoculture
dedite all’uso di sostanze stupefacenti o certi sedicenti movimenti
neo-mistici che perseguono lo sviluppo di una spiritualità grossolana e
dozzinale, possiamo utilizzare alcuni stati dissociativi, come la trance
ipnotica, per accedere a delle risorse interiori che altrimenti
resterebbero imprigionate nella nostra limitata e limitante coscienza
ordinaria.
Lo studio delle culture tradizionali nell’ambito dell’antropologia
psicologica e dell’etnopsichiatria ci ha permesso di giungere alla
nozione di trance come risorsa e come modalità di dialogo tra la nostra
abituale consapevolezza e il continente sommerso del nostro subconscio.
Possiamo dunque supporre, a ragione, che questo rappresenti un serbatoio
pressoché infinito in cui vengono conservati i nostri desideri più
autentici, le passioni più intense e le potenzialità umane e creative
che non hanno avuto la possibilità di esprimersi pienamente.
Proponiamo dunque la trance come un incontro con noi stessi, come
un’esplorazione di una regione della psiche altrimenti inaccessibile
alla ricerca di possibili traumi emotivi che limitino le nostre
potenzialità interiori, ma soprattutto, ripetiamolo, di risorse
affettive, immaginative e relazionali, in una prospettiva veramente
evolutiva per la nostra specie.
Tratto da www.vertici.it
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