GROUNDING INSTITUTE - Centro Studi Bioenergetica
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La civiltà dell’empatia di Luigi Anepeta - Parte II |
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lunedì 28 novembre 2011 |
5.
L’Era nascente del capitalismo distribuito è il titolo dell’ultimo
capitolo nel quale Rifkin propone la sua “ricetta” per salvare il
pianeta: l’avvento di una terza, grande rivoluzione industriale che
porrà fine al saccheggio delle risorse naturali, comporterà un aumento
della qualità della vita per tutti gli esseri umani e valorizzerà al
massimo grado la socialità empatica.
La rivoluzione in questione si fonda sull’uso delle energie
rinnovabili – energia solare, eolica, idroelettrica, geotermica,
oceanica e da biomassa -, sulla costruzione di edifici su tutta la
faccia della terra attrezzati per produrle, sullo stoccaggio delle
energie sotto forma di idrogeno e sulla configurazione di una rete
elettrica intelligente interconnesssa atta a coordinare le richieste e i
flussi di energia durante i momenti di picco e di minimo della
produzione e della domanda.
Fuoriuscire dalla civiltà del petrolio e del carbone e accedere alla civiltà delle energie distribuite è un passaggio epocale:
La transizione verso la Terza rivoluzione industriale richiederà una
radicale riconfigurazione dell’intera infrastruttura economica di
ciascun paese, creando milioni di posti di lavoro e un’infinità di nuovi
beni e servizi. I paesi dovranno investire massicciamente in tecnologie
legate alle energie rinnovabili, convertire milioni di edifici per
trasformarli in impianti di generazione, integrare l’idrogeno e le altre
tecnologie di stoccaggio dell’energia in tutte le infrastrutture
nazionali, passare dalle automobili con il motore a combustione interna a
quelle con motore elettrico alimentato dalla rete o dalle celle a
combustibile a idrogeno, e predisporre una rete di distribuzione
elettrica intelligente.
Il lavoro di rifacimento delle infrastrutture nazionali e di
riconversione industriale richiederà un’immensa opera di formazione e
riaddestramento della forza lavoro, su scala paragonabile a quella della
formazione vocazionale e professionale agli albori della Prima e della
Seconda rivoluzione industriale. La nuova forza lavoro ad alta
tecnologia della Terza rivoluzione industriale dovrà avere competenze
nel campo delle energie rinnovabili, dell’edilizia ecologica,
dell’informatica integrata, delle nanotecnologie, della chimica
sostenibile, dello sviluppo delle celle a combustibile, della gestione
digitale delle reti elettriche, del trasporto ibrido e alimentato a
idrogeno, e di centinaia di altri settori tecnici.
Imprenditori e manager dovranno essere educati a trarre vantaggio da
modelli operativi avanzati, come l’open source e le reti, l’energy
performance contracting (EPC, una forma contrattuale in cui la
remunerazione è legata al risparmio energetico conseguito dal cliente),
la ricerca e le strategie di sviluppo distribuite e collaborative, la
logistica e la gestione della catena dell’offerta sostenibili a basse
emissioni. I livelli di competenza e gli stili di gestione della forza
lavoro della Terza rivoluzione industriale saranno qualitativamente
diversi da quelli richiesti dalla Seconda rivoluzione industriale.
Una interrete intelligente e integrata permetterà a ogni paese di
produrre la propria energia e di condividere eventuali surplus con i
paesi confinanti, in un approccio «reticolare» alla sicurezza energetica
globale. Nel momento in cui una regione dovesse godere di un temporaneo
aumento o surplus della propria produzione di energia rinnovabile,
questo potrebbe essere condiviso con le regioni che in quello stesso
momento si trovano in una condizione meno favorevole.
La Terza rivoluzione industriale porterà a una nuova visione sociale in
cui anche il potere, oltre all’energia elettrica, sarà ampiamente
distribuito, incoraggiando nuovi e più elevati livelli di collaborazione
fra persone e popoli. Così come la rivoluzione della comunicazione
distribuita dell’ultimo decennio ha contribuito a diffondere il pensiero
reticolare, la condivisione open source e la democratizzazione della
comunicazione, la Terza rivoluzione industriale si accompagnerà alla
democratizzazione dell’energia. Cominciamo a intravedere un mondo in cui
centinaia di milioni di persone sono illuminate, in senso sia politico
sia energetico, con conseguenze incalcolabili in termini di vita sociale
e politica.
La democratizzazione dell’energia diviene uno dei punti chiave della
nuova visione sociale distribuita. L’accesso all’energia diventa un
diritto sociale inalienabile nell’era della Terza rivoluzione
industriale. Il Novecento ha visto l’estensione delle garanzie politiche
e l’allargamento delle opportunità educative ed economiche a milioni di
persone in tutto il mondo. Nel ventunesimo secolo anche l’accesso
individuale all’energia diventa un diritto sociale e umano: ogni essere
umano deve avere il diritto e l’opportunità di produrre la propria
energia localmente e di condividerla con altri in interreti locali,
nazionali e continentali. Per una nuova generazione che sta crescendo in
una società meno gerarchica e più interconnessa, la capacità di
condividere e produrre la propria energia in una interrete a libero
accesso sarà considerata un diritto e una responsabilità primaria.
La transizione, destinata a durare mezzo secolo, dalla Seconda alla
Terza rivoluzione industriale modificherà radicalmente il processo di
globalizzazione. L’effetto più marcato si avrà probabilmente sulle
società in via di sviluppo. La mancanza di accesso all’elettricità è uno
dei fattori chiave della perpetuazione della povertà. Viceversa,
l’accesso all’energia significa maggiori opportunità economiche. Se
milioni di individui in comunità sottosviluppate diventassero produttori
della propria energia, il risultato sarebbe un notevole cambiamento
negli equilibri di potere: le popolazioni locali sarebbero molto meno
soggette alla volontà dei lontani capoluoghi politici; inoltre, le
comunità sarebbero in grado di produrre beni e servizi localmente e di
scambiarli. Questa è l’essenza della politica di sviluppo sostenibile e
di riglobalizzazione dal basso. Le nazioni avanzate, operando attraverso
imprese e organizzazioni della società civile, potrebbero contribuire a
facilitare la fase successiva della globalizzazione sostenibile,
reindirizzando gli aiuti allo sviluppo, promuovendo la macro‑ e la
microfinanza e il credito, e offrendo lo status di partner commerciale
privilegiato al fine di aiutare i paesi sottosviluppati ad avviare la
Terza rivoluzione industriale.
Il passaggio dalle energie elitarie (combustibili fossili e uranio) alle
energie rinnovabili distribuite porta il mondo fuori dalla
«geopolitica» che ha caratterizzato il ventesimo secolo, per farlo
entrare nella «politica della biosfera» del ventunesimo. Gran parte
delle controversie geopolitiche dell’ultimo secolo è stata incentrata
sull’accesso, da ottenere per via militare o politica, a giacimenti di
carbone, petrolio, gas naturale e uranio. Sono state combattute guerre
ed è stato perso un numero incalcolabile di vite umane mentre i paesi si
scontravano alfine di garantirsi un accesso sicuro a combustibili
fossili e uranio. L’avvento della Terza rivoluzione industriale farà
molto per allentare le crescenti tensioni sull’accesso a un’offerta
sempre più limitata di idrocarburi e materiale fissile, contribuendo a
facilitare una politica della biosfera basata sul senso di
responsabilità collettiva per la salvaguardia degli ecosistemi
terrestri.
pp. 485-487
La terza rivoluzione industriale è, dunque, quella del capitalismo
distribuito che implicherà, oltre alla produzione delle energie
rinnovabili, “il potere della comunicazione distribuita come agente
gestionale nell’ambito di una società dell’energia distribuita” (p.
488):
Il calcolo distribuito, a volte detto grid computing, è l’elemento
cardine delle tecnologie informatiche di seconda generazione che stanno
influenzando la comunità economico-finanziaria mondiale, facilitando la
formazione di nuove reti sociali globali e rivoluzionando il sistema
educativo…
I progetti di calcolo distribuito sono sempre più diffusi. Milioni di
computer sono attualmente connessi per raccogliere e analizzare dati
raccolti nell’ambito di una vasta gamma di progetti, fra cui, solo per
citarne alcuni, la ricerca di nuove strutture proteiche, delle onde
gravitazionali, dei nanosistemi, dei numeri primi, e lo sviluppo di
nuovi farmaci.”
Perché un individuo dovrebbe essere disposto a prestare il proprio
computer per questo genere di progetti? Le motivazioni sono le più
varie, ma l’«altruismo» è la risposta data più frequentemente dai
cosiddetti crunchers, come sono affettuosamente chiamati nella comunità
del calcolo distribuito. Milioni di persone sono disposte ad aiutare, in
tutti i modi possibili, a risolvere i grandi problemi con cui l’umanità
si sta confrontando, dal cambiamento climatico alla cura delle
malattie.
Donare il tempo del proprio computer è solo un piccolo aspetto del nuovo
approccio distribuito alla collaborazione umana. Milioni di persone
vengono anche attivamente reclutate dalle imprese o dalle istituzioni
universitarie per condividere le proprie conoscenze e la propria
creatività. «Wikinomics» è il termine che si usa per descrivere il nuovo
modello di collaborazione di massa per la raccolta di dati, la
condivisione della conoscenza e la soluzione di problemi che ha dato in
molti campi risultati stupefacenti e tali da oscurare spesso le
conoscenze accumulate e le soluzioni proposte dai professionisti di
quegli stessi campi. Si definisce «wiki workplace» un’impresa
collaborativa che coinvolge decine, centinaia o migliaia di persone,
alcune esperte, altre dilettanti, provenienti dai settori più disparati,
che si uniscono per condividere idee e risolvere problemi. Questo nuovo
ambiente di apprendimento collaborativo e non gerarchico chiama in
causa la saggezza collettiva delle folle, con risultati sorprendenti se
paragonati agli ambienti di apprendimento aziendali tradizionali,
organizzati gerarchicamente.
pp. 489-490
La saggezza collettiva delle folle ha un’incidenza straordinaria
sulla concezione liberale della natura umana come tendenzialmente
egoista:
Don Tapscott e Antonhy D. Williams, nel loro libro Wikinomics, La collaborazione di massa che sta cambiando il mondo,
sottolineano che il potenziale collaborativo dell’uomo, connesso
attraverso tecnologie di calcolo distribuito, porta l’economia dal
modello di business tradizionale a un nuovo territorio basato
«sull’apertura, il peering, la condivisione e l’azione su scala
globale».
Le tecnologie «peer-to-peer» (da pari a pari) della Terza rivoluzione
industriale danno il via al «capitalismo distribuito» e, nel farlo,
rendono obsoleti e irrilevanti numerosi presupposti fondamentali del
capitalismo di mercato. Consideriamo per esempio la ferma convinzione di
Adam Smith che la natura predisponga ciascun individuo a perseguire il
proprio interesse particolare nel mercato, contro l’interesse altrui.
Smith offriva la dubbia consolazione che, nonostante il singolo
individuo perseguisse esclusivamente il proprio interesse particolare,
nel farlo contribuiva in qualche misura al bene comune.
Il modello distribuito parte da un’ipotesi opposta sulla natura umana,
cioè che quando gli si dà la possibilità di farlo, l’uomo è per natura
disposto a collaborare con gli altri, spesso gratuitamente, per la pura
gioia di contribuire a un bene comune. Inoltre, contribuendo al
benessere del gruppo, l’individuo si mette nella migliore condizione per
promuovere il proprio interesse particolare. In altre parole, i
sostenitori della collaborazione distribuita celebrano quella che
chiamano «proprietà collettiva digitale», più che lamentare la «tragedia
della proprietà collettiva». E’ stato l’ecologo Garret Hardin a
scrivere il famoso saggio in cui si proponeva l’idea che l’interesse
particolare porti al fallimento delle iniziative economiche collettive,
semplicemente perché è nella natura dell’uomo cercare di primeggiare.
Come si spiegano allora Linux e Wikipedia? Nel caso di Linux migliaia di
programmatori offrono volontariamente e gratuitamente la propria
competenza per contribuire a migliorare e correggere un codice di
programmazione usato da milioni di altre persone. Il codice stesso è
liberamente accessibile, e non è una proprietà intellettuale di uno
qualsiasi degli individui che ha contribuito a scriverlo. Se avessi
insegnato una versione teorica di questo modello economico ai corsi per
manager della Wharton School nei primi anni Novanta, sarebbe stata
respinta in quanto è totalmente contrario alla natura egoista dell’uomo
dedicarsi a questa attività per un periodo protratto di tempo. Eppure,
oggi Linux è uno dei protagonisti della scena informatica globale e
compete con imprese tradizionali attive nel medesimo settore, come
Microsoft.
Analogamente, pensiamo a Wikipedia, un’enciclopedia libera online che ha
solo cinque dipendenti a tempo pieno ma ha una dimensione pari a dieci
volte quella dell’Enciclopedia Britannica. La versione in lingua inglese
contiene più di 2,8 milioni di voci. Tutti i contributi sono offerti
gratuitamente: chiunque è libero di aggiungere il proprio testo e il
proprio commento a qualsiasi articolo ma, data la natura collaborativa
ditale processo, il tasso di errore è solo leggermente superiore a
quello dell’Enciclopedia Britannica, nonostante quest’ultima si avvalga
della collaborazione di esperti selezionati in ogni campo del sapere.
Nel caso di Linux e Wikipedia, contribuendo al bene di una rete
collaborativa sempre più vasta, i partecipanti provano la gioia di usare
la propria creatività al servizio degli altri e traggono beneficio dal
libero accesso a reti in continuo miglioramento.
L’attività economica non è più un duello fra venditori e compratori
agguerriti ma è, piuttosto, un’impresa collaborativa fra attori che la
pensano nello stesso modo. La classica idea economica che il beneficio
dell’uno corrisponda al danno dell’altro è sostituita dall’idea che il
benessere degli altri amplifica il proprio benessere. I giochi a somma
zero lasciano il posto a scenari di reciproco vantaggio.
Allo stesso modo, il vecchio adagio caveat emptor, «stia in guardia chi
compra», è sostituito da un’idea di trasparenza e apertura. In un
contesto aziendale tradizionale non si divulgano mai i dati interni che
potrebbero compromettere il vantaggio sui fornitori, sui concorrenti,
sui clienti e, perfino, sui colleghi. In un contesto collaborativo, al
contrario, solo condividendo apertamente e reciprocamente i dati tutti
gli attori possono trarre il massimo vantaggio dalla collaborazione e
creare valore aggiunto per tutti i partecipanti alla rete. Un’iniziativa
come Linux, per esempio, funziona solo se il codice sorgente, il
software e le nuove applicazioni vengono condivisi fra tutti i
partecipanti alla rete.
pp. 493-494
Il capitalismo distribuito comporta anche il superamento dei diritti di proprietà a favore dei diritti di accesso:
L’ambito nel quale il vecchio paradigma economico classico e il nuovo
modello del capitalismo distribuito sono maggiormente in contraddizione
è il concetto di detenzione dei diritti di proprietà intellettuale.
Nello schema tradizionale dell’attività economica brevetti e dritti
d’autore sono sacrosanti, mentre in un’economia collaborativa il libero
accesso a informazioni critiche è essenziale alla collaborazione stessa.
Il possesso e il controllo della conoscenza rendono impossibile la
collaborazione.
p. 494
Le contestazioni nei confronti dei diritti di proprietà intellettuale
fanno parte di una più vasta contestazione del concetto stesso di
proprietà, cioè del presupposto fondamentale su cui è stata costruita
tutta la teoria economica. Ricordiamo che john Locke, Adam Smith e altri
filosofi illuministi erano convinti che l’acquisizione di proprietà
fosse intrinseca alla natura umana e che il mercato offrisse meccanismi
di autoregolazione in grado di garantire la continuità dell’acquisizione
e dello scambio di proprietà fra compratori e venditori.
L’idea stessa di individuo autonomo e proprietario è alla base del
pensiero illuminista e del moderno concetto di libertà individuale. Per i
filosofi e i giuristi del Settecento e dell’Ottocento, la libertà si
definiva in termini negativi, come diritto di escludere gli altri.
Nobilitare l’idea di proprietà privata permise alla nascente borghesia
europea di creare un baluardo giuridico alternativo contro gli antichi
obblighi nei confronti della Chiesa e delle signorie feudali, le
limitazioni imposte dalle corporazioni delle arti e dei mestieri, e le
molte altre convenzioni legate al vecchio ordine. Comprensibilmente, una
classe capitalista emergente considerava la proprietà privata come un
simbolo di libertà personale. I diritti di proprietà, tutelati dalla
legge, implicavano che nessun uomo potesse essere oppresso, aggredito e
assoggettato alla volontà di un altro. Un maggiore accumulo di proprietà
e il controllo sul loro uso assicuravano un’autonomia e una mobilità
maggiori, ed esse, a loro volta, garantivano la libertà personale. Se si
era in grado di tutelare la proprietà, tutti gli i diritti sarebbero
stati garantiti: i diritti alla privacy, alla libertà dalla coercizione
e, soprattutto, alla felicità…
L’intera realtà terrena fu sintetizzata in una sola formula: «Il mio
contro il tuo>’. Con questa parola d’ordine gli europei si dedicarono
a colonizzare lo spazio e il tempo. Nel nuovo futuro appena nato ogni
individuo sarebbe diventato il Dio di se stesso, la cui divinità si
fondava sull’accumulazione di proprietà e sull’espansione del proprio
dominio esistenziale e dell’influenza acquisita su spazio e tempo. Più
mio, meno tuo. Chi poteva, per talento o spregiudicatezza, acquisire più
proprietà, poteva trasformarle in capitale e usare quel capitale per
controllare non solo la natura, ma anche la vita di altre persone: era,
insomma, un «capitalista».
La moderna economia di mercato e lo Stato-nazione, a loro volta,
divennero il meccanismo istituzionale per accelerare la nuova
riorganizzazione del mondo. Il mercato era l’arena imparziale in cui
ogni capitalista si impegnava nella battaglia contro i propri simili,
nel tentativo di conquistare lo spazio e accaparrarsi il tempo sotto
forma di proprietà privata. Il neonato Stato-nazione aveva il ruolo di
tutore della proprietà di ciascuno, stabilendo codici giuridici e
meccanismi di protezione; ciò facendo, diventava il garante della
libertà individuale.
Fare dei rapporti di proprietà privata parte integrante della natura
umana si rivelò un’arma a doppio taglio. Garantire il diritto di ognuno
al frutto del proprio lavoro, contro il privilegio dell’ordine feudale
e, più tardi, dei regimi monarchici, alimentò il processo di
differenziazione, individualizzazione e acquisizione della
consapevolezza di sé. Ogni maschio bianco dotato di proprietà diventava
sovrano del proprio dominio proprietario: un’isola in sé. Nella storia
occidentale lo sviluppo della teoria del diritto naturale nel campo dei
rapporti di proprietà privata è andato di pari passo con l’emergere
dell’individuo dotato di autonomia.
Una maggiore e più profonda consapevolezza di sé contribuì a elevare
l’idea di unicità e importanza della vita di ogni singolo essere umano
nell’ambito del grande schema delle cose, promuovendo al contempo un più
forte senso della solitudine esistenziale nel mondo. Questi cambiamenti
psicologici rafforzarono la pulsione empatica e gli individui divennero
più attenti all’essere dell’altro e alla sua lotta esistenziale per
superare il proprio isolamento, stabilire un rapporto con gli altri
esseri umani, trovare il significato della propria esistenza e avere
successo.
Eppure, il legame quasi fanatico con la proprietà privata – al punto da
attribuirle un posto primario nella definizione della natura umana –
ebbe anche l’effetto opposto di stabilire una linea di confine fra «il
mio e il tuo», separando gli uni dagli altri secondo modalità
completamente nuove, per mezzo di nuove barriere sociali erette fra
privilegiati e sfortunati. Porre i rapporti di proprietà privata al
centro dell’organizzazione sociale contribuì all’appiattimento su un
unico livello della dimensione umana, diffondendo l’idea che ogni uomo,
se dotato di proprietà, è sovrano, ma stabilendo contemporaneamente il
nuovo principio di esclusione – “il mio contro il tuo” – come base per
la gestione delle relazioni economiche, politiche e sociali fra le
persone. In questo modo, l’estensione empatica sì trovò a essere
simultaneamente incentivata e repressa.
Ora, però, le motivazioni che hanno portato alla ribalta i rapporti di
proprietà cominciano a indebolirsi a fronte dell’avvento di nuove
tecnologie, che ancora una volta stanno alterando il nostro senso dello
spazio e del tempo. La sempre più rapida possibilità di connessione del
sistema nervoso centrale di ogni essere umano con quello di ogni altro
essere umano sulla terra, attraverso Internet e le altre nuove
tecnologie di comunicazione, ci sta lanciando in uno spazio globale e in
un ambito temporale di simultaneità. Il risultato è che nel ventunesimo
secolo lo scambio di proprietà nell’ambito dei mercati nazionali cederà
progressivamente il passo alle relazioni di accesso in vaste reti
globali.
La minore importanza attribuita al regime di proprietà privata ha un
forte impatto potenziale sia sul futuro dei commerci globali sia sulla
psicologia collettiva. Se l’attaccamento economico, psicologico e
ideologico alla proprietà privata continuerà a indebolirsi, quale sarà
il destino ultimo del mercato? Parimenti importante è il potenziale
effetto di questo cambiamento sulla coscienza e sulla nostra concezione
della natura umana.
L’economia di mercato è troppo lenta per trarre pieno vantaggio dalla
velocità e dal potenziale produttivo delle rivoluzioni del software e
delle comunicazioni. Il risultato è che stiamo assistendo alla nascita
di un nuovo sistema economico, diverso dal capitalismo di mercato quanto
questo lo era dall’economia feudale che lo aveva preceduto.
E non si tratta semplicemente di trovare nuovi modelli organizzativi per
aggiornare la gestione delle attività economiche in un’economia di
mercato. E il meccanismo di scambio nel mercato in sé che sta diventando
inadeguato.
I mercati sono modalità operative lineari, discrete e discontinue:
compratori e venditori si incontrano per un istante per scambiare beni e
servizi, poi tornano a separarsi. Il tempo che intercorre fra il
completamento di una transazione e l’avvio della successiva rappresenta
una perdita di produttività e un costo aggiuntivo dell’attività
economica che, alla fine, renderà il mercato inevitabilmente obsoleto.
Le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, al
contrario, sono cibernetiche, non lineari. Consentono un’attività
continua per prolungati periodi di tempo. Questo significa che il
meccanismo di avvio e conclusione dello scambio di mercato è rimpiazzato
dall’idea di stabilire una relazione commerciale continua nel tempo fra
le parti.
pp. 497-498
Il superamento del diritto di proprietà apre la via ad una società collaborativa e non più aspramente competitiva:
Il cambiamento nel modo di pensare il rapporto con la proprietà sta
costringendo anche a nuova valutazione della condizione umana,
esattamente come accadde nella prima era moderna. La “grande
trasformazione’” dagli obblighi di servitù nell’ambito della proprietà
collettiva feudale allo scambio di titoli di proprietà nell’economia di
mercato ha segnato uno spartiacque nel modo di pensare alla natura e
agli scopi dell’esistenza umana. Analogamente, oggi la transizione dallo
scambio di titoli di proprietà ai rapporti di accesso all’interno di
reti sta nuovamente cambiando ciò che diamo per scontato sulla natura
umana.
Sfortunatamente, ci sono state ben poche discussioni, sia in ambito
accademico sia nei circoli della politica, su come riformulare le nostre
teorie sui rapporti di proprietà per allinearle alla realtà delle
attività economiche in rete in un’economia globalizzata distribuita.
Siamo così abituati a pensare alla proprietà come al diritto di
escludere gli altri dall’uso o dal beneficio di qualcosa da aver perso
di vista il fatto che in epoche precedenti la proprietà era anche
definita come il diritto a non essere esclusi dal godimento di qualcosa.
Fu Crawford Macpherson, un tempo docente alla University of Toronto, a
riportare all’attenzione la vecchia definizione di proprietà come
diritto di accesso a proprietà collettive: il diritto di navigare le vie
d’acqua, di percorrere le strade e i sentieri, di accedere alla
pubblica piazza.
Questa doppia visione del concetto di proprietà esiste ancora, ma il
diritto di pubblico accesso e di inclusione è stato progressivamente
messo da parte e sminuito dal diritto di proprietà privata e di
esclusione, nell’Ottocento e nel Novecento, quando l’economia di mercato
ha cominciato a dominare sempre più anche l’ambito sociale.
Attualmente, diceva Macpherson, almeno nei paesi avanzati, l’interesse
si sta rapidamente volgendo alla più espansiva e profonda questione del
garantire una «qualità della vita». Macpherson affermava che la
proprietà deve essere ridefinita per includere il «diritto a un
rendimento immateriale, il rendimento che deriva dal godimento di una
migliore qualità della vita». E suggeriva che «tale rendimento deve
essere calcolato in termini di diritto di partecipazione a relazioni
sociali soddisfacenti».
In un’economia collaborativa il diritto di inclusione diventa più
importante, nell’istituzione di relazioni sociali ed economiche, del
diritto di esclusione. Come abbiamo visto, i diritti di proprietà
tradizionali, in forma sia reale sia intellettuale, possono agire da
freno sulle opportunità sociali ed economiche aperte dalle nuove
tecnologie di comunicazione e dalle forme distribuite di energia che
costituiscono l’infrastruttura operativa dell’economia della Terza
rivoluzione industriale.
In una società collaborativa i valori immateriali, soprattutto il
perseguimento dell’autorealizzazione e della trasformazione personale,
assumono una maggiore importanza. Il diritto di non essere escluso da
«una vita piena» – il diritto di accesso – diventa il valore di
proprietà più importante per le persone. Nella nuova era la proprietà,
come affermava Macpherson, «deve diventare il diritto di partecipare a
un sistema di relazioni di potere che permette all’individuo di vivere
una vita pienamente umana».
Nel ventunesimo secolo la lotta individuale e collettiva per assicurarsi
i «diritti di accesso» sarà probabilmente altrettanto aspra, e
altrettanto importante, della lotta per assicurarsi il diritto alla
proprietà che ha connotato Ottocento e Novecento.
pp. 502-503
La lotta in corso per i diritti di accesso definisce la qualità della vita come il valore più importante:
Il nuovo spirito empatico si manifesta con maggiore evidenza nel
cambiamento delle aspirazioni personali. Per molto tempo il sogno
americano, con l’importanza da esso attribuita alle opportunità
individuali e al successo materiale, è stato il parametro di riferimento
a cui gran parte del mondo guardava per trarre ispirazione e guida. Nel
ventunesimo secolo il nascente sogno europeo della qualità della vita
sta cominciando a fare proseliti nella generazione di Internet. Sebbene
per molti sia ancora un punto di riferimento, il sogno americano ha
perso parte del proprio fascino presso i giovani, che stanno
progressivamente rivolgendo la loro attenzione al problema del
cambiamento climatico, al risanamento della biosfera, alla protezione
delle specie viventi, alla sicurezza delle comunità, alla possibilità di
garantire l’accesso universale al sistema sanitario, a una vita meno
materialistica e più densa di esperienze, e alla creazione di comunità
ricche di diversità culturale. La qualità della vita è un sogno comune
che può essere realizzato solo collaborativamente. Per quanto
costituisca ancora una visione minoritaria, che caratterizza le giovani
generazioni della classe media, il sogno della qualità della vita sta
conquistando popolarità fra i giovani di tutto il mondo…
Il vecchio sogno americano e il più recente sogno europeo riflettono due
concezioni molto diverse della natura umana. II primo privilegia
l’autonomia dell’individuo e le opportunità a sua disposizione e mette
l’accento sull’interesse materiale del singolo come mezzo per garantire
sia la libertà personale sia la felicità. Il secondo non disdegna
l’iniziativa personale e le opportunità economiche, ma tende ad
attribuire altrettanta importanza al miglioramento della qualità della
vita nell’intera società. Tale sogno è il riconoscimento del fatto che
non si prospera da soli, in un isolamento autonomo, bensì in profondo
rapporto con gli altri in uno spazio sociale condiviso. La qualità della
vita mette l’accento sul bene comune come importante strumento per
garantire la felicità a ogni membro della comunità.
pp. 506-507
Questo cambiamento implica un’ulteriore progresso della coscienza, che da psicologica diventa drammaturgica:
Fra i giovani del nuovo millennio, la prima generazione a essere
cresciuta con Internet e a vivere nei grandi spazi sociali e
collaborativi del World Wide Web, sta cominciando a diffondersi una
nuova coscienza drammaturgica. Essa caratterizza il regime di
comunicazione ed energia distribuite della Terza rivoluzione
industriale, nello stesso modo in cui la coscienza psicologica ha
connotato la Seconda rivoluzione industriale, e la coscienza ideologica
la Prima.
I primi segnali di questa nuova coscienza drammaturgica indicano un
progressivo avvicinamento dei giovani al cosmopolitismo globale e a una
sensibilità empatica universale. Il problema è che le tecnologie di
comunicazione che stanno aprendo la strada a una coscienza globale hanno
un lato oscuro che può deviare il cammino e indirizzare la generazione
di Internet in un vicolo cieco di sfrenato narcisismo, inf into
voyeurismo e soverchiante noia.
La coscienza drammaturgica deriva direttamente dalla coscienza
psicologica e costituisce un’universalizzazione della sperimentazione di
ruolo cominciata con la teoria e la prassi dello psicodramma elaborate
da Moreno, che poi trovò espressione nei gruppi T, nei gruppi di
incontro e nei gruppi di autoaiuto nella seconda metà del Novecento. La
generazione dei baby-boomers sperimentò l’interpretazione del ruolo come
tecnica terapeutica, ma con la maturità integrò tale esperienza nella
prassi genitoriale, allevando la prima generazione della storia a
crescere con una mentalità teatrale. L’interpretazione del ruolo non è
più una tecnica terapeutica ma, piuttosto, una forma di coscienza per la
«generazione X» e la «generazione del Millennio».
Il cambiamento di coscienza riflette il cambiamento verificatosi nel
sistema delle comunicazioni con il passaggio dall’elettricità
centralizzata di prima generazione all’elettricità distribuita di
seconda generazione. Il mondo può anche essere un palcoscenico, ma nel
ventesimo secolo la maggior parte delle persone sedeva in platea, mentre
nel ventunesimo sono tutti in scena, sotto le luci della ribalta,
grazie a YouTube, MySpace, Facebook, alla blogosfera, ecc.
L’avvento del cinema, della radio e della televisione ha creato il primo
pubblico di massa della storia. Milioni di persone si sono affollate in
gigantesche sale cinematografiche, o si sono raccolte a casa intorno
alla radio e, più tardi, davanti al televisore, per ascoltare e guardare
poche storie molto stilizzate e accuratamente coreografate che
sondavano le profondità dei sentimenti e delle emozioni umane, dalla
tragedia alla farsa. I canali di comunicazione erano centralizzati e i
racconti fluivano dall’alto verso il basso: milioni di persone
costituivano un pubblico passivo che non aveva modo di interagire
direttamente con chi stava sullo schermo o in studio.
Eppure il pubblico non era completamente passivo. Certamente non poteva
rispondere agli attori o influenzarne le azioni – anche se, nel film
parodia di Woody Allen La rosa purpurea del Cairo, gli attori
uscivano dallo schermo ed entravano in platea, mentre alcuni spettatori
lasciavano le poltrone per entrare nello schermo e interagire con gli
attori – ma era in grado di dare vita a una qualche forma di rapporto
con loro, attraverso il coinvolgimento in relazioni parasociali…
Oggi le relazioni parasociali sono diventate parte della vita di ognuno
di noi: spesso parliamo dei nostri attori e conduttori preferiti, e di
altri personaggi pubblici, come se fossero amici intimi le cui vite si
intrecciano alla nostra. Anche se, in un certo senso, questo dovrebbe
essere considerato un comportamento patologico, siamo giunti ad
accettarlo come quasi normale. Il punto importante da sottolineare è
che, ancora più del romanzo settecentesco e ottocentesco, il cinema, la
radio e la televisione permettono a milioni di persone di sospendere
l’incredulità, rivestire nuovi ruoli e sperimentare nuove personalità. I
giovani, in particolare, si appropriano dell’immagine dei personaggi
mediatici preferiti – la pettinatura, l’abbigliamento, il vocabolario e
perfino il modo di fare – arrivando addirittura a imitarli e ad assumere
atteggiamenti che, secondo loro, gli eroi e le eroine dello schermo
troverebbero congeniali. Interpretare tali ruoli e sviluppare una
pretesa intimità con un personaggio mediatico consente allo spettatore
di esercitarsi ad abbattere le barriere sociali, conquistando un nuovo
senso di mobilità sociale. Ancor più importante, le relazioni
parasociali permettono a milioni di persone di venire in contatto con le
storie di personaggi eterogenei in una varietà di ambienti unici, anche
se di natura fittizia. Le relazioni parasociali, in effetti, sono una
palestra per esplorare una gamma di risposte emotive alla sofferenza o
alle condizioni altrui e per allargare il proprio repertorio empatico.
La rivoluzione di Internet ha trasformato le relazioni parasociali in
relazioni peer-to-peer. Il passaggio da connessioni centralizzate,
dall’alto al basso e da uno a molti, a connessioni piatte, open source e
da molti a molti ha permesso a una nuova generazione di essere attrice
della propria sceneggiatura e di condividere il palcoscenico globale con
2 miliardi di altri «attori», ciascuno dei quali recita con e per gli
altri. Oggi il mondo è davvero un palcoscenico, e tutti sono attori. Ma
la famosa frase di Andy Warhol, secondo cui a ognuno sarebbero toccati
quindici minuti di celebrità, è stata necessariamente corretta: oggi
milioni di persone trascorrono tutta la vita recitando e
rappresentandosi in rete; centinaia di milioni di giovani equipaggiati
di webcam, Skype, telefoni cellulari con videocamera, videoregistratori e
altri apparecchi del genere recitano la propria vita a beneficio degli
altri, sperimentando nuovi ruoli e personaggi nel più grande e continuo
spettacolo della storia.
I giovani di oggi si trovano invariabilmente davanti o dentro uno
schermo, passando gran parte della loro giornata in mondi virtuali dove
mettono in scena diverse vicende contemporaneamente, dirigendo la
propria rappresentazione e coreografando quasi tutti gli aspetti della
propria vita, nella speranza che milioni di altri si colleghino allo
spettacolo e lo seguano. L’espressione «intimità di massa» non può più
essere considerata un ossimoro, almeno per la generazione del Millennio…
La coscienza drammaturgica è quasi una necessità in una civiltà
complessa, interconnessa e ad alta velocità. Se la vita è la recita di
infiniti copioni personali e sociali, quanto più complesse sono le reti
economiche e sociali in cui l’individuo è intrappolato, tanto più vari
sono i ruoli che deve recitare.
In una prospettiva drammaturgica del comportamento umano il sé non è più
proprietà privata del singolo, come affermava John Locke, ma diventa
invece, come dice Goffman, «il senso dato a una persona dalle persone
con le quali desidera condividerlo». Il sé, dunque, non è un’entità,
come affermano Dennis Brissett e Charles Edgley nel loro libro Life as
Theatre, ma piuttosto «una dimensione immaginaria, costruita,
consensualmente convalidata» che scaturisce dall’interazione e dalla
comunicazione fra le persone. Se così è, allora l’essere di ciascuno nel
mondo dipende dalla rappresentazione di un copione su un palcoscenico
insieme ad altri attori, ciascuno dei quali convalida una parte del sé
dell’altro…
La prospettiva drammaturgica colloca la comunicazione al centro delle
attività umane, ridefinisce il sé in termini relazionali, rende
l’esperienza stessa una faccenda teatrale e trasforma ciò che si
possiede nei simboli che aiutano le persone a recitare i molti ruoli che
acquisiscono nell’entrare e uscire da diverse reti di esperienze
vissute, ciascuno dei quali rappresenta un diverso aspetto della storia
della loro vita. La prospettiva drammat-urgica è, in ultima analisi, una
vivida descrizione dell’atteggiamento intellettuale che accompagna una
generazione che cambia continuamente ruolo e identità, copione e
palcoscenico, oscillando fra reti sociali e commerciali, nello spazio
reale come in quello virtuale.
pp. 515-521
In quale misura la coscienza drammaturgica, però, è compatibile con l’autenticità? Rifkin risponde:
La questione dell’autenticità viene sollevata ogniqualvolta si
ricorre alla teoria drammaturgica del comportamento conscio per
descrivere le azioni delle persone in situazioni sociali. Molto
semplicemente, c’è l’inquietante sensazione che il comportamento umano,
se è effettivamente drammaturgico, non sia molto onesto. Dopotutto, in
un certo senso, un teatro senza inganno è impossibile. D’altra parte,
assumere l’identità di vari personaggi, di diverse maschere – ricordiamo
che il termine latino per «maschera» era persona – in diverse
situazioni può costituire un’espressione autentica di un aspetto
dell’identità di un individuo. Cioè, se ognuno di noi è, in effetti, la
composizione di molteplici personalità, la questione è se siamo
autentici rispetto allo specifico ruolo che recitiamo in uno specifico
momento.
Ancora una volta, il teatro offre un modo per distinguere fra puro
inganno, da una parte, e immaginazione attiva, dall’altra. Mentre
l’inganno è universalmente disprezzato, l’immaginazione attiva è lodata
come essenziale alla creazione del senso del sé e del mondo e alla
formazione di maturi legami empatici. Il teorico del teatro Konstantin
Stanislavskij parla di recitazione superficiale e recitazione profonda:
la prima si fonda sull’arte dell’inganno e la seconda sull’arte
dell’immaginazione; la recitazione superficiale riguarda la forma e non
la sostanza, mentre la recitazione profonda scaturisce dal profondo
dell’inconscio dell’attore.
Con la recitazione superficiale, l’attore carica i gesti, modula la voce
ed esagera i movimenti per «ritrarre» un carattere, ma non mette nulla
della propria vita nella parte. «E solo tecnica» dice Stanislavskij
della recitazione superficiale.
[La sua] forma è più interessante del contenuto. Agisce più sull’udito e
la vista che sullo spirito, e perciò meraviglia più che non commuova …
Non tutto è alla sua portata, ma solo quello che deve colpire perché
inaspettato e teatrale, o che esige un pathos pittoresco. Per esprimere
passioni profonde le possibilità di quest’arte sono troppo appariscenti e
superficiali. Ma i sentimenti umani più profondi e delicati non si
possono rendere con questa tecnica. Hanno bisogno della cooperazione
della natura, nell’atto di essere rivissuti e incarnati.
In altre parole, con la recitazione superficiale l’attore recita come se
avesse sentimenti, ma non prova i sentimenti che sta mettendo in scena.
Invece, la vera recitazione profonda, che Stanislavskij definisce
«recitazione metodica», si ha quando l’attore attinge alla propria
memoria subconscia e semiconscia alla ricerca di esperienze emotive
passate analoghe che gli permettano di vivere lo stato emotivo del
personaggio che sta mettendo in scena.
Stanislavskij avvertiva gli attori di non cercare semplicemente di
evocare nuovamente il sentimento, affermando che non è quello il modo in
cui si formano i sentimenti nella vita vera. Scrive:
Sul palcoscenico non può essere, in nessun caso, un’azione diretta a
provocare immediatamente un sentimento in quanto tale… Non cercate mai
di essere gelosi, innamorati o sofferenti in sé e per sé.
Stanislavskij sottolinea che tutti i sentimenti hanno una storia: sono
il risultato di esperienze materiali passate. Perciò, la recitazione
profonda richiede all’attore di tornare indietro con il proprio
subconscio e ricordare come ci si è sentiti e le emozioni che si sono
provate in situazioni analoghe.
L’obiettivo della preparazione degli attori è superare la soglia del
subconscio… Allora era «sentimento verosimile», ora è «vera passione».
Ricordare emotivamente le esperienze è fondamentale per farle riemergere
in un momento futuro. Stanislavskij chiede ai suoi attori di allenarsi a
pensare ai propri sentimenti come oggetti, oltre che come esperienze,
con l’idea di poterle richiamare e utilizzare successivamente, in
futuro.
Il ricordo di un sentimento passato, però, acquisisce valore per
l’attore solo se questi riesce a sfruttarlo per mezzo della propria
immaginazione e a recitare come se quel sentimento stesse manifestandosi
di nuovo mentre egli impersona il suo ruolo. L’attore deve sentire il
ruolo che sta recitando come se lui stesso fosse il personaggio.
Con la recitazione profonda l’attore si trasforma per un breve periodo e
diventa ciò che sta rappresentando. Ma quando la performance finisce,
anche la parte finisce. Nella vita vera tutti siamo impegnati in una
recitazione profonda, ma secondo una modalità operativa diversa:
influenzando la realtà del nostro rapporto con gli altri. Nella vita
reale la recitazione profonda ha conseguenze reali…
La recitazione profonda, dunque, può preparare le persone a estendere i
legami empatici e, con questi, ad approfondire il senso della realtà:
siamo ben lontani dalla recitazione superficiale, che riesce a creare
simulacri nella forma e inganni nella sostanza.
pp. 523-528
Come ogni nuovo fenomeno psicosociologico, la coscienza drammaturgica è aperta a sviluppi poco prevedibili:
Che cosa ci rivela la coscienza drammaturgica sulla psicologia della
generazione del Millennio? Molti psicologi – forse la maggior parte –
concordano che in un mondo variegato, complesso e interconnesso, fatto
di novità continue e contesti in rapido cambiamento, con i bambini che
crescono tanto nel ciberspazio quanto nel mondo reale, e in una
temporalità sia lineare sia parallela, l’interpretazione di ruoli
molteplici e le identità multiple stanno diventando la norma. Sono però
in disaccordo sull’eventualità che la coscienza drammaturgica
rappresenti un progresso della coscienza, o preluda alla sua
disintegrazione.
Kenneth J. Gergen riconosce che in un mondo in via di globalizzazione,
connesso alla velocità della luce, «siamo coinvolti in un gran numero di
relazioni, in una gamma di forme e con un’intensità molto maggiori che
in passato». Siamo immersi nelle relazioni, alcune virtuali, altre
reali. Se la privacy era un valore per le generazioni borghesi che
definivano la libertà in termini di autonomia ed esclusività, l’accesso è
il valore cardine della generazione del Millennio, che definisce la
libertà in termini di profondità e portata delle relazioni che si
intrattengono. L’esclusività è diventata meno importante
dell’inclusività e l’ethos della competizione sta cominciando a essere
messo in discussione – per quanto timidamente dall’ethos della
collaborazione.
Nell’era della coscienza drammaturgica, in cui l’identità stessa del
singolo è relazionale ed esiste solo nella misura in cui è integrata in
un complesso di relazioni, essere privati dell’accesso significa essere
isolati e cessare di esistere. Il tempo che passiamo in solitudine – ben
distinto dall’essere soli – continua a restringersi e sta ormai
avvicinandosi allo zero in un mondo interconnesso ventiquattro ore su
ventiquattro, sette giorni su sette. In una società affamata di tempo,
ogni nanosecondo libero diventa un’occasione per creare l’ennesima
connessione.
Viviamo in un mondo in cui ottenere e conservare l’attenzione altrui è
fondamentale e relazioni di tutti i tipi diventano centrali nella nostra
esistenza. Il detto di Cartesio, «Penso, dunque sono», e quello degli
psicologi umanisti, «Partecipo, dunque sono», sono stati sostituiti dal
nuovo adagio: «Sono connesso, dunque esisto».
Il vecchio concetto di «mio contro tuo», che promuoveva il senso di un
«sé unidimensionale» prevedibile, sta cedendo il passo a una nuova idea
di inclusività e a un «sé multidimensionale». Gergen osserva:
Il senso di sé relativamente coerente e unitario implicito in una
cultura tradizionale cede il posto a potenziali molteplici e in
reciproca competizione. Emerge una condizione multifrenica in cui si
naviga in correnti dell’essere in continuo cambiamento, concatenate e
litigiose.
Come artisti dell’improvvisazione immersi in contesti mutevoli e in
storie che cambiano rapidamente, ciascuna delle quali reclama la nostra
attenzione, siamo spinti a passare a nuovi ruoli e a muoverci avanti e
indietro fra diverse scene e diversi copioni, tanto rapidamente da
rischiare di perderci lentamente nella labirintica rete di connessioni
ed esperienze dinamiche e di breve durata in cui siamo avviluppati.
Gergen ci avverte:
Questa frammentazione delle concezioni di sé corrisponde a una
molteplicità di relazioni incoerenti e disconnesse. Tali relazioni ci
spingono in molteplici direzioni, invitandoci a recitare una varietà di
ruoli tale che l’idea stessa di un «sé autentico» con caratteristiche
conoscibili scompare alla vista. Un sé completamente saturo diventa un
non-sé.
Gergen teme che nel nuovo mondo che si sta profilando il sé retroceda
completamente a uno stadio di relatività … Si cessa di credere a un sé
indipendente dalle relazioni in cui è integrato mettendo le relazioni in
quella posizione centrale occupata dal sé negli ultimi secoli della
storia occidentale.
La maggior parte dei pensatori postmoderni saluta con entusiasmo il
nuovo senso del sé relazionale, ipotizzando che, nel ventunesimo secolo,
abbattendo le barriere del «mio contro tuo» si possa aprire la
possibilità di un approccio più tollerante e multiculturale alla
socializzazione. Jean Baudrillard, per esempio, vede svilupparsi una
società globalizzata in cui «il nostro spazio privato cessa di essere il
palcoscenico dove si recita il dramma del soggetto incompatibile con i
suoi oggetti». Non esistiamo più come soggetto, afferma Baudrillard, ma
solo come «terminale di reti multiple». Robert J. Lifton ha un’altra
posizione rispetto al cambiamento della coscienza: ritiene che la
coscienza drammaturgica – avendo più «maschere» – sia un meccanismo di
adattamento, un modo della psiche per adeguarsi alle richieste sempre
più pressanti che le vengono rivolte nell’emergente società globale
iperreale. Lifton afferma che recitare ruoli e interpretare molteplici
personaggi, anziché condurre a una scomparsa del sé, porta a uno stadio
più plastico e maturo della coscienza, nel quale l’individuo è in grado
di convivere con priorità ambigue, complesse e spesso conflittuali.
Essere in grado di vivere e sperimentare tutte le possibili realtà
potenziali, a volte addirittura contemporaneamente, richiede, secondo
Lifton, una coscienza proteiforme.
Gergen sembra condividere l’analisi di Lifton, ma con qualche riserva.
Non che Gergen sia pessimista rispetto alla direzione presa
dall’evoluzione della coscienza umana: sarebbe perfettamente d’accordo
con l’analisi della natura umana del filosofo e teologo Martin Buber,
che riteneva che «all’inizio è la relazione». Gergen vede un mondo
complesso in via di globalizzazione, nel quale l’essere umano è sempre
più integrato in relazioni di ogni stile e genere. La sua preoccupazione
è che le pressioni a cui le relazioni sottopongono la nostra attenzione
e la nostra psiche possano sopraffare la nostra coscienza individuale e
collettiva, facendo precipitare l’identità nel caos.
Gergen precisa una cosa importante che i teorici della coscienza
drammaturgica spesso ignorano o aggirano, cioè che il modo di pensare
drammaturgico è specifico dell’età moderna. Nota che la consapevolezza
di «recitare una parte» dipende per sua natura dal senso contrastante di
un «vero sé». Se non c’è coscienza di ciò che significa essere «fedeli a
se stessi», non c’è alcuna coscienza di «recitare una parte».36
All’epoca in cui Shakespeare scriveva che «il mondo è tutto un
palcoscenico sul quale tutti noi, uomini e donne siam solo attori», il
sé era già sufficientemente sviluppato da capire quando stava recitando
una parte: la mente poteva separarsi dal comportamento abbastanza da
acquisire consciamente un ruolo o una maschera, sapendo di farlo. Oggi
il sé deve fare i conti con una tale molteplicità di nuovi ruoli e
passare continuamente e così rapidamente dall’uno all’altro da correre
il rischio di dissolversi completamente.
Mentre il sé drammaturgico acquisisce una dimensione sempre più plastica
e teatrale, e i suoi comportamenti vengono considerati sempre più
normali, la stessa idea di autenticità perde importanza. Essere
«autentico» presuppone un nucleo immutabile del sé, una psiche autonoma.
Ma nell’era della coscienza drammaturgica la personalità pastiche è un
camaleonte sociale, che prende continuamente a prestito spizzichi e
bocconi di identità da qualsiasi fonte disponibile e li compone, per
utilità o diletto, in funzione di ogni data circostanza.
Il sé drammaturgico, dunque, è aperto a due diverse interpretazioni. Il
sociologo Louis Zurcher ipotizza che se abbandoniamo l’idea del sé come
«oggetto» e lo pensiamo più come «processo», allora il sé si apre «alla
più vasta esperienza possibile» e diventa veramente cosmopolita.
Ma Zurcher avverte anche che il sé mutevole può altrettanto facilmente
portare al narcisismo, facendo perdere all’individuo il senso
dell’autenticità del sé cui è legato e nei confronti del quale è
responsabile, intrappolandolo in una sequenza di inganni – un’esistenza
machiavellica – dove l’assunzione della parte è funzionale a promuovere
un’autogratificazione senza fine.
Gergen, in ultima analisi, sembra cautamente ottimista sul futuro della
coscienza umana: nutre la speranza che in un mondo sempre più
interconnesso e collaborativo, fatto di relazioni sempre più integrate
che trascendono i tradizionali confini che separano «il mio dal tuo»,
«si possa compiere la transizione da un sistema di convinzioni basate
sul sé alla coscienza di una relazione implicita ed esistenziale con gli
altri»: io con te. Questo è possibile, ma solo se conserviamo una
misura sufficiente di senso del sé, come un «io» che permetta
all’impulso empatico di crescere.
Ognuno di noi è il risultato delle relazioni che lo compongono, ma è
l’unicità della costellazione di esperienze relazionali che distingue
una persona dall’altra. Non c’è un’implicita contraddizione tra la
convinzione che il sé sia la somma totale delle esperienze in cui
l’individuo è coinvolto nel corso della vita e l’idea che queste
relazioni ed esperienze rendano ciascun essere unico, diverso da tutti
gli altri. Solo tenendo a mente questa distinzione la coscienza empatica
continua a crescere e diventa il collante psicologico e sociale di una
coscienza globale.
Se si perde il senso di sé come insieme unico di relazioni, e si diventa
solamente un «noi», anche l’empatia viene meno e la progressione
storica verso una coscienza globale si blocca. Questo accade perché la
coscienza empatica si fonda sulla consapevolezza che gli altri, come
noi, sono esseri unici e mortali. Se empatizziamo con un altro è perché
riconosciamo la sua natura fragile e finita, la sua vulnerabilità e la
sua sola e unica vita; proviamo la sua solitudine esistenziale, la sua
sofferenza personale e la sua lotta per esistere e svilupparsi come se
fossero le nostre. Il nostro abbraccio empatico è il nostro modo di
solidarizzare con l’altro e celebrare la sua vita.
Se cadessimo preda di un «noi» globale indifferenziato, potremmo
ritrovarci al punto di partenza, quando vivevano in una nebbia
mitologica indifferenziata, con scarso senso di sé e solo un rudimentale
senso di disagio empatico integrato nella nostra struttura biologica.
Mantenere un equilibrio dialettico fra un senso di sé sempre più
differenziato, radicato in una rete di relazioni sempre più integrata
che abbraccia il mondo intero, è la prova del fuoco che potrebbe
determinare le prospettive future della nostra sopravvivenza come
specie.
pp. 528-533
Dunque:
Le prove empiriche suggeriscono che il nuovo capitalismo distribuito e
la nuova coscienza drammaturgica che sta emergendo nelle prime fasi
della transizione alla Terza rivoluzione industriale stanno portando sia
a una maggiore connessione ed estensione empatica sia a un sé più
frammentato e narcisista.
La prima domanda da porsi è se le nuove forme distribuite di tecnologia
delle comunicazioni creino effettivamente una maggiore connessione e
interconnettività sociale. Per anni i critici hanno ipotizzato che
l’aumento del tempo trascorso nel ciberspazio, nelle realtà virtuali,
comportasse una diminuzione del tempo dedicato a relazioni sociali
reali, personali. Il timore era che Internet, pur connettendo un numero
sempre maggiore di persone in reti, generasse nuove affiliazioni sociali
meno intime e più superficiali di quelle tipiche della comunicazione
sociale tradizionale. I dati accumulati in anni recenti indicano che
questi timori erano, generalmente, infondati, e che anzi è vero
l’opposto…
Svelare maggiormente il proprio vero sé agli altri è fondamentale per
creare intimità e legami empatici. Solo essendo aperti e vulnerabili,
condividendo il nostro essere più profondo, le nostre sofferenze, la
nostra lotta per esistere possiamo stabilire legami empatici. E se si
scoprisse che effettivamente per mezzo di Internet lo svelamento del
proprio vero sé agli altri è facilitato ed è promossa la creazione di
legami e relazioni empatiche con gli altri, guarderemmo senz’altro sotto
una luce diversa questa nuova forma di comunicazione, capace di portare
a nuovi traguardi la consapevolezza empatica.
Gli studi hanno rivelato che Internet fa esattamente questo. Esperimenti
di laboratorio hanno dimostrato che «il relativo anonimato delle
interazioni via Internet riduce grandemente il rischio» connesso con la
rivelazione personale, «soprattutto per quanto attiene gli aspetti più
intimi del sé, data la possibilità di condividere le proprie convinzioni
e reazioni emotive più intime con minor timore di disapprovazione o
sanzione sociale».
Altrettanto importante è la scoperta di alcuni ricercatori che il
contatto iniziale attraverso Internet incoraggia «una maggiore
espressione di sé» a causa della mancanza di quei connotati barriera che
spesso bloccano lo sviluppo di un rapporto più stretto, come l’aspetto
fisico, la timidezza, l’introversione, l’ansia o altre caratteristiche
personali percepite come deficit sociali. In Internet, queste «prime
impressioni» sono assenti e permettono alle parti di rivelarsi l’una
all’altra e di cominciare a creare una relazione.
Infine, Internet aiuta le persone che hanno interessi comuni a
incontrarsi più facilmente. Un interesse condiviso è un utile spunto per
cominciare a conoscersi e stabilire un legame. Internet permette
letteralmente a milioni di persone di individuare con facilità chi ha
interessi simili, senza grandi sforzi e in modi prima inconcepibili,
aprendo la porta a nuove relazioni che nelle normali interazioni sociali
sarebbero potute nascere solo per caso. Internet permette anche a chi è
vincolato dalla routine – lavoro, accudimento dei figli e così via – di
trovare nel ciberspazio occasioni di incontro e conoscenza che,
altrimenti, sarebbero state limitate…
Offrendo agli individui l’opportunità di interpretare il proprio vero
sé, Internet rappresenta un eccezionale palcoscenico virtuale per la
diffusione della coscienza drammaturgica. Per quanto interpretare il
proprio vero sé sia un ruolo, come lo è interpretare il proprio sé
attuale o ideale, si tratta del ruolo di un’intera vita. È strano
pensare che la manifestazione del proprio vero sé a volte sia resa
possibile da un contesto virtuale e sia ostacolata dalla realtà. Ma a
pensarci bene, forse non è così strano. Nel Settecento e nell’Ottocento
il romanzo, una forma di finzione, ha permesso a milioni di persone di
definire i propri sentimenti più intimi e di manifestarli, sviluppando
una sensibilità empatica più profonda. Le vere differenze oggi sono la
portata immensa di Internet e la facoltà che milioni di persone hanno di
entrare in contatto diretto e intimo le une con le altre in una piazza
pubblica globale. La possibilità di sperimentare la sensibilità empatica
e di portarla a un livello globale è a nostra disposizione.
pp. 533-537
Non mancano ovviamente i pericoli:
Prima di lasciarci prendere troppo dall’entusiasmo, ricordiamoci che
questo palcoscenico pubblico globale mediato tecnologicamente ha un lato
oscuro che merita pari attenzione, cioè l’incredibile potere di
Internet di gonfiare e amplificare il desiderio di riconoscimento di
ogni individuo: il fattore celebrità. Pur essendo uno strumento
validissimo per condividere e collaborare, Internet è anche il
palcoscenico ideale per innumerevoli forme di esibizionismo e
narcisismo. Lo stesso mezzo che offre la possibilità di manifestare agli
altri il proprio vero sé e far crescere relazioni più profonde e
un’intimità condivisa può anche mettere qualsiasi abitante del pianeta
sotto le luci della ribalta, di fronte al più grande pubblico della
storia. Per chi tende al narcisismo, l’opportunità di esibirsi è tanto
irresistibile quanto lo è quella di guardare per i voyeur. In un mondo
commerciale che strumentalizza in misura crescente le tendenze
narcisistiche e voyeuristiche, Internet diventa uno strumento
imbattibile per trasformare in merce ogni aspetto e ambito della vita…
Il desiderio di fama è diventato una tale ossessione fra i giovani da
stimolare discussioni e dibattiti, oltre che una gran messe di ricerche,
fra un numero crescente di psicologi e sociologi che si domandano:
perché adesso? La ragione risiede, almeno in parte, nel mezzo: il solo
fatto di poter usare Internet per richiamare l’attenzione su di sé è un
buon motivo per farlo.
Ma i ricercatori avvertono anche che la pulsione alla celebrità è il
riflesso di un nuovo senso di solitudine esistenziale e di un disperato
bisogno di essere riconosciuti. Il desiderio di fama è spesso scatenato
dalla paura della morte e dal bisogno di conquistare almeno una debole
parvenza di immortalità o, quantomeno, di sapere che la propria
esistenza è stata notata, riconosciuta e celebrata da milioni di altre
persone. La fama rafforza l’idea che la vita abbia un senso. Alcuni si
domandano se la precarietà dell’esistenza – con la prospettiva del
cambiamento climatico e dell’apocalisse nucleare a minacciare la nostra
sopravvivenza – non possa giocare un ruolo subconscio nel generare e
rafforzare l’aspirazione a raggiungere l’immortalità attraverso la fama.
Il desiderio di celebrità non è una passione esclusivamente americana.
Indagini sul tema condotte in Cina e Germania riferiscono che il 30%
degli adulti «regolarmente sogna a occhi aperti di essere famoso» e,
incredibilmente, più del 40% è convinto che, prima o poi, godrà di una
certa notorietà, anche limitata. Queste percentuali sono ancora più
elevate tra i giovani.
Il narcisismo e la ricerca della fama vanno da sempre a braccetto:
ipotizzare che la crescente ondata di narcisismo possa alimentare la
convinzione di essere destinati alla celebrità – per la semplice ragione
che ognuno si sente importante e speciale – non è affatto peregrino.
I giovani sono davvero così egocentrici? Abbiamo allevato una
generazione di assoluti narcisisti – dei mostri, se volete – che si
preoccupano solo di se stessi? I dati empirici sono più ambigui di
quanto lascino supporre gli studi che abbiamo citato. Alcuni educatori
ritengono che gli eccessi iniziali del movimento per l’autostima si
stiano riducendo, a scuola e in famiglia, a causa degli allarmanti
segnali giunti, e che abbiano cominciato a prendere piede approcci più
sofisticati e adeguatamente strutturati alla costruzione dell’autostima.
pp. 537-542
La risposta al quesito è controversa.
Quella del Millennio è la prima generazione della storia cresciuta
con Internet e completamente assuefatta ai social network, allo scambio
di SMS e ad altre innovazioni come a un naturale stile di vita. Nuove
indagini e studi suggeriscono che la natura distribuita dell’information
and communication technology e i rapporti collaborativi che essa
promuove si riflettono sempre più sulla psicologia collettiva di questa
generazione…
Le ricerche mostrano che, diversamente dai membri della generazione x, i
ragazzi del Millennio hanno «una probabilità sensibilmente superiore di
provare empatia verso gli altri componenti del proprio gruppo e di
cercare di capire il punto di vista di ognuno». Inoltre, risultano
essere molto più disposti ad attribuire uguale peso alle opinioni
espresse dagli altri membri del gruppo, a lavorare collaborativamente e a
cercare di creare il consenso all’interno del gruppo. Cresciuti su
Internet, hanno meno probabilità di accettare la parola degli esperti e
tendono, invece, a credere nella saggezza delle folle. Si fidano meno
delle catene di comando e controllo centralizzate e dell’esercizio
gerarchico dell’autorità e sono più propensi a modelli di conoscenza
orizzontali e collaborativi sviluppati nell’ambito di iniziative open
source come Linux e Wikipedia…
I giovani della generazione del Millennio hanno un approccio più
empatico verso l’ambiente, i bisogni dei poveri e la comunità in senso
lato, e questo si manifesta anche nel loro coinvolgimento civile…
Le statistiche dimostrano che la generazione del Millennio, non solo
negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo o, almeno, nei paesi avanzati, è
la più tollerante della storia per il suo sostegno alla causa
dell’uguaglianza di genere e la sua disponibilità a sostenere i diritti
dei disabili, degli omosessuali e delle altre creature del pianeta.
Per quanto questi nuovi dati siano incoraggianti, dobbiamo considerarli
alla luce di uno sconcertante fenomeno che minaccia di compromettere
seriamente i forti progressi nella coscienza globale finora registrati.
Se la connettività resa possibile da Internet sta stringendo i giovani
della generazione del Millennio in quello che potremmo considerare un
grande abbraccio empatico cosmopolita, nuove ricerche permettono di
ipotizzare che quella stessa tecnologia stia progressivamente erodendo
la loro capacità di comunicare intelligentemente. Per quanto sia
paradossale, bisogna considerare la possibilità che una tecnologia nata
per favorire un aumento esponenziale di raccolta, archiviazione e
scambio delle informazioni fra le persone possa depauperare le capacità
linguistiche e gli strumenti che le persone utilizzano per comunicare e
interpretare i propri sentimenti e pensieri e quelli degli altri…
Le indagini svolte negli ultimi dieci anni mostrano un’allarmante
tendenza fra i giovani che crescono davanti allo schermo del computer:
la ricchezza del loro vocabolario sta diminuendo rapidamente e, con
essa, la capacità di leggere e comunicare efficacemente; e ciò non può
che avere conseguenze di vasta portata sulla capacità delle persone di
empatizzare…
La tendenza è inquietante e gli studi dimostrano che l’aumentato uso di
Internet ha portato a un drastico declino della lettura dei quotidiani,
delle riviste e dei libri, cioè i mezzi di comunicazione che espongono
la gente a un linguaggio sofisticato e articolato.
In tutte le precedenti rivoluzioni della comunicazione della storia –
dall’oralità alla scrittura, alla stampa – il vocabolario si è ampliato,
offrendo alle persone una riserva più ricca di metafore e costrutti
linguistici per comunicare. Un vocabolario più ampio permette di creare
pensieri più complessi e, attraverso questi, di espandere l’ambito
dell’empatia, per l’ovvia ragione che in tal modo le persone possono
meglio esprimersi a vicenda i sentimenti, le intenzioni e le speranze
più intime.
Ci troviamo di fronte a un altro paradosso dell’attuale congiuntura
storica: la nuova connettività via Internet offre agli esseri umani una
riserva sconfinata di conoscenze e canali di comunicazione, ma a causa
della natura del mezzo e del modo in cui viene usato, riduce la capacità
dell’uomo di esprimersi in quel modo profondo e significativo che fa
progredire le conoscenze comuni, compromettendo così la sua capacità di
comprensione, di condivisione di significati e di connessione empatica.
Che cosa dobbiamo fare, dunque, con questa generazione del Millennio?
La situazione attuale è tutt’altro che chiara. Accanto ai giovani che
sognano solo la celebrità personale, ce ne sono altrettanti che si
dedicano al servizio della comunità e all’assistenza dei meno fortunati.
Forse la realtà è che le giovani generazioni stanno crescendo dilaniate
fra una mentalità narcisistica e una empatica: in alcuni prevale l’una,
in altri l’altra.
La recessione economica a lungo termine che l’economia globale sta
attraversando, con il tramonto della Seconda rivoluzione industriale,
molto probabilmente indebolirà la pulsione narcisistica: la
sopravvivenza personale e collettiva è sempre più minacciata e
l’illusione individuale di grandezza, in mezzo al caos globale, apparirà
sempre più fragile, se non addirittura ridicola. Ma un narcisismo
collettivo potrebbe facilmente mutarsi in una virulenta xenofobia,
attraverso polemiche politiche volte a bollare le minoranze, le altre
culture e le altre nazioni come inferiori, o subumane. E’ già accaduto
in passato.
I tempi difficili possono anche portare a un’estensione della coscienza
empatica – «siamo tutti sulla stessa barca» – rendendoci più sensibili
alle reciproche sofferenze. La Grande Depressione degli anni Trenta,
almeno negli Stati Uniti, sortì proprio questo effetto: i vicini di casa
erano disponibili ad aiutarsi reciprocamente nei momenti di difficoltà.
Molto dipenderà dalla capacità di accelerare la nuova, Terza rivoluzione
industriale, cioè una forma di capitalismo distribuito fondato sulla
nostra natura collaborativa, motivato dal senso del bene comune ed
espresso dal nuovo sogno di qualità della vita e di sostenibilità
planetaria.
pp. 544-546
La risposta al paradosso formulato nell’Introduzione è affidata, naturalmente, a quelle finali, che riporto integralmente:
La crisi globale che sta cominciando a colpire la nostra civiltà ci
costringe a domandarci se non abbiamo già raggiunto il punto di svolta
nella storia dell’umanità, perlomeno come è stata definita fin
dall’avvento delle grandi civiltà agricolo-idrauliche che hanno segnato
la nascita della «coscienza storica». La nostra ricerca di un senso di
appartenenza universale ci ha catapultato in sistemi sociali ed
economici sempre più complessi, ciascuno dei quali si è progressivamente
espanso, occupando una porzione sempre maggiore del pianeta in cui
viviamo. Adesso ne abbiamo colonizzato praticamente ogni centimetro
quadrato e abbiamo creato la struttura di base per un’autentica civiltà
globale che possa unire l’umanità in un unico abbraccio, ma solo a
prezzo di un conto entropico che ci pone a rischio di estinzione.
Attraverso tutte le grandi fasi della storia dell’uomo – caccia e
raccolta, agricoltura irrigua, Prima, Seconda e Terza rivoluzione
industriale – la coscienza umana si è evoluta per poter comprendere le
strutture energetico-comunicazionali che abbiamo creato. Lo sviluppo
della psiche è stato scandito dal succedersi di diversi stadi:
mitologico, teologico, ideologico, psicologico e, ora, drammaturgico, e
ogni riorientamento della coscienza ha portato la sensibilità empatica a
nuovi livelli. Ma l’aumento della complessità dell’organizzazione
sociale ha portato anche a grandi tensioni e ad ancor più grandi
implosioni, soprattutto quando le forze laceranti prodotte dalla
crescita della differenziazione e dell’individualizzazione si sono
scontrate con la domanda di una maggiore integrazione nei nuovi,
complessi sistemi che abbiamo creato.
Gli esseri umani non sempre sono riusciti a adeguare il proprio
orientamento spaziale e temporale alle molte e nuove esigenze imposte
dalla società al loro organismo e alla loro psiche. Anche se siamo
animali profondamente sociali, che cercano l’inclusione e anelano a un
abbraccio universale, la nostra biologia ci predispone a far parte di
gruppi ristretti, fra i 30 e i 150 individui. E qui ci imbattiamo in un
altro enigma che ci rende gli unici animali capaci di provare
autenticamente un senso di stupore e angoscia: la simultanea ricerca di
intimità e di universalità spinge senza sosta la nostra mente a
protendersi in entrambe le direzioni. Sebbene i due ambiti sembrino
spesso in contraddizione, la verità è che l’essere umano cerca da sempre
un’«intimità universale», un senso di appartenenza al tutto. Ciò che ha
l’aspetto di una strana convergenza di opposti è, in realtà,
un’aspirazione profondamente sentita dall’uomo: è la nostra natura
empatica che ci permette di vivere l’apparente paradosso di una maggiore
intimità in un ambito sempre più vasto. La ricerca di un’«intimità
universale» è l’essenza stessa di ciò che chiamiamo «trascendenza».
In alcuni casi la dialettica fra individualizzazione e integrazione e
la conseguente pulsione verso intimità e universalità diventano troppo
tese: la nuova connessione non si instaura o quella esistente si spezza.
È in questi momenti di puro terrore e sconforto, quando la società
vacilla, smarrendo il senso di intimità e universalità, che le paure
primordiali dell’umanità si scatenano, sotto forma di violenza e
oppressione incontrollabili. Ogni grande civiltà ha avuto la sua dose di
olocausti.
La predisposizione all’empatia che fa parte della nostra biologia non è
un meccanismo infallibile che ci permette di perfezionare la nostra
umanità, ma un’opportunità per riunire sempre più la razza umana in
un’unica famiglia allargata, cosa che richiede un continuo esercizio.
Purtroppo, però, la spinta verso l’empatia viene spesso messa a tacere
proprio quando le forze sociali rischiano di disgregarsi.
Forse, proprio in questo momento ci stiamo avvicinando a una simile
circostanza. La Terza rivoluzione industriale e la nuova era del
capitalismo distribuito ci permettono di creare un diverso approccio
alla globalizzazione, che questa volta ponga l’accento sulla
continentalizzazione dal basso. Dato che le energie rinnovabili sono più
o meno equamente distribuite nel mondo, ogni area ha potenzialmente a
disposizione l’energia che le serve per rendersi relativamente
autosufficiente e per adottare uno stile di vita sostenibile, pur
interconnettendosi con le altre aree mediante reti intelligenti che
attraversano paesi e continenti.
Anche se un certo livello di globalizzazione continuerà a esistere
nell’ambito della Terza rivoluzione industriale, molto probabilmente
sarà la continentalizzazione a giocare un ruolo preminente nello
sviluppo dei commerci e degli scambi, perché le reti della Terza
rivoluzione industriale e i suoi sistemi logistici favoriscono la
condivisione di energia attraverso masse terrestri contigue.
Ogni comunità, una volta diventata localmente autosufficiente, potrà
farsi coinvolgere in scambi regionali, transnazionali, continentali e,
in misura limitata, globali, senza le severe restrizioni che sono
imposte dalla geopolitica che presiede alla distribuzione delle energie
elitarie dei combustibili fossili e dell’uranio.
La continentalizzazione sta già portando con sé una nuova forma di
governo. Lo Stato-nazione, che si è sviluppato insieme alla Prima e alla
Seconda rivoluzione industriale e ha fornito il meccanismo di
regolazione per la gestione di un regime energetico la cui portata era
la geosfera, non è adatto alla Terza rivoluzione industriale, il cui
ambito è la biosfera. Le energie rinnovabili distribuite, generate
localmente e regionalmente, e condivise apertamente – alla pari –
attraverso vaste masse terrestri continentali, connesse da reti di
servizi pubblici e catene logistiche e produttive intelligenti,
favoriscono istituzioni di governo continentali.
L’Unione europea è la prima istituzione di governo continentale dell’era
della Terza rivoluzione industriale. L’UE sta già cominciando a erigere
le infrastrutture fondate sui quattro pilastri che porteranno a un
regime energetico europeo, e a elaborare un corpus di norme, standard e
regolamenti per promuovere reti di trasporto, di comunicazione e di
energia che, entro la metà del secolo, si estenderanno senza soluzione
di continuità dal Mare d’Irlanda alla soglia della Russia. Stanno per
nascere unioni politiche africane, asiatiche e latino-americane: molto
probabilmente, in ciascuno di questi continenti ci saranno istituzioni
di governo transnazionali entro ii 2050.
In questa nuova era dell’energia distribuita le istituzioni di governo
assomiglieranno sempre più, nel funzionamento, agli ecosistemi che
devono governare. Come gli habitat dentro gli ecosistemi e gli
ecosistemi dentro la biosfera funzionano in una rete di interrelazioni,
così le istituzioni di governo funzionano in una rete collaborativa di
relazioni, ognuna delle quali è integrata nell’altra e nell’insieme.
Questo nuovo, complesso organismo politico agisce come la biosfera che
governa, in maniera sinergica e reciproca: è la politica della biosfera.
La geopolitica si è sempre fondata sull’assunto che l’ambiente è un
campo di battaglia, dove si combatte una guerra di tutti contro tutti
per accaparrarsi le risorse necessarie alla propria sopravvivenza.
Viceversa, la politica della biosfera si fonda sull’idea che la terra è
come un organismo vivente, fatto di relazioni interdipendenti, e che
ciascuno di noi può sopravvivere solo mettendosi al servizio della più
vasta comunità di cui fa parte.
La nuova continentalizzazione dal basso e la globalizzazione ci
permettono di portare a termine il compito di connettere gli esseri
umani e di estendere la sensibilità empatica alla nostra specie nel suo
insieme, oltre che alle molte altre specie che vivono con noi sul
pianeta.
L’epoca di trinceramento economico nella quale ci troviamo adesso, al
tramonto della Seconda rivoluzione industriale e all’alba della Terza,
molto probabilmente durerà una generazione. Tale periodo dovrebbe essere
sfruttato per ripensare le concezioni convenzionali che ci hanno
portato a questa pericolosa impasse della storia umana e per preparare
una nuova, grande narrazione per le generazioni future, a cui toccherà
la spaventosa responsabilità di guarire la terra e creare un pianeta
sostenibile.
Per ironia della sorte, il cambiamento climatico ci sta costringendo a
riconoscere la nostra umanità condivisa e la nostra comune sofferenza
come mai prima d’ora. Siamo davvero tutti insieme in questa vita e su
questo pianeta e, semplicemente, non c’è più nessun luogo verso cui
scappare o rifugiarsi, perché il conto entropico che la nostra specie ha
creato soffoca la terra e minaccia di portarci all’estinzione.
Ho la sensazione che la reazione iniziale al cambiamento climatico, che
oscillava fra negazione, disinteresse e, nel migliore dei casi,
accettazione passiva – priva, cioè, del dovuto coinvolgimento politico
ed emotivo – stia rapidamente modificandosi. Stiamo entrando in una
nuova fase, in cui gli effetti di tale cambiamento sono percepibili «qui
e ora» e influenzano negativamente intere regioni e ampi settori della
popolazione del mondo. E la cosa è destinata solo a peggiorare nei
prossimi decenni, con l’aggravamento delle condizioni climatiche e il
coinvolgimento personale e diretto di un numero ancora maggiore di
persone.
A un certo punto ci renderemo conto che condividiamo lo stesso pianeta,
che siamo tutti coinvolti e che le sofferenze dei nostri vicini non sono
diverse dalle nostre. Allora recriminazioni e rivendicazioni non
serviranno a risolvere l’enormità della crisi. Solo un’azione concertata
che stabilisca un senso collettivo di affiliazione con l’intera
biosfera potrà assicurarci un futuro. Ma per questo ci servirà una
coscienza biosferica.
La civiltà dell’empatia è alle porte. Stiamo rapidamente estendendo il
nostro abbraccio empatico all’intera umanità e a tutte le forme di vita
che abitano il pianeta. Ma la nostra corsa verso una connessione
empatica universale è anche una corsa contro un rullo compressore
entropico in progressiva accelerazione, sotto forma di cambiamento
climatico e proliferazione delle armi di distruzione di massa.
Riusciremo ad acquisire una coscienza biosferica e un’empatia globale in
tempo utile per evitare il collasso planetario?
pp. 566-570
6.
Mi capita piuttosto raramente, dopo una vita dedicata prevalentemente
alla saggistica nell’ambito delle scienze umane e sociali, di rimanere
affascinato e, al tempo stesso, perplesso e confuso nel corso e alla
fine della lettura di un libro.
Il fascino de La civiltà dell’Empatia, per quanto mi
riguarda, non è dovuto all’avvento dell’era che preconizza, a mio avviso
improbabile, bensì al fatto che esso chiude la stagione del pensiero
debole o almeno di quella corrente di pensatori post-moderni che,
inneggiando alla fine delle ideologie, di fatto, consapevolmente o meno,
hanno fornito al sistema capitalistico contemporaneo la possibilità di
ammantarsi come sistema non ideologico, empirico e pragmatico.
Rifkin (con Bauman, Beck, Attali, ecc.) non ha mai partecipato a
quella corrente. Tutti i suoi saggi sono vasti affreschi del mondo
contemporaneo che cercano una chiave di lettura globale atta ad
illuminarne i valori, i limiti, le contraddizioni, le potenzialità
regressive e quelle evolutive.
Con La civiltà dell’empatia, egli fornisce l’esempio di un
pensiero a tal punto “forte” da non temere di avventurarsi sul terreno
di una ricostruzione storica dell’intera vicenda umana al fine di
cogliere in essa un “filo” significativo che, se non è finalistico, in
quanto non esclude una catastrofe ecologica, comporta però anche la
possibilità di un salto di qualità dell’umanità rivoluzionario sotto il
profilo ecologico, economico, politico, sociale e antropologico.
Rifkin parla a più riprese della crisi globale del capitalismo
liberista che, pur avendo prodotto una crescita straordinaria della
ricchezza, ha imboccato progressivamente, e con un andamento
esponenziale negli ultimi venticinque anni, la via di uno sviluppo
squilibrante socialmente e ecologicamente, ed è venuto meno alla
promessa di produrre la “felicità”. La catastrofe che si delinea
all’orizzonte, grave al punto di mettere in gioco la sopravvivenza
stessa della specie umana, è il paradossale prodotto di quello sviluppo.
La diagnosi di Rifkin, a ben vedere, è la stessa formulata da Marx
centocinquanta anni fa, e si fonda sullo stesso presupposto
antropologico: la contestazione dell’homo oeconomicus, vale a dire di
un’ideologia che attribuisce all’uomo una natura sostanzialmente
egoistica, competitiva e asociale, orientata univocamente alla
massimizzazione dei vantaggi quantitativi ricavabili dall’interazione
con gli altri sul piano del libero mercato.
Che Rifkin citi Marx appena di sfuggita non è sorprendente. Egli vive
e lavora in un contesto, quello statunitense, nel quale il nome di Marx
continua ad essere demonizzato e associato al fantasma del comunismo.
Cionondimeno, egli non ha alcuna difficoltà nel far suonare la
campana a morte sul regime della proprietà privata e nel fare presente
che essa va sormontata in nome dei diritti dell’umanità all’accesso alla
straordinaria ricchezza che essa ha prodotto nel corso della sua
evoluzione.
La prima e la seconda parte dell’opera rappresentano, inoltre, lo
svolgimento di due tematiche proposte da Marx e abbandonate allo stato
di abbozzo: l’evoluzione della coscienza umana dalla dipendenza
all’indipendenza
Più torniamo indietro nella storia e più l’individuo, e quindi anche
l’individuo che produce, ci appare non autonomo, parte di una totalità
più vasta: dapprima ancora in modo del tutto naturale nella famiglia e
nella famiglia allargata a tribù; più tardi nella comunità, sorta dal
contrasto e dalla fusione delle tribù, nelle sue diverse forme. Solo nel
XVIII secolo, nella «società civile», le differenti forme dei nessi
sociali si presentano al singolo come un puro mezzo per i suoi fini
privati, come una necessità esteriore. Ma l’epoca che crea questo modo
di vedere, il modo di vedere del singolo isolato, è proprio quella dei
rapporti sociali (generali per questo modo di vedere) finora più
sviluppati.
I rapporti di dipendenza personale (dapprima in modo del tutto naturale)
sono le prime forme sociali, nelle quali la produttività umana si
sviluppa solo in misura ristretta e in punti isolati. L’indipendenza
personale fondata sulla dipendenza materiale è la seconda grande forma
in cui si realizza per la prima volta un sistema del ricambio sociale
generale, dei rapporti universali, dei bisogni universali e delle
capacità universali. La libera individualità, fondata sullo sviluppo
universale degli individui e sulla subordinazione della loro
produttività collettiva, sociale, come loro patrimonio sociale, è il
terzo stadio…
Grundrisse
e il rapporto tra infrastruttura e sovrastruttura
La produzione delle idee, delle rappresentazioni, della coscienza, è
in primo luogo direttamente intrecciata all’attività materiale e alle
relazioni materiali degli uomini, linguaggio della vita reale. Le
rappresentazioni e i pensieri, lo scambio spirituale degli uomini
appaiono qui ancora come emanazione diretta del loro comportamento
materiale. Ciò vale allo stesso modo per la produzione spirituale, quale
essa si manifesta nel linguaggio della politica, delle leggi, della
morale, della religione, della metafisica, ecc. di un popolo. Sono gli
uomini i produttori delle loro rappresentazioni, idee, ecc., ma gli
uomini reali, operanti, così come sono condizionati da un determinato
sviluppo delle loro forze produttive e delle relazioni che vi
corrispondono fino alle loro formazioni più estese.
L’ideologia tedesca
Al di sopra delle differenti forme di proprietà e delle condizioni
sociali di esistenza si eleva tutta una sovrastruttura di differenti
impressioni, di illusioni, di particolari modi di pensare e di
particolari concezioni della vita… L’individuo singolo, cui queste cose
pervengono attraverso la tradizione e l’educazione, si può immaginare
che esse costituiscano i veri motivi determinanti e il punto di partenza
della sua attività.
Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte
C’è bisogno di profonda comprensione per capire che anche le idee, le
opinioni e i concetti, insomma, anche la coscienza degli uomini cambia
col cambiare delle loro condizioni di vita, delle loro relazioni
sociali, della loro esistenza sociale? Cos’altro dimostra la storia
delle idee, se non che la produzione intellettuale si trasforma assieme a
quella materiale?
Manifesto del Partito Comunista
Non c’è da sorprenders, come accennato, se Rifkin approfondisce
queste intuizioni senza citare Marx. Rifiutato come ideologico, il
pensiero marxiano nondimeno ha profondamente influenzato l’economia, la
sociologia, la storia, ecc. In una certa misura esso è onnipresente in
tutti gli studiosi di scienze umane e sociali, funzionando come un
fertilizzante. Laddove esso è assente, come per esempio negli epigoni
contemporanei del liberismo o in quelli dello spiritualismo, non si
produce cultura, ma ideologia.
Detto questo, sarebbe poco onesto riconoscere che il pensiero di
Rifkin, per quanto muova da presupposti antropologici affini a quelli di
Marx e condivida la sua diagnosi sul sistema capitalistico nato con la
rivoluzione industriale ottocentesca, ha una sua indubbia originalità.
Partendo da quei presupposti e da quella diagnosi, infatti, esso
riconosce uno sviluppo e giunge a conclusioni che sono molto diverse
rispetto a quelle di Marx.
Lo sviluppo, infatti, è incentrato sulla valorizzazione dell’empatia,
considerata come un attributo proprio della natura umana. La rassegna
che Rifkin fa della riscoperta dell’empatia promossa dalla psicoanalisi,
confermata dagli studi di psicologia evolutiva e, infine, resa certa
dalla scoperta dei neuroni specchio, è tra le più limpide, precise e
profonde tra quelle prodotte di recente. La sua proposta di rileggere la
storia della specie alla luce della nuova idea della natura umana che
discende dall’attribuzione ad essa di una socialità empatica primaria è
assolutamente affascinante. Gli esiti della rilettura, però, non mi
sembrano convincenti.
Ho già accennato al fatto che Rifkin accoglie acriticamente la teoria
hofmaniana sull’empatia, la quale comporta stadi di sviluppo che
portano da un’originaria modalità viscerale ed egocentrica ad un’empatia
globale e matura per effetto dello sviluppo cognitivo. Si tratta di uno
schema astratto, poiché esso non prende in considerazione la
possibilità che lo sviluppo cognitivo, in conseguenza delle influenze
culturali ambientali, possa piuttosto produrre una mortificazione e
un’anestetizzazione dell’empatia.
Questa possibilità non è meramente teorica. La civiltà borghese, con
il suo riferimento all’homo oeconomicus, non si sarebbe potuta affermare
se non in virtù di questa anestetizzazione, funzionale ad affrancare
l’individuo dai legami di appartenenza familiari e gruppali, ma al tempo
stesso inevitabilmente incline a separare l’uomo dall’uomo (e – oggi
potremmo dire – dalla sua stessa natura).
C’è un secondo aspetto, però, da considerare nel modo in cui Rifkin
utilizza il concetto di empatia, influenzato anch’esso dal cognitivismo.
L’empatia, così come è stata definita dai neuroscienziati che hanno
scoperto i neuroni specchio, è una modalità preriflessiva e precognitiva
che consente di “capire intuitivamente” ciò che avviene nel mondo
interiore di un altro. Per utilizzare un linguaggio contemporaneo, si
tratta di una modalità di condivisione dell’esperienza umana “peer to
peer”, che per molti aspetti rimane del tutto inconscia. E’ fuori di
dubbio che essa comporta la possibilità di “teorizzare” riflessivamente e
coscientemente ciò che avviene nella mente degli altri.
Identificare, però, l’empatia con la capacità di utilizzare una
teoria della mente, come fanno i cognitivisti, è un errore. In quanto
influenzata, infatti, dal contesto culturale all’interno del quale
avviene lo sviluppo cognitivo individuale, la teoria della mente può
comportare anche esiti paradossali. Due di questi vanno evidenziati per
capire meglio come stanno le cose. La pubblicità, come anche la
psicologia di ogni commerciante, comporta senz’altro una teoria della
mente, in quanto è rivolta a comprendere le aspettative e i desideri del
cliente. Cionondimeno, il suo intento, di solito, è tutt’altro che
empatico dacché il fine che si propone è di manipolare, in qualche
misura, la mente del cliente fino al punto di produrre in essa falsi
bisogni.
Un secondo esempio, meno banale, è più inquietante. Lo sviluppo
cognitivo, infatti, comporta anche la possibilità di simulare
un’emozione empatica che, di fatto, a livello viscerale non è più
avvertita per effetto di un’anestetizzazione. Anche e non voler
considerare la torma dei filantropi, particolarmente rappresentati negli
Stati Uniti, che vivono un regime di dissociazione tra l’empatia
simulata come virtù sociale e un comportamento quotidiano espressivo di
una logica egoistica e competitiva, basta pensare all’ondata di buonismo
che ha invaso di recente i talk show televisivi dietro la quale è
assolutamente evidente una più o meno completa indifferenza sociale.
Questi aspetti sono importanti perché incidono profondamente nella
ricostruzione che Rifkin fa degli stadi di coscienza che, in conseguenza
degli sviluppi tecnologici, sarebbero evoluti quasi linearmente nella
direzione di uno sviluppo approdato infine alla coscienza empatica
contemporanea.
Nella seconda e ancora più nella terza parte del saggio, infatti, è
del tutto evidente che, sulla base della confusione cui ho fatto cenno,
Rifkin identifica in qualunque forma di interconnessione sociale, e
soprattutto in quella che si sta realizzando grazie all’estensione
globale della rete Internet, l’espressione della coscienza empatica che
si andrebbe universalizzando.
Tale identificazione sembra piuttosto azzardata. E’ fuori di dubbio
che quella interconnessione attesta un bisogno di interazione sociale
molto intenso. Per molti aspetti, però, quel bisogno può essere
interpretato come espressione di una profonda angoscia di solitudine più
che di una coscienza empatica, vale a dire come espressione di una
fobia dell’affettività che costringe le persone a realizzare
virtualmente quel bisogno non potendolo realizzare nella rete dei
rapporti sociali quotidiani.
Da intellettuale riflessivo e profondo, Rifkin intuisce che non è
tutto oro quel che luce e che egli stesso tende a valorizzare. Il
capitolo sulla coscienza drammaturgica è un pezzo di bravura oltremodo
significativo, che pone in luce il pericolo che il gran teatro di un
mondo interconnesso divenga la ribalta di un frenetico esibizionismo
narcisistico, al di sotto del quale si dà la solitudine e l’assenza di
relazioni significative. Tale pericolo è immediatamente minimizzato in
nome di “ricerche” univoche nell’attestare che le giovani generazioni
più aperte alle novità, al pluralismo culturale, al lavoro di èquipes,
alla socialità empatica.
La confusione che induce la lettura del saggio di Rifkin è da
ricondurre al fatto che la viva percezione dei mali che affliggono il
nostro mondo, dall’aumento degli squilibri sociali al malessere
psicologico che si va diffondendo epidemicamente, è compensata da un
orientamento sostanzialmente ottimistico che vede nello sviluppo della
tecnologia – dallo stoccaggio delle energie rinnovabili
all’irresistibile avanzata della democrazia, dello scambio e del
reciproco aiuto su Internet – il fattore destinato a realizzare la
Civiltà dell’Empatia.
Nell’intimo, mi verrebbe da augurarmi che Rifkin avesse ragione.
Purtroppo questo augurio contrasta con il pessimismo dell’intelligenza
critica. Se è vero che l’empatia fa parte della natura umana, ci sono
infiniti dati che attestano che nel contesto della nostra società, e
anche in giro per il mondo, i livelli di anestetizzazione empatica hanno
raggiunto un picco critico. L’indizio più importante da questo punto di
vista, anche se non è certo l’unico, è la diffusione epidemiologica dei
disturbi psichici, la cui matrice univoca e universale è la relazione
conflittuale con l’Altro (reale e immaginario), in conseguenza della
quale l’Io si riduce, per dirla con Cristopher Lasch, ad uno stato
“minimo” sotteso da vissuti persecutori, dall’angoscia della solitudine e
da un senso di svuotamento esistenziale.
Che questo stato, in nome di un’esigenza interiore e di un codice
normativo (estroverso), venga compensato dalla ricerca di contatti
sociali la più ampia possibile e da modalità relazionali che sembrano
simulare l’empatia, è un dato di fatto psicosociologico. Vedere in ciò
un progresso della coscienza umana verso il raggiungimento del suo
stadio ottimale – lo stadio dell’individuo universalmente socializzato
ed empatico – sembra viceversa un errore.
Perché Rifkin lo commette? Perché, presumibilmente, egli, adottando
un principio dialettico, ritiene che la Civiltà borghese, la quale ha
prodotto uno sviluppo straordinario della tecnologia e della ricchezza,
e, al tempo stesso, l’immiserimento dell’uomo fino allo stato “minimo”,
ha rappresentato e rappresenta un passaggio obbligato sulla via
dell’umanizzazione, vale a dire del recupero dell’Altro come riferimento
indispensabile dello sviluppo dell’individuo sociale.
Più o meno, è ciò che pensava Marx stesso elogiando con toni
emotivamente quasi concitati il significato storico del Capitalismo.
Laddove, però, egli postulava una discontinuità storica, al di là
della quale l’uomo avrebbe recuperato l’Altro come fine e non come
mezzo, Rifkin ritiene che la Rivoluzione possa avvenire, e di fatto stia
già avvenendo, sulla base di una continuità. E’ quella stessa Civiltà,
infatti, che starebbe producendo, attraverso la tecnologia, i
presupposti del suo superamento.
Mi augurerei – ripeto – che le cose stessero così. Temo, però, che se
non si realizza una forte discontinuità, vale a dire una crisi
collettiva che restituisca all’umanità, e soprattutto a quella
occidentale, la consapevolezza di avere imboccato un vicolo cieco, la
prospettiva catastrofica non potrà essere scongiurata.
La coscienza umana con la sua indefinità capacità di essere ingannata
e di ingannarsi: questo è il problema. Che tale capacità conviva con un
orientamento empatico originario e, ormai, fuori di dubbio, rende la
circostanza solo più inquietante e dolorosa.
Grounding Institute –
Associazione Esalen
Direttore: dr. Maurizio
D’Agostino
Via Asiago, 35 Catania
Via Contea, 9 Linera (CT)
www.bioenergetic.it
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