|
Jeremy Rifkin, La civiltà dell’empatia. La corsa verso la coscienza
globale nel mondo in crisi. Mondadori, Milano 2009
1.
L’urgenza di costruire una visione integrata dell’uomo e della sua
storia – una panantropologia, dunque, utilizzando i dati forniti da
molteplici discipline – evoluzionismo, genetica, neurobiologia,
psicologia, psicoanalisi, storia, sociologia, economia, politica, ecc.
-, non è mai stata viva come oggi.
Ritengo che questo dipenda da due fattori correlati tra loro: per un
verso, dalla crisi nella quale versa la civiltà occidentale, i cui
valori fondanti – storicamente riconducibili al Cristianesimo, al
Liberalismo e al Socialismo – appaiono sempre più scollati e astratti
rispetto ad una realtà sociale atomizzata, anomica, liquida
(nell’accezione di Bauman); per un altro, dal fallimento del pensiero
debole o più in generale post-modernista, che non è riuscito minimamente
ad incidere sulla coscienza sociale, la quale appare sempre più
orientata verso il recupero di tradizioni e valori etnocentici, compresi
i rischi di rigurgiti sciovinisti erazzisti che ciò comporta.
L’urgenza è comprovata dal fatto che, in tutto l’arco delle scienze
umani e sociali e della stessa filosofia, molteplici autori, partendo da
una competenza riferita ad un determinato ambito, allargano il loro
sguardo nel tentativo di includere tutti gli altri. Dato che tentativi
del genere sono stati portati avanti, negli ultimi anni, fa genetisti,
biologi evoluzionisti, psicologi, psicoanalisti, sociologi, filosofi,
ecc., c’è da pensare che essi corrispondano, più che a forme di
imperialismo disciplinare o semplicemente di narcisismo, ad una sorta di
“compulsione” intellettuale, destinata, un giorno o l’altro, ad esitare
in uno sforzo autenticamente interdisciplinare, reso per ora difficile o
impossibile dalla diversità dei linguaggi tecnici. Il rischio dei
tentativi che vengono posti in essere è, ovviamente, che i dati non
appartenenti alll’ambito di competenza dell’autore vengano utilizzati
“disinvoltamente”, vale a dire in maniera impropria o imprecisa.
È un rischio da correre, ma, nella misura in cui il pericolo ch’esso
comporta si realizza, è giusto segnalarlo, senza che ciò significhi
sminuire il valore di un’opera. Ne La civiltà dell’empatia
di Rifkin tale pericolo, in una certa misura, si realizza, ma associato
ad una tale densità di pensiero e passione da meritare ammirazione.
Questa recensione non è dunque una “stroncatura”, bensì il tentativo di
definire criticamente un concetto essenziale ai fini della costruzione
di un modello panantropologico – quello, appunto, di empatia.
Jeremy Rifkin,
sociologo ed economista, appartiene, con Jacques Attali, alla schiera
dei tecnocrati illuminati, vale a dire degli studiosi che valorizzano al
massimo grado lo sviluppo della tecnologia identificando in esso il
motore della storia umana e, benché siano consapevoli dell’ambivalenza
intrinseca in essa (alienazione/umanizzazione), nondimeno vi si
appellano per preconizzare un futuro “ottimistico”.
In maniera complementare ad Attali, che in Breve storia del futuro
prevede l’avvento di una iperdemocrazia portata avanti da imprenditori
relazionali interessati al bene comune più che alle ragioni di mercato,
Rifkin che, in opere precedenti (La fine del lavoro, Il sogno europeo),
ha sempre valorizzato l’economia sociale fondata sugli scambi
relazionali più che mercantili, vede all’orizzonte la possibilità di una
terza rivoluzione industriale, destinata a portare l’umanità fuori
dalla sua “preistoria”. Egli insomma pone un nesso di continuità tra il
passato e il futuro, e ritiene che i segni del trapasso siano già del
tutto evidenti.
Tra questi segni il più importante è il recupero della socialità
empatica che il liberismo ha mortificato e negato. Egli ritiene, però,
sia pure implicitamente, che quella negazione era necessaria per
arrivare al punto che l’individuo sviluppato e differenziato percepisse
l’unicità e la caducità dell’esistenza, la sua solitudine esistenziale,
la sua infelicità: sentimenti, questi, che promuovono e riabilitano
l’empatia e il bisogno di legami sociali significativi.
Purtroppo, per arrivare a questo livello di sviluppo, l’’umanità ha
dovuto utilizzare e saccheggiare le risorse energetiche del pianeta,
sicché la Civiltà dell’empatia, che secondo Rifkin si profila
all’orizzonte, si trova sull’orlo di un baratro ecologico.
Questo paradosso è il tema centrale del saggio e viene esplicitato chiaramente nell’introduzione:
Questo libro presenta una nuova interpretazione della storia della
civiltà alla luce dell’evoluzione empatica della razza umana e della sua
profonda influenza sullo sviluppo e, probabilmente, sul futuro della
nostra specie.
Dalle ricerche scientifiche in ambito biologico e cognitivo sta
emergendo una visione radicalmente nuova della natura umana che suscita
controversie non solo nei circoli intellettuali, ma anche nella comunità
economica e politica. Recenti scoperte nel campo della neurologia e
delle scienze dell’età evolutiva, infatti, ci costringono a rivedere
l’inveterata convinzione che gli esseri umani siano per natura
aggressivi, materialisti, utilitaristi e dominati dall’interesse
personale. La graduale presa di coscienza del fatto che siamo membri di
una specie profondamente empatica ha ampie ricadute sulla società.
Questa nuova interpretazione della natura umana apre la porta a
un’avventura assolutamente medita. Le pagine che seguono ricostruiscono
l’affascinante storia dello sviluppo dell’empatia nell’uomo, dal nostro
antico passato mitologico all’ascesa delle grandi civiltà teologiche,
all’era ideologica che ha dominato il Settecento e l’Ottocento, all’era
psicologica che ha caratterizzato gran parte del Novecento, fino al
drammatico inizio del ventunesimo secolo.
Osservare la storia economica attraverso la lente dell’empatia ci
permette di scoprire alcuni fili della vicenda umana finora nascosti. Il
risultato è un nuovo arazzo sociale – la «civiltà dell’empatia» –
tessuto a partire da varie discipline: dalla letteratura alle arti,
dalla teologia alla filosofia, dall’antropologia alla sociologia, dalle
scienze politiche alla psicologia, alla teoria della comunicazione.
Al centro della storia umana c’è la paradossale relazione che intercorre
fra empatia ed entropia. Nel corso dei secoli, la convergenza di nuovi
regimi energetici e di nuove rivoluzioni nel campo delle comunicazioni
ha creato società sempre più complesse. Le civiltà tecnologicamente più
avanzate hanno mescolato popoli diversi, aumentando la sensibilità
empatica e facendo espandere la coscienza umana. Ma questa crescente
complessità ha comportato un enorme impiego di risorse naturali, che ora
rischiano di esaurirsi.
Per colmo di ironia, lo sviluppo della coscienza empatica è stato reso
possibile solo da un consumo sempre maggiore di energia e risorse
naturali, che ha condotto a un drastico deterioramento della salute del
pianeta.
Oggi ci troviamo di fronte alla catastrofica prospettiva di raggiungere
finalmente uno stato di empatia globale in un mondo interconnesso, ad
alta intensità di energia, mentre il sempre più oneroso conto entropico
minaccia di provocare un cataclisma climatico e mette in discussione la
nostra stessa sopravvivenza. La risoluzione del paradosso
empatia-entropia sarà molto probabilmente il banco di prova definitivo
della capacità della specie umana di sopravvivere e prosperare in futuro
sulla terra. Ma, per riuscire a vincere la sfida, sarà necessario un
radicale ripensamento dei nostri modelli economici, filosofici e
sociali…
Ritengo che ci troviamo al punto di svolta verso una transizione epocale
a un’economia «climacica» globale e a un radicale riposizionamento
della presenza dell’uomo sul pianeta. L’era della ragione sta per essere
sostituita dall’era dell’empatia.
Forse la domanda cruciale alla quale l’umanità deve dare una risposta è:
possiamo raggiungere l’empatia globale in tempo utile per evitare il
crollo della civiltà e salvare la terra?
pp. 3-5
Una nuova ricostruzione della storia della civiltà, aperta su di
un’alternativa che può essere la catastrofe della specie o il suo
approdo ad una socializzazione universale empatica: essendo questa la
tesi di fondo del saggio, è difficile negare la sua ambizione
panantrolopologica.
La tesi viene confermata nel capitolo I, che anticipa le tre parti di
cui si compone il saggio, e il cui titolo, per l’appunto, è: Il paradosso nascosto nella storia dell’uomo.
Sappiamo già dall’introduzione di cosa si tratta, ma non è inopportuno documentare come Rifkin ne definisce i termini.
C’è, secondo l’autore, una storia dell’uomo che non è mai stata raccontata e fa capo al ruolo svolto dall’empatia:
Negli ultimi tempi c’è la tendenza a mettere in discussione l’idea
che alla base della vicenda umana ci sia un senso che permea e trascende
tutte le diverse narrazioni culturali che costituiscono le molteplici
storie della nostra specie, e che forniscono il collante sociale per
ciascuna delle nostre odissee. Questa concezione quasi certamente
provocherebbe una generale smorfia di disgusto tra gli studiosi
postmoderni, ma le prove sperimentali suggeriscono che, probabilmente,
esiste un tema dominante nell’umana avventura.
I nostri cronisti ufficiali – gli storici – hanno dato poco spazio
all’empatia come forza determinante nello svolgimento delle vicende
umane. In genere gli storici scrivono di conflitti sociali e guerre, di
grandi eroi e terribili malfattori, di progresso tecnologico e di
esercizio del potere, di ingiustizia economica e di tensioni sociali.
Quando gli storici si occupano di filosofia, di solito lo fanno in
relazione all’organizzazione del potere. Raramente li sentiamo parlare
dell’altra faccia dell’esperienza umana: quella che rivela la nostra
profonda natura sociale, l’evoluzione e l’estensione degli affetti e
l’impatto di tutto ciò sulla cultura e sulla società.
Il filosofo Georg Witheim Friedrich Hegel ebbe a dire che la felicità si
trova «nelle pagine bianche della storia» perché esse corrispondono a
«periodi di armonia». Le persone felici di solito vivono la propria vita
in un «micromondo» di strette relazioni famigliari e di contatti
sociali più estesi. La storia invece, nella maggior parte dei casi, è
scritta dai delusi e dagli scontenti, dagli arrabbiati e dai ribelli, o
da coloro che sono interessati a esercitare l’autorità sugli altri e a
sfruttarli, e dalle loro vittime, intenzionate a correggere i torti e a
ristabilire la giustizia. In tal senso, gran parte della storia scritta
riguarda le patologie del potere.
Forse è questa la ragione per cui, quando pensiamo alla natura umana, la
nostra analisi è così sconfortante. La nostra memoria collettiva si
misura in termini di crisi e calamità, di feroci ingiustizie e
terrificanti episodi di brutalità che infliggiamo ai nostri simili e
alle altre creature. Ma se fossero questi gli elementi cardine
dell’esperienza umana, l’uomo sarebbe già estinto da tempo.
Da qui sorge la domanda: perché siamo giunti a pensare a noi stessi in
termini così tetri? La risposta è che i racconti di disastri e disgrazie
hanno il potere di colpirci: sono inattesi e perciò suscitano allarme e
interesse. Questo perché eventi di tal genere sono inusitati, non
rappresentano la norma, fanno notizia, e quindi diventano materia di
storia.
Il mondo quotidiano è assai diverso. Anche se la vita di tutti i giorni,
vissuta nel proprio ambiente domestico, è punteggiata di sofferenze,
tensioni, ingiustizie e colpi bassi, per la maggior parte trascorre fra
centinaia di piccoli gesti di generosità e gentilezza. Il conforto
reciproco e la compassione tra persone creano fiducia, stabiliscono
legami di socialità e apportano gioia alla vita di ciascun individuo.
Gran parte delle nostre interazioni quotidiane con le altre persone è di
tipo empatico, perché questa è la nostra natura. L’empatia è il mezzo
attraverso il quale creiamo la vita sociale e facciamo progredire la
civiltà. In breve, è la straordinaria evoluzione della coscienza
empatica a costituire il sottotesto essenziale della storia dell’uomo,
anche se gli storici hanno mancato di dedicarle la dovuta attenzione.
C’è un’altra ragione per cui l’empatia attende ancora di essere
esaminata seriamente in tutti i suoi aspetti antropologici e storici. Il
problema è da identificare nello stesso processo evolutivo. La
coscienza empatica si è sviluppata lentamente lungo il corso dei 175.000
anni di storia dell’umanità: a volte è fiorita, per poi regredire per
lunghi periodi. Lo sviluppo dell’empatia e lo sviluppo del sé vanno di
pari passo, e accompagnano la crescente complessità e sete di risorse
delle strutture sociali che caratterizzano l’esistenza umana. In questo
libro esamineremo appunto tale rapporto.
Dato che lo sviluppo dell’idea del sé è assolutamente vincolato allo
sviluppo della coscienza empatica, lo stesso termine «empatia» non è
entrato nel vocabolario dell’uomo fino al 1909, più o meno nel periodo
in cui la psicologia moderna ha cominciato a esplorare le dinamiche
dell’inconscio e della coscienza. In altre parole, solo quando l’uomo ha
raggiunto uno stadio di evoluzione della percezione del sé tale da
cominciare a riflettere sulla natura dei suoi sentimenti e pensieri più
riposti in rapporto a quelli degli altri, è stato in grado di
riconoscere l’esistenza dell’empatia, trovare le metafore per discuterne
e sondare i profondi recessi dei suoi molteplici significati.
pp. 11-12
Definendo una relazione diretta tra sviluppo dell’idea del sé e
sviluppo della coscienza empatica, Rifkin avanza un’ipotesi forte (e,
come vedremo, discutibile) che conferma ulteriormente nei seguenti
termini:
Il risveglio del senso di sé, innescato dal processo di
differenziazione, è cruciale per io sviluppo e l’estensione
dell’empatia. Più è sviluppato e individualizzato il sé, più è grande la
nostra percezione dell’unicità e caducità dell’esistenza, della nostra
solitudine esistenziale e dell’infinità di sfide che dobbiamo affrontare
per esistere e prosperare. Sono questi nostri sentimenti che ci
permettono di provare empatia per sentimenti simili negli altri. Un
sentimento empatico più solido permette anche a una popolazione sempre
più individualizzata di creare legami di affiliazione anche nell’ambito
di organismi sociali sempre più interdipendenti, estesi e integrati. È
questo il processo che caratterizza ciò che chiamiamo «civiltà»: il
superamento dei legami di sangue tribali e la risocializzazione di
individui distinti sulla base di legami associativi. L’estensione
empatica è il meccanismo psicologico che rende possibili la conversione e
la transizione. Quando diciamo «civilizzare», in realtà è come se
dicessimo «empatizzare».
p. 25
La globalizzazione dell’empatia comporta però un problema:
Oggi, in quella che sta rapidamente diventando una civiltà
interconnessa a livello globale, la coscienza empatica sta appena
cominciando a estendersi alle piaghe più remote della biosfera e a tutte
le creature viventi.
Sfortunatamente, ciò avviene proprio nel momento storico in cui, al fine
di mantenere una civiltà urbana complessa e interdipendente, le stesse
strutture economiche che permettono di connetterci stanno assorbendo
molto rapidamente quei che rimane delle risorse della terra e, al tempo
stesso, stanno distruggendo la biosfera.
p. 25
Proprio nel momento in cui stiamo cominciando a scorgere la
prospettiva di una coscienza empatica globale, ci ritroviamo prossimi
alla nostra stessa estinzione. Nell’ultimo mezzo secolo, ci siamo dati
un gran da fare per universalizzare l’empatia. Di fronte all’Olocausto
avvenuto durante la seconda guerra mondiale, l’umanità ha detto «mai
più!», estendendo l’empatia a un numero enorme di individui in
precedenza considerati men che umani – tra cui le donne, gli
omosessuali, i disabili, le persone di colore e gli appartenenti a
minoranze etniche e religiose e ha codificato questa nuova sensibilità
sotto forma di diritti e politiche sociali, leggi sui diritti umani e
oggi perfino norme per la protezione degli animali. Siamo ormai sulla
buona strada per eliminare dal vocabolario i concetti di «altro»,
«alieno», «estraneo». E malgrado le prime luci di questa nuova coscienza
della biosfera siano a malapena visibili (le tradizionali distorsioni
xenofobe e i pregiudizi continuano a rappresentare la norma), il solo
fatto che la nostra estensione empatica stia ora esplorando domini in
passato inesplorabili rappresenta un trionfo nel percorso evolutivo
dell’uomo.
Eppure, questi primi bagliori di una coscienza empatica globale sono
offuscati dalla crescente consapevolezza che potrebbe essere troppo
tardi per allontanare la minaccia del cambiamento climatico e della
possibile estinzione della specie umana: una conseguenza dell’evoluzione
di quell’organizzazione economica e sociale sempre più complessa e
affamata di energia che ci ha permesso di approfondire il nostro senso
di individualità, di unire persone differenti, di allargare il nostro
abbraccio empatico e di espandere la coscienza umana.
Stiamo rapidamente giungendo a ottenere una coscienza della biosfera in
un mondo a rischio di estinzione. Capire la contraddizione che connota
l’avventura umana è fondamentale affinché la nostra specie riesca a
rinegoziare una relazione sostenibile con il pianeta in tempo utile per
evitare di precipitarlo nell’abisso.
Il compito fondamentale che dobbiamo portare a termine è quello di
analizzare in profondità questo paradosso della storia umana,
esplorandone esaurientemente il funzionamento e i percorsi, le
complessità e le articolazioni, al fine di trovare una via d’uscita da
tale situazione. Il nostro viaggio comincia nel punto in cui le leggi
dell’energia che governano l’universo si frappongono alla
predisposizione umana a valicare continuamente l’isolamento, cercando la
compagnia dell’altro per mezzo di organizzazioni sociali sempre più
complesse e affamate di energia. La dialettica implicita nella storia
dell’uomo è il continuo anello di feedback fra espansione empatica e
aumento dell’entropia.
pp. 26-27
Questa dialettica, a dire il vero, è un’assoluta novità proposta da Rifkin, che merita una citazione che tenta di illustrarla:
Se osserviamo più da vicino le testimonianze storiche che raccontano
l’evoluzione dell’uomo, e soprattutto il feedback dialettico fra
l’estensione dell’empatia e l’aumento dell’entropia, si aprono ai nostri
occhi nuove prospettive per considerare la natura umana e la ricerca
umana.
Il riconoscimento dell’esistenza finita dell’altro è ciò che collega la
coscienza empatica alla consapevolezza entropica. Se possiamo
identificarci con la sofferenza dell’altro, ciò che cerchiamo di
sostenere e con cui empatizziamo è la sua volontà di vivere. Le leggi
della termodinamica, e soprattutto la legge dll’entropia, ci dicono che
ogni istante della vita è unico, irripetibile e irreversibile –
invecchiamo, invece di ringiovanire -, e per questa ragione dobbiamo la
nostra esistenza all’energia disponibile che sottraiamo alla terra, che
costituisce il nostro essere fisico e ci tiene lontani dallo stato di
equilibrio rappresentato dalla morte e dalla decomposizione. Quando
empatizziamo con un altro essere, comprendiamo inconsciamente che la sua
esistenza, proprio come la nostra, è fragile e finita, ed è resa
possibile da un continuo flusso di energia.
Solo recentemente, però, siamo diventati consapevoli del fatto che
dobbiamo il nostro benessere, almeno in parte, all’accumularsi del
nostro personale debito entropico nell’ambiente che ci circonda.
La seconda legge della termodinamica e l’entropia sono un costante
memento della natura della lotta che anima la vita di ciascuno di noi e
che ci unisce in un vincolo di comunanza e solidarietà. L’estensione
empatica è la consapevolezza della vulnerabilità che condividiamo e,
quando si esprime, diventa la celebrazione della nostra comune voglia di
vivere.
Allo stesso tempo, forme di civiltà sempre più complesse e affamate di
energia ci offrono l’occasione per una maggiore esposizione al contatto
con altri individui. Più è ricca la varietà ditale esposizione, maggiore
è la probabilità che un individuo riconosca sfaccettature del proprio
essere nell’esperienza degli altri ed estenda la propria coscienza
empatica.
Ciò che è particolarmente interessante nel processo è che l’estensione
empatica non permette solo all’uno di sperimentare la sofferenza o la
condizione dell’altro «come se» fosse la propria, ma contribuisce anche a
rafforzare e approfondire il proprio senso di sé. Il sociologo Chan
Kwok-Bun sintetizza così il processo:
L’autenticità di ciò che ho scoperto su me stesso è rafforzata perché ho trovato conferma di una parte di me in te, e tu in me.
Il costante feedback empatico è il collante sociale che rende possibili
società sempre più complesse. Senza empatia, sarebbe impossibile perfino
immaginare la vita sociale e l’organizzazione stessa della società. Una
società di individui narcisisti, sociopatici e autistici è impossibile:
le società necessitano di animali sociali, e gli animali sono sociali
se sono empatici.
Dunque, strutture sociali più complesse promuovono il rafforzamento
dell’idea del sé, una maggiore esposizione alla diversità dell’altro e
una maggiore possibilità di empatia estesa. La vita del villaggio è, per
tradizione, più chiusa e xenofoba. Le comunità che la caratterizzano
hanno una forte probabilità di considerare lo straniero alieno e
diverso. Al contrario, la vita urbana, che espone quotidianamente a
molteplici rapporti sociali ed economici con gli altri, in genere, anche
se non in tutti i casi, incoraggia un atteggiamento più cosmopolita. Ma
qui, ancora, c’è una contraddizione: il prezzo di tutto questo è una
maggiore entropia nell’ambiente. E tuttavia questa affermazione può
essere rovesciata: le strutture sociali più complesse, fino a oggi,
hanno richiesto un maggiore flusso di energia e hanno prodotto maggiore
entropia, ma hanno anche creato le condizioni per l’allargamento
dell’empatia nei confronti dell’altro e del diverso.
Il tragico difetto della storia è che la nostra maggiore empatia e
sensibilità crescono in proporzione diretta con il crescere del danno
entropico che apportiamo al mondo che condividiamo e da cui dipendiamo
per la nostra esistenza e per la perpetuazione della specie.
Ci troviamo oggi in un momento decisivo dell’esperienza umana: la corsa a
una coscienza empatica globale si sta scontrando con il crollo
entropico globale; i benefici che traiamo dall’empatia sono
incalcolabili, ma lo sono anche i costi entropici.
Se la natura umana è effettivamente materialista, egoista, utilitarista e
orientata al piacere, ci sono ben poche speranze di risolvere il
paradosso empatia-entropia. Ma se invece la natura umana, a un livello
più fondamentale, è predisposta all’affetto, alla comunione, alla
socialità e all’estensione empatica, c’è la possibilità di sottrarsi al
dilemma empatia-entropia e trovare una soluzione che ci permetta di
ripristinare un equilibrio sostenibile con la biosfera.
Un’idea radicalmente nuova di natura umana sta lentamente emergendo e
acquistando forza, con implicazioni rivoluzionarie sul modo in cui, nei
secoli a venire, interpreteremo e organizzeremo le nostre relazioni
sociali e ambientali. Abbiamo scoperto l’Homo empaticus.
pp. 40-42
2.
Homo empaticus, è, per l’appunto il titolo della prima parte
del saggio. Si tratta di una rassegna estremamente accurata di tutte le
ricerche effettuate di recente – nell’ambito della psicoanalisi,
dell’etologia, dell’evoluzionismo, delle neuroscienze e delle scienze
cognitiviste – al fine di confermare l’esistenza nella natura umana di
una predisposizione sociale e empatica.
Lo sforzo di tutti gli studiosi di queste discipline di contribuire
alla definizione di “una nuova idea di natura umana” – titolo del
secondo capitolo – non avrebbe senso se esso non avesse dovuto e non
dovesse fare i conti con un’idea o meglio un’ideologia preesistente di
segno opposto. L’ideologia in questione risale al ’600:
Hobbes considerava l’uomo aggressivo ed egoista per natura: siamo
nati per combattere e competere e siamo continuamente impegnati in una
incessante lotta l’uno con l’altro per il dominio e la supremazia, e per
garantirci il benessere a spese dei nostri simili. John Locke scelse un
approccio meno duro, perfino benigno, affermando che allo stato di
natura gli esseri umani sono socievoli e ben disposti gli uni verso gli
altri. Ciononostante, sempre secondo Locke, per predisposizione siamo
acquisitivi e impieghiamo il nostro lavoro fisico e intellettuale per
impossessarci della materia del mondo e trasformarla in una proprietà
produttiva. Jeremy Bentham e gli utilitaristi concordavano con Locke:
siamo per natura materialisti e, in quanto tali, cerchiamo di
ottimizzare il piacere e di mitigare il dolore.
p. 45
L’antitesi tra Hobbes e Locke è persistita nel corso del tempo, a favore del primo:
Alla fine dell’Ottocento, il nascente interesse per il funzionamento
della mente umana diede impulso alle discipline psicologiche: gli
studiosi cominciarono a rivolgere la propria attenzione a ciò che dà
forma alla psiche umana. Meno interessati alle astrattezze del pensiero
filosofico circa la natura dell’uomo, molti dei primi psicologi (ma non
tutti) si orientarono all’osservazione clinica e scientifica dei
processi della mente, senza mettere in discussione i preconcetti
materialisti sull’essenza della natura umana. Come Adam Smith,
ipotizzarono che ogni individuo nasca per perseguire il proprio mero e
personale interesse economico. E, seguendo l’orientamento di Darwin,
ritennero che la principale preoccupazione di ogni uomo o donna fossero
la sopravvivenza fisica e la riproduzione.
pp. 45-46
Del tutto hobbesiana, poi, è la concezione della natura umana di
Freud, tragica nella misura in cui essa non solo nega l’esistenza
dell’istinto sociale ma giunge ad ipotizzare, al suo posto, un univoco
istinto di morte.
Rifkin ricostruisce con un’accuratezza del tutto singolare le tappe
attraverso le quali, nel contesto della psicoanalisi, il paradigma
oggettuale, che implica un bisogno primario sociale sotteso da una viva
emozionalità, si è imposto, giungendo a conclusioni che ormai sono
unanimemente accettate:
I teorici delle relazioni oggettuali hanno messo in una nuova luce la
natura umana, e ciò che hanno scoperto indica che siamo una specie
animale affettuosa e altamente socievole, che desidera la compagnia,
odia l’isolamento ed è biologicamente predisposta a manifestare empatia
verso gli altri esseri.
p. 74
Queste conclusioni hanno ormai trovato un riscontro oggettivo in
seguito alla scoperta dei neuroni specchio, che “apre la porta
all’esplorazione dei meccanismi biologici che rendono possibile la
socialità”. (p. 77)
A riguardo, Rifkin scrive:
La crescente quantità di studi empirici sul ruolo che i neuroni
specchio giocano nello sviluppo empatico è impressionante e sta
contribuendo a riscrivere la storia dello sviluppo umano.
Gli scienziati hanno notato che gesti ed espressioni del viso, oltre
agli stimoli uditivi, attivano le cellule specchio, ma hanno anche
scoperto che altrettanto può fare il tatto, individuando un ulteriore
canale sensoriale per l’estensione empatica. Tutti abbiamo avuto
l’esperienza di vedere un ragno o un serpente camminare o strisciare sul
corpo di un’altra persona, e avvertire lo stesso senso di repulsione
che avremmo provato se avesse camminato o strisciato sul nostro. In una
serie di esperimenti, alcuni ricercatori hanno sottoposto diversi
individui a risonanza magnetica funzionale (fMRI) scoprendo «che la
corteccia somatosensoria secondaria si attiva sia quando il partecipante
all’esperimento viene toccato sia quando osserva qualcuno che viene
toccato».
Altri studi dimostrano che quando le persone reagiscono a un cattivo
odore con una sensazione di disgusto si attivano le stesse regioni
corticali, soprattutto nell’insula, che si attivano quando osserviamo le
smorfie di disgusto di un’altra persona che annusa un odore sgradevole.
Analogamente, quando affermiamo di «sentire» il dolore dell’altro,
questo ci è possibile a causa di specifici neuroni specchio. Uno studio
pubblicato dalla rivista «Science» riporta un esperimento condotto su
sedici coppie. Nell’esperimento, le donne furono sottoposte a fMRI, alla
presenza dei rispettivi compagni, mentre i ricercatori praticavano una
leggera scossa elettrica al dorso della mano di entrambi. Anche se non
poteva vedere il partner, la donna veniva informata da un indicatore su
chi sarebbe stato colpito dalla scarica, e su quanto intensa sarebbe
stata. Nelle donne, alcune aree deputate alla percezione del dolore nel
sistema limbico, come la corteccia cingolata anteriore, il talamo,
l’insula e le cortecce somatosensorie, venivano attivate causando
dolore, sia quando la scarica elettrica era somministrata direttamente
sia quando era semplicemente immaginata, cioè somministrata al partner.
Questo esperimento dimostra in modo inusuale quanto autentica possa
essere la risposta empatica alle sofferenze di un altro.
Perfino emozioni sociali più complesse, come la vergogna, l’imbarazzo,
il senso di colpa e l’orgoglio, sono collegate ai sistemi di neuroni
specchio localizzati nell’insula del cervello. Christian Keysers,
dell’Università di Groningen, nei Paesi Bassi, ha condotto uno studio
nel quale ad alcuni individui veniva mostrato un filmato in cui una mano
si avvicinava per dare una carezza a qualcuno, ma veniva allontanata
bruscamente da un’altra mano: l’insula degli osservatori attivava i
neuroni responsabili della sensazione di essere rifiutati.
In quasi tutti gli studi sull’attivazione dei neuroni specchio, i
ricercatori hanno riscontrato che i partecipanti che presentano una
risposta più attiva ed elevata ditali neuroni sono quelli che fanno
registrare punteggi elevati nei test di profilo empatico. Questa
distinzione è importante perché suggerisce che i bambini con un’attività
cerebrale normale sono predisposti all’empatia, ma la misura in cui i
loro neuroni specchio si attivano dipende tanto dalla natura quanto
dalla cultura.
pp. 78-79
La psicologia evolutiva ha tentato di definire le diverse fasi
attraverso le quali la socialità empatica si manifesta. Lo studioso di
riferimento a riguardo è Hoffman, che Rifkin cita ampiamente:
Hoffman identifica cinque modalità di manifestazione dell’empatia nel
processo di sviluppo. Le prime tre sono preverbali, automatiche e in
gran parte involontarie: «la mimesi motoria e la retroazione afferente
che ne segue; il condizionamento chimico; l’associazione diretta fra
indizi provenienti dalla vittima o dalla sua situazione e le passate
esperienze dolorose dell’osservatore». Hoffman sottolinea che questi
comportamenti preverbali precedono qualsiasi forma di senso di sé e sono
tanto più potenti perché dimostrano che gli esseri umani sono
biologicamente predisposti, dalla nascita, a esprimere empatia e a
creare legami di intimità e socialità.
Due modalità cognitive di ordine più elevato sono l’associazione mediata
e l’assunzione di ruolo o di prospettiva. La prima consente
all’osservatore di associare la sofferenza della vittima alle proprie
dolorose esperienze passate; la seconda permette di immaginare come si
sente la vittima, come se si trattasse di un’esperienza diretta. Con il
progredire da una modalità all’altra, il bambino diviene gradualmente
più abile nell’espressione empatica, e la padronanza di tale abilità, a
sua volta, gli permette di diventare sempre più cosciente e consapevole
di sé.
p. 103
I ricercatori hanno notato che gli infanti, appena nati, cominciano a
mimare le espressioni facciali. I bambini di un mese già sorridono,
mostrano la lingua e aprono la bocca quando osservano qualcuno fare
altrettanto. Anzi, nei primi tre mesi di vita la capacità visiva del
bambino di riconoscere i volti è maggiore che in qualsiasi altro momento
della sua vita. Un bambino di quell’età può riconoscere una fotografia
deformata di sua madre con la stessa rapidità di un’analoga foto non
alterata; i bambini più grandi non sono altrettanto abili in questo
esercizio. A 9 mesi, il bambino imita le espressioni di gioia e di
tristezza della madre. La madre e gli altri adulti, analogamente,
imitano le espressioni del bambino, per quanto involontariamente.
L’imitazione delle espressioni facciali prosegue per tutta la vita:
alcuni studi hanno dimostrato che gli spettatori di un programma
televisivo imitano inconsapevolmente le espressioni dei personaggi che
stanno guardando sullo schermo.
E ancora, l’imitazione è, per la maggior parte, inconsapevole: in un
esperimento, condotto utilizzando tecnologie di elettromiografia (EMG),
alcuni ricercatori hanno analizzato i movimenti facciali impercettibili
dei soggetti mentre osservavano immagini di volti felici e tristi,
scoprendo che «i soggetti muovevano i muscoli del sorriso» quando veniva
loro mostrata l’immagine di un volto sorridente, e i muscoli deputati
alla contrazione delle sopracciglia quando vedevano immagini di persone
accigliate.
L’uomo imita anche accento, tono di voce e ritmo del linguaggio parlato…
Pure in questo caso, la corrispondenza dei comportamenti è, per la
maggior parte, involontaria e automatica, a suggerire le profonde radici
biologiche della socialità.
Anche le posture corporali spesso sono imitate…
Anche l’imitazione emotiva è estremamente comune, ma abbiamo la tendenza
a non avvertirla, sia perché è involontaria e automatica, sia perché ci
piace pensare di avere una sorta di controllo sui nostri sentimenti.
p. 104
In un capitolo di The New Inconsciuos, Tanya Chartrand,
William Maddux e Jessica Lakin notano che l’imitazione non conscia è un
processo automatico. Secondo Chartrand e gli altri coautori, la funzione
adattiva primaria dell’imitazione, da un punto di vista biologico, è
«che vincola e lega le persone e stimola l’empatia.» La recente scoperta
dei neuroni specchio nella corteccia premotoria delle scimmie e
dell’uomo offre la spiegazione neurologica alle modalità di attivazione
ditale imitazione.
p. 105
Il feedback afferente suggerisce che un bambino possa cominciare a
empatizzare con le sensazioni di un altro prima ancora di averle
sperimentato personalmente. James D. Laird, docente di psicologia alla
Clark University, che ha condotto esperimenti pionieristici
sull’espressione facciale e la formazione degli stati d’animo, afferma
che esiste un’inferenza sia afferente sia cognitiva, e fa notare che
alcuni sono felici perché sorridono, furiosi perché accigliati, e tristi
perché imbronciati; altri definiscono le proprie esperienze emotive in
termini di aspettative situazionali.
In altre parole, si può diventare più empatici sia interiorizzando lo
stato emotivo dell’altro sia confrontandolo con le proprie esperienze
emotive passate.
Per molto tempo, antropologi e psicologi hanno sospettato che le
espressioni facciali e le emozioni fossero determinate socialmente,
anziché biologicamente. Ora sappiamo che alcune espressioni facciali
indicano il medesimo stato d’animo in tutte le culture e per tutti gli
esseri umani… Le diverse culture, tuttavia, piegano e modellano tali
espressioni e stati d’animo comuni in accordo con le rispettive etiche
sociali.
Secondo Hoffman, ci sono le prove scientifiche per affermare che la
mimesi è probabilmente un processo di attivazione dell’empatia,
«cablato» a livello neurale, i cui due stadi, l’imitazione e la
retroazione, sono diretti da comandi del sistema nervoso centrale.
Studi citati da Hoffman indicano che quando le persone si imitano,
esprimono solidarietà: manifestando una reazione appropriata alla
situazione di un altro, l’osservatore comunica consapevolezza, riguardo,
sostegno e conforto. La mimesi richiede che l’uno sia «attento»
all’altro e «in sintonia» con il suo stato emotivo: entrambe condizioni
necessarie alla promozione dell’espressione empatica e del legame di
socialità.
Quando raggiunge l’anno di età, il bambino può cominciare a leggere le
espressioni degli altri e a percepirne lo stato emotivo. Andrew
Meltzoff, docente di psicologia alla University of Washington, ha
esaminato gli sguardi di migliaia di bambini e, insieme alla sua collega
Rechele Brooks, ha scoperto che se a 12 mesi i bambini dimostravano
scarse competenza osservative, era più probabile che, a 24 mesi,
mostrassero minori competenze linguistiche. Meltzoff sostiene che si può
dire molto degli individui – a cosa sono interessati e che cosa
intendono fare in futuro – semplicemente osservando i loro occhi. Sembra
che lo sappiano perfino i bambini… È questo il modo in cui apprendono a
diventare membri maturi della nostra cultura.
pp. 106-107
Il terzo livello di sviluppo empatico, l’associazione diretta, si
raggiunge quando la condizione di un altro soggetto richiama esperienze
passate simili e le relative emozioni nel ricordo dell’osservatore.
Hoffman cita l’esempio di un ragazzino che, alla vista di un altro
bambino che si tagliava e si metteva a piangere, ricordava una propria
simile esperienza passata e ne avvertiva il dolore. Diversamente dal
condizionamento, in cui il disagio dell’uno è commisurato al disagio
dell’altro, nel caso dell’associazione diretta è sufficiente
all’osservatore collegare la specifica esperienza dolorosa dell’altro
con la sensazione del dolore da lui provato in un’esperienza analoga,
non necessariamente identica, per innescare una risposta empatica. Per
esempio, come abbiamo accennato nel capitolo I, non è inusuale che un
bambino di 13-15 mesi cerchi di confortare un compagno di giochi che
piange accompagnandolo dalla propria madre, anche se è presente quella
dell’altro. Questo dimostra che il bambino avverte tramite empatia una
sofferenza causata dalla sofferenza dell’altro, ma non è ancora in grado
di distinguere il proprio disagio da quello altrui. Questo perché,
sebbene il bambino sia consapevole che l’altro è un essere separato,
ancora non comprende che egli prova sentimenti propri, e quindi
attribuisce al compagno in lacrime il proprio disagio, ragion per cui lo
conduce dalla propria madre affinché ne tragga conforto.
Imitazione, condizionamento e associazione diretta sono tutte forme
involontarie e in certa misura primitive della manifestazione empatica.
Ma dimostrano in modo eloquente le profonde radici biologiche
dell’espressione empatica nell’animale uomo. Siamo predisposti ad
«avvertire fortemente le emozioni dell’altro» come se fossero le nostre.
Ma affinché venga espressa un’empatia matura, è necessario aggiungere
all’equazione emotiva il linguaggio e lo sviluppo cognitivo. Quando
questo accade, il bambino è maturo per i livelli quattro e cinque:
l’associazione mediata e l’assunzione di ruolo.
Con l’associazione mediata, la situazione emotiva della vittima è
comunicata attraverso il linguaggio. L’osservatore recepisce le parole
della vittima (per esempio: «Ho paura perché mia madre sta morendo»), le
decodifica verificandone il significato rispetto alla propria
esperienza passata (una valutazione cognitiva) e dà loro seguito con una
risposta empatica. L’associazione mediata combina funzioni sia
affettive sia cognitive per elaborare la risposta empatica.
L’assunzione di ruolo è il quinto e ultimo livello della manifestazione
dell’empatia secondo il modello di sviluppo di Hoffman, perché richiede
un’elaborazione cognitiva di livello elevato: è necessario che
l’osservatore immagini come potrebbe essere trovarsi nella stessa
situazione dell’altro. I primi studi sull’assunzione di ruolo come
meccanismo di manifestazione empatica sono stati condotti da Ezra
Stotland alla fine degli anni Sessanta. Ai soggetti dell’esperimento di
Stotland veniva chiesto come si sarebbero sentiti se fossero stati
oggetto del medesimo, doloroso trattamento con il calore a cui era
sottoposto un altro individuo che potevano osservare da dietro un falso
specchio. Questi soggetti mostravano un disagio empatico maggiore di
quelli a cui era richiesto semplicemente di osservare attentamente i
movimenti della vittima; mostravano anche una reazione empatica
superiore rispetto a coloro a cui veniva chiesto di immaginare come si
sentisse la vittima. In altre parole, l’assunzione di ruolo centrata su
se stessi stimolava un disagio empatico maggiore rispetto all’assunzione
di ruolo focalizzata sull’altro.
pp. 107-109
Hoffman avverte che il disagio empatico provocato dall’assunzione di
ruolo centrata su se stessi può portare a ciò che egli chiama «deriva
egoistica»: il rischio che, con l’intensificarsi della risposta
empatica, l’esperienza diventi più autoreferenziale e quindi meno
autenticamente empatica.
Dunque, in che modo i bambini apprendono a trasformare la propria innata
spinta biologica all’espressione empatica in una coscienza empatica
matura? Secondo Hoffman, la risposta al se e al come il bambino sviluppa
una sensibilità empatica matura è riconducibile, in larga parte, al
modo in cui i genitori lo sottopongono alla disciplina delle regole: è
nell’esperienza della disciplina che il bambino sviluppa un chiaro senso
dell’espressione empatica…
La chiave per trasformare gli impulsi empatici innati in risposte
empatiche mature è nelle modalità con cui si educa alle regole.
p. 109
Ciò che l’azione disciplinante induttiva insegna realmente al bambino
è la sostanza della moralità umana: responsabilità per le proprie
azioni, compassione per gli altri, disponibilità ad accorrere in loro
aiuto e confortarli, un adeguato senso di equità e giustizia. La
maturazione dell’empatia e lo sviluppo del senso morale sono la stessa
cosa.
p. 11
Il processo di maturazione empatica si velocizza nel periodo
prescolare, quando il bambino acquisisce competenze nell’uso del
linguaggio per esprimere e rivelare le emozioni, e sviluppa la capacità
di leggere fra le righe e capire che l’aspetto esteriore e il
comportamento dell’altro possono mascherare emozioni interiori ben
diverse.
Fra i 4 e i 5 anni, il bambino matura il senso della reciprocità
sociale: comincia a capire cosa ci si aspetta da lui in termini di
adeguata risposta sociale alla relazione con altri bambini e ad azioni
lui rivolte, ed è in grado di provare senso di colpa se ferisce un altro
bambino non ricambiandolo appropriatamente. Per esempio, se un amico
condivide i suoi giocattoli, ma il bambino rifiuta di fare altrettanto
condividendo i propri, e lo fa piangere, il senso di colpa può innescare
una risposta empatica e portare al tentativo di una riparazione in
qualche forma.
Intorno ai 7 anni, il bambino comincia ad accorgersi quando avverte la
risposta empatica alla sofferenza dell’altro. Uno studio che ha
coinvolto bambini di 5, 7, 8 e 13 anni ha rivelato che i bambini di 7 o
più anni sono consapevoli di essere empatici, mentre i più piccoli non
lo sono. Ai bambini coinvolti sono stati mostrati filmati di bambini in
situazioni fortemente stressanti: un bambino punito ingiustamente dai
genitori; un bambino disabile che impara a salire le scale usando le
stampelle; un bambino allontanato a forza dalla famiglia. I bambini di 7
o più anni hanno affermato di sentirsi tristi a causa delle situazioni
mostrate nei filmati, lasciando intendere di essere consapevoli che la
loro tristezza era la reazione alla sofferenza di un altro bambino e che
quella che stavano provando era una reazione empatica. I bambini più
piccoli, invece, non erano in grado di comprendere che il loro disagio
era legato causalmente all’esperienza mediata della condizione
dell’altro bambino: non si rendevano conto di provare un sentimento
empatico.
Fra i 6 e gli 8 anni, il bambino aggiunge al proprio repertorio morale
il senso del dovere sociale: per esempio, impara che mantenere le
promesse è essenziale per il consolidamento delle amicizie e che il non
farlo può provocare nell’altro un senso di tradimento e doIore. Anche in
questo caso, se tale comportamento provoca senso di colpa e desiderio
di riparazione, il bambino impara a diventare un essere morale.
Fra gli 8 e i 9 anni, un bambino riesce a intuire il livello di
autostima dell’altro. Inoltre, è in grado di modificare la propria
risposta empatica alla situazione dell’altro sulla base di circostanze
esterne. Per esempio, a un gruppo di bambini è stato chiesto quanto
sarebbero stati arrabbiati se un altro bambino avesse rubato loro il
gatto. In seguito, sono stati informati del fatto che il gatto di quel
bambino, il ladro, era scappato e che i suoi genitori si rifiutavano di
procurargli un nuovo cucciolo. Sulla base della nuova informazione, i
bambini «di 8 o più anni hanno dichiarato di essere meno arrabbiati»,
dopo aver saputo la ragione per cui l’altro aveva commesso quella brutta
azione, rispetto a un gruppo di controllo al quale non era stata data
l’informazione aggiuntiva. I bambini di 7 anni o meno, invece, non erano
affatto influenzati dall’informazione aggiuntiva, a indicare che i
bambini non sono in grado di valutare lei esperienze passate degli altri
nella propria risposta empatica fino a circa 8 anni di età.
Fra i 10 e i 12 anni, il bambino è in grado di pensare in maniera
astrattamente morale su quale debba essere il proprio comportamento
nella società. Può provare un senso generale di responsabilità morale e
di colpa che travalica le immediate circostanze e cominciare a
riflettere su cosa significhi essere una brava persona, un essere umano
moralmente retto, e condurre la propria vita sulla base di una propria
bussola morale che lo indirizza. Ora, anche il suo senso di colpa è
astratto: interiorizza il senso di colpa sociale provando angoscia e
frustrazione qualora non riesca a soddisfare la norma morale della
società.
A 10-11 anni, il bambino è in grado di comprendere l’idea che si possano
provare simultaneamente sentimenti contrastanti: per esempio, una
persona può sentirsi in imbarazzo perché ha un famigliare disabile ma,
allo stesso tempo, provare empatia verso di lui. Intorno alla stessa
età, il bambino è in grado di capire che un sentimento negativo può
essere provocato tanto dal ricordo di esperienze passate quanto dalla
reazione a eventi contingenti.
Nella prima adolescenza, fra i 12 e i 13 anni, i ragazzi diventano molto
più perspicaci nelle loro risposte emotive agli altri: sono in grado di
individuare diverse gradazioni di manifestazione emotiva, al punto da
capire se e quando la reazione dell’altro può essere determinata da
altri fattori, oltre alle immediate contingenze. Per esempio, la
tristezza potrebbe essere causata da una depressione più profonda
qualora apparisse troppo grave per essere legata semplicemente alle
circostanze attuali.
Così si giunge a quel punto del percorso di maturazione della coscienza
empatica in cui un giovane adulto diventa capace di notare, emotivamente
e cognitivamente, l’esistenza dell’altro nella sua completezza e di
sviluppare una reazione empatica alla totalità della sua esperienza e
del suo essere. Per esempio, si può sentire empatia per l’esistenza
fortemente limitata di una persona o per una sua grave disabilità fisica
o mentale. Si può anche provare empatia per la condizione di una
persona che è inconsapevole della propria stessa sofferenza. Hoffman
riferisce il racconto della reazione empatica di un suo studente alla
situazione di un bambino inconsapevole della propria condizione:
La madre di mio cugino morì. Lui era troppo piccolo per capire quello
che era successo e alla notizia continuò a giocare. Mi sforzai di
sorridere e di giocare con lui, ma non smettevo di chiedermi quanto la
perdita della madre lo avrebbe influenzato. Mai più dolci abbracci
quando cadeva e si sbucciava un ginocchio… Tutto quello a cui riuscivo a
pensare era che la tenerezza della madre non c’era più. Ma lui non se
ne rendeva conto. Credeva che tutto andasse per il meglio.
Infine, la forma più matura di risposta empatica è la capacità di
sentire la sofferenza di un intero gruppo di uomini, o perfino di altre
specie, come se fosse la propria. Spesso, questo accade se si empatizza
con una sofferenza personale, ma questa sofferenza è contemporaneamente
simbolo della condizione di un intero gruppo (per esempio, le donne
stuprate, certe minoranze religiose o gli omosessuali, tutte categorie
che soffrono a causa del rifiuto da parte della cultura dominante).
L’universalizzazione dell’empatia, fino a includere gruppi di persone o
categorie di esseri, tende al concetto di coscienza universale.
Le World Values Surveys […] mostrano una chiara tendenza verso
l’universalizzazione dell’empatia fra le giovani generazioni, almeno
nelle nazioni più sviluppate del mondo. Cambiamenti fondamentali nelle
modalità di accudimento genitoriale e nei comportamenti di attaccamento,
il prolungamento dell’adolescenza, la maggiore esposizione alla varietà
di persone, comunità e culture, una maggiore connettività globale, una
crescente interdipendenza economica e stili di vita più cosmopoliti
contribuiscono all’universalizzazione della coscienza empatica.
pp. 117-119
Ho citato ampiamente queste pagine perché ritengo che in esse sia
identificabile il punto debole dell’impianto teorico su cui Rifkin fonda
l’intero saggio. Tale punto debole è l’adesione acritica alla teoria
hofmaniana dell’empatia, che è sostanzialmente cognitivista. Non potendo
ormai negare il radicamento dell’empatia nella natura umana, infatti,
essa ne delinea uno sviluppo che comporta il passaggio univoco
dall’empatia viscerale ed egocentrica dell’infante a quella
culturalizzata e globale dell’adulto.
Questa concezione, in linea di principio poco confutabile dacché
l’empatia può raggiungere la sua massima espressione universale solo
nell’adulto – giungendo a configurarsi come una visione del mondo che
attribuisce a tutti gli esseri umani gli stessi diritti e analoghi
bisogni, non tiene conto che il processo di culturalizzazione di fatto
può anche conseguire l’effetto opposto di illanguidirla o di
anestetizzarla.
Alle variazioni culturali dell’empatia Rifkin dedica solo un breve
paragrafo laddove riconosce che “i condizionamenti culturali di lacune
società possono comportare l’arresto del processo ad uno specifico
stadio o deviarlo su di un percorso alternativo” (p. 128).
Ma intanto, il percorso alternativo, che è una costante nelle società
avanzate, non viene descritto. In secondo luogo, egli ritiene che i
tempi siano maturi per indurre un adeguamento della cultura alla nuova
concezione della natura umana. L’adeguamento, come titola l’ultimo
capitolo della prima parte, è Trovare un nuovo senso all’avventura dell’uomo.
Tale nuovo senso comporta il superamento dell’opposizione tra mente e
corpo, o – è la stessa cosa – tra Razionalità e emozionalità. Scrive
Rifkin:
La coscienza basata sulla fede e la coscienza razionale condividono
un approccio incorporeo all’esistenza. Ma sono proprio quei sentimenti e
quelle emozioni messe da parte a permettere all’uomo lo sviluppo di
legami empatici e l’acquisizione di una socialità matura e completa:
senza sentimenti ed emozioni, l’empatia cessa di esistere; e un mondo
senza empatia è alieno al concetto stesso di essere umano.
I nuovi sviluppi della psicologia e delle scienze cognitive stanno
gettando le basi per una interpretazione completamente nuova della
coscienza umana. L’idea premoderna secondo cui fede e grazia divina
costituiscono l’unica vera prospettiva sulla realtà, e le idee
dell’Illuminismo che hanno posto la ragione al vertice della coscienza
moderna cominciano a cedere il posto a un approccio più sofisticato alla
teoria della mente.
In diverse discipline e ambiti del sapere, i ricercatori stanno
cominciando ad attribuire nuove priorità ad alcuni connotati
fondamentali della fede e della ragione, nel contesto di una più vasta
coscienza empatica. Essi affermano che tutte le attività umane sono
esperienze incarnate – cioè, di partecipazione all’altro – e che la
capacità di capire l’altro e rispondergli «come se» fosse noi stessi è
la chiave delle modalità di coinvolgimento dell’uomo nel mondo, della
creazione dell’identità individuale, dello sviluppo del linguaggio,
dell’apprendimento del pensiero razionale, della socialità,
dell’elaborazione di narrazioni culturali e della definizione della
realtà e dell’esistenza.
Il concetto di «esperienza incarnata» è una sfida diretta ai vecchi
approcci alla coscienza basati su fede e ragione. Le nuove teorie della
mente lasciano spazio a entrambi, nel contesto di un più vasto sistema
di riferimento empatico; tali approcci tradizionali non sono più
inconciliabili in quanto costrutti autonomi volti a interpretare la
realtà. L’idea di esperienza incarnata ci permette di superare le ere
della fede e della ragione, e segna l’ingresso nell’era dell’empatia,
senza però costringerci ad abbandonare le caratteristiche peculiari
delle precedenti visioni del mondo che continuano, ancora a distanza di
centinaia di anni, a essere così importanti per milioni di esseri umani.
pp. 133-134
I sostenitori dell’esperienza incarnata rigettano l’idea che la
conoscenza, la ragione e il pensiero siano qualcosa che esiste a priori,
che richieda una mente indagatrice che li estrapoli dall’etere e li
immagazzini nella coscienza. E neppure accettano l’idea newtoniana di
una realtà composta da fenomeni discreti che possono essere misurati
separatamente, categorizzati e connessi secondo sterili procedimenti
causali.
Al contrario, asseriscono che la vita mentale è sempre relazionale
perché è fondata sull’idea che «io so che tu sai che io so ciò che tu
sai»: il concetto stesso di una teoria della mente. Lo stesso sviluppo
del pensiero, dunque, necessita della relazione con l’altro: anzi,
possiamo conoscere noi stessi solo in relazione ad altri. E tramite il
continuo processo di relazione con gli altri che diventiamo ciò che
siamo. In questo senso, ciascuno di noi è l’incarnazione di quella parte
dell’esperienza che l’altro ha avuto con noi e che abbiamo assorbito in
noi stessi: le relazioni ci formano e determinano ciò che siamo.
Perfino il linguaggio – la capacità di dare forma al pensiero con le
parole – emerge solo dalla relazione con l’altro. Non possiamo neppure
immaginare la possibilità che un bambino, allevato da un surrogato
materno completamente meccanico e senza alcun contatto umano, possa
essere in,grado di elaborare un linguaggio, per la semplice ragione che
il linguaggio è qualcosa che si manifesta fra le persone. Il punto è che
la nostra identità e coscienza individuali si formano attraverso
l’unicità della nostra esperienza con infiniti altri: non esiste un
semplice «io» autonomo, ma soltanto un’unica costellazione di numerosi
«noi».
p. 138
La grande trasformazione dal «penso, dunque sono» al «partecipo,
dunque sono» colloca l’empatia al centro della storia dell’uomo: un
posto che ha sempre avuto ma che la società non l ha mai riconosciuto.
Il filosofo Henryk Skolimowski scrive: «Essere una persona in un
universo partecipativo implica il riconoscimento del legame di
partecipazione… Se riconosciamo questo legame, allora – ipso facto –
riconosciamo l’empatia».28
Se viviamo veramente in un mondo partecipativo e la nostra stessa
esperienza fisica implica il continuo coinvolgimento con gli altri,
allora l’empatia diviene il mezzo attraverso il quale entriamo
profondamente nella vita degli altri, e comprendiamo e costruiamo la
nostra realtà condivisa. Eppure, molti di noi hanno ancora difficoltà ad
accettare l’idea di realtà come conoscenza collettiva creata sul mondo
che ci circonda, attraverso le relazioni in cui ci impegniamo. Ciò, in
larga misura, è dovuto al nostro essere figli del «metodo scientifico»
che ci ha trasmesso un’idea di realtà oggettiva a cui possiamo accedere
come osservatori distaccati: l’esatto opposto dell’approccio incarnato
alla realtà.
p. 142
La teoria dell’esperienza incarnata ipotizza che la comprensione
della realtà non avvenga mediante il distacco e l’esercizio del potere,
bensì attraverso la partecipazione e la comunione empatica: più
profondamente empatizziamo con i nostri simili e con le altre creature,
più intenso e ampio è il nostro livello di partecipazione, e più ricco e
universale è l’ambito di realtà a cui abbiamo accesso. Il nostro
livello di intima partecipazione definisce il nostro livello di
comprensione della realtà. La nostra esperienza diviene sempre più
globale e universale: diventiamo pienamente cosmopoliti e coinvolti
nelle vicende del mondo. Questo è l’inizio di una coscienza della
biosfera.
p. 143
Tale coscienza, che Rifkin vede già all’orizzonte, implica una
riformulazione di tutti i valori della tradizione teologica e
illuministica in una dimensione che li rinnova profondamente, perché li
radica nella coscienza empatica incarnata:
Il comportamento empatico è incarnato, pervaso di senso di
smarrimento e timore reverenziale, ma fondato tanto sul sentimento
quanto sulla ragione. Altrettanto importante è che la coscienza empatica
è allo stesso tempo descrittiva e prescrittiva; non c’è separazione fra
le cose come sono e come dovrebbero essere: sono la stessa cosa. Se ci
si identifica con la lotta dell’altro «come se» fosse la propria e si
celebra la sua vita confortando e sostenendo la sua ricerca, si vive
autenticamente e pienamente. Il sé si allarga e si espande, accedendo a
un livello più ampio e comprensivo di impegno compassionevole. Il
processo dell’essere empatico estende il dominio della morale.
Chiunque abbia sperimentato l’empatia sa che essa non può essere
invocata o perseguita in quanto dovere morale e, perciò, obbligo
universale. L’empatia è allo stesso tempo sentita e ragionata. E
un’esperienza «quantistica»: la si prova pensandola e la si pensa
provandola.
La coscienza empatica, dunque, non si fonda su un codice morale imposto
dall’esterno, ma su un terreno di crescita favorevole: si sviluppa una
sensibilità morale nella misura in cui si è partecipi, fin dalla prima
infanzia, di un ambiente famigliare a sociale favorevole. La società può
stimolare la creazione di un ambiente di tal genere offrendo un
adeguato contesto pubblico e sociale. Il potenziale empatico primitivo è
inscritto nella chimica del cervello di alcuni mammiferi, e soprattutto
dei primati, ma la sua espressione matura nell’uomo richiede
apprendimento, pratica e un ambiente favorevole. I codici morali,
inscritti nelle leggi e nelle politiche sociali, sono utili come linee
guida e standard di apprendimento, ma il punto è che non si è
autenticamente buoni se si è spinti a esserlo dalla minaccia di una
punizione o dalla speranza di un premio, ma lo si è solo se l’empatia è
nella propria natura. Non interiorizziamo i comportamenti moralmente
appropriati per dovere, ma li possiamo esteriorizzare attraverso
un’autentica identificazione con la sofferenza dell’altro. Essere
pienamente umani significa essere universalmente empatici e, perciò,
moralmente in linea con la propria esperienza incarnata.
pp. 164-165
Su queste basi, Rifkin ritiene che la vicenda della specie umana vada
ricostruita ripercorrendo “i modi in cui l’umanità ha utilizzato
l’energia e la comunicazione nel corso della storia, nonché quelli in
cui si sono evolute le forme della coscienza umana e si è sviluppata
l’empatia, con i conseguenti effetti entropici.” (p. 166)
3.
Empatia e Energia è il titolo della parte seconda. Si
tratta, di fatto, di un’affascinante carrellata sulla storia che parte
dall’Antichità e giunge ai giorni nostri cercando di correlare lo
sviluppo tecnologico e i cambiamenti della coscienza umana.
Prima di avviare l’analisi, Rifkin ne traccia le linee di fondo in questi termini:
Nessuno può negare che la coscienza umana sia cambiata nel corso
della storia. Ma se osserviamo le vicende dell’uomo più da vicino,
notiamo che i grandi cambiamenti della coscienza si accompagnano a
grandi cambiamenti nel modo in cui l’uomo organizza i suoi rapporti con
il mondo naturale e imbriglia le energie del pianeta. Le popolazioni
dedite alla caccia e alla raccolta pensavano in modo diverso da quelle
che vivevano nelle società agricolo-idrauliche. Questo perché i
cambiamenti qualitativi dei regimi energetici sono accompagnati da
cambiamenti nel modo in cui le persone comunicano tra loro per gestire i
flussi di energia. Questi mutamenti della comunicazione influiscono
sulla maniera in cui il cervello umano comprende e organizza la realtà.
Tutte le società di cacciatori‑raccoglitori sono culture orali. Non
conosciamo un solo caso in cui questo tipo di società abbia sviluppato
la scrittura. Analogamente, quasi tutte le grandi società
agricolo‑idrauliche hanno creato forme di scrittura e di calcolo per
organizzare la produzione, la conservazione e la distribuzione dei
cereali. Nell’Ottocento, la Prima rivoluzione industriale ‑ carbone,
vapore, ferrovia ‑ sarebbe stata impossibile da organizzare e gestire
senza la comunicazione a mezzo stampa. Agli inizi del Novecento, la
prima generazione di mezzi di comunicazione elettronici, soprattutto il
telefono, e successivamente la radio e la televisione con diffusione di
massa, sono diventati il fondamentale meccanismo di comando e controllo
per la gestione e la commercializzazione della Seconda rivoluzione
industriale, fondata sul petrolio e organizzata intorno al motore a
combustione interna e a beni e tecnologie derivati dai combustibili
fossili.
I sistemi di comunicazione, a loro volta, modificano la coscienza umana.
Le culture orali sono impregnate di coscienza mitologica; le culture
scritte determinano lo sviluppo di una coscienza teologica; la cultura
della stampa apre la strada alla coscienza ideologica; la cultura dei
primi strumenti elettronici ha sviluppato la coscienza psicologica.
In realtà, è ovvio, non tutto è così rigidamente schematico. Questi
diversi stadi dell’evoluzione della coscienza non sono magicamente
apparsi proprio nel momento in cui c’era bisogno di organizzare un nuovo
regime energetico‑comunicazionale. Le vecchie forme di coscienza, in
genere, sopravvivono alle prime fasi di una rivoluzione
energeticocomunicazionale. Ma nessuna di queste nuove configurazioni ha
mai raggiunto l’apice del proprio sviluppo senza essere accompagnata da
una nuova forma di coscienza.
Ogni nuovo stadio della coscienza è un riposizionamento mentale della
percezione umana e si verifica quando una rivoluzione
energetico‑comunicazionale fa nascere una nuova organizzazione sociale.
Nel processo di estensione del nostro sistema nervoso centrale
collettivo a nuovi domini e ambiti, sperimentiamo quello che gli
psicologi chiamano «cambiamento di Gestalt». Il nostro orientamento
spaziale e temporale si ricalibra (per usare un termine riduttivo
derivato dalla meccanica) e giungiamo a vedere le cose in modo diverso.
Altrettanto importante è il fatto che attraversiamo un processo di
reinterpretazione del nostro nuovo ambiente e contesto sociale, nel
tentativo di trovare il nostro posto e il nostro scopo nello schema
delle cose. Questo processo di reinterpretazione è condizionato dalla
realtà delle nuove relazioni che abbiamo instaurato con il mondo che ci
circonda. In altre parole, giungiamo a vedere e interpretare la natura,
il mondo e il cosmo in funzione del modo in cui interagiamo con esso.
Anche le metafore che utilizziamo per descrivere la consapevolezza che
abbiamo di noi stessi e della realtà sono prese a prestito dai nostri
modi di organizzazione: le civiltà idrauliche descrivono il mondo in
termini idraulici; la Prima rivoluzione industriale ha concepito Ia
coscienza ideologica attraverso metafore meccaniche; la Seconda ha
reinterpretato il cosmo in termini elettrici.
Ogni stadio della coscienza ridefinisce il limite estremo della realtà:
cattura e riflette la portata e l’estensione temporale e spaziale del
sistema nervoso centrale collettivo di ciascuna civiltà. L’ordine
sociale spazio-temporale rappresentato dalla coscienza mitologica è
marcatamente diverso da quello della coscienza teologica o ideologica o
psicologica: ciascuna di queste riflette strutture sociali
progressivamente più complesse e una dimensione spazio-temporale più
estesa; e ciascuna offre la possibilità di estendere il dominio
dell’empatia, aumentando allo stesso tempo l’entropia generale della
biosfera.
Ogni stadio della coscienza determina anche il confine fra «noi» e gli
«altri»: al di là c’è la terra di nessuno, dove vivono gli estranei. Per
l’uomo mitologico, l’estraneo è il non umano, il demone o il mostro;
per l’uomo teologico è il pagano o l’infedele; per l’uomo ideologico è
il selvaggio; per l’uomo psicologico è il patologico.
A ogni stadio storico della coscienza, le rivoluzioni
energetico-comunicazionali hanno ampliato il dominio del sistema nervoso
centrale collettivo, includendo sempre più «altri» nel regno del
famigliare. Oggi la televisione satellitare e Internet, la rivoluzione
IT e il trasporto aereo connettono quasi due terzi della razza umana in
un continuo anello di feedback, ventiquattro ore su ventiquattro: il
dominio dell’estraneo si restringe a mano a mano che la gbbalizzazione
accelera e l’impulso empatico comincia ad abbracciare la totalità della
vita che costituisce la biosfera del pianeta. Il suo ritmo in
progressiva accelerazione, però, è a malapena in grado ditenere il passo
con l’accelerazione dell’entropia.
Ciascuno di questi stadi della coscienza umana è un atto del grande
dramma che rappresenta il nocciolo dell’avventura umana: l’evoluzione
dell’espressione empatica e l’inquietante ombra del debito entropico che
ne costituisce la nemesi.
Ma come si può indagare qualcosa di così apparentemente elusivo come
l’evoluzione dell’espressione empatica? Fortunatamente, disponiamo di un
archivio che documenta sia l’evoluzione della coscienza umana sia lo
sviluppo dell’espressione empatica, sia la sua progressiva
universalizzazione: una prova empirica celata in profondità nei discorsi
con cui abbiamo raccontato le nostre stesse vicende nel corso del
tempo. Si trova nelle narrazioni che ci siamo lasciati alle spalle.
pp. 169-171
Non è possibile, ovviamente, dare conto delle ricostruzioni di
Rifkin, che occupano più di duecento pagine. Non ce n’è, per fortuna,
neppure bisogno perché la teoria degli stadi non è una novità assoluta
perlomeno per quanto riguarda il passaggio dalla mitologia e dalla
teologia alla razionalità scientifica e capitalistica. Il problema
casomai riguarda gli ultimi due stadi – rispettivamente moderno e
contemporaneo – che Rifkin definisce della coscienza psicologica e della
coscienza empatica. Mi limito, dunque, per i primi quattro stadi stadi a
qualche citazione significativa, proponendomi di riservare maggiore
attenzione all’ultimo, che si può ritenere originale.
Per quanto riguarda la coscienza mitologica Rifkin scrive:
L’uomo primitivo non era in grado di distinguere fra materiale e
immateriale, reale e immaginario, animato e inanimato. Nella sua
esperienza, il passato aveva una dimensione limitata, e il futuro quasi
nulla: egli viveva il momento presente ed era prigioniero delle
sensazioni che lo tempestavano ed esigevano da lui una reazione
immediata. Ogni forza che agiva su di lui ‑ vento, pioggia, caduta di
rocce, calore del sole, luce della luna, altre creature ‑ era una
manifestazione di spiriti e demoni, considerati di volta in volta amici o
nemici: se gli cadeva addosso un sasso da un precipizio, credeva che
uno stregone nemico l’avesse fatto cadere per ferirlo, o che fosse
qualcuno del popolo delle pietre che lo attaccava.
Il grande filosofo e antropologo francese Lucien Lévy‑Bruhl definiva la
mente primitiva una «nebbia di unità». L’uomo primitivo viveva in un
mondo mistico e mitologico di profonda e involontaria compartecipazione:
pensava che tigri ed elefanti fossero esseri umani come lui, con la
differenza che avevano assunto la forma di tigre o elefante.
Ma la cosa più importante è che l’uomo primitivo, come il bambino, non
possedeva un chiaro senso del proprio essere individuale, cioè non
distingueva se stesso da ciò che lo circondavi. Bruhi sottolinea che fra
i popoli primitivi non esiste l’Io, ma solo il Noi. Per quanto potesse
esistere uno sbiadito senso di sé, esso non era chiaramente compreso.
Ciò diventava particolarmente evidente quando un uomo primitivo feriva
un altro essere umano, o uccideva un animale, oppure abbatteva un
albero: dato che anche animali e alberi erano considerati umani, seppure
in altre forme, e dato che non erano percepiti individualmente più di
quanto lo fosse il sé, l’uomo primitivo considerava questo assalto come
rivolto al clan dell’altro nella sua interezza, cosicché ogni forma di
ritorsione colpiva un qualsiasi membro del proprio clan, o tutti.
Infatti, dato che non esisteva il concetto di individuo, danno e
vendetta avevano come bersaglio l’intera collettività. Le vendette e le
faide di sangue fra clan e tribù hanno radici antiche in questo passato
«nebuloso», in cui ogni individuo rappresentava l’intera collettività di
appartenenza.
Poiché l’espressione empatica richiede un senso di sé sufficiente a
riconoscere l’altro come essere distinto, non diversamente da sé, si
deve concludere che il senso dell’empatia, fra i popoli primitivi, si
fermasse al livello più basso del disagio empatico, più o meno come si
verifica nel bambino fino all’età di 6 o 7 anni.
Se esiste qualcosa di buono in questa esistenza «nebulosa» e
indifferenziata, è che l’individuo arcaico non percepiva il significato
esistenziale della propria morte, perché non si concepiva come essere
finito e mortale. Come abbiamo già osservato, tutte le società primitive
condividono l’universale credenza che le persone non muoiano ma,
semplicemente, cadano in un sonno profondo ed entrino in un altro mondo,
un’esistenza parallela dalla quale occasionalmente escono sotto forma
di spirito per incursioni nella terra dei «vivi».
Analogamente, i popoli primitivi non avevano comprensione del fenomeno
della nascita, che veniva considerata alla stregua di un’immacolata
concezione: uno spirito entra nel corpo della donna e, lì, si sviluppa
in nuova forma. I neonati non erano considerati esseri umani, nel senso
che noi attribuiamo a questo termine, bensì esseri ibridi ‑ per metà
spiriti e per metà umani ‑ che rimanevano in contatto con il mondo dal
quale provenivano. Questo essere ibrido diventava a poco a poco parte
della comunità nel corso del tempo, sottoponendosi a diversi riti di
passaggio. Il mondo umano e quello degli spiriti funzionavano un po’
come una porta girevole: i morti vivono per qualche tempo nel mondo
degli spiriti, ma solo per reincarnarsi nuovamente in forma umana. Lo
spirito può essere quello di una tigre o di una pianta, di una roccia, o
perfino di una stella: la loro reincarnazione in forma umana lega il
mondo dei viventi e quello dei morti in un ciclo ininterrotto e
perpetuo.
Mancando del senso di «unicità» della propria o altrui nascita e morte,
di fronte alla sofferenza altrui l’uomo delle origini non poteva
raggiungere un senso di piena identificazione esistenziale con la vita
dell’altro, ma si limitava a una forma primitiva di disagio empatico. E’
improbabile che qualcuno, in una società primitiva, percepisca la
propria o altrui sofferenza attraverso una sensazione empatica matura,
come succede oggi al bambino che abbia meno di 5 o 6 anni.
pp. 176-178
Ancora alla coscienza mitologica appartengono le prime società
agricole fondate sull’irrigazione, come quella dei Sumeri. L’avvento
della civiltà urbana, però, produsse la prima nascita del sé
consapevole:
I sumeri, e le successive civiltà idrauliche, svilupparono una ricca
vita urbana. Le strade statali facilitarono i movimenti migratori e la
vita nelle città. I centri urbani divennero crogioli in cui si fusero
molte culture e la densità della popolazione fu un invito allo scambio
culturale e ai primordi di un atteggiamento cosmopolita. I nuovi
contatti crearono spesso conflitti, ma aprirono anche la porta alla
famigliarità con individui che, fino a quel momento, erano stati
considerati estranei e diversi. L’impulso empatico, per tutta la storia
precedente limitato a piccoli gruppi di parenti stretti e a clan che
vivevano prevalentemente nell’isolamento, trovò improvvisamente nuove
opportunità e sfide: trovare il simile nel diverso rafforzò e approfondì
l’espressione empatica, universalizzandola per la prima volta al di là
del vincolo di sangue.
Il coincidere dello sviluppo di un embrionale senso di sé con
l’esposizione alla diversità di individui precedentemente considerati
estranei rappresentò una conquista fondamentale nella storia dell’uomo.
Il solo fatto di essere esposti a persone che non erano parte del gruppo
di consanguinei ebbe l’effetto di sviluppare, per quanto ancora
debolmente, il senso di individualità. Si dice che la vita urbana crei
isolamento e solitudine, ma crea anche un sé unico, capace di
identificarsi con altri sé unici attraverso l’estensione empatica.
Parzialmente separato dalla collettività, il singolo comincia a
riconoscersi negli altri, intesi come esseri individuali, e, nel farlo,
sviluppa il proprio senso di sé. Il risveglio di un senso universale di
empatia verso gli altri esseri umani fu sviluppato solo embrionalmente
dalle grandi società agricolo-idrauliche, ma in misura sufficiente a
segnare l’inizio di una nuova fase del percorso umano.
I nostri antenati cominciarono allora a percorrere la strada che li
avrebbe portati a diventare esseri umani pienamente coscienti di sé. Ma
oggi riconosceremmo qualcosa di noi nel loro comportamento e modo di
pensare? Se fossimo trasportati indietro nel tempo di 4500 anni,
all’angolo di una strada di Uruk, nell’impero sumero, e iniziassimo a
chiacchierare con un cittadino alfabetizzato, in che misura riusciremmo a
empatizzare l’uno con l’altro, come due individui coscienti di sé?
Benché non sia possibile sapere con certezza come sarebbe tale
conversazione, disponiamo di testimonianze archeologiche che ci offrono
affascinanti indizi di come i membri della élite letterata del tempo
pensassero a se stessi e alla relazione con gli altri; e la cosa
notevole è quanto molti aspetti di questo modo di pensare appaiano
straordinariamente attuali.
pp. 183-184
La coscienza teologica è il prodotto di una civiltà agricola
fortemente avanzata e viene tramandata attraverso la scrittura. A
riguardo Rifkin scrive:
Gli ebrei furono i primi a comunicare la propria cultura attraverso
la parola scritta. Usavano l’alfabeto fonetico inventato dal popolo
semita che abitava Canaan, intorno al secondo millennio a.C.54 Prima di
allora, in tutte le società idrauliche la scrittura era composta da
ideogrammi. Usando la parola scritta, gli ebrei furono il primo popolo
della terra a registrare eventi storici, inventando così l’idea stessa
di storia: persone vere con nomi veri, impegnate in eventi reali
collocati nel passato. Anche altre culture scritte, come quelle
sumerica, ittita, babilonese e assira, avevano cominciato a registrare
eventi storici, ma solo in modo sporadico e isolato, con solo una vaga
sensibilità storica. La parola scritta permise agli ebrei di scrivere la
cronaca della propria storia, e l’uso dell’alfabeto fonetico
rappresentò uno strumento versatile per assemblare informazioni molto
più varie e con una capacità interpretativa molto maggiore.
L’idea di storia è un altro fondamentale spartiacque della coscienza
umana. Anzi, la coscienza storica è, sotto molti aspetti, un essenziale
sottotesto della coscienza teologica. Diversamente dalla coscienza
mitologica, in cui il passato non ha una dimensione cronologica ma,
piuttosto, ciclica, e in cui ogni vicenda è sempre nel presente e
perpetuamente ripetibile, come nel «c’era una volta», la coscienza
storica introduce l’idea che ogni evento e ogni individuo fanno storia a
sé: una storia unica, finita e irripetibile. La coscienza storica
accresce la consapevolezza dell’importanza della vita e delle vicende di
ogni persona. La capacità di afferrare il concetto di unicità della
storia personale, con un passato, un presente e un futuro, è uno dei
segni distintivi dello sviluppo di una coscienza di sé…
Possiamo essere empatici con la sofferenza dell’altro principaTmente
perché ne percepiamo la mortalità e il desiderio di sopravvivere e
prosperare. E proprio il riconoscere la fragilità della nostra vita, la
nostra sola e unica vita, nell’esistenza di un altro che ci fa accorrere
in suo aiuto. Quando condividiamo una storia con un altro essere umano,
accresciamo la nostra consapevolezza della sua lotta per la vita e
riusciamo a percepirla come qualcosa che dobbiamo condurre insieme.
Questo legame rappresenta un quadro di riferimento per la risposta
empatica alla condizione dell’altro…
Il cambiamento più significativo introdotto dagli ebrei fu il passaggio
da una coscienza mitologica, in cui le divinità parlavano a un «noi>’
collettivo, a una coscienza teologica, in cui un singolo Dio universale
conduceva un dialogo con ciascun essere umano. A ogni bambino ebreo si
insegnava a leggere la Torah, in modo che potesse conoscere la volontà
di Dio ed entrare in una relazione personale con lui.”
pp. 196-197
Gli ebrei, con la loro lunga storia di sofferenza, comprendevano
intimamente la fragilità della condizione umana, la vulnerabilità della
vita e le tragedie che costellano la storia individuale e collettiva
dell’umanità. La regola aurea, «amerai il prossimo tuo come te stesso», è
un riconoscimento della lotta comune di tutta l’umanità per
sopravvivere e prosperare. Nei tempi buoni e in quelli cattivi, quando
l’arroganza ha prevalso e la disperazione sembrava avere la meglio, i
profeti ebraici si facevano avanti ad ammonire e spronare il popolo a
vivere «come esseri umani», ad aprire l’abbraccio empatico a quanta più
umanità possibile.
Né peraltro gli ebrei erano soli, in questo. Il risveglio della
coscienza empatica si manifestò in tutti gli angoli alfabetizzati del
mondo, dalle acque del Giordano a quelle dell’Indo, fino alle pianure
alluvionali dello Yangtze. Quella che potremmo chiamare l’«era assiale»
ha coinciso con lo sbocciare della coscienza empatica. In ogni area
geografica, il nuovo messaggio emerse dalle tribolazioni causate dal
disordine sociale.
p. 200
Un ulteriore stadio della coscienza teologica interviene con
l’avvento del Cristianesimo che, non per caso, si insedia e raggiunge
rapidamente l’egemonia nell’Impero romano, che rappresenta il punto più
alto raggiunto dalle antiche civiltà agricolo-idrauliche.
Il Cristianesimo peraltro rappresenta “una delle più intense ondate empatiche della storia dell’uomo” (p. 209):
Se c’è una singola caratteristica peculiare delle prime comunità
cristiane urbane, questa è l’intensità emotiva, cioè l’affetto e la
buona disposizione d’animo che intercorrevano fra i loro membri.
Certamente, da una parte erano legati dalla comune attesa e aspettativa
di una salvezza collettiva nel mondo a venire, con l’imminente seconda
venuta di Cristo; dall’altra, erano anche legati reciprocamente in modo
intimo, quasi famigliare, nelle loro piccole comunità. Guardavano l’uno
all’altro come a un fratello, a una sorella, a un figlio in Cristo.
Le lettere paoline sono caratterizzate da un linguaggio affettuoso: i
fedeli sono «amati»; gli apostoli sono «gentili fra voi, come una balia
che accudisce i propri figli». Una tale manifestazione personale di
affetto era inusuale per le abitudini dell’epoca e non aveva precedenti
storici. I membri delle comunità cristiane erano incoraggiati ad
avvicinarsi ai leader locali «con amore» e ad «accogliere tutti i
fratelli con un santo bacio». Queste nuove comunità divennero una sorta
di famiglia rivisitata, tenuta insieme da individui impegnati nella
propria salvezza individuale e in quella degli altri fedeli: un nuovo
tipo di famiglia legata da credenze teologiche, anziché da vincoli di
sangue e territoriali.
pp. 216-217
Diventando parte di una vicenda straordinaria – la nascita, la morte e
la resurrezione dell’unico figlio di Dio migliaia di individui della
classe media romana in ascesa potevano trascendere il proprio ambiguo
status sociale e diventare parte di una narrazione cosmica che metteva
in ombra perfino il potere di Cesare. Allo stesso tempo, la loro
esistenziale, individuale ricerca di amore, affetto, intimità e
compagnia in un ambiente urbano fortemente differenziato ed estraniante
trovava in Gesù un compagno empatico, che comprendeva la loro
vulnerabilità e l’oppressione patita e che «provava il loro dolore».
Gesù era anche un modello di ruolo, con il suo comportamento empatico
altruista, universale e incondizionato. Come Gesù era stato vulnerabile e
oppresso, ma alla fine aveva trionfato risorgendo e ascendendo al
cielo, così sarebbe stato per ogni uomo che avesse percorso e accettato
il suo cammino.
La questione della vulnerabilità è particolarmente importante per la
storia cristiana. Il corpo mortale di Gesù – la sua esistenza corporea –
è messo al centro della narrazione cristiana. La Passione di Cristo
ritrae un individuo debole, che soffre portando la propria croce lungo
la strada verso il luogo dell’esecuzione. Durante il percorso viene
colpito dai suoi aguzzini, vacilla e cade sotto il peso della croce che
lo schiaccia. Il suo cammino è una tortura che induce all’empatia chi ne
sente parlare e ha una propria croce da portare. La sofferenza di Gesù
diventa quella dell’uomo, così come la sofferenza dell’uomo è quella di
Gesù. La salita al calvario risveglia un senso universale di
comprensione empatica: è il riconoscimento della vulnerabilità e della
finitezza della vita, ma anche della lotta privata di ciascuno contro
l’oppressione, l’ingiustizia e l’intolleranza. La vulnerabilità è ciò
che ci rende uguali.32 Al di là delle distinzioni di status e delle
molte altre cose che ci dividono l’uno dall’altro, siamo tutti mortali:
ognuno di noi vive e muore. La consapevolezza di questa comune
vulnerabilità e mortalità è alla base del senso di empatia verso i
nostri simili.
Sfortunatamente, nel corso dei successivi sette secoli, l’abbraccio
empatico universale esteso a tutti gli esseri umani è diventato sempre
più precario a causa della comparsa del diavolo nella vita dell’uomo.
Nel giudaismo, il Diavolo non aveva praticamente alcun ruolo. Satana è
entrato in scena sotto forma di demone poco dopo la crocifissione, fra
piccoli gruppi di ebrei. Ma il Diavolo come personaggio chiave,
antagonista del Cristo e del Signore, con il suo vasto potere di
ingannare, spargere il seme del caos e addirittura sfidare il potere di
Dio, fu un’invenzione cristiana. L’evangelista Marco introdusse «il
Diavolo» e il suo regno demoniaco nelle Scritture. Nei secoli seguenti
il Diavolo fu usato come strumento per stigmatizzare i non credenti, gli
ebrei, gli eretici e altri gruppi. I non credenti furono accusati di
essere «posseduti» da Satana, reclutati per aiutare le forze del male,
in aperta ribellione a Dio. Satana, buono per tutti gli scopi e le
occasioni, è diventato «l’altro» dell’escatologia cristiana: l’estraneo
in mezzo a noi, che sta in agguato nell’ombra, pronto a sedurre il
fedele e a trasformarlo in agente del male.
L’atteggiamento «noi contro loro» era esistito fin dall’inizio
dell’avventura umana, ma la narrazione cristiana universalizza tale
opposizione: chiunque non accetti Cristo è condannato a unirsi alle
schiere di Satana, per l’eternità, nelle fiamme eterne dell’inferno. Ci
sono solo i veri credenti, gli infedeli e i non credenti. Elaine Pagels,
docente di religione alla Princeton University, suggerisce che quello
che può essere nuovo nella tradizione cristiana occidentale è che,
facendo ricorso a Satana per rappresentare i propri nemici, si dà del
conflitto una particolare interpretazione morale e religiosa, in cui
«noi» siamo il popolo di Dio e «loro» sono i nemici di Dio, e perciò
stesso i nostri … Tale interpretazione morale del conflitto si è
dimostrata straordinariamente efficace per tutto il corso della storia
occidentale nel consolidare l’identità delle comunità cristiane; la
medesima storia mostra che può giustificare l’odio e, addirittura, lo
sterminio di massa.
pp. 218-219
Ciononostante, è un fatto incontestabile che in epoca romanocristiana
sia avvenuto qualcosa di straordinario per lo sviluppo della coscienza
umana. Lo possiamo vedere chiaramente nelle Confessioni di sant’Agostino,
il faro intellettuale della Chiesa delle origini. Agostino di Ippona fu
il primo autore a noi noto a scrivere un racconto in prima persona sul
risveglio della coscienza di sé. Altri ne avrebbero seguito l’esempio
nei secoli successivi, con autobiografie sempre più introspettive,
rivelatrici e consapevoli, a conferma del costante – ancorché irregolare
– avanzamento della coscienza di sé. Sant’Agostino, però, fu il primo
ad articolare una valutazione autoconsapevole del proprio percorso
terreno, testimonianza non solo e non tanto dell’uomo, quanto dell’epoca
in cui visse.
Il fatto che sant’Agostino abbia intitolato la sua opera Confessioni
è significativo. La confessione pubblica era un aspetto fondamentale
della vita delle prime comunità monastiche cristiane. Essa venne ben
presto affiancata dalla confessione privata: una pratica che «si diffuse
dai monasteri al mondo laico».68 I fedeli erano incoraggiati a
raccontare non solo i propri misfatti, ma anche le intenzioni e i
pensieri cattivi. La pratica della confessione privata costringeva gli
individui a esaminare i propri sentimenti più intimi, al fine di
scoprire il proprio vero sé. La ricompensa per l’introspezione e la
rivelazione dei propri più intimi pensieri e sentimenti malvagi
all’autorità – i sacerdoti – era l’assoluzione e la grazia di Dio, che
portavano un senso di profondo sollievo a chi soffriva per la propria
cattiva coscienza. Nel Novecento, numerosi psichiatri considerarono il
rito della confessione uno dei primi esempi del genere di pratiche
terapeutiche diventate poi popolari negli anni Sessanta.
Le Confessioni sono la rivelazione pubblica della vita più
intima e privata di sant’Agostino, piena di pensieri impuri, ambiguità e
pentimento. Sono, dall’inizio alla fine, un’opera penitenziale.
Quest’uomo – la cui opera principale, La città di Dio, è stata
la colonna portante della teologia cattolica per 1500 anni – si sentì
costretto a esaminare la propria vita interiore e la propria relazione
con il mondo alla luce della propria conversione al cristianesimo. La
sua è la storia di un uomo che diventa cosciente di sé.
Le Confessioni sono state scritte fra il 397 e il 401 d.C.,
quando Agostìno era già diventato vescovo di Ippona (395 d.C.), e a
dieci anni di distanza dalla sua esperienza di conversione.70 Il libro è
scritto in forma di domande che l’autore pone a se stesso, con il
chiaro intento di cercare di capire cosa, nella sua esperienza di vita,
lo abbia condotto alla conversione e, questione altrettanto importante,
cosa sia cambiato in lui dopo di essa.
Sant’Agostino desiderava la felicità e la serenità; in un passaggio
particolarmente rivelatore, si tormenta per la propria natura
peccaminosa, con la quale era riluttante a confrontarsi ma da cui non
poteva più sfuggire, lamentando:
E tu, Signore, mentre parlava mi facevi ripiegare su me stesso,
togliendomi da dietro al mio dorso, ove mi ero rifugiato per non
guardarmi, e ponendomi davanti alla mia faccia, affinché vedessi quanto
era deforme, quanto storpio e sordido, coperto di macchie e piaghe.
Visione orrida; ma dove fuggire lungi da me?
Agostino diviene integro solo quando mette da parte le esigenze del
proprio io e si abbandona totalmente alla fede in un Dio amorevole: solo
allora prova la grazia di Dio.
Agostino prese sul serio la massima greca «conosci te stesso» e, così
facendo, stabilì un esempio per tutti i cristiani che sarebbero venuti
dopo di lui. Sebbene nelle Confessioni si parli poco dell’impulso
empatico risvegliato dalla coscienza di sé, Agostino ha fatto
dell’introspezione una parte essenziale di una buona vita cristiana. La
pratica dell’introspezione serviva alla Chiesa ma, in misura molto
maggiore, serviva alla coscienza umana, dal momento che le offriva la
“pratica” dell’esame di coscienza, che porta allo sviluppo di una
consapevolezza di sé e ad una visione empatica pienamente maturi.
pp. 228-230
La coscienza ideologica si inaugura con la fine del medioevo e la
nascita dell’Umanesimo-Essa corrisponde tecnologicamente ad una
Rivoluzione industriale “leggera” che riconosce come espressione più
significativa, destinata ad influenzare i secoli futuri, l’invenzione
della stampa:
La rivoluzione della stampa fece progredire il concetto di
individualità e la consapevolezza di sé anche in altri ambiti
significativi. Per esempio, la stampa diede importanza al concetto
autore: per quanto anche in precedenza i singoli autori fossero
conosciuti, questi erano una minoranza, e spesso le opere man scritte
erano anonime, in quanto risultato del contributo collettivo di
scrittori diversi lungo un ampio arco di tempo. L’idea di autore, elevò
l’individuo a uno status di unicità, separandolo dalla voce collettiva
della comunità.
L’idea di autore portò anche al concetto di individuo come entità
creatrice; la stessa concezione di creatività personale non avrebbe
potuto presentarsi in un’altra epoca. Anche nelle culture scritte,
nonostante l’esercizio della scrittura fosse solitario, i contributi
erano visti come esercizi collettivi: centinaia di amanuensi o scribi si
succedevano nella riscrittura di testi tratti da precedenti codici per
creare una nuova copia; nella migliore delle ipotesi, il singolo
amanuense o scriba dava maggior peso a qualche argomento o aggiungeva
una nota a margine, ma il lavoro era comunque teso alla copiatura, non
alla creazione.
Con il passare del tempo, le idiosincrasie di centinaia di copisti
potevano trovare un certo spazio nel manoscritto, cambiando il
significato del contesto, ma nessun amanuense si sarebbe mai definito
«autore»: rimaneva un semplice copista. Naturalmente, ci furono autori
di cui ricordiamo il nome ‑ come Agostino o Tommaso d’Aquino ‑ ma la
sensazione è che anche per loro l’ispirazione venisse dall’esterno:
erano stati colpiti da un pensiero o da un’idea. La creatività
personale, invece, è qualcosa che viene da dentro, anche se è ispirata
da una musa. Solo una cultura in cui la coscienza di sé ha sviluppato
l’idea di creatività personale può accedere alla dimensione psicologica.
La creatività individuale coincide con il concetto di realizzazione
personale. In una cultura autoriale, ciascuno diviene autore della
propria realizzazione. Se in epoca feudale la vita di ciascuno era stata
giudicata in base alla fedeltà al signore feudale locale, alla Chiesa e
a Dio onnipotente, nei tempi nuovi venne sempre più valutata sulla base
delle proprie realizzazioni personali. La teologia riformata di Lutero,
e ancor più quella di Calvino, con la sua enfasi sul miglioramento
della propria condizione personale come maniera per affermare la propria
elezione e salvezza, nei secoli successivi si sarebbe trasformata in
una devozione secolare alla realizzazione personale nel campo degli
affari. Il grande sociologo Max Weber si riferiva all’importanza
attribuita alla realizzazione personale dal nuovo cristianesimo
riformato come all’etica protestante del lavoro, e la riteneva
responsabile di aver gettato le fondamenta psicologiche per la creazione
dell’uomo borghese che avrebbe portato il capitalismo al centro della
scena mondiale.
Dall’idea di autore derivò anche la concezione di proprietà
intellettuale; le leggi promosse in questo campo fecero della
comunicazione fra gli individui una merce. L’idea che qualcuno potesse
essere proprietario di pensieri e parole e che gli altri dovessero
pagare per ascoltarlo ha segnato un fondamentale cambiamento nella
storia delle relazioni umane.
Prima della stampa, la gente condivideva oralmente i propri pensieri, in
un dialogo diretto, in uno scambio faccia a faccia. Come abbiamo già
rilevato, perfino i manoscritti venivano letti ad alta voce ed erano
scritti per essere ascoltati, più che letti. La rivoluzione della stampa
contribuì a sviluppare un contesto più meditativo: i libri erano letti
in silenzio e in solitudine, creando una nuova dimensione di privacy
personale, di riflessione e introspezione, e portando infine alla
nascita del pensiero di tipo terapeutico riguardo a se stessi e al
mondo.
La stampa ha contribuito a formare anche l’idea di completezza e
finitezza della psiche. Nelle culture orali non ci sono confini netti
tra la fine di un pensiero e l’inizio di un altro, ma solo continuità di
pensiero o pause. Le conversazioni e le storie scivolano l’una
nell’altra. Parlare e ascoltare sono processi aperti, spesso sconnessi e
frammentari, con nuovi temi e argomenti che affiorano per poi
scomparire, lasciando di nuovo spazio all’argomento precedente.
Viceversa, le idee e le storie riprodotte a stampa vengono fissate. Ogni
libro è visto come autonomo e senza tempo nel suo spazio. Un libro,
dopotutto, è qualcosa di finito nello spazio e nel tempo: la storia che
racconta ha un inizio, una parte centrale e una fine, ed è racchiusa tra
la prima e la quarta di copertina.
Walter Ong osserva che le idee stampate su una pagina non sono oggetto
di discussione: il lettore non può ribattere, eccepire, argomentare su
un certo punto. Ma il lettore può, a sua volta, scrivere all’autore o
pubblicare la propria replica. Ogni contrappunto, tuttavia, è esso
stesso chiuso e legato alla natura stessa del medium utilizzato.20 Ogni
autore sa fin troppo bene che la pagina stampata è la copia finale: una
volta licenziata per la stampa e riprodotta in più esemplari, è
intoccabile. Il testo non tollera più cambiamenti.
Per tutti questi particolari, il testo a stampa crea un senso di
autonomia e impenetrabilità. Non è dunque difficile immaginare lo
sviluppo dell’idea di autonomia individuale in un ambiente alfabetizzato
e dominato dalla stampa, in cui gran parte della comunicazione è, in
sé, autonoma. Dopotutto, la lettura è un’esperienza solitaria e richiede
grande concentrazione. Le interruzioni distraggono. Quando si legge, di
solito si è coinvolti e spesso si perde il senso del tempo e la nozione
di luogo. Nel leggere, si entra in un mondo a sé. È l’esperienza stessa
a essere raccolta e contenuta. La storica Elizabeth Eisenstein afferma
che un pubblico di lettori è, per sua natura, più atomistico e
individualista di quello costituito dagli esponenti di una cultura
basata sull’ascolto:
L’idea che la società può essere considerata un insieme di unità
separate o che l’individuo viene prima del gruppo sociale sembra più
compatibile con un pubblico di lettori che di ascoltatori.
La comunicazione a stampa ha rafforzato il senso di individualità a
spese dei vecchi legami comunitari. Ma ha anche avuto l’effetto di
connettere gli individui in nuovi generi di affiliazioni e legami capaci
di attraversare porzioni di spazio e tempo più estese. La stampa è
diventata il fondamentale meccanismo di comando e controllo per la
gestione della «produzione di energia» generata da una nuova e sempre
più complessa cultura urbana commerciale estesa in tutta Europa, in
America e oltre. Consideriamo i diversi contributi che la stampa ha dato
al mondo moderno.
Tanto per cominciare, i nuovi mezzi di comunicazione a stampa hanno
mutato i modi con cui l’uomo organizza la conoscenza. La ridondanza
mnemotecnica della comunicazione orale e le eccentricità soggettive
degli scritti medievali sono state sostituite da un approccio alla
conoscenza più razionale, analitico, calcolatore. La stampa ha
rimpiazzato la memoria dell’uomo con sommari, numeri di pagina, note al
piede e indici, liberando la mente umana dalla necessità di ricordare
continuamente il passato per poterlo fissare nel futuro. Il cambiamento
della coscienza ha preparato la strada a una nuova idea di progresso
umano.
La stampa ha introdotto schemi, liste, grafici e altri ausili visuali
per descrivere il mondo con la maggiore accuratezza possibile. La stampa
ha reso possibile la produzione di carte geografiche standardizzate e
facilmente riproducibili, rendendo la navigazione e i viaggi terrestri
più prevedibili e sicuri. L’apertura degli oceani e delle grandi vie di
terra ha allargato i mercati e gli scambi commerciali. Gli orari
stampati, continuamente aggiornati, prodotti in massa e disponibili
ovunque, hanno facilitato il traffico ferroviario e i viaggi
transoceanici.
La stampa ha aperto la strada alla cultura commerciale del «contratto»,
permettendo ai mercanti e ai capitalisti di coordinare attività
commerciali sempre più complesse e di gestire transazioni su grandi
distanze. La moderna contabilità, i registri, le bolle di carico, le
fatture, gli assegni e le note promissorie sono stati essenziali
strumenti di gestione e organizzazione del capitalismo di mercato. La
stampa ha anche reso possibile la fissazione di un sistema di prezzi
uniforme, senza il quale concetti come quello di «scambio di proprietà»
non si sarebbero potuti sviluppare.
La stampa ha anche introdotto il concetto di assemblaggio, componente
chiave della cultura industriale. Separare l’alfabeto in unità
standardizzate di caratteri tipografici, uniformi, intercambiabili e
riutilizzabili, ha fatto della stampa il primo processo industriale
moderno. Nella stampa, gli oggetti sono spaziati uniformemente
allineando i caratteri in una forma e bloccandola sul piano del torchio.
Il testo composto può essere riprodotto in serie, realizzando copie
identiche e indistinguibili dall’originale. L’assemblaggio, l’uniformità
e l’intercambiabilità delle parti, la posizione prevedibile degli
oggetti nello spazio e la produzione di massa sono le fondamenta dello
stile di vita industriale.
La stampa organizza i fenomeni in modo ordinato, razionale e oggettivo
e, nel farlo, favorisce il pensiero lineare, sequenziale, causale.
L’idea stessa di «comporre» i propri pensieri suggerisce l’idea di una
progressione lineare ben congegnata dei concetti, in sequenza logica:
una modalità di pensiero e di espressione ben diversa da quella
caratteristica delle culture orali, dove la ridondanza e la
discontinuità del pensiero sono la regola.
Eliminando le ridondanze della lingua parlata e rendendo possibili
misurazioni e descrizioni precise, la stampa ha gettato le basi della
moderna visione scientifica del mondo. I fenomeni possono essere
esaminati rigorosamente, osservati e descritti, e si possono condurre
esperimenti ripetibili, nel rispetto di severi standard e protocolli:
pratica molto difficile in una cultura orale.
La stampa ha reso possibile l’alfabetizzazione universale, dotando le
future generazioni degli strumenti di comunicazione necessari alla
gestione delle complessità del mercato moderno e delle nuove modalità di
lavoro e socializzazione. In breve, la stampa ha creato un
atteggiamento mentale e una visione del mondo adatti a un modo
«industrioso» di vivere e stare nel mondo.
pp. 246-248
L’azione convergente della rivoluzione della stampa e dello sviluppo
di fonti di energia inanimate trasforma radicalmente la coscienza umana:
Fu alla fine del Cinquecento che la dimensione pubblica
dell’esistenza cominciò a perdere importanza e la vita privata iniziò a
essere percepita come un rifugio. Con il crescere dell’importanza della
vita individuale, la dimensione pubblica di ciascuno divenne sempre più
ambigua e causa di inquietudine: coniugare i due piani dell’esistenza fu
fonte di nuove ansie. Anche l’atteggiamento in tema di matrimonio e
educazione dei figli subì un profondo cambiamento. Questi mutamenti
della coscienza erano un riflesso della nuova ondata empatica e, allo
stesso tempo, contribuirono a favorirla.
L’essere umano, per la prima volta, si trovava di fronte alla questione
della propria identità. La domanda «Chi sono io?» entrò a far parte
dell’intima conversazione che gli individui intrattenevano con se
stessi, oltre a essere tema di pubblico dibattito.
Se le generazioni precedenti erano molto più prese dalle questioni
riguardanti la pietà e l’onore personali, a conferma della stretta che
l’ordine ecclesiastico e feudale esercitava sulle loro vite, l’emergente
borghesia cominciò a focalizzare gran parte della propria attenzione
sulla questione della sincerità: gli altri erano come apparivano, oppure
ricorrevano a una «maschera» pubblica per celare il proprio vero sé?
Nel Cinquecento l’emergere del senso di sé provocò la nascita di una
serie di dubbi su questo medesimo sé, non circoscritti ai propri
pensieri e alle proprie intenzioni, ma estesi anche a quelli altrui.
Cominciando a creare, in maniera incerta e nella maggior parte dei casi
ancora inconsapevolmente, un’immagine privata e un’immagine pubblica di
sé, gli individui iniziarono a dubitare della versione pubblica degli
altri, chiedendosi se il sé più intimo non rimanesse segreto e celato
dietro le apparenze.
pp. 253-254
La nuova importanza attribuita all’individualità, che divenne
immediatamente evidente nel Cinquecento, segnò un cambiamento
fondamentale nel modo in cui le persone percepivano se stesse.
L’identità famigliare e di consanguineità cominciò a lasciare il posto a
un’identità personale fatta di realizzazioni individuali, forgiata nel
corso della vita.
Questa transizione epocale è contrassegnata dall’introduzione di una
serie di nuove parole nei vocabolari delle lingue europee. Nella lingua
inglese, per esempio, la parola selfMsé) è nata come pronome, con
significato di own (proprio) o same (stesso); solo nel Medioevo intorno
al 1400 è diventata sostantivo, ma, nei primi usi in tale forma, aveva
connotazione negativa, come in Oure own self we sai deny, And folow oure
lord god al-rn yghty (Dobbiamo negare il nostro sé, E seguire nostro
signore dio onnipotente).
Self si trasformò in un termine dal significato positivo nel Cinquecento
e cominciò a essere usato come prefisso in parole composte.
L’espressione self-praise (stima di sé) è comparsa per la prima volta
nel 1549, seguita immediatamente da self-love (amor proprio), self-pride
(orgoglio di sé) e self-regard (considerazione di sé). Già all’inizio
del Seicento, self era prefisso a così tante parole da far pensare che
fosse difficile passare una giornata senza sentirla usare in qualche
nuovo contesto.
La parola consciousness (coscienza), nella sua moderna accezione, è
comparsa per la prima volta in Inghilterra nel 1620. II sostantivo
relativo comparve cinquant’anni dopo, nel 1678. Nel 1690, sempre nella
lingua inglese, il sé si è combinato con la coscienza, e la
selfconsciousness (coscienza di sé) è diventata l’espressione che
descrive la nuova caratteristica dell’uomo e della donna dell’era
moderna.
Naturalmente, avere coscienza di sé significa essere consapevoli della
propria separatezza. Il nuovo interesse per l’autonomia e l’indipendenza
personale si rifletté in un’altra storica trasformazione del modo di
vivere. La vita comunitaria pubblicamente vissuta che aveva
caratterizzato ogni epoca precedente cominciò a venire meno, mentre la
gente si ritirava sempre più spesso al chiuso, fino a occupare stanze
private e separate dalle altre. La privacy, concetto di scarso
significato ontologico nel Medioevo, nel Cinquecento cominciò a essere
ambita, e divenne una sorta di privilegio ereditario per la borghesia
urbana del Settecento.
pp. 255-256
A partire dal Rinascimento fino al ’700, la coscienza umana si espande in maniera tumultuosa:
Una piccola parte dell’umanità, i pochi privilegiati appartenenti in
gran parte alla classe media urbana socialmente in crescita, cominciò a
pensare in un modo veramente moderno. Lo spirito umano passò dalla
figura del servo obbediente, indifferenziato dalla volontà collettiva e
collocato a un livello prestabilito della Grande catena dell’essere che
discende dalle porte del paradiso fino alle tetre profondità
dell’inferno, a quella di un individuo autonomo e sovrano, che
interagisce in una dimensione orizzontale, affiliato a legami di
fraternità e impegnato tanto nella ricerca della felicità personale
quanto nel progresso dell’intera umanità.
p. 278
Verso la metà del Settecento, tuttavia, il genere autobiografico ebbe
un’esplosione di popolarità. Lo storico e docente della Columbia
University Karl j. Weintraub, in The Value of the Individual: Self and
Circumstances in Autobiography, individua, attraverso le autobiografie
di Giambattista Vico, Edward Gibbon, Jean-Jacques Rousseau e Johann
Wolfgang von Goethe, un’evoluzione lineare della coscienza di sé e
dell’espressione empatica che ha caratterizzato il periodo che precede
le Rivoluzioni americana e francese e l’inizio dell’età contemporanea
nei primi anni dell’Ottocento.
p. 279
La coscienza ideologica trova poi il suo apice con l’avvio
dell’industrializzazione, che inaugura un duro scontro tra ragione e
sentimento:
Sebbene si insegni abitualmente agli scolari che il Settecento è
stato, in Europa e in America, l’era della ragione, ciò rappresenta solo
una parte della realtà: il diciottesimo secolo fu molto più di questo.
Il Settecento fu il campo di una battaglia epocale fra ragione ed
emozioni, condotta da due movimenti che cercavano ciascuno di imporsi
come la narrativa dominante della nuova era secolare. Lo scrittore Louis
Bredvold lo spiega così:
Non accettiamo più l’idea che il Settecento sia stato un’epoca di prosa e
ragione; siamo perfettamente consapevoli del fatto che è stato anche
un’era di sentimenti e che, durante il suo corso, si siano sparse più
lacrime, tanto nella letteratura quanto nella vita vera, che in
qualsiasi altro secolo, a parte l’Ottocento.
L’avvocato e filosofo britannico Owen Barfield ha osservato che durante
questo periodo l’individuo ha vissuto una «doppia vita immaginaria»: una
dominata dall’«ordine e dalla ragione dell’universo morale e
materiale», l’altra dalla «sensibilità nel microcosmo di se stessi».
Il disincanto del mondo promosso dalla fredda logica analitica dell’era
della ragione si scontrò frontalmente con quello che il sociologo Cohn
Campbell chiama «il ri-incanto dell’esperienza». La scrittrice Eleanor
Sickels definisce il sentimentalismo come «la dottrina o la pratica del
coltivare ed esprimere le emozioni per se stesse».
pp. 292-293
Nell’ultimo quarto del Settecento, divenne evidente che era in corso
l’elaborazione di una nuova, grande narrazione, che avrebbe sostituito
la coscienza teologica con la coscienza ideologica, gettando le basi per
le Rivoluzioni americana e francese e per il fiorire dell’era
industriale. Questa nuova narrazione mescolava ragione ed emozioni con
una tensione dialettica che nei secoli successivi sarebbe continuamente
riaffiorata.
p. 294
Ragione e sentimento continuarono a scontrarsi per conquistare il
consenso popolare in Francia come in Inghilterra e, in misura minore, in
America, dove l’etica puritana esercitò sempre una potente influenza;
tuttavia, gli inglesi erano più propensi a sposare la ragione, mentre i
francesi tendevano a preferire il sentimento.
p. 296
Con l’affermazione dell’industria e del sistema capitalistico, lo scontro diventa radicale:
Con la velocizzazione del ritmo dell’industrializzazione,
l’urbanizzazione accelerò e i governi consolidarono il loro potere
politico. La «razionalizzazione» della pubblica amministrazione, del
mercato e delle relazioni sociali continuò a ritmi sostenuti. Il periodo
fra il 1790 e il 1850 vide una crescente atomizzazione dell’individuo
in una società sempre più razionalizzata e integrata. L’etica
utilitarista divenne la legge vigente nella vita quotidiana. Ma il
crescente straniamento dell’individuo – ciò che i francesi chiamano
anomie (anomia) – trovò nuova voce nel movimento romantico, erede
dell’età del sentimentalismo.
Il movimento romantico fu una reazione alla fissazione razionalistica
dell’Illuminismo e divenne una potente forza di contrasto che influenzò
ogni convenzione e istituzione sociale, dalle relazioni matrimoniali
all’educazione dei bambini, alle idee sulla giustizia e sul governo. Il
movimento romantico raggiunse il proprio apice con le insurrezioni del
1848 e la cosiddetta «Primavera dei popoli». Questo periodo diede
impulso a una nuova ondata di empatia che sarebbe culminata nella prima
vera concettualizzazione moderna del significato di coscienza empatica, a
opera di Arthur Schopenhauer, nel saggio Il fondamento della morale,
pubblicato nel 1840.
p. 309
Lo storico britannico Eric J. Hobsbawm coglie lo spirito dell’era
romantica, il periodo compreso fra il 1789 e il 1848, quando nota che la
tendenza generale era quella verso una «laicizzazione» empatica. Come
il Rinascimento, il movimento romantico fu tanto una reazione a
un’autorità ottusa e ottundente quanto una riaffermazione dello spirito
umano. Il Rinascimento, e soprattutto l’Umanesimo alla fine del
Cinquecento, avevano instillato una qualità sensuale e terrena nella
vita, risvegliando l’immaginazione umana e rinvigorendo le passioni e le
emozioni, a lungo represse da una Chiesa che glorificava la vita
ascetica ed era completamente concentrata sul mondo ultraterreno e sulla
salvezza eterna. L’era romantica fu simile al Rinascimento quanto a
obiettivi, ma questa volta il bersaglio era la distaccata razionalità
dell’Illuminismo e l’enfasi posta sul materialismo.
I filosofi dell’Illuminismo consideravano il mondo in termini
meccanicistici, pensavano che gli uomini fossero acquisitivi per natura e
definivano il progresso come sviluppo del benessere materiale. I
romantici, al contrario, interpretavano il mondo in termini organici,
credevano che la natura umana fosse profondamente affettiva e sociale, e
definivano il progresso come la forza creativa che libera
l’immaginazione e promuove l’autorealizzazione e il senso della
comunità…
Come i teologi protestanti e i filosofi illuministi, anche i romantici
ponevano l’accento sull’individualismo, ma non per permettere a ciascuno
di cercare la salvezza personale al cospetto di Dio o perseguire il
proprio interesse nel mercato. Per i romantici, l’individualità era
qualcosa di diverso: credevano che ogni persona fosse unica, dotata di
potenziale creativo, e che una vita veramente libera coincidesse con
l’opportunità di un’autorealizzazione.
Se la fede era la forza trainante della trascendenza cristiana e la
ragione quella dei filosofi illuministi, per i romantici un ruolo
analogo lo ebbe l’immaginazione, che per la prima volta nella storia
divenne un argomento di conversazione e di profondo interesse, a
segnalare un radicale cambiamento della coscienza umana. L’immaginazione
permetteva a ciascuno di attingere alla forza plasmatrice della natura
per diventare co-creatore del mondo e, così facendo, prendere parte a un
processo divino.
Il nuovo concetto romantico del sé era estremamente audace: la natura
era nella mente dell’uomo, e la mente dell’uomo nella natura; liberando
l’immaginazione, ogni individuo avrebbe riscoperto il proprio essere
naturale e il proprio posto nello schema naturale delle cose.
L’idea di diventare co-creatore del mondo era molto distante dalla
concezione cristiana di asservimento a Dio, ma anche da quella della
filosofia illuminista, che enfatizzava il progresso materiale, soggetto
alle leggi di un universo meccanico predeterminato.
p. 313
Convinti che la natura dell’uomo sia fondamentalmente gentile e
buona, affettuosa e sociale, i romantici si domandavano come fosse
possibile ritornare allo stato primitivo dell’essere. Immaginando le
condizioni degli altri esseri «come se» fossero le proprie e agendo
sulla base di questa immaginazione per dare loro soccorso e conforto,
ogni individuo può arrivare a capire la profonda affiliazione e
connessione fra tutti gli esseri viventi e il loro ruolo di co-creatori
di una natura in evoluzione.
Il poeta romantico inglese Percy Bysshe Shelley esprimeva così questo concetto:
Per essere realmente buono, un uomo deve avere un’immaginazione intensa e
pregnante; … le pene e i piaceri della sua specie devono diventare
suoi. Il grande strumento del bene morale è l’immaginazione; e la poesia
raggiunge l’effetto agendo sulla causa.
L’«identificazione immaginativa» con gli altri era l’espressione che i
romantici usavano per indicare l’empatia. Se si era privi della capacità
di immaginare l’altro, l’empatia sarebbe stata impossibile e la ricerca
romantica della trascendenza terrena sarebbe stata infruttuosa. John
Ruskin colse l’importanza che i romantici attribuivano
all’immaginazione, osservando che «le persone si preoccupano
istintivamente per gli altri come per se stesse solo se riescono a
immaginare gli altri come se stesse». Questa maniera di impiegare
l’immaginazione ha assicurato al movimento romantico un posto nella
storia dell’evoluzione della coscienza empatica.
p. 314
Pur valorizzando il ruolo storico del Romanticismo nel promuovere
una coscienza empatica universale, Rifkin coglie però in esso una
contraddizione:
I romantici erano costantemente impegnati in un viaggio alla scoperta
della natura umana. Consideravano il sentimento dell’essere una chiave
per entrare in contatto con la natura e lo definivano il sentimento del
legame e della solidarietà con la vita nella sua interezza. Ciò che
scoprirono fu l’impulso empatico. Il loro errore, come abbiamo già
rilevato, fu credere che quanto meno questo impulso entra in contatto
con la civiltà, tanto più esso si conserva. Rousseau dichiarava, senza
possibilità di equivoco, che «tutto è bene quando esce dalle mani del
creatore delle cose: tutto degenera nelle mani dell’uomo». I romantici
riuscirono a comprendere il processo dialettico attraverso cui si
sviluppa la coscienza empatica, la cui maturazione richiede strutture
sociali sempre più complesse. Tutti nasciamo predisposti a provare
disagio empatico, ma questo fondamentale aspetto di noi si sviluppa in
una matura coscienza empatica solo attraverso la continua battaglia per
differenziarsi e integrarsi nella civiltà. Anziché annullare l’impulso
empatico, la dinamica evolutiva della civiltà rappresenta un fertile
terreno di sviluppo per trascendere la dimensione individuale. Una
collettività umana indifferenziata, allo stato di natura, potrà anche
essere predisposta all’impulso empatico, ma non è preparata a esprimerlo
con lo slancio universale che i romantici avevano in mente. I romantici
erano troppo dentro il proprio tempo per fare un passo indietro e
riflettere su come la stessa società, che comprensibilmente stavano
criticando, avesse anche creato le condizioni che permettevano
all’impulso empatico di esprimersi con tanta forza.
p. 333
L’elettrificazione, il petrolio, l’automobile inaugurano l’era della
coscienza psicologica costringendo le persone ad adeguarsi ad un mondo
il cui contesto spazio temporale muta radicalmente in pochi decenni:
Le nuove tecnologie e le nuove modalità di percezione infransero le
barriere che da sempre avevano separato le persone, livellando, almeno
in parte, le tradizionali gerarchie sociali e democratizzando l’accesso e
il controllo dello spazio e del tempo. Grazie a telefono, cinema,
radio, automobile e altre tecnologie novecentesche, gli uomini e le
donne della classe media ebbero accesso alla velocità, alla mobilità e
alle nuove dimensioni spaziotemporali di cui godevano le classi
benestanti. Inoltre, come mette in luce Kenneth Gergen, docente di
psicologia a Swarthmore, le nuove tecnologie portarono le persone a una
sempre più stretta prossimità, esponendole a una gamma sempre più vasta
di persone e promuovendo una gamma di relazioni che in precedenza non si
sarebbero potute intrattenere.
L’appiattimento delle gerarchie sociali, l’introduzione della
prospettiva multipla, la democratizzazione dell’esperienza umana e
l’aumento dell’esposizione alla diversità gettarono le basi per
l’avvento dell’era della coscienza psicologica e della grande ondata
empatica che avrebbe attraversato gli anni Venti del Novecento.
pp. 355-356
La coscienza psicologica, ovviamente, è favorita anche dallo sviluppo
della psicoanalisi e di molteplici tecniche terapeutiche di aiuto. In
questa diffusione delle terapie introspettive Rifkin vede la prova di un
interesse sempre maggiore da parte delle persone per il loro mondo
interiore e per la qualità delle relazioni sociali; l’assume, dunque,
come un’ulteriore prova dell’estensione della coscienza empatica. Il
giudizio è ovviamente opinabile, ma risulta funzionale allo sviluppo
della Parte terza, che è dedicata appunto all’Era dell’empatia, la
nostra.
4.
L’Era dell’empatia è l’era della globalizzazione, che Rifkin analizza da un’angolatura piuttosto inconsueta:
Una vasta gamma di istituzioni economiche, sociali e politiche
sovrintende alla più complessa civiltà mai concepita dall’uomo. L’intero
sistema è gestito e tenuto in funzione da miliardi di persone, ognuna
con uno specifico talento e competenza professionali, tutte impegnate in
mansioni specializzate in un labirinto interdipendente globale.
Il processo di globalizzazione ha avuto effetti tanto vantaggiosi quanto
nefasti. Milioni di persone ne hanno beneficiato, accumulando ricchezze
immense; altri ne sono stati vittime. Intanto, il sistema nervoso
centrale della razza umana ha cominciato ad avviluppare la terra.
Gli effetti psicologici della globalizzazione sono stati tanto
importanti quanto quelli economici. Chiusi in un abbraccio sempre più
stretto, siamo sempre più esposti gli uni agli altri in modi che non
hanno precedenti. Ma se degli effetti negativi della globalizzazione,
come xenofobia, populismo e terrorismo, si parla ampiamente, assai meno
attenzione è dedicata all’intensa empatia sprigionata da centinaia di
milioni di persone entrate per la prima volta in contatto fra loro. Il
mondo quasi senza confini dei mercati globali è stato affiancato da uno
spazio sociale ancora più sconfinato: centinaia di milioni di esseri
umani sono attori di una fluttuante diaspora globale e il mondo si è
trasformato in una piazza pubblica universale.
p. 391
Il mondo, insomma, grazie all’urbanizzazione della maggioranza dei cittadini, è in via di cosmopolizzazione:
«Cosmopolitismo» è il termine che usiamo per indicare la tolleranza e
la celebrazione della diversità umana e, in generale, si incontra
ovunque le strutture sociali urbane sono coinvolte in commerci e scambi
economici ad ampio raggio e nelle attività legate alla costruzione di
imperi. Le grandi città commerciali della storia, come Istanbul,
Alessandria, Il Cairo e Roma, solo per citarne alcune, sono sempre state
luoghi di fioritura empatica. Persone di culture disparate, unite
dall’attività economica e dai commerci, sperimentano direttamente
«l’altro», e questa esposizione approfondisce non solo i legami
commerciali, ma anche quelli empatici.
La stretta relazione tra il legame economico e quello empatico potrà a
prima vista sembrare paradossale, ma si tratta di un rapporto
simbiotico. Il sociologo Georg Simmel, nel suo fondamentale saggio
Filosofia del denaro, osserva che le monete sono note promissorie che si
fondano sulla supposizione di una stabile fiducia collettiva fra parti
anonime, la quale garantisce che, a una certa data futura, il pegno
ricevuto in virtù di uno scambio passato sarà in futuro onorato da un
terzo, in uno scambio successivo.
È istruttivo notare che, quando un antropologo si mette a studiare la
storia degli scambi, quasi invariabilmente scopre che lo scambio sociale
precede sempre quello commerciale. Per consolidare i legami di
reciproca fiducia, gli abitanti delle isole Trobriand si dedicavano a un
elaborato scambio sociale di conchiglie, spesso attraversando bracci di
mare in canoa per trasportarle avanti e indietro da un’isola all’altra.
Nelle Trobriand, lo scambio commerciale era sempre preceduto dallo
scambio sociale, confermando per l’ennesima volta l’antica convinzione
che il capitale culturale precede quello economico e che il commercio è
un’espansione delle relazioni culturali e, perciò, non rappresenta
un’istituzione primaria nelle faccende umane.
La relazione fra i legami empatici e quelli commerciali è complicata e
fragile. Questo perché, come abbiamo detto, l’estensione empatica è
sempre un dono incondizionato, offerto gratuitamente, senza aspettativa
di reciprocità, né nell’immediato né in futuro. Benché lo scambio
commerciale sia impossibile in assenza di un’estensione empatica che
abbia precedentemente stabilito legami di fiducia sociale, la sua natura
strumentale, utilitaristica e speculativa può impoverire – e spesso
impoverisce – il capitale sociale che rende possibile innanzitutto la
sua stessa sussistenza. Questo è proprio ciò che sta accadendo oggi
negli Stati Uniti e in tutto il mondo, in conseguenza della crisi
economica globale.
Il cosmopolitismo è un equilibrio delicato, frutto di un continuo
destreggiarsi fra sensibilità empatica e attività commerciale. Essere
cosmopolita significa essere aperto all’«altro» e trovarsi a proprio
agio in culture diverse. Un cosmopolita è, di solito, una persona
fortemente differenziata e individualizzata, con molteplici identità e
affiliazioni, dotato di un senso di sé sofisticato, conseguente
all’intensa esposizione alla diversità degli altri, con cui stabilisce
legami empatici…
Il mondo in via di globalizzazione sta creando un nuovo tipo di
cosmopolita, le cui identità e affiliazioni coprono l’intero pianeta. È
l’avanguardia, se vogliamo, di una nascente coscienza biosferica. La
contraddizione risiede nel fatto che quanto più l’individuo è
cosmopolita, tanto più probabilmente è beneficiano di una quota
sproporzionatamente grande di energia e di risorse naturali.
pp. 396-397
Il processo di globalizzazione implica trasformazioni sociali e valoriali:
Nelle società preindustriali, nelle quali la sopravvivenza era la
preoccupazione dominante, prevalevano regimi sociali gerarchici e forme
di governo autoritarie. La volontà collettiva prevale su tutto e il
senso dell’espressione individuale rimane poco sviluppato o viene
represso. Nelle società industriali, il lavoro contrattualizzato
permette alle persone di assicurarsi la sopravvivenza personale e di
liberarsi dalla dipendenza dai legami famigliari estesi e dall’arbitrio
dell’autorità: la priorità passa ai valori materiali e all’accumulazione
della ricchezza, percepita come forza liberatrice. Quando la società
industriale si evolve da produttrice di beni a produttrice di servizi,
basati sulla conoscenza e sulla mercificazione dell’esperienza, i
bisogni primari sono soddisfatti e gli individui cominciano a orientarsi
verso valori non materiali, in genere sintetizzati dal concetto di
«qualità della vita», come obiettivo a cui aspirare. Gli stretti legami
comunitari lasciano progressivamente spazio a legami associativi più
liberi.
I tre stadi del progresso – dai valori tradizionali ai valori
razionali-materialisti, ai valori di qualità della vita e
autorealizzazione di sé – riflettono il passaggio attraverso i diversi
stadi di coscienza che accompagnano la transizione dalle società
agricole alle economie della Prima e della Seconda rivoluzione
industriale. Le differenze tra gli orientamenti valoriali relativi ai
tre stadi della coscienza sono stupefacenti.
p. 412
Come ci si può aspettare, nelle società più povere, agricole o
preindustriali, i valori tradizionali di sopravvivenza tendono a
prevalere, e l’affiliazione religiosa e i legami famigliari hanno un
ruolo centrale nell’organizzazione della vita sociale.
Ma ciò che è particolarmente interessante è il rapido passaggio dai
valori materialisti e razionali ai valori di autorealizzazione e di
qualità della vita verificatosi negli ultimi quarant’anni nelle società
industriali più sviluppate.
Nel 1971 i materialisti superavano numericamente i postmaterialisti, in
un rapporto di quattro a uno, nelle sei nazioni occidentali di cui i
ricercatori avevano dati a disposizione. Nel 2005 i postmaterialisti
eguagliavano il numero dei materialisti in tutti i sei paesi: uno
stupefacente cambio di atteggiamento in due sole generazioni.
Nelle società della sopravvivenza, le persone tendono a porre l’accento
sulla sicurezza economica e fisica, la vita è organizzata secondo una
catena di comando rigidamente autoritaria che va dall’autorità assoluta
del maschio sulla moglie e sulla prole all’autorità assoluta dello Stato
su tutti i suoi membri, fino all’incondizionata fede in Dio, che tutto
comanda dall’alto. Le società tradizionali, quando sono minacciate
dall’insicurezza e dalla crisi economica, tendono a diventare
intolleranti nei confronti degli stranieri, delle minoranze etniche e
degli omosessuali, e a schierarsi a favore della superiorità maschile.66
La popolazione è fortemente religiosa e nazionalista, crede nella mano
ferma dell’autorità statale, valuta favorevolmente il conformismo e
dimostra bassi livelli di espressione individuale. Dato che
l’espressione individuale è limitata, lo è anche l’estensione empatica,
che raramente supera i confini dei legami famigliari e di
consanguineità. Dato che la famiglia è l’unità economica fondamentale –
in greco antico, la parola olkos indica la dimora famigliare -, viene
attribuito un valore particolare alla riproduzione: più bambini
significano più braccia per il lavoro, quindi una maggiore probabilità
di sopravvivenza del gruppo. Per assicurare la sopravvivenza del singolo
è necessario garantire e promuovere gli interessi della famiglia.
Qualunque espressione personale che possa rappresentare un pericolo per
la sopravvivenza della famiglia viene trattata con durezza. In queste
società, con il valore da esse attribuito alla sopravvivenza della
famiglia, non meraviglia che aborto, omosessualità e divorzio siano
inaccettabili.
Nelle società razionaliste laiche, impegnate nella fase di decollo della
vita industriale, le gerarchie sono riconfigurate in modo da passare
dall’ordine creato da Dio alle gerarchie delle imprese e delle
burocrazie pubbliche. La Grande catena dell’essere è sostituita dalla
catena di comando aziendale. L’accumulazione individuale di ricchezza
libera gli individui dall’aleatorietà degli eventi naturali, offrendo
loro un certo grado di sicurezza economica. Nel corso di questo processo
l’individuo, in quanto essere autonomo e indipendente, comincia a
emergere dalla nebbia comunitaria, ma è ancora vincolato all’ordine
istituzionale gerarchico. Ciononostante, la più sviluppata espressione
di sé facilita lo sviluppo della coscienza empatica.
Le società basate sulla conoscenza, con elevati livelli di
individualismo e di espressione di sé, mostrano anche i più alti livelli
di estensione empatica. La coscienza di sé porta a una maggiore fiducia
e apertura verso gli altri e a una maggiore tolleranza nei confronti
della diversità: chi si sente sicuro del proprio essere e libero di
determinare il proprio destino ha molte più probabilità di non avere
paura degli altri, ed è meno probabile che consideri una minaccia
chiunque non rientri nella sua immediata rete di relazioni e parentele.
Anzi, l’emancipazione dagli stretti legami comunitari e lo sviluppo di
legami sociali più deboli, ma più estesi, espongono l’individuo a una
rete più vasta di relazioni con persone diverse, il che ha l’effetto di
rafforzare il suo senso di fiducia e apertura e di creare il contesto
per una più estesa coscienza empatica.
pp. 413-414
Prove empiriche dimostrano che stiamo assistendo alla più forte
ondata di estensione empatica che si sia mai verificata nella storia
dell’uomo. Questa ondata, però, è largamente limitata alle ricche
popolazioni delle nazioni più sviluppate e alle frange delle classi
medie dei paesi in via di sviluppo. Ancora una volta, lo sviluppo della
coscienza empatica è reso possibile da una massiccia appropriazione di
enormi quantità di energia e di altre risorse del pianeta, tale da
garantire un livello di sicurezza economica sufficiente a permettere
alle persone di abbandonare i valori della sopravvivenza per adottare
quelli materialisti e, eventualmente, quelli legati alla qualità della
vita. L’accresciuto benessere economico ha garantito alle persone la
sicurezza necessaria per essere più fiduciose nei confronti dei propri
simili e più attente verso l’ambiente naturale. Sfortunatamente, lo
sviluppo della coscienza empatica cavalca la cresta di un’ondata di
crescente flusso entropico che sta trasformando gran parte del pianeta
in una terra desolata, impoverendo ulteriormente una larga parte della
popolazione umana.
Le indagini mostrano che l’81% dei paesi ad alto reddito ha compiuto la
transizione a una cultura postmaterialista, ma il 74% dei paesi più
poveri si è nuovamente orientato ai valori della sopravvivenza. Così,
mentre una minoranza di paesi e di popolazioni sta adottando valori
sempre più cosmopoliti, la maggioranza procede in direzione opposta.
La domanda, dunque, è se quella minoranza di esseri umani che sta
sviluppando una cultura empatica, a spese dell’impoverimento del pianeta
e di una larga fetta di umanità, possa tradurre i propri valori
postmaterialisti in un progetto culturale, politico ed economico in
grado di indirizzarla verso un futuro più sobrio e sostenibile in tempo
per evitare di precipitare nell’abisso.
p. 416
Rifkin ritiene che sia possibile:
Se il progresso umano, fino a oggi, ha richiesto un continuo aumento
dell’entropia per sviluppare una sensibilità empatica sempre più
profonda, allora questo vuol dire che la nostra specie è destinata a
scomparire, in un’ultima catastrofe planetaria, proprio nel momento in
cui sta giungendo a una coscienza biosferica? In altre parole, se il
progresso della coscienza empatica e del cosmopolitismo globale dipende
da un uso sempre più intensivo dell’energia, le due cose sono destinate
ad annullarsi reciprocamente, lasciandoci nell’amara consapevolezza di
essere sul punto di precipitare nell’abisso? Se l’istinto vi dice che è
proprio questa la direzione che abbiamo preso, non siete i soli a
pensano. Infatti potrebbe essere benissimo la nostra fine.
Ma c’è un’altra possibilità: potremmo essere vicini alla fine di questa
fase della storia e all’inizio di un’avventura completamente nuova. Una
notevole quantità di nuovi studi su ciò che rende veramente felice
l’essere umano suggerisce che la dialettica storica che ha
caratterizzato la saga umana, fin dalle prime grandi civiltà idrauliche
di migliaia di anni fa, potrebbe essersi esaurita.
p. 456
In discussione ovviamente è l’equazione ricchezza=felicità. Alla
contestazione di quanto si dà di mistificato in questa equazione Rifkin
dedica pagine di notevole interesse:
Nel corso della storia, l’idea di accumulazione di proprietà privata è
stata costantemente equiparata a quella di felicità. I filosofi
utilitaristi si sono fatti paladini della teoria della legge di natura,
affermando che «la più grande felicità possibile nella società è
ottenuta garantendo a ogni essere umano la maggiore quantità possibile
dei prodotti del suo lavoro».
Legando la felicità dell’uomo all’acquisizione di proprietà privata e la
proprietà privata alla natura profonda dell’uomo, i filosofi
utilitaristi hanno gettato le fondamenta per un’idea di uomo come
animale acquisitivo, istintivamente predisposto all’accumulazione di
ricchezza.
Sebbene, di tanto in tanto, alcune voci fuori dal coro abbiano messo in
dubbio l’opinione corrente secondo la quale «i soldi fanno la felicità»,
il senso comune ritiene ancora che la strada per la felicità e quella
per la ricchezza coincidano. Se così fosse, ci sarebbero poche speranze
per l’umanità di liberarsi da un modello di storia in cui i progressi
della coscienza umana poggiano su organizzazioni sociali sempre più
complesse che, a loro volta, richiedono un flusso di energia sempre più
intenso, provocando un progressivo degrado entropico dell’ambiente.
Una ricca mole di nuovi studi sociologici, psicologici e cognitivi ha
cominciato a mettere in discussione la fondamentale affermazione che a
una maggiore ricchezza corrisponda una maggiore felicità. Ciò che si sta
cominciando a scoprire è una cosa abbastanza ovvia, ma scarsamente
considerata nel dibattito pubblico. Questi studi dimostrano che, se le
persone sono molto povere e incapaci di soddisfare i propri bisogni
primari necessari per la sopravvivenza fisica, sono infelici. Ma la cosa
nuova e interessante appurata da questi studi è che le persone, una
volta raggiunta una soglia minima di benessere economico che permetta
loro di sopravvivere adeguatamente e prosperare, non vedono aumentare la
loro felicità con l’aumentare della ricchezza accumulata, la quale,
anzi, le rende meno felici, più esposte alla depressione, all’ansia e ad
altri disturbi fisici e psichici, e maggiormente insoddisfatte della
propria condizione.
Tim Kasser, docente di psicologia, cita un lungo elenco di studi che
dimostrano come le persone che attribuiscono un grande valore
all’arricchimento e al possesso dichiarano un benessere psicologico
minore di quello riferito da chi è meno preoccupato di questi obiettivi.
Nelle sue indagini, Kasser ha scoperto che gli studenti e i giovani la
cui motivazione principale era «il denaro, l’immagine e la fama»
mostravano livelli più elevati di depressione e più disturbi fisici
rispetto a quelli meno orientati verso tali valori. Altri studi hanno
individuato una forte correlazione fra i valori materialisti e l’abuso
di sostanze. Ugualmente sconcertanti sono gli studi che dimostrano come i
giovani con forti motivazioni materialiste manifestino meno emozioni
positive di quelli orientati a valori meno materialisti. Inoltre, essi
manifestano più frequentemente la sindrome da deficit di attenzione e
iperattività (ADHD), sono più ossessivo-compulsivi, si isolano dai
coetanei, sono più possessivi, meno generosi, più invidiosi e meno
fiduciosi, hanno più difficoltà a controllare gli impulsi, sono più
introversi o eccessivamente dipendenti dagli altri, e sono più soggetti a
comportamenti passivo-aggressivi verso le altre persone. Studi condotti
in Germania, Danimarca, Gran Bretagna, India, Russia, Romania,
Australia e Corea del Sud giungono a conclusioni analoghe. Un gran
numero di studi in tutto il mondo dimostra chiaramente che «quanto più i
valori al centro della nostra vita sono orientati al materialismo,
tanto più diminuisce la qualità della nostra vita». Gli studi rivelano
anche che le persone che vivono nei paesi più ricchi del mondo non sono
più felici oggi di quanto lo fossero cinquant’anni fa, nonostante nel
frattempo il reddito pro capite medio sia raddoppiato. L’economista
Richard Layard, nel suo libro Happiness: Lessons from a New Science,
mette in evidenza come nei paesi in cui il reddito medio pro capite
supera i 20.000 dollari l’anno, l’eventuale reddito aggiuntivo non sia
correlato a un aumento della felicità.
Quello che quasi tutti gli studi dimostrano è che, una volta raggiunto
un livello minimo di reddito necessario a sentirsi economicamente
sicuri, la felicità non fa che diminuire all’aumentare della ricchezza
accumulata. Oggi, gli americani godono di un reddito doppio rispetto a
quello che avevano nel 1957, ma la percentuale delle persone che si
dichiarano «molto felici» è scesa dal 35% al 29%. Risultati analoghi
sono rilevati in tutti gli altri paesi industrializzati. Le
ripercussioni sociali e politiche e, ancor più importanti, le
implicazioni ecologiche di tutto ciò sono enormi.
Se le persone più ricche del mondo sono solo marginalmente più felici di
chi vive in società assai meno benestanti, e diventano sempre meno
felici all’aumentare della ricchezza, l’evoluzione del legame empatico
non dipende esclusivamente dal continuo incremento del benessere
economico – una volta raggiunta una soglia minima di sicurezza economica
– né dalla conseguente spirale perversa del sempre maggiore consumo di
energia e delle conseguenti scorie entropiche. Anzi, gli stessi studi
dimostrano che, quando l’aumento della ricchezza personale supera il
livello minimo necessario a soddisfare i bisogni fondamentali
dell’individuo, la crescente preoccupazione per l’arricchimento fa
diminuire la probabilità che l’individuo sia empatico. Ciò che si
possiede finisce per possederci e la ricerca della ricchezza può
diventare un circolo vizioso e un fine in se stesso.
Poiché ci viene continuamente ribadito che una maggiore ricchezza
aumenta le nostre possibilità di essere felici, le persone continuano a
inseguire ogni possibile occasione di arricchimento nella speranza di
ottenere una maggiore felicità, solo per poi rimanerne deluse. Noi
crediamo che la graduale scomparsa del nostro precedente senso di
appagamento sia dovuta al fatto che non siamo ancora abbastanza ricchi, e
questo ci rende più determinati nel perseguire questo obiettivo
sfuggente, per poi perdere nuovamente terreno; e tutto ciò viene
incoraggiato da un sistema economico che investe miliardi di dollari in
pubblicità, marketing e politiche di immagine per alimentare la nostra
dipendenza e far sì che i profitti continuino ad accumularsi. E quando
questa ossessione è radicata, la gente si abbandona a comportamenti
deprecabili, trasformando tutti e tutto in strumenti per promuovere la
propria ambizione di ricchezza e assicurarsi la felicità. Si cessa di
considerare gli altri esseri unici e speciali e, svalutando gli altri,
aumenta l’isolamento dall’affetto e dalla compagnia dei nostri simili:
la sola cosa che aumenta di valore è il nostro senso di alienazione.
La svalutazione del prossimo ha effetti molteplici sulla psiche. Dato
che si trovano isolati dagli altri, i materialisti immaginano che tutti
debbano sentirsi allo stesso modo: dopotutto, è la «natura» umana.
Quanto più ci si colloca in alto nella scala dei valori materialisti,
tanto meno ci si fida degli altri. Negli Stati Uniti, dove il
materialismo rampante nel corso degli ultimi venticinque anni è
diventato una sorta di epidemia nazionale, la fiducia negli altri è
precipitata: a metà degli anni Sessanta, il 56% degli americani
affermava che ci si potesse fidare degli altri; oggi, lo fa meno di un
terzo. Al contrario, nell’Europa continentale, dove il materialismo è
meno spiccato, i livelli di fiducia sono aumentati in alcuni paesi e non
sono diminuiti in altri.
Numerosi studi dimostrano anche che gli individui più materialisti sono
meno prodighi e generosi nei rapporti con gli altri. L’altruista cede
facilmente il passo all’egoista.
Allo stesso modo, diversi studi hanno scoperto che gli individui più
materialisti sono meno inclini a «mettersi nei panni degli altri» e
hanno meno considerazione per i loro punti di vista. Il materialista si
accaparra il mondo, ma perde contatto con la sua pulsione più forte: il
legame empatico.
I nuovi studi sulla felicità dimostrano anche che la crescente perdita
di felicità non è solo correlata all’aumento della ricchezza al di sopra
della soglia che garantisce il benessere economico, ma è anche in
relazione al benessere di cui godono le persone da cui si è circondati.
Layard riferisce di uno studio condotto sugli studenti della Harvard
University, ai quali è stato chiesto di scegliere fra due mondi
alternativi: «Nel primo guadagni 50.000 dollari l’anno e gli altri una
media di 25.000; nel secondo guadagni 100.000 dollari l’anno e gli altri
una media di 250.000. La maggioranza degli studenti ha scelto il primo
mondo. Altri studi hanno confermato il risultato. In una società in cui
la creazione di ricchezza individuale è considerata sinonimo di
felicità, tale ricerca in sé diventa una questione fortemente
competitiva: la gente continua a misurare la propria felicità non in
termini assoluti, ma relativi agli altri. L’assunto è che uno status
sociale più elevato porti con sé una maggiore felicità. In realtà,
insieme allo status sociale in genere aumentano l’invidia e la cattiva
disposizione degli altri, che si sentono sorpassati e lasciati indietro.
Consideriamo noi stessi e gli altri solamente in termini di ricchezza
relativa, lasciando poco spazio allo sviluppo di sentimenti empatici.
Infine, gli studi dimostrano che quanto più abbiamo, tanto più crediamo
di non poter vivere con meno. Un’esperienza che ebbi da ragazzo è
particolarmente esemplificativa: all’epoca lavoravo per un programma di
volontariato antipovertà ed ero stato assegnato a un sobborgo ricco
della città di New York, con l’obiettivo di sviluppare programmi di
scambio culturale con i ragazzi poveri dei quartieri periferici. Una
sera, durante un incontro con una famiglia benestante, il capofamiglia
mi prese da parte e mi confessò che, benché guadagnasse 100.000 dollari
l’anno (l’equivalente di oltre 600.000 dollari attuali), faceva fatica a
sbarcare il lunario. Pensavo stesse scherzando. Ma non era così. Ci
adeguiamo rapidamente a ogni nuovo livello di reddito, e quello che fino
a poco tempo prima ci sembrava un lusso diventa ben presto una
necessità quotidiana.
Layard riassume così la sindrome della felicità:
Dunque il tenore di vita è un po’ come l’alcol o la droga. Una volta che
hai fatto una certa esperienza, devi continuare a farla, sempre più
spesso, se vuoi continuare a essere felice. In sostanza, è come essere
su un tapis roulant, un tapis roulant «edonistico», sul quale devi
correre sempre più in fretta per far sì che la tua felicità resti sempre
uguale.
La sindrome della felicità costringe le persone a una corsa verso la
disperazione. Non c’è modo di arrivare alla meta e trovare la vera
felicità. La soluzione, naturalmente, è ovvia, ma si scontra con l’idea
illuminista che la continua acquisizione di ricchezza aumenti il senso
di autonomia e di libertà dell’individuo, garantendogli il piacere e
rendendolo più felice.
Per quanto possa sembrare anti-intuitivo, gli studi sulla sindrome della
felicità lasciano intendere che vivere in una società dove le necessità
essenziali per avere una vita confortevole sono soddisfatte, ma in cui
il differenziale fra ricchi e poveri è relativamente ristretto, i
cittadini tendono a essere più felici.
pp. 458-462
Nelle società più ricche, dunque, la felicità si stabilizza, se non
addirittura diminuisce, al crescere del reddito al di sopra della soglia
minima necessaria per garantire ciò che è essenziale per vivere. Nello
stesso tempo, una maggiore attenzione alla ricchezza relativa alimenta
la dipendenza dal possesso di beni, a spese di relazioni più profonde,
di un maggior senso della comunità e dello sviluppo di una coscienza
empatica.
Ma cosa accade ai poveri, a quel 40% della razza umana che vive con un
reddito inferiore a 2 dollari al giorno, in quella che possiamo
senz’altro definire una condizione di squallida sussistenza? Gli studi
mostrano come, nel loro caso, la felicità aumenti all’aumentare del
reddito. Per loro è difficile estendere l’empatia al di fuori della
cerchia degli stretti consanguinei, stante il fatto che ogni momento
della loro vita è finalizzato alla mera sopravvivenza. Hanno poche
riserve emotive e ancor meno riserve di tempo da dedicare alle
sofferenze delle altre persone che non siano parenti prossimi.
Comprensibilmente, per i più poveri nella maggior parte delle società i
valori materiali prendono il sopravvento su quelli legati
all’espressione di sé.
Raggiungere un livello di vita confortevole costituisce la principale
preoccupazione di quasi metà della razza umana. Ciò significa
espropriare più risorse, costruire strutture sociali più complesse e
aggravare il bilancio entropico. Il lato positivo di questo processo è
che esso conduce a una maggiore individualizzazione, all’emergere della
consapevolezza di sé, alla diffusione della coscienza empatica e a un
atteggiamento più tollerante e cosmopolita. Il lato negativo è che
l’aumento del flusso di energia impoverisce ulteriormente quel che resta
del patrimonio di risorse della terra e porta a un aumento delle
emissioni di gas serra e del riscaldamento globale antropogenico.
Fra l’umanità che ha varcato la soglia del benessere economico e quella
che ancora non l’ha raggiunta è in atto una feroce diatriba. Con il
cambiamento climatico che minaccia l’intera razza umana, le nazioni
postmaterialiste affermano che ogni società deve limitare drasticamente
il proprio ricorso all’energia ricavata da combustibili fossili e
contribuire alla riduzione delle emissioni di gas serra. I paesi ancora
in via di sviluppo, comprensibilmente, affermano che il loro consumo di
energia pro capite non è che una frazione di quello dei paesi più
ricchi, come gli Stati Uniti, e che negare loro la possibilità di
sviluppo economico significa confinarli alla povertà e alla
disperazione.
Alcuni, nelle nazioni più ricche, capiscono questo punto di vista, ma
sottolineano comunque che se i quasi 3 miliardi di persone che vivono
con meno di 2 dollari al giorno dovessero portare il proprio tenore di
vita al livello della metà benestante dell’umanità, il conto entropico
sarebbe tale da portare la biosfera in un regime climatico radicalmente
diverso, che potrebbe portare all’estinzione della razza umana.
È questo il problema che attualmente divide l’umanità in due, e che non
potrà che aggravarsi negli anni a venire, creando un conflitto mondiale
su una scala mai sperimentata prima, a causa del progressivo esaurimento
delle riserve di combustibili fossili essenziali a mantenere e ad
espandere lo stile di vita industriale.
pp. 468-470
Metà della razza umana sta utilizzando più energia da combustibili
fossili e più risorse naturali di quanto sia necessario per una vita
confortevole, e diventa sempre più infelice a ogni aumento incrementale
di ricchezza, mentre l’altra metà sta faticosamente uscendo dalla
povertà e diventa più felice quando raggiunge un livello minimo di
benessere. Il problema è che non c’è abbastanza petrolio o altro
combustibile fossile – o uranio per l’energia nucleare – per garantire
all’umanità ricca il suo attuale stile di vita, né per innalzare 3
miliardi di poveri a un livello di vita accettabile.
Comunque, sappiamo anche che lo sviluppo empatico accompagna lo sviluppo
economico, almeno fino al raggiungimento della soglia di benessere.
Dopodiché, i successivi incrementi di ricchezza tendono a imprigionare
le persone in uno stile di vita materialista che genera dipendenza e che
li rende sempre più egoisti nei comportamenti e meno sensibili nei
confronti della sofferenza altrui. Questo rallenta o blocca lo sviluppo
della coscienza empatica.
Dunque, come possiamo riorganizzare la nostra relazione con gli altri e
con la terra, in modo che «chi ha» possa rendere meno onerosa la propria
presenza e «chi non ha» possa stabilire una presa più salda
nell’ambiente in cui vive, permettendo a tutti di incontrarsi in
corrispondenza della soglia minima del benessere? È a quella soglia che
potremo massimizzare la coscienza empatica e creare le condizioni per
una società globale sostenibile.
La cosa fondamentale da fare è immaginare un regime energetico e una
rivoluzione economica in cui il tipo di energia che usiamo si possa
trovare nel nostro giardino di casa, sia equamente distribuita sulla
terra, gratuita e facilmente accessibile, e rinnovabile con il
cambiamento delle stagioni e i cicli della biosfera. Questo regime
energetico e questa rivoluzione economica dovranno offrire a ogni essere
umano sulla terra la possibilità di raggiungere la soglia minima di
qualità della vita senza compromettere la salute della biosfera, in modo
che la vita sul pianeta possa continuare a prosperare.
pp. 471-472
Grounding Institute –
Associazione Esalen
Direttore: dr. Maurizio
D’Agostino
Via Asiago, 35 Catania
Via Contea, 9 Linera (CT)
www.bioenergetic.it
|