|
Nella cultura psicologica si parla di espressione delle emozioni
oppure della loro manifestazione, comunque la direzione è verso il
disfarsene. L’idea del conoscere semplicemente l’emozione avviene
piuttosto raramente. Senza agire le emozioni, ma neanche reprimendole,
abbiamo l’occasione di conoscere le identificazioni che ne sono alla
base.
Ricordo che non molti anni fa stavo seduto nell’ufficio del mio
terapista e gli raccontavo la discussione avuta con una persona a me
cara. Oggi i particolari mi sfuggono, ma avevo fatto qualcosa che aveva
addolorato la mia amica, la quale si era arrabbiata in un modo che mi
sembrava sproporzionato e ingiustificato. Ricordo che mentre raccontavo i
fatti, mi sentivo frustrato e turbato.
“Tutto quello che posso fare è amarla di più in quei momenti”,
insistevo con una certa mestezza, facendo ricorso agli anni di pratica
meditativa e alla sincerità dei miei sentimenti più profondi.
“Questo non funzionerà mai”, tagliò corto il terapista, e fu come
venire colpiti dal bastone di un maestro zen. Mi guardò con una certa
aria canzonatoria, quasi fosse meravigliato dalla mia stupidità. “Cosa
c’è di sbagliato nell’essere arrabbiati?”, chiese.
Questo scambio di battute mi è rimasto impresso per anni, perché, in
un certo senso, cristallizza le difficoltà che ci troviamo di fronte
quando cerchiamo di integrare l’approccio psicologico occidentale con
quello del buddismo. Il buddismo ci dà un messaggio ambivalente sulle
emozioni: da un lato dice che dobbiamo sforzarci di eliminarle,
dall’altro insegna ad accettare tutto ciò che sorge. C’è qualcosa
di sbagliato nell’essere arrabbiati? Possiamo liberarci di
questo sentimento? Cosa vuol dire venirne a capo? Nel mio
lavoro di terapista, devo affrontare in continuazione queste domande.
Oggi mi è chiaro che venire a capo di un’emozione come la rabbia,
spesso, vuol dire qualcosa di diverso dalla sua mera eliminazione.
Infatti, come nel buddismo si ripete più volte, è la prospettiva di
colui che soffre a determinare se una data esperienza perpetua la
sofferenza o è un veicolo per il risveglio. Venire a capo di
qualcosa vuol dire cambiare il proprio punto di vista; se invece
cerchiamo di cambiare l’emozione, nel breve termine potremmo avere
successo, ma resteremmo prigionieri dell’attaccamento e dell’avversione
per il sentimento stesso da cui vogliamo liberarci.
Naturalmente, il desiderio di cambiare i miei sentimenti difficili
con il loro opposto non era un’idea originale. Nel mio caso, ciò veniva
dalla psicologia buddista dell’abhidharma, i primi scritti
psicologici del buddismo. La maggior parte di noi vuole essere libera
dalla pressione delle emozioni, cerca di eliminare i limiti della nostra
vita emozionale e di sostituire i sentimenti problematici con i loro
opposti meno conflittuali. Nella sfera delle emozioni esiste una
tendenza universale allo svilimento, sembra. Diamo per scontato che
l’unico modo per liberarci dal dolore è sbarazzarci completamente di
esso.
Questo intenso desiderio di quiescenza emotiva ha avuto una grossa
influenza sul modo in cui pratichiamo il buddismo. Gli insegnamenti
stessi sembrano talvolta suggerire che questo è il modello che dobbiamo
cercare di raggiungere. Certe emozioni sono nocive, insegna
l’abhidharma. Dobbiamo fare tutto ciò che possiamo per ridurre la loro
influenza sulla nostra mente. Di conseguenza, quando leggiamo le storie
di insegnanti buddisti che esprimono liberamente la loro rabbia o
tristezza, restiamo confusi. Queste storie contraddicono gli
insegnamenti più formali del buddismo e ci costringono a rivedere i
nostri pregiudizi secondo cui le emozioni sono sbagliate.
La nostra propensione a credere in un modello nel quale non ci sia
posto per le emozioni deriva, in parte, dalla volontà inconscia di
separare le emozioni dal resto della nostra esperienza, e di fare di
esse le colpevoli della nostra situazione difficile. Se solo riuscissimo
a sradicare e distruggere la nostra natura emotiva, pensiamo, potremmo
seguire le orme del Buddha.
Tale desiderio di distruggere le emozioni negative è molto comune
anche tra coloro che praticano la psicoterapia. Così come molti
meditatori pensano che la giusta meditazione consista nell’avere
sentimenti meno intensi, molte persone in psicoterapia demonizzano
quelle stesse emozioni indesiderate che le spingono a cercare aiuto.
Dopo la rottura di un matrimonio che durava da dieci anni, per esempio,
un mio buon amico ha cominciato la psicoterapia in una clinica di salute
mentale. Il suo unico desiderio, disse alla nuova terapista, era
liberarsi da ciò che stava provando. La implorò dunque di levargli il
dolore, liberandolo da queste emozioni sgradite.
Ma la sua terapista aveva appena lasciato una comunità zen, dove
aveva vissuto per tre anni. Quando il mio amico si rivolse a lei, ella
lo spinse a restare semplicemente con i suoi sentimenti, per quanto
fossero spiacevoli. Non cercò di rassicurarlo né di aiutarlo a cambiare
ciò che stava provando. Quando lui si lamentava della sua ansia o della
sua solitudine, lei lo incoraggiava a sentire tutto ciò con più
intensità. Anche se non si sentiva affatto meglio, il mio amico fu
incuriosito dall’approccio di questa terapista e cominciò a praticare la
meditazione. Un momento fondamentale della sua meditazione fu, secondo
lui, quando la depressione cominciò a schiarirsi.
Terribilmente a disagio con i pruriti, le irrequietezze e i dolori
della pratica, e incapace di restare semplicemente con le sensazioni,
egli ricorda che alla fine riuscì a osservare l’insorgere, l’aumentare e
lo scomparire di un prurito, senza mai grattarsi. In tal modo, egli
dice, comprese improvvisamente quello che intendeva la terapista quando
gli consigliava di restare con il suo stato emotivo, e da quell’istante
la sua depressione cominciò a sparire. I suoi sentimenti cominciarono a
cambiare solo quando smise di desiderare un cambiamento.
Esistono scuole di pensiero – sia all’interno del buddismo che della
psicoanalisi – che non ammettono tanto facilmente la possibilità di una
trasformazione emotiva come quella sperimentata dal mio amico. Sia gli
psicoanalisti ortodossi che i fondamentalisti buddisti vedono le
emozioni come forze coercitive che sono, per loro natura, minacciose,
destabilizzanti e potenzialmente schiaccianti. Il massimo che si può
fare con queste passioni è, secondo tale concezione, controllarle,
padroneggiarle o – almeno secondo la filosofia buddista – estinguerle.
Il denominatore comune è che le passioni sono considerate forze oscure,
dotate di una loro volontà, che vanno severamente controllate. Secondo
questa concezione, una persona che ha terminato con successo l’analisi è
quella che ha portato alla scoperto tutte le proprie emozioni
primitive, facendo sì che esse non impediscano più il raggiungimento
delle soddisfazioni di una persona matura.
Un praticante buddista di successo, dal canto suo, viene immaginato
come qualcuno le cui emozioni non disturbano più una grande equanimità.
Ecco perché siamo così perplessi quando leggiamo di Marpa che piange la
morte del figlio. Perché egli non ha trasceso la sua emozione?
Tuttavia, all’interno sia del buddismo sia della psicoanalisi, esiste
un altro punto di vista sulle emozioni, secondo il quale è possibile
non tanto la trascendenza, quanto la trasformazione. In tale concezione
le emozioni non sono considerate necessariamente un nemico, ma un cugino
da lungo tempo perduto. Lasciandole entrare nella consapevolezza, le
emozioni non sono più percepite come forze aliene, bensì come una parte
inseparabile di un tutto più grande. In tal modo, alle emozioni viene
permesso di maturare spontaneamente, un processo di cui il mio amico ha
colto un bagliore nella sua meditazione.
Freud ha descritto questo processo parlando della “sublimazione”, che
egli ha definito come il mezzo attraverso cui “l’energia dei desideri
impulsivi infantili non viene eliminata, ma resta disponibile all’uso;
lo scopo inutilizzabile dei vari impulsi viene sostituito da uno più
elevato, e forse non più di natura sessuale”. La sublimazione, per
Freud, offriva la possibilità di fare a meno delle richieste impossibili
degli “infiniti desideri impulsivi”, ma non significava che le passioni
in sé erano pericolose. Ascoltate, per esempio, la descrizione che
Freud fa di Leonardo da Vinci: “I suoi affetti erano controllati…; egli
non amava né odiava, ma si interrogava sull’origine e il significato
dell’amore e dell’odio. Così, era inevitabile che all’inizio apparisse
indifferente al bene e al male, alla bellezza e alla bruttezza…
In realtà, Leonardo non era privo di passione… Semplicemente, aveva
trasformato la sua passione in una sete di conoscenza… Quando, all’apice
di una scoperta, riusciva a vedere il nesso di ciò che stava cercando,
era sopraffatto dall’emozione, e con parole estatiche celebrava lo
splendore di quella parte della creazione che aveva studiato, o – per
usare una fraseologia religiosa – la grandezza del Creatore”.
Tutte le qualità solitamente attribuite al Buddha sono presenti nella
descrizione freudiana di Leonardo da Vinci: il controllo degli affetti,
la trasformazione dell’amore e dell’odio in interesse intellettuale, il
primato dell’indagine, persino il climax dell’ode alla grandezza del
Creatore. L’esclamazione del Buddha nell’istante della sua illuminazione
rende più forti queste somiglianze:
“Per innumerevoli vite ho vagato
cercando invano il costruttore di questa casa.
Doloroso invero è continuare a rinascere.
Oh, costruttore!
Ora ti ho trovato.
Non costruirai più questa casa.
Tutte le tue assi sono rotte,
La trave di colmo è spezzata.
La mia mente ha raggiunto la libertà suprema
Estinto è ogni desiderio”.
Nella concezione buddista, che enfatizza le trasformazione piuttosto
che l’estinzione della passione, la trasformazione si ottiene non
cercando di eliminare i sentimenti problematici, ma “osservandoli
saggiamente”. Anche nelle culture buddiste, questo è sempre stato un
concetto difficile da trasmettere. Quando Hung-jen, il quinto patriarca
zen vissuto nella Cina del settimo secolo, chiese ai suoi seguaci di
comporre dei versi che dimostrassero la loro comprensione degli
insegnamenti del Buddha, i suoi studenti migliori diedero delle risposte
che rinforzavano la concezione secondo cui le emozioni inquinano il
corpo e la mente. Shen-hsiu diede la seguente risposta:
“Il corpo è l’albero della Bodhi,
La mente è come uno specchio limpido.
Abbi cura di pulirlo sempre,
Affinché nessun granello di polvere vi si depositi”.
Nei versi di Shen-hsiu è considerato una virtù l’avere una mente
vuota e riflettente, pulita da ogni impurità. Oggi gli psicoanalisti
potrebbero considerare Shien-hsiu una persona bloccata allo stadio
anale. Possiamo immaginare che egli lavasse via le emozioni con la
stessa velocità con cui si materializzavano. Un illetterato garzone
della cucina, Hui-neng (638-713), colse l’imperfezione della risposta di
Shen-hsiu e diede la seguente alternativa:
“Il corpo non è un albero,
Lo specchio limpido non è in alcun luogo.
Fondamentalmente, nulla esiste;
Dove si depositerà mai un granello di polvere?”.
La poesia di Hui-neng evitava la trappola dell’idealizzazione, in cui
era invece caduta quella di Shen-hsiu. Non abbiamo bisogno di pulire la
mente e il corpo, sosteneva Hui-neng, dobbiamo solo imparare a vedere
in modo appropriato.
Come terapista, mi è spesso capitato di aiutare qualcuno a scoprire
un sentimento difficile come la rabbia, e poi sentirmi chiedere: “Non
capisco. Cosa dovrei fare con questa rabbia? Andare a casa e
infuriarmi?”. Come Shen-hsiu, non riusciamo a fare a meno di pensare che
dobbiamo eliminare la rabbia dal nostro essere. Nella cultura
psicologica odierna, parliamo di esprimere o di portare fuori
le nostre emozioni, ma spesso l’impulso è ancora quello di sbarazzarsi
di esse. Se non riusciamo a farlo, abbiamo la sensazione che in qualche
modo stiamo ingannando noi stessi. Una volta che il sentimento è
recuperato, ci sentiamo responsabili verso di esso. Ma ciò equivale
ancora a considerare il sentimento come un’entità indipendente. L’idea
di limitarci a conoscere il sentimento, spesso, non ci viene
nemmeno in mente.
In una situazione del genere, spesso rispondo con una frase come:
“Non devi fare alcunché. Lascia che sia la cosa a fare te!”.
“Questa è una risposta molto zen”, mi ha risposto un paziente,
recentemente. “Ma come posso farlo, in concreto?”.
Il Buddha, naturalmente, ha fatto di questo il centro dei suoi
insegnamenti. La sua idea era che la consapevolezza fosse il motore
della sublimazione; la sua coltivazione permetteva una tecnica di lavoro
sulle emozioni che altrimenti non sarebbe stata possibile. Nella
concezione del Buddha non occorre che le emozioni istintive, una volta
rese consapevoli, vengano condannate; piuttosto, bisogna esaminare
attentamente l’implicita identificazione che le accompagna. Mettendo
questa identificazione al centro dell’attenzione, l’approccio buddista
leva alle emozioni reattive il terreno sotto i piedi, aprendo al
contempo una via per venirne a capo. Spostando l’attenzione
dall’emozione all’identificazione con l’emozione, sperimentiamo
quest’ultima in modo nuovo. È come cercare di vedere una stella lontana
a occhio nudo: distogliendo appena lo sguardo, in realtà la scorgiamo
meglio.
Quando meditiamo con l’idea di sbarazzarci delle nostre emozioni,
stiamo di fatto rafforzando ciò da cui vogliamo fuggire. D’altra parte,
quando riusciamo a utilizzare il sorgere dell’emozione per esaminare la
nostra implicita identificazione con essa, utilizziamo il potenziale di
trasformazione della sublimazione. Anziché sentirci colpevoli ogni volta
che sperimentiamo un’emozione, possiamo usare l’opportunità che
l’emozione ci dà per conoscere le nostre identificazioni fondamentali.
Poi, come il Leonardo da Vinci freudiano, è possibile che anziché
ritrovarci privi di passione, potremo fare esperienza di quella che
Freud ha chiamato “la persistenza, la costanza e la perspicacia che
derivano dalla passione”. Dopo tutto, il Buddha non ha parlato di sé
come di una persona che avesse assopito la propria vita emotiva; ha
parlato di sé come di un risvegliato.
Estratto da Thoughts Without a Thinker: Psychotherapy
From a Buddhist Perspective, di Mark Epstein.
Mark Epstein, praticante buddista e psicoterapeuta a New York, è
collaboratore di “Tricycle”.
Acquista i libri con Internetbookshop
Mark Epstein. La continuità
d’essere. Una psicologia positiva per l’Occidente. Astrolabio. 2002.
ISBN: 8834013905
Mark Epstein. Lasciarsi andare
per non cadere in pezzi. Neri Pozza. 1999. ISBN: 8873056911
Acquista i libri con Amazon
Mark Epstein. Going on Being: Buddhism
and the Way of Change. Broadway Books. 2002. ISBN: 0767904613
Mark Epstein. Thoughts Without a Thinker:
Psychotherapy from a Buddhist Perspective. Basic Books. ISBN:
0465085857
Originalmente pubblicato su Tricycle magazine, www.tricycle.com
Copyright originale Mark Epstein, per gentile concessione.
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini
Copyright per l’edizione Italiana: Innernet.
tratto da www.innernet.it
|