Da quando Philippe Ariès, uno dei più grandi storici contemporanei,
ha pubblicato il famoso saggio su "La storia della morte in Occidente
dal medioevo ad oggi", chi si dedica ad approfondire argomenti relativi
alla morte si trova a dover affrontare il problema dell’approccio più
corretto al tema. Da una parte, data la prevalenza di indagini e
riflessioni che riguardano la morte limitate alla civiltà occidentale,
ci si chiede come affrontare un tema tanto vasto, inevitabilmente
collegato al discorso sulla vita, senza confinarlo in un terreno troppo
ristretto. Dall’altra ci si chiede quale possa essere l’utilizzo (o
"utilità") del discorso sulla morte: perché parlare di morte?
La prima questione anche se non è propria della sola disciplina che
studia la morte (la "tanatologia"), si pone qui con maggiore evidenza
per le connotazioni particolari del tema, non solo per la quantità degli
argomenti correlati, ma anche per le caratteristiche che fanno della
morte un fatto misterioso, carico di valenze psicologiche e emotive, che
si perdono nella notte delle eterne paure dell’uomo.
Uno degli ambiti riguarda le molteplici radici culturali alla base
dei comportamenti e degli atti che l’umanità compie intorno al morire,
alla morte, al morto. Una risposta al problema di un approccio
metodologicamente soddisfacente al tema della morte può essere quindi
identificare le radici differenti e le particolarità che distinguono le
culture rispetto alla morte. Una delle domande alla quale si cerca di
rispondere è, a questo proposito, cosa accomuna il nostro modo di morire
di occidentali e lo differenzia da quello delle altre popolazioni? O,
più limitatamente, cosa caratterizza l’approccio al morire delle
popolazioni anglosassoni, rispetto a quelle del bacino del mediterraneo.
Per quanto riguarda la seconda questione, utilità o meno del discorso
sulla morte, ci si può chiedere a che pro affrontare un argomento che
potrebbe apportare immagini negative nella mente dell’individuo, quando
addirittura non sconfinare nel macabro.
Saper affrontare con obiettivi precisi e positivi i temi intorno alla
morte è la sfida che ha permesso lo sviluppo degli studi sulla morte di
questi ultimi cinquant’anni. Studiare la morte, educare alla
riflessione sulla fine della vita ed imparare da questa, significa non
solo percorrere e visitare una delle zone più esplorate e allo stesso
tempo più misteriose sul cammino dell’umanità, ma misurarsi anche con
interdetti sociali e ostacoli psicologici. Significa disporsi allo
studio di quell’immensa raccolta di gesti, parole, suoni, comportamenti,
colori che fanno parte dell’universo del lutto, indispensabile per
sopportare la morte e -all’apice della sua espressione– l’unico
possibile nemico della morte, perché (come ha descritto bene Di Nola,
quando parla di "morte trionfata") la ritualità relativa al lutto
permette di ritornare alla vita , "trionfando" sulla morte.
Tutti questi aspetti riguardano quello che si può definire il
discorso "sulla" morte, ma vi sono altri aspetti, che riguardano invece
il parlare "di" morte: come il terreno filosofico, nel dibattito che
anima chi sostiene la plausibilità del concetto di morte come scomparsa
della persona, rispetto a chi vede la morte come fine biologica di
funzioni essenziali per il mantenimento della vita, quello strettamente
biologico, o quello pertinente l’anatomia patologica, volto a studiare i
cambiamenti che avvengono nel cadavere.
Ci collegheremo dunque a questi aspetti per aprire il discorso sulla
morte, iniziando dall’osservazione dei vari percorsi culturali che danno
specificità alle diverse immagini della morte in occidente, passando
attraverso i comportamenti rituali (lutto e cordoglio) e non
(medicalizzazione della morte) a fronte di una morte imminente e di una
morte avvenuta, per arrivare alle immagini della morte che
caratterizzano la civiltà contemporanea e terminare con un’indicazione
sui percorsi più comunemente seguiti da metodi di "death education".
Il concetto di morte
Per quanto riguarda la concezione della morte nel mondo occidentale,
rispetto a quella dell’altro emisfero si possono indicare sinteticamente
due caratteristiche: da una parte, oltre a cercare il senso del fine
ultimo, si cerca di evitare l’identificazione con il morto attraverso i
comportamenti del lutto, elaborati con atteggiamenti rituali e di
disfarsi rapidamente del cadavere con la sepoltura. La cultura e le
immagini della morte sono in evoluzione e trasformazione; dall’altra vi è
l’adesione ad una filosofia di rinascita/trasformazione per la quale la
morte viene ad essere annullata nel suo significato di fine radicale
della vita. Nell’induismo, per esempio, la morte è intesa come un
passaggio obbligato ad un altro tipo di vita, superiore o inferiore,
mentre nel buddismo la morte è il più menzognero dei fenomeni, cioè
l’opposto di quello che indica. Le immagini della morte e la relativa
cultura sono più statiche e consolidate.
Anche se tutti gli aspetti mistici romantici del pensiero occidentale
possono essere considerati derivati da un comune filone
greco-orientale, vi è la possibilità di limitare e distinguere un
discorso sulla morte proprio dell’Occidente, riferendosi al modo di
morire e trattare il morto, come variabile caratterizzante, che permette
cioè di analizzare le differenze, capire i motivi delle diversità. Non
ha la stessa specificità la morte biologica che ricade sotto i parametri
medico-legali della constatazione di morte, in gran parte condivisibili
nel mondo contemporaneo. Un’eccezione può essere considerata il
concetto di morte visto nella prospettiva della politica dei trapianti e
quindi della determinazione di morte cerebrale, concetto non
considerato univoco dalle varie culture.
Aprendo il discorso sulla morte in Occidente, si può innanzitutto
osservare come sia stretta oggi la correlazione in Occidente fra
immagini della morte e malattia, non solo per le associazioni che la
maggior parte delle persone è portata a compiere su morte e malattia, ma
anche per gli atteggiamenti, che hanno segnato la storia della medicina
caratterizzati dalla sfida per allargare il confine tra la malattia e
la morte. La storia della morte in Occidente è fortemente segnata da
questa sfida, responsabile in qualche modo della corruzione di un
concetto tradizionale di morte, un concetto semplice per il quale morte è
contrario di vita (o quando la vita non è più) e insieme colmo di
mistero (e per questo segnato da un attributo di sacralità che lo ha
caratterizzato per molti secoli).
La stessa sfida ha contribuito anche ad allontanare questa immagine
tradizionale e più diffusa della morte quando - con l’avvento del
positivismo scientifico (che vuole risposte certe ai quesiti della
scienza) - si è cercato di trasformare il mistero della morte in evento
concepibile razionalmente.
Le immagini della morte
Possiamo dire che le immagini della morte, da quando l’uomo ha
acquistato una consapevolezza sulla sua fine, hanno subito le
trasformazioni più evidenti nel corso di quattro periodi storici:
1) L’antichità, per la quale l’uomo è al centro dell’universo e delle
sue vicende naturali. Vi è una visione antropocentrica e fatalistica
della morte, caratterizzata dall’accettazione della morte, anche se
tragica (basta ripensare alle varie mitologie greche dell’Ade e degli
inferi);
2) La prospettiva mistico/religiosa medioevale, con l’immaginario
macabro e terrorizzante segnato dal memento mori, le danze macabre, le
vanitas, il contemptus mundi, le ars moriendi (la "pastorale della
paura" di Vovelle) inserite nel ciclo delle grandi epidemie e
pestilenze;
3) Il romanticismo con l’estetismo della morte, che caratterizza le immagini delle morti belle e romantiche del 700’- 800’;
4) Il periodo contemporaneo, dove domina in modo contrastante
l’immagine di un evento considerato da una parte ancora mistero, ma non
più sacro o accettabile, bensì orrido ed irrisolvibile e dall’altra una
costante e perpetua sfida ai limiti imposti dalla condizione umana.
In quest’ultima prospettiva vanno messe le immagini attuali di un
morire cercato o voluto. Si può dire, coerentemente con le
contraddizioni che dilacerano la società industriale occidentale, che
queste sfide al "limite" hanno in fondo la potenzialità di riaffermare
la vita attraverso un percorso di morte e rinascita, che avviene
seguendo il percorso di un morire ricercato, "speciale" dell’individuo
per non sentirsi più persona "qualunque", da cui origina una sorta di
immagine di eroe moderno, che attraverso la sua morte genera il mito, e
infine nell’inevitabile sostituzione del mito con le regole di realtà
che fanno ritornare al quotidiano. Un percorso questo, che potrebbe
essere accettabile se solo vi si intravedesse una ricerca di senso e di
valori; ma dal momento che queste sfide fanno apparire le condizioni
dell’esistenza meschine, l’esistenza stessa perde di senso. Tra l’altro
gli stessi strumenti usati per andare oltre il limite, hanno nella loro
semplicità una proporzionale complessità di significato che trascende il
loro scopo e dà alla sfida con la morte un carattere ancora più
esaltante ed appassionante.
La morte oggi
Questi fenomeni riportano all’importanza ed alla necessità di
investigare sulle radici storiche e culturali, di una determinata
società, il che apre anche il quesito sul significato per ogni singolo
individuo di appartenere ad un contesto sociale che manipola la vita e
la morte in un determinato senso. Questo ha il significato, inoltre, di
mettere in discussione la finalità delle nostre azioni, dei
comportamenti, di ciò che in una parola caratterizza la nostra
esistenza, di fronte alla presenza della morte nella società.
Uno dei motivi che rende complicato affrontare questa riflessione è
la difficoltà oggi di sentirsi appartenere ad una collettività, ad un
sentire comune. Ciò è in gran parte dovuto allo sviluppo dei meccanismi
di informazione e comunicazione ed alla loro rapidità, che tendono
insieme a coagulare e parcellizzare il sapere, così che un individuo
sente di poter uniformare le sue conoscenze in modo autonomo, senza un
vero confronto con la cultura collettiva. Ma non meno importante è
considerare una delle caratteristiche dominanti nella società di oggi
che è il pluralismo di opinioni e di visioni del mondo.
Uno stimolo alla riflessione può essere, a questo proposito,
un’osservazione di Josè Saramago - premio Nobel per la letteratura -
"Oggi la paura numero uno è sicuramente quella della morte, ma con
questa abbiamo imparato a convivere, mentre resta la più grande paura
che è quella di non vivere" l’individuo ha più paura cioè di perdere la
sua identità e ciò che la caratterizza: quello che ha raggiunto, che
possiede, che ha costruito in un progetto orizzontale, come direbbe Von
Balthasar, destinato ad avere una fine; quel limite che la generazione
del "no limits", dell’individuazione, non sa e non vuole accettare. Si
assiste ad una perdita di sensibilità nei confronti dei grandi misteri,
dal momento che la paura della morte è uguale alla paura della vita .
Siamo di fronte ad una nevrosi, una sindrome schizoide che divide la
personalità in due mondi in lotta: quello della vita eterna e quello
dell’impossibilità a raggiungerla. Ma cosa desidera raggiungere dunque
l’occidente da questa sfida? Apparentemente proprio una vita eterna che
continui su questa terra, spesso detestata, ma comunque sempre migliore
di ciò che non si conosce (dopo la morte) o di ciò che ci può fare
conoscere solo la fede. Tutto è supportato dagli allettamenti di un
futuro che prospetta una vita sempre più lunga. Ricercatori
dell’Università dell’Illinois hanno annunciato la scoperta di un gene
responsabile dell’invecchiamento (chiamato P21) e il futurologo Raymon
Kurzwail nel libro "L’età delle macchine spirituali", formula una
teoria, secondo la quale entro il 2015 l’ingegneria genetica sarà in
grado di prolungare praticamente in modo indefinito la vita umana. Un
tempo erano i segnali di una cultura strutturata in senso societario a
fornire informazioni e ad influenzare il concetto di morte, mentre ora
questa funzione è stata sostituita dai media.
La sfida al limite è alimentata dalla provocazione su due fronti:
quello della signoria su una morte chiamata e procurata e quello della
lotta alla malattia, vista come causa di morte, che tollera e sostiene
il massimo potere della medicina.
Il dolore di sentirsi mortali
Quest’epoca vede una trasformazione dell’immaginario che riguarda non
solo la morte, ma anche la vita, tanto da far detestare e rendere poco
auspicabile vivere quella parte della nostra esistenza, che dovrebbe
essere più ricca di raccolti, di insegnamenti, di maturità e non
l’angosciante e dolorosa anticamera della morte. Sta scomparendo,
dall’immaginario e dalla realtà, la figura del grande vecchio, non
esiste più il patriarca, che riempiva di insegnamento e di saggezza la
fine della sua vita e ha fatto comparsa una nuova regione del dolore,
quella che precede e accompagna la morte, regno della povertà di
esperienze e soprattutto di un’insopportabile impotenza. La lotta alla
morte non interessa più tanto in quanto desiderio di un prolungamento
del senso della vita, della possibilità di costruire qualcosa che
rimanga, una continuità, ma quanto piuttosto come lotta ad un morire con
dolore, quel morire vissuto e - per noi inspiegabilmente - agognato in
tempi passati da martiri, santi ed eroi. Che senso poteva avere infatti
la morte del martire, dell’eroe che cade per la patria, del santo che
sacrifica la sua vita alla solitudine ed alle privazioni, se non fosse
stata segnata dalla sofferenza?
Senza suscitare il sospetto di favorire un’apologia del dolore,
bisogna avere il coraggio di osservare come in questo sforzo di non
permettere l’imporsi di una filosofia dolorifica e di negare il valore
salvifico della sofferenza, la nostra cultura si stia avviando verso una
politica di anestesia totale delle sofferenze. Non può allora essere
esente da sospetti una società che rifiuta qualsiasi forma di
inefficienza e di inabilità (come quelle causate dalle malattie e dal
dolore) e che auspica un trionfo senza condizioni della medicina contro
il dolore, ma che per raggiungere questo scopo, deve fare i conti con il
più grande dolore, che è la sofferenza di sentirsi mortali. Anche per
questo si assiste al diffondersi di forme di medicalizzazione della
morte, costretta in luoghi appartati e si tollerano surrogati di
solidarietà, o succedanei di quella che dovrebbe essere una cultura
assistenziale dovuta e sentita da una società evoluta. Anche per questo è
tornato in auge un modo antico di affrontare il malato, che fa
riscoprire l’amore per chi è colpito da malattia inguaribile e il suo
desiderio di essere curato e morire nella propria abitazione. Assistiamo
così al miracolo di una ritrovata umanità della medicina e del medico,
che - di fronte alla morte - ritrova il suo buon cuore. Il pericolo è
che la medicina rinnovi il suo delirio di onnipotenza nei confronti
della morte e del morire, proprio perché quando la medicina fallisce,
c’è ancora e sempre qualcosa da fare con la medicina di cure palliative.
Queste considerazioni portano ad una critica della condizione che è
relativa alla morte per malattia oggi nell’Occidente e spingono a
guardare alla sua storia come indicazione di percorsi più corretti e
suggerimento di vie di fuga da quelle immagini oggi più diffuse e
conflittuali- dal macabro al banalizzante- consolatorio specchio della
realtà odierna.
Se in un’impresa praticamente assurda, volessimo comunque fare un
tentativo di sintesi di quelle che sono le caratteristiche della morte
in Occidente oggi potremmo elencarle così: secolarizzazione e
dissacramento, individualismo, protezione e tabuizzazione,
medicalizzazione, economizzazione.
Utilità del discorso sulla morte:
l’educazione alla morte.
Quella che si chiama death education (come la medical education) è una delle forme di educazione più antiche e tradizionali, ed ha almeno due obiettivi:
- la preparazione alla morte (basti pensare alle Ars moriendi, alla Bibbia ebraico-cristiana)
- considerare i comportamenti possibili rispetto ad una morte attuale
o in avvenire (come nel lutto o nelle malattie inguaribili).
Ma nuove possibilità si sono aperte di recente, come quella di un
vero e proprio insegnamento, che ha come punti focali: il senso della
morte, le attitudini ed i modi per affrontare la morte. Una delle più
diffuse e comuni forme di educazione sulla morte ha come scopo la
prevenzione dei suicidi nei giovani mentre per quanto concerne le scuole
inferiori, l’educazione riguarda i problemi delle perdite e del lutto
nei bambini. Una recente forma di death education è quella che,
prendendo in considerazione i fattori che possono precedere alcune forme
di perdite e separazioni, riguarda sette temi di base:
1. Correlazione tra le strutture sociali e le attitudini alla morte;
2. La cura dei pazienti terminali come filosofia;
3. Lutto come normale reazione ad una perdita;
4. Concetto di morte che esiste negli adulti come nei bambini;
5. Concetti articolati del valore della vita;
6. Influenza della morte nell’arte, letteratura e strutture sociali;
7. Il suicidio;
Questa forma di educazione alla morte ha come obiettivi prevalenti
quello di rimuovere l’aspetto di tabù del linguaggio sulla morte e di
promuovere forme di interazione con il morente, prive di impacci e
agevoli. Inoltre dovrebbe portare, con adeguati strumenti i bambini ad
affrontare la morte con il minimo di reazioni di ansia. Un’ulteriore
obiettivo è quello di comprendere le dinamiche del lutto e di essere
capaci di interagire con persone che manifestano intenti suicidi. Infine
ha come obiettivi culturali quello di capire la struttura sociale del
morire (il death system -"sistema morte") e di riconoscere le diversità ed i cambiamenti tra le varie culture.