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PER UN'ETICA PIU' VICINA ALLA SAGGEZZA CHE ALLA RAGIONE di Maurizio D'Agostino
mercoledì 01 giugno 2005
"L'etica è più vicina alla saggezza che alla ragione, più vicina alla comprensione di cosa deve essere bene piuttosto che alla formulazione di principi corretti". (Varela F.)
I più acuti scrittori moderni di etica continuano a sostenere che la questione centrale riguarda la ragione, in contrasto col riconoscimento diretto che le situazioni in cui abbiamo a che fare con una valutazione etica esplicita sono assai meno frequenti di quelle in cui rispondiamo in maniera adeguata in condizioni normali. Varela ci fa notare che la scarsa attenzione nei confronti della capacità di confronto immediato, qui riferita al comportamento etico, non è un fatto universale. Le grandi tradizioni sapienziali quali il Taoismo, Confucianesimo, Buddhismo si pongono in modo ben diverso.

Incontro - Scuola Materna "Arcobaleno" - Via F. Crispi - Gravina (CT)
NUOVA ETICA PER UNA CIVILTA' PIU' SOLIDALE E GIUSTA

 


Per un'etica più vicina alla saggezza che alla ragione

di
MAURIZIO D'AGOSTINO




Secondo il pensiero di Krishnamurti molte persone vedrebbero minacciata la loro sicurezza dalla presenza di una percezione di diversità, di non familiarità. Si tratterebbe di un processo innescato ed ispirato dal desiderio, dalla ricerca costante del potere, del prestigio e del possesso.
Queste tendenze si manifestano attraverso un atteggiamento aggressivo nei confronti del prossimo e dell'ambiente circostante perché, secondo K., l'aggressività è una reazione alla paura che trae origine dal paragone, dal confronto: "Proiettiamo un ideale ed il tentativo di conformarci a quell'ideale genera conseguentemente il conflitto".
Nel pensiero di K. la formazione di immagini sarebbe quindi alla base delle relazioni tra gli individui e, come abbiamo visto, si tratterebbe di un processo a scopo difensivo: "In tutti i rapporti ciascuno di noi si crea un'immagine dell'altro ed il rapporto si ha tra queste due immagini, e non tra gli esseri umani".
È proprio a partire dalla formazione delle immagini che si porrebbero le premesse del conflitto che diventa così parte integrante dell'esistenza, della nostra vita quotidiana. Ma se ci ponessimo la domanda su come liberarci dal conflitto, creeremmo un altro problema procedendo ad astrarre il vista dell'elaborazione di un metodo, ma "…un metodo comporta indurre la mente a conformarsi ad uno schema", implicando quindi un affidarsi allo schema, e quindi un'alienazione di sé in quanto non assunzione di responsabilità.
Per K. dovremmo guardare al conflitto come se guardassimo ad un oggetto concreto, perché quando il conflitto riguarda la differenza tra ciò che dovremmo essere o pensiamo di essere e ciò che siamo, operiamo un confronto che è paragone. Ma la realtà esiste solo quando non vi è nessun paragone, che è un prodotto della nostra mente.
Purtroppo il paragone, il confronto, ci viene insegnato fin dall'infanzia e "se si accetta l'inevitabilità del confronto, si accetta anche l'inevitabilità del conflitto", così come si accetta tutto ciò che la società sostiene.
Ora, di fronte alla tradizione, sono due le strade che si possono seguire: la prima, quella generalmente seguita, è quella di analizzarla, di scoprirne le cause, ma questa via non conduce a niente, come ha dimostrato la storia di violenza che ha caratterizzato la condotta umana per millenni. La seconda strada consiste nell'inventare un approccio diverso, che abbandona ogni forma di analisi, seguendo non più la via degli autoinganni e dei pregiudizi, ma quella della liberazione dai condizionamenti: "Il miracolo della percezione è percepire con cuore e mente sgombri dal passato".
Krishnamurti però insiste sul fatto che noi guardiamo sempre in modo parziale e che questo guardare non vuol dire vedere. Se vi è intenzionalità nel guardare, non vi è visione profonda. Se vi è intenzionalità, guardiamo attraverso un'immagine, parzializziamo la visione e guardare attraverso un'immagine significa pre-giudicare.
In ciò possiamo trovare un incontro col pensiero di Levinas, per in quale "la vera dimensione umana è il ritorno all'interiorità della conoscenza non intenzionale".

Varela porta un esempio: consideriamo ciò che può accadere passeggiando per strada. Camminando sentiamo il rumore di un incidente, la reazione immediata sarà quella di vedere se potete dare un aiuto.
Un altro esempio: arrivato in ufficio percepiamo l'imbarazzo della nostra collega di lavoro su un dato argomento, e allora cambiamo discorso con una battuta umoristica.
Azioni come queste non derivano da giudizi o ragionamenti bensì da un confronto immediato con gli eventi che ci capitano. Agiamo così perché la situazione stessa le fa emergere dal nostro interno. Nondimeno queste sono vere e proprie azioni etiche, infatti esse rappresentano il tipo più comune di comportamento etico che noi esprimiamo nella nostra vita quotidiana.
E tuttavia la tendenza è quella di contrapporre a questi modi di essere etici situazioni nelle quali si fa esperienza di un "IO" centrale quale causa di azioni deliberate, intenzionali, volontarie.
Un esempio: preoccupati per le difficoltà che il proprio figlio sta avendo a scuola, dopo una riflessione sul da farsi, decidiamo di essere più presenti rispetto ai suoi impegni scolastici.
Un altro esempio: riconoscendo la gravità della guerra in Iraq chiamiamo un amico per unire le forze in vista della realizzazione di una campagna di aiuti per le vittime.
In questi tipi di condotte sentiamo che l'azione è "nostra", che c'è un motivo per compierla dato che ci aspettiamo di raggiungere un certo risultato. E se ci fosse chiesto di spiegare il nostro comportamento, non avremmo alcuna difficoltà a farlo.
È abbastanza chiaro che un aspetto del nostro comportamento etico e morale deriva da tali giudizi e valutazioni. Ciò che sto cercando di chiarire è che non possiamo, e non dovremmo, tralasciare la prima, più diffusa modalità di comportamento etico solamente per il fatto che non è "riflessiva".
Così stiamo sottolineando qui la differenza tra Know-how (sapere come, abilità o capacità di confronto immediato e Know-what (sapere di, conoscenza intenzionale o giudizi razionali).

"L'etica è più vicina alla saggezza che alla ragione, più vicina alla comprensione di cosa deve essere bene piuttosto che alla formulazione di principi corretti". (Varela F.)

I più acuti scrittori moderni di etica continuano a sostenere che la questione centrale riguarda la ragione, in contrasto col riconoscimento diretto che le situazioni in cui abbiamo a che fare con una valutazione etica esplicita sono assai meno frequenti di quelle in cui rispondiamo in maniera adeguata in condizioni normali. Varela ci fa notare che la scarsa attenzione nei confronti della capacità di confronto immediato, qui riferita al comportamento etico, non è un fatto universale. Le grandi tradizioni sapienziali quali il Taoismo, Confucianesimo, Buddhismo si pongono in modo ben diverso.
Come Krishnamurti così Meng Tzu dice: "se si è presenti si capisce, altrimenti no". Egli dunque concepisce l'addestramento etico come un processo che dipende dal percepire chiaramente. Egli si oppone, in particolar modo, all'idea che il ragionamento etico implichi soprattutto l'applicazione di regole o di principi. La persona non rappresenta l'etica ma la incorpa.
Il tratto più importante che distingue il vero e proprio comportamento etico è allora il fatto che esso non nasce da semplici modelli abituali di regole ma da ciò che Meng Tzu chiama "consapevolezza intelligente" (chih). La consapevolezza intelligente di cui parla Meng Tzu individua una via di mezzo tra due estremi: da un lato la saggezza come espressione spontanea affrancata dalla ragione; dall'altro lato la saggezza come espressione puramente razionale e calcolata. Potremmo dire in termini bioenergetici che la consapevolezza intelligente esprime quella perfetta integrazione tra Testa (ragione), Cuore (amore), Pancia (istinto).
Questo approccio etico della consapevolezza intelligente o, secondo l'espressione di Krishnamurti, della "consapevolezza senza scelte" si esprime nel comportamento con il "non agire" (wu wei):

La Virtù superiore non fa valere la propria virtù;
per questo ha virtù.
La Virtù inferiore non abbandona mai la propria virtù;
per questo non ha virtù.
(…) Il Santo si attiene alla pratica del Non-agire
e professa un insegnamento senza parole.
La Via è costantemente inattiva, eppure non c'è niente che non si faccia.
Non agendo, non esiste niente che non si faccia.

Lao Tzu con queste parole intende l'acquisizione di una disposizione nella quale la radicale distinzione tra soggetto e oggetto dell'azione è lasciata alle proprie spalle per far posto ad una competenza nella quale l'immediatezza predomina sulla deliberazione. Si tratta di azione non-duale perché è la persona che diventa l'azione o detto in altro modo un'azione senza un pensatore, senza un Io.
Con le parole di Martin Buber:

"Questa è l'attività, chiamata "non fare", dell'uomo che è divenuto un tutto; per questa attività più nulla di particolare e di parziale avviene nell'uomo, così come nulla da esso penetra nel mondo".

Dimenticare se stessi e divenire completamente qualcosa è anche rendersi conto della propria vacuità (sunyata) o nei termini della psicologia cognitiva che il proprio Sé è un Sè virtuale.
Varela afferma che il Know-how (sapere come) etico è la progressiva conoscenza della virtualità del Sé e ritiene che se non viene esplorata una pragmatica della trasformazione umana, non si può sviluppare nessuna competenza etica del più alto grado.
Nella tradizione occidentale la psicoanalisi, la psicologia umanistica, le psicoterapie corporee sono pragmatiche della trasformazione umana.
Lacan afferma: "lo statuto dell'inconscio è etico". Ancora afferma che l'etica implica la messa in questione dello status del soggetto conoscente, e questo è lo spazio fornito alla persona nella situazione analitica.
Nelle tradizioni sapienziali troviamo ad esempio nelle tradizioni buddhiste che la pratica del riconoscimento della vacuità del sé è il vero fondamento dell'addestramento, inclusa la formazione etica. Questa pragmatica di riconoscimento della vacuità in ogni momento è conosciuta come la pratica di meditazione di consapevolezza o di presenza mentale (samatha-vipassana). In queste tradizioni si dice che la sunyata cioè la perdita di un punto di riferimento o di un fondamento stabili, sia esso il sé, l'altro o un rapporto fra di loro, è inseparabile dalla compassione incondizionata (karuna) come le due facce di una moneta.
Il nostro impulso naturale, da questa prospettiva, è quello di compassione, ma esso viene oscurato dalle abitudini di attaccamento all'Io come il sole viene oscurato da una nuvola passeggera.
Una delle principali caratteristiche della compassione spontanea, che non sorge dall'azione volitiva di schemi abituali, è di non seguire regole: essa non deriva da un sistema etico assiomatico e addirittura nemmeno da ingiunzioni pragmatiche di tipo morale, e la sua aspirazione più alta è di rispondere alle esigenze della situazione specifica immediata.


* Krishnamurti J., Un gioiello da scoprire, Aequilibrium
* Krishnamurti J., Libertà dal conosciuto, Ubaldini
* Krishnamurti J., Di fronte alla vita, Ubaldini
* Krishnamurti J., L'uomo alla svolta, Ubaldini
* Levinas E., Tra noi: saggi sul pensare all'altro, Jaca Book
* Varela F.J., Un know-how per l'etica, Ed. Laterza
* Meng Tzu da Varela F. J., Un Know-how per l'etica, Ed. Laterza
* Lao Tzu, Tao Te Ching, Adelphi
* Martin Buber, Il principio dialogico, Edizioni di Comunità

 

GROUNDING INSTITUTE - Centro Studi Bioenergetica e Ipnosi
fondato dal Dr. MAURIZIO D'AGOSTINO
Psicologo - psicoterapeuta rogersiano -
analista bioenergetico - ipnologo-
esperto in meditazione zen e vipassana

 
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Orario Intensivi di Terapia Bioenergetica di gruppo: domenica 10.00 - 18.30 Viagrande (CT) (gruppo chiuso)

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