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La natura affettivo-relazionale del giudizio etico di Riccardo Draghi-Lorenz
mercoledì 26 ottobre 2011

Psicologo direttore dell’Institute of Emotion Psychology, Londra



Il titolo di questa tavola rotonda è "Empatia ed etica". L’idea che vorrei proporre in questa occasione è che si può spiegare il nostro giudizio di eticità di una data interazione come un risultato del rapporto empatico che si ha con le parti coinvolte.

C’è un libro, vecchio di due secoli e mezzo, che elabora esattamente questa idea intitolato (appunto) La Teoria dei Sentimenti Morali. È interessante notare che l’autore di quest’opera è Adam Smith – il filosofo/economista scozzese promotore del principio del libero mercato che sta alla base dell’attuale sistema capitalista. Questa sua teoria dei "sentimenti morali" è forse meno conosciuta della sua teoria economica (vedi in proposito La Ricchezza delle Nazioni), ma peraltro molto interessante. Di fatto, alla base dei due lavori troviamo la stessa idea fondamentale, cioè che l’empatia è conditio sine qua non di ogni relazione funzionale. (Ciò è interessante in quanto getta una luce diversa sull’idea originale di libero mercato.)

In La Teoria dei Sentimenti Morali Smith cerca quindi di spiegare il nostro senso etico di una data situazione sulla base della capacità che abbiamo di empatizzare con le emozioni, i sentimenti e le intenzioni altrui. A questi fini l’esempio di empatia con valenza etica più ovvio, e notato anche da autori precedenti a Smith, è la compassione per l’altro che soffre. Questo succede quando, riconoscendo la sofferenza altrui, proviamo una emozione vicaria che è in qualche modo più adeguata alla situazione dell’altro che alla nostra. Questa reazione è eticamente interessante in quanto tende a promuovere comportamenti di tipo altruistico, tanto che in alcune situazioni possiamo sentirci come "costretti" ad intervenire.

Tuttavia, il nostro giudizio etico su una data situazione spesso comporta anche sentimenti meno altruistici del dispiacere empatico. In questo senso è interessante notare che secondo Smith possiamo empatizzare con qualsiasi emozione altrui, non solo col dolore. Prendiamo ad esempio l’identificazione empatica con il rancore e/o la paura di chi è appena stato danneggiato dall’azione di un altro individuo. Smith nota come l’identificazione con la rabbia ci porta spesso ad un atteggiamento di tipo "giustizialista", in quanto tende a motivare comportamenti di tipo punitivo nei confronti di chi ha perpretato il danno. L’identificazione con la paura di chi è stato danneggiato, invece, ci porta spesso ad un atteggiamento di tipo cautelativo o preventivo, e tende a motivare azioni che diminuiscono le possibilità di ulteriori danneggiamenti. Una forma sociale di azione preventiva e insieme punitiva molto comune è l’imprigionamento dell’individuo percepito come pericoloso. Spesso questo tipo di soluzione viene "venduta" come preventiva e addirittura "ri-educativa" ma, di fatto, l’impressione è che sia più spesso punitiva che altro. Anche l’azione preventiva può comunque essere eccessiva. Un caso estremo di azione "puramente" preventiva si è verificato attualmente nel Regno Unito, dove alcuni individui "malati di mente" e giudicati potenzialmente pericolosi sono stati imprigionati prima che avessero commesso alcun reato.

Parlare di queste forme di reazioni "etiche" a proposito della relazione terapeutica può sembrare strano, ma forse più strano di quel che dovrebbe. Infatti, non solo l’identificazione con la rabbia e la paura dell’altro possono motivare azioni eticamente dubbie, come quelle menzionate sopra, ma anche azioni eticamente valide. Prendiamo ad esempio il caso in cui un paziente ci riporta un suo serio comportamento di abuso fisico di un bambino piccolo. Questa è una situazione etica complicata dal fatto che abbiamo un rapporto di alleanza terapeutica con il nostro paziente. Tuttavia, è fuori dubbio che abbiamo il dovere etico di intervenire in qualsiasi modo ci sia possibile al fine di prevenire altri possibili abusi (e questo può anche voler dire denunciare il paziente alle autorità). Questo dovere etico, secondo l’analisi di Smith, è una risultante dell’identificazione con la paura e possibilmente la rabbia del bambino, oltre che con il suo dolore. Il fatto che sentimenti di rabbia "giustizialista" o di paura preventiva siano sempre da considerare con estrema attenzione (per esempio discutendole in sede di supervisione e con altri colleghi) non esclude quindi che a volte siano esattamente ciò che ci può spingere ad operare in modo eticamente appropriato.

In effetti, se è vero che che l’etica è fondata sull’empatia, allora è la stessa possibilità di empatizzare con tutte le emozioni di tutti i partecipanti che determina la possibile appropriatezza del giudizio etico di una certa interazione. Smith parla in proposito di doppia empatia, cioè di empatia con colui che agisce oltre che con colui che "subisce" l’azione oggetto di giudizio. Sulla possibilità di doppia empatia si basa, per esempio, l’importanza che attribuiamo all’intenzionalità di una data azione. Nel caso di una intenzionale azione benefica, per esempio, il nostro giudizio di meritorietà è determinato dall’empatia con le intenzioni altruistiche del "benefattore" almeno quanto dall’empatia con il piacere del "benefatto". Allo stesso modo, se una azione dannosa è stata condotta accidentalmente, o sotto forti pressioni esterne, allora può anche essere compresa e perdonata, proprio perché possiamo facilmente empatizzare con colui che è stato "costretto" ad agire in tal modo. Se invece quest’ultimo ha condotto l’azione per propria e libera scelta, e nella piena consapevolezza delle sue conseguenze, allora il nostro giudizio sarà più spesso di condanna morale in quanto ci è più difficile identificarci con l’attore.

Di nuovo, mi rendo conto che riferendomi a punizioni, imprigionamenti, condanne morali, etc. rischio di suscitare qualche reazione di sorpresa. Uno potrebbe pensare che i sentimenti "morali" sottostanti queste azioni non dovrebbero emergere in una relazione terapeutica se non in situazioni estreme. Io credo però che questi sentimenti, anche se al di sotto dei nostri livelli di consapevolezza, guidino il nostro giudizio più frequentemente di quanto crediamo. Questo è forse proprio il nocciolo di quanto sto cercando di dire. Tutte le volte che ci troviamo di fronte a situazioni dove qualcuno è stato in qualche modo abusato (ovvero, data la natura del nostro lavoro, praticamente sempre) dobbiamo ricordare la nostra natura di animali sociali e quindi necessariamente emotivamente ed empaticamente reattivi. La tendenza a formare un giudizio etico di una certa situazione anche sulla base di reazioni emotive come la rabbia e la paura è in questo senso assolutamente naturale.

D’altra parte, se l’etica è il risultato delle nostre amplificazioni empatiche del rapporto con e tra gli altri, allora le nostre emozioni non sono qualcosa che dobbiamo sospendere al momento in cui diamo un giudizio etico, bensì qualcosa che dobbiamo esplorare ed esperire nella loro interità e possibile varietà. Questo al fine di avere una sorgente di informazioni su quello che sta succedendo il più ricca e variegata possibile, che ci permetta quindi di intervenire nel contesto attuale in modi che siano eticamente appropriati. In breve, se da una parte dobbiamo ricordare la natura emotivo-reattiva dell’etica, e quindi "giudicare" ed intervenire con estrema prudenza, dall’altra dobbiamo essere totalmente aperti alle nostre reazioni empatiche, proprio perché queste sono il fondamento dell’etica.

Questa analisi dell’etica ha una serie di vantaggi. Innanzitutto elimina il problema della ricerca di principi assoluti. Da questo punto di vista, infatti, non esiste alcun principio universalmente valido in quanto l’eticità di una data azione sarà determinata dal qui ed ora della dinamica relazionale ed emotiva tra gli individui coinvolti nell’evento. D’altra parte, elimina anche il prolema di un relativismo estremo. Se il giudizio etico è un risultato di dinamiche empatiche tra individui allora non è vero che qualsiasi cosa "va bene", ma cosa "va bene" e cosa no dipenderà dallo specifico della relazione tra questi individui. In altre parole, l’empatia fornisce uno strumento di raccolta informazioni e valutazione di una situazione che ha infinite possibilità di applicazione, ma per il quale non è vero che ogni possibilità di giudizio etico è altrettanto valida. La definizione "empatica" dell’etica elimina anche il problema del rapporto tra individuo e società – ovvero la domanda sè più importante (o "buono") ciò che impone la società o quello di cui abbisogna l’individuo. Questo problema viene semplicemente a mancare perché l’approccio relazionale sottostante l’idea di empatia riporta il discorso etico nella relazione tra individui (o individui e gruppi sociali). In questo senso l’origine del giudizio etico non è più nell’individuo o negli altri, ma nella dinamica empatica tra tutti coloro che sono coinvolti. L’unità di base qui è la relazione tra le parti, non la singola parte.

Questi sono alcuni dei vantaggi del concepire il proprio sistema etico come il sistema delle proprie reazioni empatiche alle emozioni altrui. Un possibile "svantaggio" o "complicazione", qui, è che questo sposta la ricerca da una ricerca di certezza ad una ricerca di funzionalità nella relazione attuale. Dato che la relazione tra individui è in continuo cambiamento e fondamentalmente imprevedibile, questo comporta non solo che dobbiamo rivedere il nostro giudizio etico in continuazione, ma anche che nel così fare non possiamo fare a meno di sbagliare. Questo non perché non abbiamo applicato il principio giusto, ma perché l’errore è parte essenziale del processo di sviluppo di un giudizio etico appropriato ed adeguato al presente.

 

tratto da "INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria", n° 41- 42, settembre - dicembre 2000 / gennaio - aprile 2001, pagg. 38 - 41, Roma 

 

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