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Spesso si dà per scontato
che uno dei punti forti del buddismo sia l’abilità di offrire molte
idee e tecniche che riguardano il campo emozionale. Dopotutto, il
buddhismo mira allo sviluppo di stati mentali sani, come l’equanimità e
la compassione, e alla liberazione della mente dagli stati mentali
negativi, come l’aggrapparsi dualisticamente alle cose e la rabbia,
dunque sembra ragionevole presumere che tale tradizione abbia sviluppato
una ricca gamma di metodi rivolti al campo affettivo. Questa ipotesi si
riflette in una quantità di opere contemporanee che esaminano i punti
di contatto fra il buddhismo e la psicologia occidentale; ma cosa ci
permette di darlo per scontato?
Risponderò offrendo una
breve panoramica di alcune concezioni buddhiste nel campo affettivo e
una disamina critica di questi punti di vista, senza dare affatto per
scontato che sia facile tradurre i termini buddhisti nel nostro abituale
lessico che riguarda la mente. Dopo una presentazione del concetto
buddista di mente in generale e dopo averne esposto l’attinenza al campo
affettivo, delineerò alcune posizioni buddhiste circa la mente, in
particolare legate agli Abhidharma, ricco corpus testuale che raccoglie
delle tipologie mentali di cui metterò in risalto la pertinenza rispetto
alla moderna conoscenza delle emozioni. In ultimo, parlerò di alcune
tecniche buddhiste che sono molto legate alla trasformazione della vita
affettiva, e sollevano interrogativi attinenti a questo nostro incontro.
Il mio intervento è
diverso da quello dei miei colleghi per il fatto che, più che esaminare
delle scoperte empiriche, descrive essenzialmente un metodo filosofico;
mi focalizzerò sull’analisi dei concetti buddhisti, che cercherò di
presentare attraverso i termini che sono loro propri, per quanto
possibile, senza dare per scontata la validità incondizionata delle
prospettive scientifiche e filosofiche moderne. Credo che in un incontro
come questo sia importante prendere sul serio le idee che il buddhismo
ha sviluppato sulla mente, per quanto aliene possano inizialmente
sembrare; altrimenti, il dialogo potrebbe finire per essere unilaterale,
con gli scienziati che considerano le pratiche buddhiste come oggetto
di studio e i praticanti buddhisti come cavie, invece che vederli come
colleghi potenziali.
Emozioni e
tipologie
Dunque, che idea si sono
fatti i buddhisti sulle emozioni?
Lasciatemi cominciare con
una doccia fredda: nel buddismo non c’è nessun concetto di emozione,
nel senso proprio del termine! Con questa dichiarazione non intendo
negare che il buddismo abbia molto da dire sulla vita affettiva, ma
intendo sostenere che il concetto di emozione, così come noi lo
conosciamo, praticamente non svolge alcun ruolo nelle dissertazioni
sulla mente presenti nel buddhismo indiano e tibetano tradizionale. Nel
vocabolario buddhista tradizionale non c’è neppure un termine che
assomigli alla nostra nozione di emozione, sicché il nostro concetto di
emozione, indirettamente, non viene dunque neppure riconosciuto. Questo
vi potrà sorprendere, giacché il concetto di emozione sembra talmente
lapalissiano e fondamentale nel nostro modo moderno di concepire noi
stessi.
Possiamo immaginare
persone che non hanno esattamente il nostro stesso vocabolario
emozionale, ma è difficile concepire delle persone che non capiscono un
concetto così fondamentale come quello di emozione. E tuttavia, a quanto
pare questo è proprio il caso dei buddhisti, perché nei testi buddhisti
tradizionali indiani e tibetani pare non esserci alcun termine che
neppure si avvicini al nostro concetto di emozione. Questa assenza
sorprendente, addirittura scioccante, certamente è affascinante:
dimostra che l’idea di emozione, che pare così lampante, in realtà non
lo è. I concetti mentali, persino uno tanto ovvio come quello di
“emozione”, non sono dotati di un’esistenza indipendente, ma esistono e
hanno un senso soltanto entro i confini di una tipologia mentale in cui
vengono distinti rispetto ad altre categorie.
In Occidente, forse la
più famosa di queste tipologie è la triplice visione dell’anima di
Platone: “Una parte, diciamo, è quella con cui un uomo impara, un’altra è
quella con cui prova rabbia. Ma la terza parte…la chiamiamo la parte
dell’appetito, a causa degli intensi appetiti che prova per il mangiare,
il bere, l’amore e ciò che a essi si accompagna”1. Per Platone,
insomma, la mente si compone di tre parti: la ragione, le passioni, e
gli appetiti. La prima è di aiuto agli umani per valutare le situazioni e
giudicare che cosa sia utile, buono, e così via; ma spesso la mente
viene diretta da altre forze: gli “appetiti”, appunto, come il desiderio
del cibo, e thumos, quel principio focoso (come quando
proviamo rabbia) che è poi stato interpretato come passione e, più
tardi, come emozione. È soltanto in opposizione reciproca che queste
parti della mente hanno un senso, quindi un concetto come quello di
emozione avrà significato soltanto entro i confini di una tipologia
mentale a sua volta collocata in un contesto culturale più largo, che
cambia con la storia.
L’assenza del concetto di
emozione nel vocabolario buddista suggerisce inoltre che i buddhisti
debbano avere un modo molto diverso di comprendere la mente. Di che modo
si tratta? Come si presenta, una tipica tipologia mentale buddhista?
Per rispondere a questi interrogativi farò riferimento a una delle più
antiche tradizioni buddhiste, quella degli Abhidharma. Prima di questo,
però, dovrei sottolineare ancora che questa non è la visione
buddhista della mente, bensì, più semplicemente, una visione
buddhista. Il buddhismo è infatti una tradizione complessa, piena di
sfaccettature, nella quale troviamo molte tipologie mentali. Il punto di
vista che presenterò qui è soltanto una delle molte concezioni
buddhiste, anche se è certamente fra le più condivise.
La tradizione
degli Abhidharma
Gli Abhidharma sono una
delle tradizioni testuali buddiste più antiche, risalente ai primi
secoli dopo il Buddha (566-483 a.C.), quando gli insegnamenti ricchi di
ispirazione del fondatore che si trovano nei sutra vennero
sistematizzati. Gli Abhidharma, inizialmente redatti sotto forma di
liste, contengono i primi testi in cui vengono trattati i concetti
buddhisti, e in quanto tali sono stati la fonte della maggior parte
degli sviluppi filosofici del buddhismo indiano. Ma gli Abhidharma non
sono solo fonte dello sviluppo filosofico buddhista, perché almeno fino
al VII-VIII secolo della nostra era sono rimasti un luogo nevralgico e
vitale del pensiero buddhista, e ha continuato a evolversi.
È una tradizione così
vasta che è impensabile anche solo immaginare di accennare, qui, a tale
diversità; dunque mi semplificherò il compito, prendendo in
considerazione soltanto alcuni fra i molti testi di questa tradizione
così ricca e prolifera, e riferendomi soprattutto, anche se non
esclusivamente, alle opere di Asanga e Vasubandhu, due pensatori indiani
rispettivamente del IV e V secolo d.C. Farò anche riferimento, qua e
là, all’Abhidharma theravada, che acquisì la sua forma canonica più o
meno nello stesso periodo, grazie alle opere di Buddhaghosa.
Tutti questi personaggi
sono vissuti in quella che viene spesso definita come “l’età dell’oro”
del pensiero buddhista in India, quando la tradizione degli Abhidharma
era all’apogeo. Analizzandone i punti salienti, resisterò alla
tentazione di sviscerare quelli in cui le opinioni di questi grandi
pensatori divergono per focalizzarmi, invece, sui punti generali sui
quali sono perlopiù concordanti. L’argomento degli Abhidharma è
analizzare l’esperienza sensoriale e il mondo oggetto di tale
esperienza, con le sue componenti, in un linguaggio che eviti di
postulare un soggetto unificato.
Questa analisi riguarda
tutta la gamma dei fenomeni, da quelli materiali fino al nirvana. Ad
esempio, ci sono elaborate dissertazioni sui quattro elementi primari e i
quattro secondari che formano la materia; ci sono anche dei lunghi
trattati su natura, scopo e tipologia delle pratiche soteriologiche
prescritte dalla tradizione buddhista, e questo è un punto centrale
degli Abhidharma.
Ma buona parte degli
argomenti trattati riguardano l’analisi della mente e delle sue varie
componenti; quindi, spesso si fa riferimento a questo corpus chiamandolo
“psicologia buddhista”, un termine per certi versi un po’ fuorviante.
Ed è questa la parte degli Abhidharma sulla quale verte il mio
intervento.
Nell’esaminare
l’esperienza, gli Abhidharma procedono in un modo caratteristico che può
risultare sconcertante per chi non lo conosce, ma che riflette le sue
origini storiche. Ciascun tipo di fenomeno preso in esame viene
analizzato in termini di elementi fondamentali (dharma), che poi
confluiscono in una lista, e vengono raggruppati nelle categorie
appropriate. Dunque, spesso lo studio degli Abhidharma è imperniato su
una serie di lunghe liste. È peraltro così che è cominciata la loro
tradizione, una tecnica mnemonica costituita da liste di elementi
astratti provenienti dai discorsi del Buddha. Credo che tutti conosciate
la battuta: «I buddhisti non hanno un dio, ma di sicuro hanno delle
liste»! Questo è ancor più vero per gli Abhidharma che per ogni altra
tradizione buddhista.
Dunque, siete avvertiti.
Nell’elaborare queste liste di componenti dell’esperienza e del mondo
che è oggetto dell’esperienza, gli Abhidharma non soltanto rinverdiscono
le proprie origini, ma incarnano anche una delle colonne portanti della
filosofia buddhista, formata da due idee gemelle: la non-sostanzialità e
l’origine interdipendente. In base a questa filosofia, i fenomeni
oggetto dell’esperienza non sono sostanze unitarie e stabili, bensì
formazioni complesse e instabili di elementi fondamentali che si
manifestano in dipendenza da complessi nessi causali.
Questo vale, in
particolar modo, per la persona, che non è un sé sostanziale ma un
costrutto in divenire, dipendente da configurazioni complesse di
componenti mentali e materiali (gli aggregati): un’analisi che non si
limita alla persona, ma si applica ad altri oggetti, analizzando i quali
si scopre che tutte le cose sono composte di elementi a loro volta
scomponibili in elementi via via più piccoli e sempre meno complessi.
Inoltre, e questo è molto importante, tali elementi basilari non vanno
reificati: non bisogna cioè pensare che siano entità stabili, ma vanno
visti come eventi momentanei, correlati dinamicamente, che per un
istante manifestano e in un istante si dissolvono. Quando dunque gli
Abhidharma analizzano la materia considerandola costituita da componenti
di base, ritengono che tali componenti siano non tanto particelle
stabili, come granelli di materia, quanto, invece, fuggevoli eventi
materiali che si manifestano e si dissolvono rispetto all’esistere,
dipendentemente da cause e condizioni. Analogamente, anche la mente
viene analizzata e suddivisa in componenti o tipi fondamentali di eventi
che costituiscono il fenomeno complesso che chiamiamo “mente”.
In ultimo, l’analisi
propugnata dagli Abhidharma non è soltanto filosofica: ha anche un suo
aspetto pratico, giacché mira a sostenere le pratiche soteriologiche
raccomandate dalla tradizione. Le liste di eventi materiali e mentali
vengono usate dai praticanti per informare e rinvigorire le loro
pratiche: ad esempio, la lista dei fattori mentali che esamineremo
brevemente è un aiuto prezioso in molti tipi di meditazione, in quanto
offre un’idea chiara dei fattori che bisognerà sviluppare e di quelli
che andranno invece eliminati. In tal modo gli Abhidharma non solo
funzionano come fonte della filosofia buddhista, ma anche informano le
pratiche centrali della tradizione e offrono loro un supporto, come
vedremo in seguito.
Le posizioni
degli Abhidharma circa la mente
È importante capire che
cosa si intende per “mente”, perché questo termine è parecchio ambiguo.
Secondo gli Abhidharma la mente non è né una struttura cerebrale né un
meccanismo di elaborazione dell’informazione; non è neppure un organo
che lavora per un sé. La mente è, piuttosto, considerata una dinamica
cognitiva complessa che consiste in un succedersi di stati mentali
momentanei e correlati. Questi stati sono, perlomeno in principio,
disponibili fenomenologicamente, ossia possono essere osservati volgendo
l’attenzione all’interno e constatando in quale modo sentiamo,
percepiamo, pensiamo, ricordiamo e così via. Nel fare tutto questo,
notiamo una quantità di stati di consapevolezza, e notiamo anche che
questi stati mutano rapidamente: sono questi stati mentali che sorgono
in rapida successione ad essere indentificati come elementi base della
mente dalla tradizione degli Abhidharma.
Da questa
caratterizzazione preliminare, dovrebbe essere chiaro, ormai, che
nell’elaborare una teoria della mente gli Abhidharma si fondano
soprattutto su quello che noi chiameremmo un approccio in prima persona.
È attraverso l’introspezione che possiamo comprendere la mente, e non
certo studiandola come un oggetto esterno o osservandone le
manifestazioni esteriori. Questo approccio dell’Abhidharma non è
dissimile dagli approcci di molti pensatori occidentali, come Franz
Brentano, William James e Edmund Husserl, che concordano sul fatto che
lo studio della mente debba basarsi sull’osservazione di stati mentali
interiori. Tale approccio è ben descritto nella famosa dichiarazione di
James, il quale dice che,
nello studio della mente «l’osservazione introspettiva è ciò su cui
dobbiamo fare affidamento, in prima istanza, soprattutto e sempre». Come
lo stesso James riconosceva, tuttavia, l’osservazione della mente, che
sembra intuitivamente una cosa sensata, non è per nulla semplice, e
solleva diversi interrogativi. Cosa significa osservare la mente? Chi
osserva? Che cosa viene osservato? Si tratta di un’osservazione diretta,
oppure mediata? Oltre a questi complessi interrogativi epistemologici,
ve ne solo altri che riguardano l’affidabilità dell’osservazione.
Entro certi limiti tutti
quanti siamo capaci di osservare la nostra mente, ma è chiaro che le
nostre capacità, in questo campo, sono molto diverse. Se così è, quali
osservazioni andranno considerate affidabili? Una questione importante
per chi studia gli Abhidharma, per poter includere fra i propri dati non
soltanto le intuizioni ordinarie, ma anche le osservazioni dei
meditanti esperti. Ovviamente emergono differenze notevoli in queste
osservazioni, anche se non sempre è altrettanto ovvio in che misura
l’esperienza meditativa sia pertinente alle teorie buddhiste della
mente, come vedremo fra poco.
Gli Abhidharma e il
pensiero di James, il filosofo di Harvard, sono paragonabili non solo
perché fanno entrambi affidamento sul metodo introspettivo: vi sono
altre somiglianze sostanziali, la più importante delle quali, forse, è
l’idea del flusso di coscienza.
Secondo gli Abhidharma,
gli stati mentali non si manifestano separatamente, ma ciascuno emerge
dal momento precedente di coscienza, dando adito a sua volta ad
ulteriori momenti di coscienza, che, tutti insieme, formeranno un flusso
o continuum mentale (santåna [sans.], rgyud [tib.]), molto
simile alla “corrente di pensiero” di James. La metafora del flusso, o
della corrente, è presente anche nella tradizione buddhista, nella quale
viene citato il Buddha: «Il fiume non si ferma mai: non c’è un istante,
un minuto, un’ora in cui il fiume si fermi, e così è per il flusso del
pensiero».
Non c’è però da
sorprendersi se fra James e gli Abhidharma sia anche necessario operare
alcune distinzioni, che tuttavia ci condurranno nel cuore del nostro
argomento. La prima differenza interessante per la ricerca moderna è la
questione se gli stati mentali sorgano continuativamente o no. Il punto
di vista di James è ben noto: secondo lui, «la coscienza non appare a se
stessa tagliata a pezzettini». Il contenuto della coscienza può mutare,
ma il movimento da uno stato all’altro è fluido, senza interruzione
apparente. Su questo gli Abhidharma non sono d’accordo, sostenendo che,
sebbene la mente muti rapidamente, le trasformazioni sono discontinue.
Soltanto un osservatore non addestrato vedrà la mente come un flusso
continuo. Un’osservazione più profonda, sostengono gli Abhidharma,
rivelerà che il flusso di coscienza è formato da istanti di
consapevolezza individuabili.
Diversi testi degli
Abhidharma misurano addirittura la durata di questi istanti, e si
presume siano fondati sull’osservazione empirica. Come ho già detto,
tuttavia, queste affermazioni sono ben di rado unanimi e in questo caso
le diverse tradizioni degli Abhidharma sono in stridente contrasto tra
loro. Per esempio il Mahavibhasa, un testo importante dei primi
secoli della nostra era, sostiene che un istante sia composto da
centoventi momenti fondamentali; illustra inoltre la durata
dell’istante, dicendo che corrisponde al tempo che impiega un filatore
medio per agguantare un filo; secondo un altro testo, invece, questa
misurazione è troppo grossolana, e un istante è la sessantaquattresima
parte del tempo necessario per schioccare le dita, o per un battito di
ciglia.
Sebbene queste misure
differiscano tra loro, possiamo pensare che, data l’imprecisione delle
misure temporali precedenti l’era moderna, alla fine esse non siano poi
tanto discordi, giacché indicano un istante di consapevolezza di circa
un centesimo di secondo, una durata comunque molto inferiore a quella
della trasformazione degli stati cerebrali così come descritta nella
neurologia moderna. Ma se consideriamo quest’altra affermazione, tratta
da un testo di Abhidharma theravada, ove si dice che «nel tempo di un
lampo, o di un battito di ciglia, possono trascorrere miliardi di
istanti mentali», il riferimento riguarda una scala temporale standard
nella tradizione theravada, che però è infinitamente più veloce.
Questa vistosa
discrepanza ci mette la pulce nell’orecchio rispetto alle difficoltà che
sempre abbiamo davanti ai resoconti fondati sull’osservazione: chi
dobbiamo credere? Su quale tradizione dovremmo fare affidamento?
Inoltre, non possiamo fare a meno di chiederci da dove vengano queste
differenze: derivano dalle osservazione dei meditanti, o sono il
risultato di elaborazioni teoretiche? È difficile giungere a una
conclusione definitiva quando le differenze sono così marcate, ma mi
sembra che non si tratti soltanto di mere osservazioni empiriche, bensì
di dissertazioni teoretiche forse sostenute da resoconti derivati da
osservazioni. Dunque bisognerà essere prudenti nel dare per scontato che
questi testi si riferiscano soltanto a scoperte empiriche: anche se in
alcuni casi può essere così, si tratta perlopiù di elaborazioni
teoretiche che non vanno prese alla lettera. In ultimo, un noto testo
degli Abhidharma sembra intorbidire ancor più le acque, dichiarando che
la misura dell’istante è al di là della comprensione degli esseri
comuni, e che soltanto gli essere illuminati possono misurarne la
durata.
Dunque, non c’è da essere
sorpresi che il testo ci lasci alle nostre congetture. Un’altra
differenza significativa (e ancora più importante, per il nostro scopo)
tra James e gli Abhidharma, è il modo in cui questi ultimi concepiscono
le funzioni cognitive degli stati mentali. Negli Abhidharma, come per
James, gli stati mentali sono intenzionali, ossia poggiano su oggetti
che sembrano esistere in modo indipendente dagli stati mentali. Questa
intenzionalità viene tuttavia analizzata in modo diverso dagli
Abhidharma, che presentano uno schema che, per quel che ne so, è davvero
unico. Prenderlo in esame significa avere l’opportunità di capire come
questa tradizione concepisce gli stati affettivi.
Ogni stato mentale, come
ho detto, poggia su un oggetto: una relazione cognitiva che gli
Abhidharma descrivono dicendo che ha due aspetti. Il fattore o aspetto
primario è quello della consapevolezza (citta [sans.], gtso
sems [tib.]), la cui funzione è essere cosciente dell’oggetto, e
il secondo aspetto è quello dei fattori mentali (caitesika [sans.],
sems byung [tib.]) che hanno la funzione di caratterizzare la
consapevolezza e determinarne la natura qualitativa in termini di
piacevole o spiacevole, focalizzazione o assenza di focalizzazione,
calma o agitazione, positivo o negativo, e così via. Nel suo commentario
al sommario degli Abhidharma da lui stesso redatto, Vasubandhu spiega:
«La cognizione o consapevolezza coglie la cosa in sé, e null’altro; i
fattori mentali o dharma associati alla cognizione, come la
sensazione eccetera, colgono caratteristiche speciali, speciali
condizioni».
La visione fondamentale
che sta dietro a quest’affermazione inusuale, è che gli stati mentali
abbiano due tipi di funzioni cognitive: la prima è la consapevolezza di
un oggetto (per esempio, il mio odorato è consapevole di un oggetto
dolce), ma gli stati mentali non sono soltanto stati di mera
consapevolezza, non sono soltanto specchi passivi in cui si riflettono
gli oggetti; sono, invece, attivamente in relazione con i loro oggetti,
che colgono come gradevoli o sgradevoli, avvicinandoli con un intento
particolare, e così via. Nel mio esempio, la cognizione olfattiva di un
oggetto dolce non è soltanto consapevole della dolcezza; coglie anche
l’oggetto come gradevole, ne distingue alcune qualità (per esempio la
consistenza), e poi lo categorizza come il mio cioccolato svizzero
preferito. Questa caratterizzazione dell’oggetto è la funzione dei
fattori mentali. Lo studio di questi fattori mentali è importante per il
nostro scopo, perché è proprio fra essi che troveremo gli stati che noi
occidentali descriviamo come emozioni. Ma prima di inoltrarci in questo
cammino, vediamo di appropriarci solidamente di queste nozioni seguendo
la procedura standard degli Abhidharma, ossia esaminando alcune delle
liste in cui tali concetti vengono sviluppati.
Consapevolezza
Ciascuno stato mentale,
come ho detto, si compone del fattore primario della consapevolezza e di
diversi fattori mentali. Il fattore primario della consapevolezza,
descritto anche con il termine di vijñana [sans.] o rnam
shes [tib.], spesso tradotto come “coscienza” o “consapevolezza
cognitiva”, è l’aspetto dello stato mentale che è consapevole
dell’oggetto. È precisamente l’attività del conoscere l’oggetto, e non è
uno strumento al servizio di un qualche agente, come per esempio un sé
(che è considerato non esistente). Questa consapevolezza si limita a
discernere l’oggetto; nel mio esempio, corrisponde al momento in cui
percepisco il profumo di quello che si scoprirà essere il mio cioccolato
svizzero preferito.
Vasubandhu, quindi,
definisce la consapevolezza come «il mero cogliere un oggetto». In molti
testi degli Abhidharma troviamo sei tipi di consapevolezza: cinque
derivano dai cinque sensi fisici (la vista, l’udito, l’odorato, il gusto
e il tatto, a cui va ad aggiungersi più la cognizione mentale. Ciascun
tipo di cognizione sensoriale si produce dipendentemente dall’esistenza
di una base sensoriale (ossia uno dei cinque sensi fisici) e di un
oggetto: tale consapevolezza sorge momentaneamente, e subito cessa per
essere sostituita da un altro istante di coscienza, e così via. Il sesto
tipo di consapevolezza è invece mentale: gli Abhidharma lo considerano
come se fosse un senso, non diversamente dai cinque sensi fisici,
sebbene vi siano dei disaccordi circa il suo fondamento.
Alcuni testi di
Abhidharma, come quelli di Asanga, sostengono che questi sei tipi di
coscienza non esauriscono tutte le possibili forme di consapevolezza, e
ne aggiungono altri due tipi: la coscienza-magazzino (alaya-vijñana [sans.],
kun gzhi rnam shes [tib.]) e la coscienza afflittiva (klistamanas
[sans.], nyon yid [tib.]). L’idea di una
coscienza-magazzino si fonda sulla distinzione fra i sei tipi di
consapevolezza, che vengono descritti come una consapevolezza cognitiva
manifesta (pravrtti-vijñana [sans.], ‘jug shes [tib.]),
e una forma di consapevolezza più continua, meno manifesta, chiamata
appunto coscienza-magazzino perché contiene tutte le abitudini
fondamentali, le tendenze, le inclinazioni, e il karma latente
accumulato da un individuo: è diversa anche perché è subliminale, sicché
perlopiù non viene notata. Soltanto in circostanze speciali, come
durante uno svenimento, la sua presenza può essere notata, o perlomeno
inferita. La coscienza afflittiva erroneamente prende tale coscienza per
un sé, e questo forma il nucleo del nostro innato senso del sé.
Dal punto di vista
buddhista, comunque, si tratta di una percezione distorta: tale credenza
impone l’idea di unità dove in realtà non vi è altro che una
molteplicità di eventi mentali o fisici correlati tra loro. Dunque, il
senso di controllo che questo nucleo cognitivo della persona contiene è
perlopiù ingannevole. Non c’è, insomma, nessun incaricato dei processi
fisici o mentali, i quali si manifestano invece in virtù di cause e
condizioni loro proprie, e non in seguito ai nostri capricci. La mente
non è governata da nessuna unità centrale, ma da un concorrere di
fattori la cui forza varia a seconda delle circostanze. Asanga, quindi,
postula fino a otto tipi di coscienza. Sebbene l’esplorazione degli
ultimi due tipi di coscienza esuli dal nostro campo di azione, si tratta
di argomenti importanti, soprattutto nel contesto di un dialogo fra il
buddhismo e le scienze cognitive.
È vero che tali nozioni
sono legate a una particolare scuola del pensiero buddhista, la scuola
Yogacara, sul cui punto di vista non necessariamente dobbiamo
intrattenerci qui oggi, ed è vero che alcuni dei dettagli associati a
questi concetti possono essere discutibili; tuttavia, vorrei
sottolineare che le nozioni riguardanti questi due tipi di
consapevolezza contengono alcune intuizioni importanti, senza le quali
la comprensione profonda dei punti di vista buddhisti sulla mente non
può dirsi completa.
I fattori
mentali
I fattori mentali,
comunque, non sono soltanto meri stati di consapevolezza: sono anche
attivamente in relazione con i loro oggetti, definendoli come gradevoli o
sgradevoli, approcciandoli con un atteggiamento particolare, e così
via. Questa relazione attiva è compito dei fattori mentali, che sono
quell’aspetto dello stato mentale che è incaricato della
caratterizzazione dell’oggetto di cui si è consapevoli. Per dirla
altrimenti, se la consapevolezza rende nota la mera presenza
dell’oggetto, i fattori mentali rendono noti i particolari del contenuto
della consapevolezza, definendo le caratteristiche e le condizioni
speciali del suo oggetto.
È opera loro la
caratterizzazione che coglie un oggetto come gradevole o sgradevole, e
se questo cogliere è attento o distratto, se è quieto o agitato, e così
via. Il termine che indica questi elementi della mente viene tradotto
come “fattori”, ad indicare la vastità di significati che gli Abhidharma
associano a questo termine, giacché la relazione fra la consapevolezza
cognitiva e i fattori mentali è complessa. A volte vi viene descritta in
modo diacronico, come una relazione causale e funzionale: i fattori
fanno sì che la mente colga l’oggetto (lo percepisca) in modi
particolari; altre volte, invece, gli Abhidharma sembrano voler
sottolineare una prospettiva sincronica, secondo la quale la
consapevolezza cognitiva e i fattori mentali coesistono e cooperano per
espletare il medesimo compito cognitivo.
In base alla procedura
abituale, gli Abhidharma studiano i fattori mentali redigendone una
lista, descrivendo i modi in cui essi si manifestano e vengono a
cessare, e raggruppandoli in apposite categorie. Ciascuna tradizione
degli Abhidharma possiede una lista lievemente diversa. Qui, seguirò
quella dei cinquantuno fattori mentali distribuiti in sei gruppi:
• cinque fattori
onnipresenti;
• cinque fattori
determinanti;
• cinque fattori
mutevoli;
• undici fattori
virtuosi;
• sei afflizioni-radice o
principali;
• venti afflizioni
secondarie.
La natura di questa
complessa tipologia è più chiara quando ci si rende conto che i sei
gruppi possono ulteriormente ridursi a tre. I primi tre gruppi
contengono tutti i fattori neutri, ossia quelli che, potendo essere
presenti in ogni stato mentale, positivo o negativo, non sono di per sé
né positivi né negativi. Gli altri due gruppi sono invece piuttosto
diversi tra loro: i fattori virtuosi da una parte, e le afflizioni
dall’altra. Essi vengono determinati eticamente, e la loro stessa
presenza qualifica lo stato mentale come virtuoso o non virtuoso.
La lista dei fattori,
allora, diventa così:
• quattordici fattori
neutri (cinque onnipresenti, cinque determinanti e quattro fattori
mutevoli);
• undici fattori
virtuosi;
• ventisei afflizioni (di
cui sei principali e venti secondarie).
Da questo modo di
raggruppare i fattori, diventa chiaro che la tipologia degli Abhidharma è
esplicitamente etica, essendo organizzata intorno all’opposizione tra
fattori virtuosi e afflittivi. È nelle categorie determinate eticamente
che si trova la maggior parte dei fattori (trentasette in totale),
perché i quattordici restanti sono le basi cognitive comuni a tutti i
fattori eticamente determinati. Sebbene non sia questo il luogo per
esplorare le molteplici dimensioni dell’etica nella tradizione
buddhista, è necessario dire qualche parola sul carattere etico degli
stati mentali. Per esempio, il tal carattere etico, come viene
determinato? Per rispondere a questo interrogativo, potrebbe essere
importante operare una distinzione tra etica e morale, distinzione che
risale a Hegel, ed è poi stata sviluppata da pensatori contemporanei
come Paul Ricoeur. In breve, la distinzione fra l’etica e la morale
consiste in due campi della vita etica: la morale è il campo più
limitato, quello delle invenzioni e delle regole, mentre l’etica
propriamente detta riguarda la dimensione più globale di una vita
vissuta secondo la pratica della virtù e orientata al bene.
Questa distinzione ci
aiuta a capire la natura etica della tipologia mentale degli Abhidharma.
Gli stati mentali possono essere suddivisi moralmente, in base
all’essere virtuosi o non virtuosi; da questa prospettiva morale, la
loro valenza positiva o negativa è stimata in termini di karma, sicché
gli stati mentali virtuosi conducono a risultati karmici positivi in
questa vita e nelle vite future, mentre quelli non virtuosi conducono a
risultati negativi. Sebbene tale distinzione sia certamente presente
nella tradizione degli Abhidharma, dove si trovano dissertazioni sulla
natura degli stati mentali in termini di risultati karmici, questo non è
tuttavia il modo principale in cui la natura dei fattori mentali viene
affrontata: la distinzione che ho fatto fra i fattori virtuosi e
afflittivi differisce da quella fra stati virtuosi e non
virtuosi, anche se naturalmente vi sono delle sovrapposizioni.
I fattori mentali
virtuosi non solo soltanto positivi eticamente, ma lo sono
anche moralmente; i fattori afflittivi, invece, non hanno
bisogno di essere anche non virtuosi: per esempio, questo vale per il
fatto di aggrapparsi all’esistenza di un sé, cosa che dal punto di vista
morale è neutra giacché non viola formalmente alcuna regola o
ingiunzione, e tuttavia è afflittiva dal punto di vista etico,
giacché mina le nostre capacità di vivere una vita virtuosa.
Che cosa s’intende,
allora, per “eticamente virtuoso” o “eticamente afflittivo”? La
distinzione si fonda su una visione eudemonica degli esseri umani, il
cui primo scopo sarebbe conseguire la felicità, qui intesa non come
piacere ma come uno stato di benessere e di espansione. Il benessere non
è facile da conseguire dal momento che, solitamente, è difficile
alimentare la felicità continuativamente. Tendiamo infatti a cadere in
preda a certe tendenze o afflizioni, come l’aggrapparci a un sé,
l’attaccamento, l’avversione, che ci conducono all’insoddisfazione e
all’agitazione. Tali fattori sono afflittivi in quanto profondamente
radicati dentro di noi anche se non scegliamo di alimentarli, e ci
conducono alla sofferenza. Lo scopo della pratica buddhista è liberarci
da queste compulsioni interiori in modo da poter condurre una buona
vita, sviluppando virtù quali il distacco e la compassione.
È dunque in questo senso
che gli Abhidharma operano la distinzione fra fattori virtuosi e
afflittivi: i fattori virtuosi sono quelli che conducono a una pace e a
una felicità durevoli; sono le “eccellenze”, come la compassione e il
distacco, che favoriscono ciò che è buono, e anche lo costituiscono.
Sono positivi nel senso che non ci vincolano ad atteggiamenti che
conducono alla sofferenza; ci lasciano indisturbati, sicché possiamo
incontrare apertamente la realtà con una prospettiva più rilassata e più
libera. I fattori afflittivi, invece, disturbano la nostra mente,
creando frustrazione, agitazione, e così via: questi sono gli ostacoli
principali alla “buona vita” così come è intesa dalla tradizione
buddhista. Asanga definisce le afflizioni in questo modo: «La
caratteristica dell’afflizione è che, quando sorge, si presenta come un
disturbo, e rende la mente e il corpo turbati». È in questa prospettiva
etica che la tipologia degli Abhidharma va intesa; offre un’analisi
delle condizioni interiori necessarie per vivere una buona vita,
operando la distinzione fra fattori eticamente virtuosi e fattori
afflittivi.
Alcune
funzioni cognitive e affettive dei fattori mentali
Ora che abbiamo un’idea, a
grandi linee, della tipologia degli Abhidharma, proviamo a concentrarci
sui fattori mentali, delineandone alcune funzioni cognitive e
affettive. Questo ci permetterà di capire come gli Abhidharma
considerano il campo affettivo, e quale posto gli riservano nel panorama
mentale generale. Cominciamo dai fattori neutri:
• cinque fattori
onnipresenti: sensazione (vedana [sans.], tshor-ba [tib.])
identificazione (samjña [sans.], ’du-shes [tib.]),
intenzione (cetana [sans.], sems-pa [tib.]),
attenzione (manasikara [sans.], yid-la-byed [tib.]),
contatto (sparìa [sans.], reg-pa [tib.]);
• cinque fattori
determinanti: aspirazione (chanda [sans.], ‘dun pa [tib.]),
determinazione o interesse (adhimoksa [sans.], mos-pa [tib.]),
richiamo o presenza mentale (smrti [sans.], dran-pa [tib.]),
concentrazione (samadhi [sans.], ting-nge-’dzin [tib.]),
intelligenza (prajña [sans.], shes-rab [tib.]);
• quattro fattori
mutevoli: sonno (middha [sans.], gnyid [tib.]),
rammarico (kaukrtya [sans.], gyod-pa [tib.]),
ragionamento o investigazione (vitarka [sans.], rtog-pa [tib.]),
analisi (vicara [sans.], dpyod-pa [tib.]).
Questi fattori sono detti
“neutri” nel senso che possono presentarsi negli stati eticamente
positivi, eticamente negativi o eticamente neutri. Naturalmente ci
sarebbe molto da dire su questa lista, che può sembrare composta da
elementi davvero eterogenei. Qui, mi limiterò a poche osservazioni. Tra
questi quattordici fattori, i primi cinque sono detti “onnipresenti”
perché sono presenti in tutti gli stati mentali: persino in uno stato
subliminale, come quello della coscienza-magazzino, questi cinque
fattori sono presenti.
Gli altri nove non sono
indispensabili per la prestazione di un compito cognitivo minimo (il
cogliere un oggetto, anche in modo vago e indistinto), sicché sono
presenti solo in alcuni stati mentali, non in tutti. Un aspetto che
subito ci colpisce, in questa lista, è che il primo posto sia dato alla
sensazione (vedana [sans.], tshor ba [tib.]). Da un
lato, questa sua rilevanza riflette la visione fondamentale della
tradizione, che considera gli esseri umani prima di tutto come esseri senzienti,
e come tali essi non li distingue da altri tipi di esseri come gli
animali, anche se naturalmente hanno abilità diverse. Nella tradizione
buddhista, gli esseri sono prima di tutto senzienti, nel senso che la
felicità e la sofferenza (nel senso più vasto dei termini) sono i loro
problemi principali.
D’altro canto, questa
importanza della sensazione riflette anche una visione tipica
dell’ambito cognitivo che sottolinea il ruolo della spontanea
attribuzione di un valore. Negli Abhidharma, uno stato mentale non è
soltanto consapevolezza di un oggetto, ma ne è contemporaneamente la
valutazione; tale valutazione è la funzione del tipo di sensazione che
accompagna la consapevolezza, facendo si che l’oggetto sia esperito come
gradevole, sgradevole o neutro. Tale fattore svolge un ruolo centrale
nel determinare le nostre reazioni agli eventi che incontriamo, giacché
perlopiù non ci accade di percepire in prima battuta un oggetto, e poi
di sentirci a nostro agio o a disagio rispetto a esso in base a una
serie di giudizi riflessivi, bensì accade che la valutazione sia già
incorporata nelle nostre esperienze.
Possiamo usare delle
riflessioni per formulare dei giudizi più obiettivi, ma le riflessioni
operano perlopiù come correttivi delle valutazioni spontanee. Negli
Abhidharma, la valutazione spontanea è fondata sul modo in cui
“sentiamo” l’oggetto: è questa, la funzione della sensazione. Gli
Abhidharma la paragonano a un re che assaggia il cibo preparato dal suo
seguito (gli altri fattori mentali; la sensazione è descritta anche come
strettamente connessa ad alcuni dei fattori afflittivi (e affettivi)
che esamineremo fra breve.
Questo, comunque, non è
l’unico fattore importante: ve ne sono diversi altri che meritano di
essere brevemente menzionati. L’intenzione (cetana [sans.], sems-pa
[tib.]), per esempio, è un fattore centrale onnipresente che
determina il carattere morale (non il carattere etico) e lo stato
mentale. Ciascuno stato mentale si rivolge a un oggetto con
un’intenzione, con una motivazione che può essere o no nota alla
persona. Tale intenzione determinerà la natura karmica dello stato
mentale: se sarà virtuoso, non virtuoso o neutro. L’intenzione è
collegata al fatto di raggiungere una meta, e dunque viene anche intesa
come un punto focale organizzativo degli altri fattori. È paragonata a
un mastro falegname che, intanto che svolge il suo compito, fa lavorare
anche gli altri falegnami. Sono molto significativi anche tre altri
fattori, particolarmente attinenti al discorso sugli stati meditativi.
Il primo è l’attenzione (manasikara [sans.], yid-la-byed [tib.]),
uno dei cinque fattori onnipresenti. È l’abilità della mente di
rivolgersi a un oggetto. Bikkhu Bodhi spiega: «L’attenzione è il fattore
mentale grazie al quale la mente avverte l’oggetto, e in virtù del
quale l’oggetto diventa presente alla coscienza.
La sua caratteristica è
quella di condurre all’oggetto gli stati mentali associati; la sua
funzione è aggiogarveli»24. Ogni stato mentale ha almeno una quantità
minima di focalizzazione sul suo oggetto, di conseguenza l’attenzione è
un fattore onnipresente. Così non avviene per altri due fattori
correlati: la concentrazione (samadhi [sans.], ting-nge-’dzin
[tib.]), ossia l’abilità della mente di dimorare sul suo oggetto
in modo univoco, e la presenza mentale (smrti [sans.], dran-pa
[tib.]), tradotta anche come “richiamo”, che è invece l’abilità
della mente di tenere a fuoco un oggetto senza distrarsene, senza
dimenticarlo, senza tentennare o senza vagare per aria, lontano da esso.
Queste abilità non sono
presenti in tutti gli stati mentali; la concentrazione differisce
dall’attenzione nella misura in cui comporta l’abilità mentale non solo
di cogliere un oggetto, ma anche di alimentare continuativamente
l’attenzione nel tempo. Analogamente, la presenza mentale è più che
cogliere semplicemente l’oggetto, giacché comporta la capacità della
mente di tenere a fuoco l’oggetto, evitando che esso le sfugga
nell’oblio. Entrambi i fattori, che sono vitali nella pratica della
meditazione buddhista, sono inclusi tra i fattori determinanti; non sono
onnipresenti, ma presenti soltanto quando l’oggetto viene colto con un
certo grado di chiarezza o di focalizzazione continuativa. L’argomento
dei fattori mentali, tuttavia, non può fermarsi qui, giacché abbiamo
ancora da vedere come gli Abhidharma
concettualizzano gli
stati che noi chiameremmo “emozioni”. A questo scopo, dobbiamo esaminare
i fattori determinati eticamente, a cominciare dagli undici fattori
virtuosi:
• gli undici fattori
virtuosi: la fiducia/fede, il pudore o rispetto nei confronti di se
stessi, la considerazione o rispetto nei confronti degli altri,
l’impegno entusiastico, la flessibilità, la coscienziosità, il
non-attaccamento o distacco, l’assenza di odio (l’amorevolezza), la
saggezza o assenza di stupidità, l’equanimità o imparzialità, e il non
arrecare danno (la compassione). Sebbene ci sia molto da dire su di
essi, mi limiterò a sottolineare la presenza di diversi fattori positivi
che noi descriveremmo come emozioni, a cominciare dall’amorevolezza e
dalla compassione. Entrambe appartengono a quello che noi chiameremmo il
campo affettivo, sebbene qui vengano intese non in termini di
affettività bensì in relazione al loro carattere etico, e perciò siano
raggruppate con altri fattori, come la saggezza e la coscienziosità, che
sono più cognitivi che affettivi.
Negli Abhidharma, tutti
questi fattori sono raggruppati insieme: sono tutti positivi nel senso
che promuovono il benessere e la libertà dalle compulsioni interiori che
conducono alla sofferenza. È precisamente questa la natura dell’ultimo
gruppo, i fattori afflittivi; è senza dubbio il più numeroso, ed è
quindi oggetto di particolare attenzione all’interno della tipologia.
Questo gruppo è anche quello in cui troviamo la maggior parte degli
stati che noi chiameremmo emozioni. Ecco la lista:
• le sei
afflizioni-radice (o principali): attaccamento, collera, ignoranza,
orgoglio, dubbio negativo e le opinioni distorte;
• le venti afflizioni
secondarie: bellicosità, rancore, ipocrisia, disprezzo o malevolenza,
gelosia o invidia, avarizia, circonvenzione, dissimulazione, sufficienza
o alterigia, crudeltà, assenza di ritegno o rispetto per se stessi,
assenza di rispetto per gli altri, inerzia mentale, agitazione mentale,
perplessità o mancanza di fiducia/fede, pigrizia, negligenza, oblio,
disattenzione, percezione errata. Anche qui notiamo che la lista
contiene fattori che sembrano piuttosto eterogenei; alcuni, come
l’ignoranza, sono chiaramente cognitivi, mentre altri, come collera e
gelosia, sono più di ordine affettivo. Gli Abhidharma li raggruppano
tutti insieme, tuttavia, per la semplice ragione che sono afflittivi:
disturbano, cioè, la mente, rendendola irrequieta e agitata. Inoltre la
costringono e la vincolano, impedendoci di sviluppare atteggiamenti più
positivi.
Questo può essere
evidente nel caso dell’attaccamento e della rabbia, che ci conducono
direttamente all’insoddisfazione, alla frustrazione e all’irrequietezza;
meno evidente è invece il ruolo afflittivo dell’ignoranza (ossia il
nostro ingannevole, innato senso di un sé), ma ciò nonostante essa
svolge un ruolo centrale perché causa di fattori afflittivi molto più
evidenti. Prima di continuare, vorrei riflettere sul primo punto: la non
esistenza di emozioni negli Abhidharma. Come abbiamo visto, nella
tipologia vi sono molti elementi che possiamo identificare come
emozioni: collera, orgoglio, gelosia, amorevolezza e compassione, ma non
vi è alcuna categoria che sia direttamente collegata alla nostra
nozione di emozione. La maggior parte dei fattori positivi non sono ciò
che noi definiremmo emozioni, e sebbene molti dei fattori negativi siano
di tipo affettivo, non tutti lo sono.
Ad esempio, l’ignoranza e
il dubbio negativo non sono emozioni; analogamente, il desiderio o
attaccamento di solito non viene inteso come emozione, sebbene questo
meriti una riflessione ulteriore. È dunque chiaro che gli Abhidharma non
riconoscono il concetto di emozione; non vi è alcuna categoria degli
Abhidharma che possa essere usata per tradurre il nostro concetto di
emozione, e dunque il nostro concetto di emozione è difficile da usare
quando si traduce la terminologia degli Abhidharma. Il metodo usato
dagli Abhidharma per tagliare la torta della mente differisce dalle
tipologie occidentali, nelle quali compare il concetto di emozione;
sottolinea la distinzione fra fattori virtuosi e afflittivi, più che
opporre gli elementi razionali e irrazionali della psiche.
Le emozioni e
i loro rimedi
Gli Abhidharma non si
accontentano di operare queste distinzioni soltanto, ma spiegano anche
la genesi di questi fattori e offrono una ricca varietà di rimedi.
Esaminando la genesi delle afflizioni, gli Abhidharma mettono a fuoco la
stretta connessione fra i fattori afflittivi e la sensazione.
L’onnipresente fattore della sensazione è alla radice dei nostri
atteggiamenti valutativi spontanei, ed è in stretto contatto con ciò che
noi descriveremmo come emozioni.
Negli Abhidharma, questa
connessione fra sensazione e valutazione spontanea è il punto di
partenza delle reazioni patologiche che ci conducono alla sofferenza.
Perché, quando abbiamo un’esperienza gradevole, non la consideriamo come
una fuggevole espressione della nostra capacità di provare sensazioni,
bensì, sulla base del nostro innato senso di un sé, ci appropriamo della
sensazione e poi ci attacchiamo a essa: proviamo il desiderio di
estenderla, di intensificarne la piacevolezza, e temiamo di venirne
separati. Analogamente, reagiamo con rabbia e avversione quando
incontriamo una sensazione sgradevole: vediamo quell’esperienza non come
qualcosa che semplicemente non ci piace, ma come un vero attentato al
nostro “sé”, e cerchiamo di proteggerci da essa, respingendola con tutta
la forza possibile, finendo così per essere sconvolti e invischiati
nelle nostre intense reazioni di rifiuto.
Vorrei sottolineare che
secondo gli Abhidharma il problema non è tanto nelle sensazioni
gradevoli o sgradevoli, le quali sono semplicemente dovute al fatto che
noi siamo degli esseri senzienti, e in tal senso sono necessarie alla
vita, giacché senza di esse non potremmo fare le valutazioni necessarie
alla sopravvivenza. Il nostro modo di funzionare nel mondo non è uguale a
quello di un computer, che considera tutte le opzioni e poi sceglie
quella giusta; noi agiamo piuttosto in base alle nostre reazioni
spontanee alle esperienze, e in questo non c’è niente di male. Non c’è
niente di male neanche nell’intraprendere un’azione nei confronti dei
problemi che viviamo; ma le azioni hanno bisogno di fattori motivanti,
che spesso sono di natura affettiva, e questo è il punto cruciale del
problema. Anche se non è sempre vero che tutte le reazioni affettive
spontanee siano negative, alcune lo sono, indubbiamente.
l punto cruciale è dunque
distinguere gli stati positivi da quelli negativi, come fanno gli
Abhidharma. Ma è altrettanto cruciale prendere coscienza dei modi in cui
queste reazioni negative spontanee si manifestano. Ed è qui che
interviene il legame essenziale con la sensazione. In qualità di esseri
senzienti, abbiamo esperienze piacevoli e spiacevoli sulla base delle
quali poi agiamo. Il problema emerge dal fatto che tendiamo a strafare,
nelle reazioni, provando attaccamento per le sensazioni gradevoli e
respingendo violentemente quelle sgradevoli.
Questi atteggiamenti non
sono necessari per le nostre abilità valutative, e sono invece delle
super-reazioni di tipo patologico. Voglio dire che, per bermi un
espresso all’italiana, non c’è bisogno che mi faccia venire l’ossessione
dell’espresso. Basta che mi limiti a notare la sensazione estremamente
piacevole che mi viene da questa deliziosa bevanda, e che poi a questo
segua l’azione appropriata. Analogamente, non c’è bisogno che mi perda
in deliranti concioni sulla mia nemesi politica: basterà che comprenda
quali danni sta facendo il mio avversario perché in base a questo io
agisca.
Invece, perlopiù,
reagisco con attaccamento e con rabbia, e intanto che faccio così
esagero l’aspetto piacevole o spiacevole dell’oggetto della mia
esperienza, costruendomi una ragnatela di invischiamenti emozionali e
cognitivi. Il mio caffè non è solo un buon caffè, e la mia nemesi
politica non è solo un cattivo leader; finiscono per acquisire, per me,
proporzioni straordinarie, tali da occupare tutti i miei pensieri.
Tuttavia, tali atteggiamenti non derivano dal fatto che io abbia scelto
di alimentarli, in base a un giudizio ponderato; semplicemente si
manifestano da soli, e soverchiano la mia mente. Essendo profondamente
radicati dentro di me, sorgono in modo automatico, senza che io abbia
tanta scelta, anche quando sono al corrente della cosa. È proprio per
questo che vengono chiamati “fattori afflittivi”. Negli Abhidharma la
connessione fra le sensazioni e le afflizioni è cruciale: è proprio qui
che, sulla base della nostra percezione errata di un sé, rimaniamo
invischiati negli atteggiamenti compulsivi che ci conducono alla
sofferenza. Dal momento che non abbiamo controllo su questi
atteggiamenti, non basterà sperare che se ne vadano; per
liberarci da tali patologie, bisogna scovare dei metodi per
trasformare il nostro processo cognitivo.
Ed è qui che l’analisi
dei fattori mentali che troviamo negli Abhidharma acquisisce un
significato pratico: non è soltanto una dissertazione teorica, ma
informa di sé e sostiene molti tipi di meditazione raccomandati dalla
tradizione buddhista quali rimedi per le patologie summenzionate. Quando
si mettono in atto questi rimedi attraverso la meditazione, gli
ostacoli al nostro benessere, ossia i fattori afflittivi, vengono
eliminati, e le virtù che costituiscono la “buona vita”, sviluppate. Le
pratiche meditative operano in molti modi, che possono però essere
riassunti sotto due voci: alcune meditazioni fungono da antidoto ai
fattori negativi; li controbilanciano sviluppando l’atteggiamento
positivo opposto, secondo il detto di Spinosa per cui «un sentimento non
può essere limitato né eliminato se non da un sentimento opposto, più
forte». Ad esempio, la meditazione sull’amorevolezza è l’antidoto alla
rabbia; la meditazione sull’impermanenza, quello all’attaccamento. Tali
antidoti hanno l’effetto di minare gli atteggiamenti ai quali si
oppongono.
Se permeo la mente di un
atteggiamento amorevole non c’è più posto per la rabbia, che viene
respinta e temporaneamente eliminata. Ma sebbene i risultati di questa
pratica vadano ben oltre il tempo della meditazione, essa non offre una
soluzione finale al problema della rabbia: può eliminarla
temporaneamente, ma alla fine ritornerà a meno che non si faccia
qualcosa di più drastico. Ed è questo secondo approccio, più radicale,
che si trova al centro della seconda categoria di pratiche meditative,
più specifiche, queste, della tradizione buddhista. Tali pratiche non si
limitano a reprimere gli atteggiamenti indesiderati, ma finiscono per
eliminarli del tutto dal nostro flusso di coscienza. Tale liberazione
dalle afflizioni è, di fatto, la meta stessa della pratica buddhista. La
si può conseguire attraverso un triplice addestramento, riguardante la
morale (l’osservanza dei precetti), la concentrazione (lo sviluppo di un
atteggiamento presente e ben focalizzato) e la saggezza (quella visione
penetrante interiore, liberatoria, che si sviluppa sulla base della
concentrazione e della presenza mentale).
Questo processo
liberatorio è imperniato sul fatto di poter rinforzare alcuni dei
fattori che abbiamo esaminato. Ad esempio, la pratica della
concentrazione univoca rafforza la nostra abilità di focalizzarci su un
oggetto di nostra scelta, e di conseguenza anche il fattore mentale
della concentrazione, sebbene influisca anche su altri fattori come
l’attenzione, la coscienziosità e la flessibilità. Questo rafforzamento è
particolarmente visibile nel caso della presenza mentale (smrti [sans.],
dran-pa [tib.]), o “richiamo”, l’abilità di tenere a fuoco un
oggetto senza dimenticarsene o senza distrarsene: la presenza mentale è
considerata particolarmente importante quando si tratta di affrontare le
afflizioni, giacché sviluppandola riusciremo a interrompere il contatto
con le nostre sensazioni afflittive. E sebbene questa non sia ancora la
meta ultima, è un passo importante nel favorire quel tipo di libertà
che i buddisti vanno cercando nella loro pratica. La libertà ultima si
deve allo sviluppo continuativo della visione penetrante della
non-esistenza del sé.
Quando questo punto di
vista ci impregna totalmente, allora la radice stessa delle afflizioni,
che è l’aggrapparsi a un sé, si indebolisce e, alla fine, viene
interamente eliminata. In una mente liberata dall’idea del sé non vi è
più alcuna base per provare attaccamento o avversione, non c’è nessuno a
cui attaccarsi e nessuno da proteggere attraverso la collera. Il
conseguimento di uno stato mentale di questo tipo è l’apogeo del
programma di liberazione degli Abhidharma; è lo stato della salute
mentale assoluta, dove le patologie dei fattori afflittivi sono
eliminate. Chi lo consegue è allora libero di alimentare atteggiamenti
più positivi, e in particolare i fattori virtuosi, come l’amorevolezza e
la compassione.
Interrogativi
conclusivi
Questa mia breve
panoramica sulla mente vista dal buddismo e sul modo in cui la
tradizione degli Abhidharma considera il campo affettivo suscita diversi
interrogativi, e qualcuno di essi, forse, può definirsi una vera sfida;
interrogativi che condividerò con voi, a mo’ di conclusione. In primo
luogo, dovrebbe essere chiaro che gli Abhidharma hanno una visione della
mente in generale, e del campo affettivo in particolare, molto diversa
dalla nostra; non riconoscono agli stati come la rabbia, la gelosia o la
compassione alcuna categoria a se stante rispetto alle altre funzioni
mentali. Ciò non vuol dire che ovviamente questi fattori vengano
ignorati, ma piuttosto che gli Abhidharma li integrano in altre
categorie, eticamente determinate.
Tale fenomenologia della
vita affettiva può essere paragonata alle visioni che le discipline
scientifiche moderne hanno della sfera emotiva? È davvero importante
considerare l’ambito affettivo come costituito da esplosioni di eventi
di breve durata e distinti, o sarebbe di maggiore utilità pensare a una
visione più vasta, in cui le emozioni siano integrate in altre funzioni
cognitive, con possibili diramazioni etiche? In secondo luogo, le
discipline scientifiche moderne, come la neuroscienza, quale tipo di
luce possono gettare su alcuni dei punti cruciali sollevati dagli
Abhidharma, come la stretta relazione fra sensazioni e afflizioni?
Questi fattori negativi
spesso possono rivelarsi piuttosto distruttivi, e dunque sviluppare dei
metodi per affrontarli è importante. Possono, le discipline moderne,
aiutarci a illuminare i modi in cui gli esseri umani affrontano la
connessione fra sensazioni e afflizioni, allo scopo di ottenere una
maggiore libertà? E, più generalmente, possono queste discipline
contribuire a un’ulteriore spiegazione di come le pratiche buddhiste
riescano effettivamente riuscire a controbilanciare alcune afflizioni?
In ultimo, vi è una qualche possibilità di scoprire dei correlati
neurologici relativi alla distinzione fra i fattori virtuosi e
afflittivi? Si tratta di una distinzione meramente filosofica, oppure ha
una sua base neurologica? In terzo luogo, come abbiamo visto, gli
Abhidharma sono fondati su una netta distinzione etica fra stati
positivi e negativi. Questa dominante etica solleva, per me, un
interrogativo: è possibile separare lo studio degli affetti dalle
preoccupazioni di ordine etico?
Gli affetti nascono dai
nostri atteggiamenti valutativi, spontanei o no; dunque essi sono
carichi di valori. È possibile studiare gli affetti nati da tali
valutazioni senza considerare i valori che essi riflettono? E se
dobbiamo considerare i valori nello studio delle emozioni, possiamo
allora ignorare le considerazioni etiche?
NOTE
1. Platone, La
Repubblica, 9.580d [BUR, Milano 1996]; la traduzione è nostra.
2. Per
farsi un’idea delle origini dell’Abhidharma, cfr. Rupert Gethin, “The Matrikas: Memorization, Mindfulness and the
List”, in In the Mirror of Memory:
Reflections on Mindfulness and Remembrance in Indian and Tibetan Buddhism, a cura di Janet Gyatso, State University of New York
Press, Albany 1992, pp. 149–172.
3. Buddhaghosa è autore
dei commentari sui sette testi canonici dell’Abhidharma, e in
particolare del famoso Atthasalini, un commentario sulla
sezione del Dhammasangani dell’Abhidharma. Il testo a cui si fa
riferimento nell’intervento di Fallace è l’Abhidhammattha Sangaha di
Anurudha, una raccolta medievale delle opere di Buddhaghosa.
4.
Louis de la Vallée Poussin, L’Abhidharmakosha
de Vasubandhu, Institut Belge des Hautes
Etudes Chinoises, Brussels 1971, 1:22. La nostra traduzione si è
basata su quella resa da Wallace.
5. Per una breve ma
profonda disquisizione sull’idea del buddismo quale psicologia, cfr.
Luis O. Gomez, “Psychology”, in Encyclopedia of Buddhism, a
cura di Robert E. Buswell, Jr., Macmillan, New York 2004, pp. 678–692.
6.
William James, The Principles of
Psychology (1891), Harvard University
Press, Cambridge 1983, 185 [trad. it.: Principi di psicologia, Mondadori, Milano 1998].
7. Ibid., p. 233.
8. Anguttara 4, p. 137.
Citato da Louis de la Vallée Poussin, “Notes sur le moment ou ksana des
bouddhistes”, in Essays on Time, a cura di Hari S.
Prasad, Sri Satguru, Delhi 1991, p. 69. La nostra traduzione si è basata
su quella resa daWallace.
9.
James, Principles of Psychology, op.cit., p. 233.
10. Poussin,
“Notes sur le moment”, op.cit., pp. 70–71.
11.
Bikkhu Bodhi (a cura di), A Comprehensive
Manual of Abhidharma, Buddhist
Publication Society, Kandy 1993, p. 156.
12.
Poussin, “Notes sur le moment,” op.cit., p. 73. A cura di
Anne Harrington 156 e Arthur Zajonc
13. Poussin, L’Abhidharmakosha,
1:30. La nostra traduzione si è basata su quella resa daWallace.
14. Ibid.
15. Per una vasta
dissertazione sulla natura di questo sesto tipo di coscienza, cfr.
Herbert V. Günther, Philosophy and Psychology in the
Abhidharma, Shambhala, Berkeley 1976, pp. 20–30.
16. Walpola Rahula, Le
compendium de la super-doctrine d’Asanga, Ecole Française
d’Extrême Orient, Paris 1971.
17. Sebbene l’Abhidharma
theravada non riconosca una coscienza- magazzino a sé stante, il suo
concetto di bhavanga citta, la coscienza che è elemento
costituente della vita, è alquanto simile. Per una trattazione delle
complessità del bhavanga, cfr. William S. Waldron, The
Buddhist Unconscious, Routledge Curzon, London 2003, pp. 81–87.
18. Per ulteriori
dettagli sull’argomento, cfr. Waldron, Buddhist Unconscious, op.cit.
19. Vengono infatti
descritti come congiunti (sampayutta [sans.], mtshungs ldan
[tib.]) in quanto simultanei e dotati di una medesima
base sensoriale, del medesimo oggetto, del medesimo aspetto o
modo di cogliere l’oggetto, e della medesima sostanza (nel
senso che possono esserci solo un tipo di coscienza e un tipo
di fattore mentale alla volta). Cfr. Waldron, Buddhist Unconscious, op.cit.,
p. 205. 20. Questa lista, che è un classico della tradizione
tibetana, è basata sull’Abhidharma-samuccaya di
Asanga, nella quale si trovano, però, cinquantadue fattori.
Rahula, Compendium de la super-doctrine, op. cit., p. 7. Per
una trattazione più elaborata di tale lista, cfr. Geshe Rabten,
The Mind and Its Functions (1978), Rabten Choeling, Mt.
Pélerin 1992, e Elizabeth Napper, Mind in Tibetan Buddhism,
Snow Lion, Ithaca 1980. Per le liste provenienti da alcune
altre tradizioni, cfr. Bodhi, Comprehensive Manual, op. cit.,
pp. 76–79, e Poussin, L’Abhidharmakosha, op. cit., 2:
pp. 150–178. 21. Paul Ricoeur, Oneself as Another,
University of Chicago Press, Chicago 1992. 22.
Rahula, Compendium de la super doctrine, p. 70. La nostra traduzione
si è basata su quella resa daWallace.
23.
Jamphel Samphel, “bLo rig[s] gi rnam bzhag nyer mkho kun ‘dus blo gsar mig ‘byed” [tib.], 11a, in E. Napper, Mind in Tibetan Buddhism, op.
cit. La traduzione italiana della lista dei fattori ha tenuto
conto di quella presentata nel Dizionario del Buddhismo di
Philippe Cornu, Bruno Mondadori, Milano 2003; abbiamo volutamente
aggiunto i termini sanscriti e tibetani perché esistono traduzioni
diverse nella nostra lingua (N.d.R).
24.
Bodhi, Comprehensive Manual, op. cit., 80. 24. Ibid., p. 81.
25. Samphel,
“bLo rig[s] gi rnam bzhag”, op. cit., 11b.
26. Per una disquisizione
circa il fatto che compassione e amorevolezza siano o no emozioni, cfr.
Georges Dreyfus, “Is Compassion an Emotion? A
Cross-Cultural Exploration of Mental Typologies”, in Visions of Compassion: Western Scientists and Tibetan Buddhists
Examine Human Nature, a cura di Richard
J. Davidson e Anne Harrington, Oxford University Press, Oxford 2002.
27. Samphel,
“bLo rig[s] gi rnam bzhag”, op. cit., 12a.
28. Spinoza, Etica, 4.7.
Tratto da “Il Buddha in
Laboratorio. Dialoghi fra il Dalai Lama e la scienza sulla natura della
mente”. A cura di Anne Harrington e Arthur Zajonc. Edizioni Amrita. Torino.
2008
Copyright Edizioni Amrita. Per
gentile concessione.
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