La maggior parte degli individui che vive un’esperienza di quasi
morte ha ancora la sensazione di stare trattenendo almeno qualcosa del
proprio essenziale io personale. Questo io personale è di solito il
principale osservatore esterno della scena. Uno studio delle dinamiche e
della neurofisiologia delle esperienze prossime alla morte.
Esperienze di “quasi morte” e atteggiamenti di “morte
lontana”
Tutte le scelte sono influenzate dal modo in cui la
personalità considera il suo destino, e il corpo la sua morte. In ultima
analisi, è il nostro concetto di morte che decide o risponde a tutte le
domande che la vita ci mette davanti… Da qui deriva anche la necessità
di prepararci a essa.
Dag Hammarskjold
Il nostro concetto di morte influenza il modo in cui viviamo? Se
Hammarskjold avesse ragione, sarebbe meglio che ognuno di noi elaborasse
una sua valida idea sulla morte, preparandosi a essa senza indugiare
sui suoi aspetti morbosi. Più facile a dirsi che a farsi.
Un secolo fa, Albert Heim ha riassunto nel seguente modo i racconti
di trenta persone che improvvisamente si sono trovate davanti alla
morte. La loro ordalia venne provocata da lunghe cadute dalle cime
alpine. Dopo essersi trovati a un passo dalla morte, questi superstiti
hanno raccontato di aver provato, in quel momento, “un senso di grave
tranquillità, un’accettazione profonda e uno stato prevalente di
acutezza mentale e di senso di sicurezza. L’attività mentale divenne
enorme, cento più volte più veloce o intensa. Le relazioni tra gli
eventi e le loro probabili conseguenze venivano viste con grande
chiarezza.
Il tempo si espanse grandemente. L’individuo non era confuso, ma
agiva con la velocità di un fulmine e dopo un’accurata valutazione della
situazione. In molti casi, le persone rividero in un lampo tutto il
proprio passato. Alla fine, al momento della caduta, si udì spesso una
musica bellissima e si ebbe la sensazione di precipitare in un magnifico
paradiso blu, con nuvolette rosate (nota 1)”.
Heim era un alpinista e un professore di geologia, oltre che uno dei
primi teorici delle esperienze “di vetta”. Ma Charles Darwin aveva
vissuto, ancora prima, un rapido flusso mentale durante una breve
caduta, da bambino. Perciò, potremmo definire tali eventi minori – un
flusso impetuoso di pensieri verso l’estremità darwiniana dello spettro –
come esperienze di “quasi-vita”. Esse sono molto più semplici delle
altre sequenze di fenomeni che Heim avrebbe descritto dettagliatamente.
Dunque, Heim, nonostante la sua caduta fosse stata molto più lunga e
pericolosa, disse di “non aver sperimentato alcuna traccia di ansia o
dolore”. Anzi, accettò “senza paura l’ineluttabilità della morte. Tutto
era andato così, e sembrava giustissimo. Avevo la sensazione di essermi
sottomesso alla necessità (nota 1)”.
In quei primi secondi, come Darwin, anche Heim sperimentò un flusso
impetuoso di pensieri e immagini usciti casualmente dalla memoria. Ma
presto, nel corso della sua più lunga e temibile caduta, si verificarono
altri eventi mentali.
Questi ultimi sono stati da allora chiamati “esperienze di quasi
morte”. La minaccia è reale; la morte, imminente. L’ordalia è
sconvolgente, se non spaventosa. Le nuove difficoltà fisiologiche
spingono in primo piano dimensioni extra psicologiche. Per esempio: il
tempo esteriore rallenta; quello interiore va a tutta velocità; gli
eventi sembrano accadere al rallentatore. Questo tipo di deformazione
temporale ritorna anche nella maggior parte dei racconti dei 104
superstiti studiati da Noyes e Kletti (nota 2). Quasi la metà di questi
soggetti si staccò dal corpo, e più di un terzo sperimentò anche una
sequenza-lampo di vecchi ricordi.
Talvolta, per descrivere il flusso di questi spezzoni vividi e
isolati di memoria, si usa liberamente il termine “panoramico”. Ma in
realtà i racconti parlano di una grande varietà di istantanee uscite da tutto
il passato dell’individuo. Quindi, il termine “panoramico” fa
riferimento a eventi isolati, in porzioni di tempo, senza
continuità narrativa. Non vuol dire che l’individuo gode di un
panorama a trecentosessanta gradi di tutto ciò che lo circonda, allo
stesso momento, come può succedere in una visione di grande assorbimento
(nota 4). In realtà, per usare le parole di Heim, “Ho visto tutta la
mia vita attraverso molte immagini, come su un palcoscenico a una certa
distanza da me”.
Solo a questo punto, dopo essere passati attraverso queste istantanee
iniziali di avvenimenti del passato, alcuni soggetti entrano nella fase
successiva. Si tratta davvero di “un altro mondo”, dalle
caratteristiche difficili da descrivere. Per circa un terzo dei
soggetti, l’esperienza adesso sembra produrre un grande senso di
armonia, unità o intelligenza, dando la sensazione di essere al di là
del tempo, in una condizione immutabile.
È risaputo che simili stati “oltremondani” accadono anche sul lungo
cammino spirituale verso l’illuminazione. Quindi, dobbiamo chiederci:
cos’altro c’è di diverso nei soggetti che hanno “estensioni mistiche” in
quest’ultima fase dell’esperienza di quasi morte? Con poche eccezioni,
sono le stesse persone di cui in seguito si è pensato che, in quel
momento, abbiano avuto qualche disturbo nel funzionamento del cervello.
Cioè, esse stavano annegando, prive di ossigeno, in uno shock
vasomotorio con scarsa pressione sanguigna, o in qualcosa di altrettanto
grave. Per contrasto, le componenti mistiche tendevano a non
comparire se la caduta era priva di complicazioni. Né questa fase
“mistica” accadeva durante eventi traumatici se la persona non aveva
riportato gravi ferite alla testa, al torace o in altre parti del corpo.
Quando la sopravvivenza è in gioco, emergono potenti forze interiori.
Nonostante ciò, molti soggetti si sentono impotenti di fronte alle
circostanze inesorabili. A questo punto, essi potrebbero sperimentare
quello che il professor Heim ha splendidamente descritto come il
sentirsi “sottomessi alla necessità”. Ma si osservi: a questo punto si
tratta perlopiù di una rinuncia passiva al controllo. Non siamo
di fronte a una ben ponderata rinuncia all’io.
È un processo che, poiché accade senza l’intervento dell’io volitivo,
provoca di base una dissoluzione spontanea del vecchio, egocentrico io.
E sarà a questo punto della resa – dell’incondizionata e assoluta resa –
che tutte le paure transitorie si placheranno da sole. Ora, sparito il
sé dal campo di battaglia, la morte viene accettata con assoluta calma
(nota 1). Segue una profonda tranquillità.
Durante la loro ordalia di quasi morte, i soggetti non sono turbati
dalla perdita dell’io o da altri sintomi di spersonalizzazione.
Piuttosto, in seguito ricorderanno con gratitudine la calma
sperimentata. Di più: in alcuni casi, questa mancanza di emotività
davanti al pericolo diventerà una costante nella vita. Dopo, questi
sopravvissuti ricordano l’episodio senza coinvolgimento.
Lo studio di G. Gallop Jr. sulle esperienze di quasi morte includeva
interviste con circa 1500 adulti (nota 6). In questa rassegna di persone
che avevano incontrato per davvero la morte, quante entrarono in
un’altra dimensione della consapevolezza? Solo una minoranza, circa il
35%. Inoltre, la maggior parte delle caratteristiche individuali di
ciascuna esperienza non era specifica. Ovvero: altri soggetti avevano
avuto reazioni simili in molte altre situazioni della vita. Anche la
maggior parte di queste circostanze ordinarie aveva messo a repentaglio
la vita di quei soggetti? No. Quindi, trovarsi davvero vicini
alla morte non è il fattore critico.
Ebbene, i ritiri di meditazione sono tra le molte altre situazioni
che provocano stati alterati di consapevolezza. Alcuni ritiri di
meditazione possono essere molto duri, ma non pongono alcuna minaccia reale
alla vita. D’altra parte, quando i meditatori raggiungono il loro
livello più profondo e fondamentale di calma e chiarezza mentale, eventi
relativamente nascosti (o più evidenti) possono rappresentare uno
stimolo momentaneo. Data questa introduzione, quale gruppo di
caratteristiche emerse dallo studio di Gallup?
1) La percezione di essere fuori dal corpo. Questa è la sensazione
che si ha quando la propria consapevolezza osservatrice è separata dal
corpo fisico. Il nove per cento degli adulti riferisce di aver
sperimentato questo stato durante la propria esperienza di quasi morte.
2) Un’acuta percezione visiva, sia dell’ambiente circostante che
degli eventi che vi avvenivano (8%).
3) Suoni provenienti da persone in carne e ossa nei dintorni, o da
un’altra fonte (6%).
4) Una pace straripante e la scomparsa del dolore (11%).
5) Una luce brillante e accecante (5%).
6) Una veloce rassegna o riesame della propria vita (11%).
7) La netta sensazione di trovarsi in un mondo completamente diverso
(11%).
8 ) La sensazione che sia presente una persona speciale (8%).
9) La percezione di una specie di tunnel (3%).
Consideriamo le prime due caratteristiche dell’elenco. Le esperienze
“fuori dal corpo” possono durare forse mezzo minuto (alcune sembrano
durare fino a mezz’ora). La maggior parte delle volte accadono in
momenti di coercizione emotiva e in circostanze altre da
un’esperienza di quasi morte( nota 7). Per esempio, alcune persone,
mentre meditano o dormono, hanno la sensazione che il centro della loro
consapevolezza si sia spostato, situandosi fuori dai confini del corpo
fisico (nota 8). In questi momenti, i soggetti hanno la sensazione di
stare fluttuando verso l’alto, in modo che, guardando verso il basso,
vedono il proprio corpo. L’esperienza sembra autentica, non un sogno
(nota 9).
La maggior parte degli individui che vive un’esperienza di quasi
morte ha ancora la sensazione di stare trattenendo almeno qualcosa del
proprio essenziale io personale (nota 10). Questo io personale è
di solito il principale osservatore esterno della scena. Esso osserva
“l’altro” io, quello fisico, che sembra staccato e lontano. Talvolta,
anche l’essenziale io personale viene proiettato sulla scena. In tal
caso, esso viene guardato da un altro, doppio io personale. Il fenomeno
per cui una persona vede se stessa (una sorta di diplopia mentale) viene
chiamato autoscopia. È degno di nota il fatto che l’autoscopia
può avere luogo anche in quei pazienti epilettici la cui crisi comincia
nel lobo temporale del cervello (nota 11).
Ma in alcuni soggetti la dissoluzione dell’identità personale si
spinge ancora più in là. E dopo di essa, accadono molti altri fenomeni
negli stadi successivi dell’esperienza di quasi morte. Per esempio,
nell’istante successivo si può avere una sensazione di espansione. In
tal modo, si verifica una fusione con qualcosa di paragonabile a una
“immanenza, senza tempo né spazio, dell’essere universale in un centro
particolare”. In alcuni soggetti, la sensazione di fusione con un essere
universale assume allora “una qualità e uno splendore” più elevati, per
quanto alcuni soggetti parlino di un fallimento nel raggiungere “tutta
la vastità e il potere di Dio” (note 12, 13).
È possibile trovare significati sia psicologici che fisici nella
vecchia frase “vedere la luce”. Secondo studi recenti, le persone che
riferiscono di aver visto una luce di brillantezza intensa sono anche
coloro che con più probabilità si sono avvicinate maggiormente alla
morte vera (nota 14). E la personalità di chi ha vissuto l’esperienza
della luce brillante tende successivamente a essere quella più
trasformata (nota 15).
Fortunatamente, Heim è sopravvissuto alla sua caduta alpina di 2000
metri, potendo così descriverci gli eventi accaduti durante essa. Ma
resta una perplessità. Molti sono sfiorati dalla morte, tuttavia pochi
sperimentano lo spettro completo delle principali
caratteristiche dell’esperienza. Di fatto, secondo le stime più recenti,
solo circa il 22% di coloro che hanno sperimentato l’ordalia di una
“chiamata molto vicina”, e non il 35%, vive l’esperienza di
quasi morte (nota 16). Perché così poche persone sperimentano uno stato
alterato? Una spiegazione plausibile è che eventi bruschi e
sconvolgenti, di qualsiasi tipo, provocano tali stati solo
se accadono in un momento particolare del ciclo biologico di una
certa persona, e in un determinato contesto (nota 4).
Trasformazioni successive
Un fatto importante è chiaro: alcune esperienze di quasi morte in
seguito trasformano la vita del sopravvissuto. Quest’ultimo può
letteralmente sentirsi “rinato”, e cominciare una genuina ricerca
spirituale (nota 17). Da questo punto di vista, l’ultima fase di
un’esperienza eccezionale diventa un risveglio profondo. È
un’illuminazione che può ricordare un’esperienza mistica altrimenti
convenzionale, ovvero senza il preludio di un chiaro pericolo (nota 10).
Circa il 64% di un gruppo di 215 soggetti vicini alla morte ha
completamente mutato atteggiamento sulla vita e la morte (nota 18). In
che modo? Beneficiando delle seguenti caratteristiche: 1) una ridotta
paura della morte; 2) una sensazione di relativa invulnerabilità; 3) la
sensazione di avere un’importanza o un destino speciali; 4) la
convinzione di essere stati prescelti dal fato o da Dio, e 5) una
maggiore fiducia nella propria esistenza.
Un contatto ravvicinato con la morte innalza la consapevolezza
generale. Da allora in poi, la persona tende a sviluppare molti
atteggiamenti supplementari. Essi includono: 1) la consapevolezza della
preziosità della vita; 2) una sensazione di urgenza e una nuova scala
delle priorità; 3) una maggiore consapevolezza del momento presente; 4)
una maggiore accettazione degli eventi naturali a vasta scala sui quali,
in realtà, non si ha alcun potere.
Esperienze del letto di morte
Oggigiorno, il pubblico conosce molto bene le esperienze di quasi
morte (“NDE”, in inglese). Data la grande pubblicità, bisogna osservare
un fatto. Molte persone non sono mai state vicine alla morte “vera” come
forse una volta sono state portate a credere (nota 14).
Ma ora conosciamo un immutabile insieme di circostanze sulla fine
autentica del ciclo della vita. Gli eventi culminano nell’esperienza
del letto di morte. La maggior parte di questi pazienti terminali –
i malati di cancro, per esempio – hanno a disposizione ore, se non
mesi, per riflettere sull’irrimediabilità della propria condizione.
Ancora una volta, un primo risultato è un innalzamento prolungato della
consapevolezza e delle altre funzioni mentali. Questo è stato ben
descritto da Samuel Johnson, secondo il quale, quando mancano una
quindicina di giorni all’impiccagione, la mente diventa
meravigliosamente concentrata. Nella nostra epoca, Levine osserva come
“molte persone affermano di non essere mai state tanto vive come quando
stanno morendo”(nota 19).
Il paziente quasi terminale la cui consapevolezza sia più vivida può
sviluppare molti fenomeni psichici. Almeno alcuni di essi si rivelano
quando lo stato mentale del paziente è per il resto normale, e quando
gli effetti di droghe, di una scarsa pressione sanguigna, di squilibri
dei fluidi e dell’elettrolito possono essere esclusi. A ogni modo,
l’insonnia dovuta alla preoccupazione può ovviamente essere una causa
concomitante. Alcune di queste superficiali “accelerazioni” non sono
compresse in pochi secondi, come accade nel tumulto della breve
esperienza di quasi morte.
Piuttosto, accadono in forma più subacuta. E ora, in momenti di
grande intensità, il complesso delle funzioni sensoriali di un individuo
diventa ricettacolo di apparizioni o visioni di stati paradisiaci.
Inoltre, anche durante il sonno, i sogni del paziente diventano ricchi
di simbolismi. Un esempio è dato dalla descrizione di Carl Jung dei
sogni e allucinazioni che ebbe in ospedale, dopo il suo attacco di cuore
(nota 20).
Molti sopravvissuti alla breve e acuta esperienza di quasi morte sono
stati profondamente influenzati dal dramma attraversato. Allo stesso
modo, sono rimasti impressionati i testimoni rimasti a vegliare accanto
al letto di morte dell’amico o del parente. È comprensibile il fatto che
questi due tipi di esperienze intime – quelle di prima mano e quelle di
seconda mano – hanno suscitato tante interpretazioni esagerate da parte
di un pubblico impressionabile, nei secoli passati. Oggi – per quello
che vale – sono relativamente pochi gli scienziati che accettano che la
vita continui “in un altro mondo oltre la tomba”. Ancora meno sono
quelli secondo cui le esperienze di quasi morte costituiscono “un
bagliore veritiero del futuro”. Ma gli scienziati sono scettici per
natura: appena il 16% crede in qualche tipo di vita dopo la morte, in
contrasto al 67% del resto della popolazione (nota 16).
Tuttavia, se si trovano di fronte a quella che sembra la morte vera,
anche i neuroscienziati osservano che il loro atteggiamento può mutare.
Quando il neurologo Ernst Rodin venne anestetizzato, sperimentò non
soltanto la sensazione, ma la vera e propria certezza assoluta
della propria morte. Solo in seguito, quando uscì dall’anestesia, fu in
grado di riconoscere che tale certezza era un’illusione21. È possibile
che alcune nostre certezze siano radicate nell’illusione? Questa è una
lezione impressionante per tutti. E nessuna esperienza personale è in
grado di distruggere lo specchio delle nostre illusioni tanto quanto la
morte di tutti i vecchi costrutti dell’io.
“Atteggiamenti di morte lontana” e loro paralleli
La realtà è che quando tutte le vecchie finzioni dell’io si
dissolvono, la morte perde il suo mordente terrificante. Alcune persone
cominciano precocemente questo processo educativo; altre lo rinviano
alla fine della vita. Questo secolo ha visto molte persone sane e
normali – sia giovani che anziane – intraprendere il lungo cammino della
meditazione. Col tempo, una serie di episodi comincia a diminuire la
loro precedente paura della morte. Queste persone cominciano a
comprendere di essere impermanenti e transitorie come le foglie di un
albero.
Invecchiando, e forse diventando più sagge, acquisiscono un’altra
prospettiva. In un certo senso, quest’ultima potrebbe essere definita un
“atteggiamento di morte lontana”. Questo vuol dire che i meditatori più
esperti stanno cercando di negare la morte? O che stanno semplicemente
spingendo ancora più in là i loro vecchi concetti sulla morte? No. Come
Hammarskjold, la stanno affrontando, accettando la sua ineluttabilità e
interiorizzando la sua realtà con più calma.
I test di laboratorio confermano questo cambiamento di mentalità.
L’idea della morte è molto meno disturbante per quei giovani che hanno
già imparato ad aprirsi a stati alterati di consapevolezza. Difatti,
parole attinenti alla morte provocavano solo una leggera reazione
fisiologica (nel battito cardiaco e nella conduttanza delle pelle) nei
meditatori buddisti seguaci delle tradizioni zen o tibetane. I
meditatori avevano bassi punteggi anche sulla scala dell’ansia della
morte8. Intervistati su quest’ultima, le loro risposte suggerivano che
avevano già fatto a meno della nozione di un io personale. A quel punto,
la morte non era più né un’ansia attuale né qualcosa di cui bisognava
preoccuparsi nel lontano futuro.
In che modo queste persone avevano sviluppato un atteggiamento così
coraggioso, “di morte lontana”? Esso rifletteva sia la loro educazione
precedente finalizzata alla “morte dell’ego”, sia la concreta esperienza
del fatto che l’io egocentrico era solo un’illusione. In più, avendo
imparato a focalizzarsi sul momento presente, questi praticanti erano in
grado di cominciare a interiorizzare e accettare tutto ciò che poteva
avvenire in questo momento, affrontandolo e passando
all’istante successivo. E poi, a quello dopo ancora…
Verso una morte migliore?
I soggetti che seguono pratiche meditative lentamente imparano a
vivere giorno dopo giorno a livelli più essenziali di
consapevolezza. Ma supponiamo di essere arrivati all’ultimo atto della
nostra vita: ora, alla fine della vita biologica, può essere ancora
utile lo stesso atteggiamento basilare di attenta introspezione? Una
persona può imparare a morire in modo migliore? E se sì, in che
modo?
A questo proposito, alcuni pazienti ci raccontano che la malattia
terminale è la loro ultima, grande maestra. Adesso devono superare il
corso finale, richiesto a tutti. Per alcuni, esso diventa una sorta di
“corso accelerato” all’ultimo minuto, il più rigoroso di tutti i ritiri
religiosi. Uno slancio naturale distrugge tutte le finzioni, riducendo
la vita ai suoi componenti essenziali. Per questi pazienti, la morte
diventa l’ultima opportunità per lasciare cadere le vecchie convinzioni
profonde e artificiali. Alla fine, possono accettare tutto ciò che
arriva, vivendo intensamente ogni istante.
Grazie alla chiarezza derivante da questa nuova profondità, molti
pazienti alla fine cominciano a capire la vita. Alcuni scoprono
che la sofferenza passata e il disagio attuale hanno radici nelle
terrificanti invenzioni dei loro vecchi costrutti egoici. Per certe
persone, la possibilità di usufruire di queste nuove, profonde
intuizioni, sembra facilitare gli ultimi istanti, aiutandole a morire
“di morte migliore”. Inoltre, le intuizioni più profonde possono portare
alcuni pazienti così avanti sul cammino spirituale da far loro
sperimentare lo stato di apertura totale dell’Essere Assoluto che sembra
risiedere al di là (nota 4).
Il racconto della morte di Yaeko Iwasaki, vero e commovente, è un
raro esempio di questa evoluzione. Questa seguace del buddismo zen,
all’età di venticinque anni, seppe di avere solo cinque giorni prima di
soccombere alle complicazioni di una malattia alle valvole del cuore. Ma
la sua totale concentrazione durante questi ultimi giorni in cui fu
costretta a letto le permise di accedere a una serie di stati sempre più
profondi, fino a raggiungere l’illuminazione autentica (nota 22).
Ogni giorno, ad altri capezzali – nelle case, gli ospizi e gli
ospedali – un numero crescente di professionisti della salute assiste da
vicino i pazienti morenti. Questi preparati direttori spirituali
guidano i malati terminali, preparandoli non solo alle difficoltà, ma
anche alle scoperte che potrebbero fare nella loro ultima esperienza di
apprendimento. Per questi insegnanti, esiste un ovvio parallelo con i
profondi cambiamenti che vedono accadere nei loro malati terminali. Cosa
vedono? I pazienti lasciano cadere la paura della morte, dissolvendo
una finzione dietro l’altra, affrontando la realtà a testa alta e
accettando tutto ciò che viene. Molti di questi assistenti sono in grado
di riconoscere questo processo. Lo hanno osservato dentro di sé,
durante la loro lunga ricerca meditativa.
Quindi, in senso generale, le esperienze di apprendimento “a esordio
tardivo” degli ultimi istanti di vita di una persona potrebbero
cominciare ad assomigliare a eventi possibili anche molto prima, con
altri mezzi. In realtà, come conclude Levine, “Gli stadi di smarrimento e
morte sono chiaramente paralleli agli stadi di sviluppo spirituale”
(nota 23).
Una prospettiva neurologica
Non so cosa intendi quando parli di Grande Mente e
Piccola Mente. Prima di tutto, c’è il cervello. Jiddu Krishnamurti
Abbiamo considerato uno spettro di fenomeni. Esso va dalle esperienze
di quasi-vita a quelle sul letto di morte. Le mitologie restano di
conforto, ma molti lettori potrebbero essere curiosi di conoscere le
spiegazioni biologiche di tali esperienze. È importante sapere cosa
accade nel cervello durante questi episodi che mettono a
rischio la vita? Sì. Ha importanza, perché le nostre ipotesi avranno
conseguenze che potranno aiutarci a spiegare perché simili eventi
accadono anche nel cammino spirituale.
Gli stati tendono a manifestarsi in sequenze. E le loro
psicofisiologie si evolvono con il tempo. Quindi, innanzitutto, per
affrontare i meccanismi base dell’attuale gamma di esperienze attinenti
alla morte, dobbiamo disporre i loro insiemi di fenomeni in sequenza.
Iniziamo dalla caduta del giovane Darwin. Nel suo caso, si trattò di
un’improvvisa caduta di appena due metri e mezzo. Tuttavia, l’immediato
risultato fu una vivace cascata di eventi fisiologici. Il primo di
questi rifletteva una rapida neurotrasmissione. Questa fase implica un
impulso attraverso almeno due dei sistemi ascendenti di comunicazione
nel cervello. Uno rilascia acetilcolina; l’altro aminoacidi eccitatori,
come il glutammato. Scatta un processo parallelo. Dalla sua matrice
sorge l’idea – non del tutto sbagliata – che il tempo “interiore” del
cervello sia molto più veloce.
Questo crea la sensazione che gli eventi esterni si svolgono
al rallentatore e con grande chiarezza. Si può anche pensare che nuovi
impulsi possano entrare dal mondo esterno, e velocemente raggiungere la
formazione ippocampale. Là, molto addentro nel lobo temporale, essi
possono trovare le capacità dei circuiti ippocampali già stimolate da un
processo ad alta velocità, che libera spezzoni casuali di vecchi
ricordi in porzioni di tempo (nota 4).
Questo cervello è stato sconvolto. Circostanze avverse improvvise e
pericolose stimolano eccessivamente molte sue cellule nervose. Il
cervello in allerta passa da una velocità di elaborazione più lenta
all’attuale superveloce. Nel fare questo, alcune delle sue più profonde
reti di funzionamento possono essere spinte temporaneamente fuori fase. E
tali sistemi dissociati – scissi durante improvvise transizioni
dinamiche – diventano liberi di unirsi, brevemente, in nuove
configurazioni fisiologiche. Le connessioni da e per l’ipotalamo sono
importanti fonti di tali trasformazioni. Altrettanto può dirsi di molti
gruppi di cellule nervose più grandi disposti in basso, nel tronco
cerebrale, e delle loro estensioni superiori (nota 4).
Durante i primi istanti di un’esperienza di quasi morte, in un vasto
numero di sinapsi nervose si verifica un tumulto. Esso libererà
rapidamente, nel cervello, ondate dei potenti trasmettitori chimici del cervello.
Tra essi, le sue ammine biogene (norepinefrina, dopamina, serotonina
ecc.) e diversi peptidi (gli oppioidi endogeni, simili alla morfina:
CRF, ACTH ecc.) (nota 14).
Gli impulsi che corrono lungo le più profonde vie nervose della vista
possono dare la sensazione di un’avvolgente luce brillante. La
neuroscienza non ha bisogno di chiamare in causa, come agenti produttori
dell’«amorevole luce bianca», speciali forze elettromagnetiche
provenienti da una fonte non specificata fuori dal corpo (nota
15). Accadranno poi altri eventi, i quali estenderanno la loro influenza
fino al midollo. Qui, per esempio, vi sono le grandi cellule nervose
del nucleo paragigantocellulare, sollecitate da una vasta gamma di
stimoli pericolosi (nota 4).
Adesso diventa possibile immaginare in che modo un improvviso calo
della pressione sanguigna – uno shock – può provocare, come effetto
secondario, ulteriori risposte allo stress dentro il cervello. Infatti,
se la pressione sanguigna della persona ferita dovesse calare,
verrebbero stimolate anche alcune grandi cellule nervose di questo
nucleo, come parte della reazione automatica del cervello per riportare
il livello della pressione su valori normali. In pochi millisecondi, gli
impulsi di questo nucleo paragigantocellulare spingeranno le cellule
nervose del locus coeruleus a liberare la loro norepinefrina in tutto il
sistema nervoso centrale.
Questa norepinefrina contribuirà a dare il via a un’altra serie di
risposte allo stress da parte del cervello (nota 4). Tali intrinseche
risposte allo stress influenzano le funzioni di vari livelli, tra cui
molte che si attivano attraverso la parte ipotalamica del sistema
limbico. È notevole, comunque, che la paura abbandona la consapevolezza
durante le ultime fasi della tipica esperienza di quasi morte. Questo
vuol dire che alcune fonti tradizionali della paura primaria, come
quelle vicino all’amigdala, sono state direttamente inibite o non hanno
più accesso alla consapevolezza.
I nostri antenati erano dei sopravvissuti. La sopravvivenza dipendeva
dalla misura in cui riuscivano ad azionare processi ad alta velocità,
evolvendosi in quell’esplosione di azioni supplementari in grado di
eludere circostanze avverse. Questi antichi sistemi fisiologici restano i
nostri alleati. Unendo le forze con altri livelli, aggiunti in seguito,
le loro reti sono ancora capaci di creare nei cervelli moderni
l’impressione che il tempo si espanda, così come lo spazio, nella
chiarezza di un presente senza paura. La persona in pericolo percepisce
“più” secondi, più tempo per compiere quei disperati, difficili sforzi
per scappare.
In seguito, quando ogni ciclo biologico della vita si avvia alla sua
inevitabile conclusione, accadrà un turbine di reazioni fisiologiche
terminali. Da dove vengono i risultanti scenari psichici? Essi possono
attingere alle grandi capacità immaginative poste al centro della psiche
umana fondamentale. Qui, tutte le persone sono commediografi,
romanzieri e sognatori “ad libitum”. Dobbiamo inventare qualcosa che
abbia uno scopo, dal punto di vista umano, per ogni evento naturale
sulla soglia finale della morte? Le nostre interpretazioni devono
consistere in simboli e idee tratte dalle religioni istituzionali, dalla
filosofia, la metafisica o i mondi dello spirito soprannaturale?
È tempo di tornare a una visione più semplice dei fenomeni mistici,
specialmente di quelli che rientrano nelle ultime sequenze delle
esperienze di quasi morte. Abbiamo ragione di credere che la maggior
parte delle forme e contenuti di queste ultime saranno colorati dalla
storia personale e dai sistemi culturali di ciascun soggetto (nota 16).
Oggi, tra i giovani e gli anziani che percorrono il cammino
spirituale, molti praticano vari tipi di meditazione, formali e
informali. Queste persone proveranno inevitabilmente interesse alle
scoperte sui molti stati alterati qui descritti. Questo tipo di
esperienze accade velocemente, durante circostanze non-meditative
(ma in risposta a situazioni di pericolo) in soggetti che per la
maggior parte non hanno mai meditato né assunto droghe psichedeliche. E
chi percorre il cammino spirituale sarà curioso di sapere, inoltre, che
anche tali esperienze “mistiche” a rischio, quando arrivano, possono
all’inizio generare chiarezza, rinforzare i processi e dissolvere la
paura, e in seguito produrre mutamenti durevoli e salutari nella
personalità umana.
Un praticante buddista ha dei motivi in più per interessarsi al
significato religioso o psicodinamico delle esperienze di quasi morte
(note 24, 25)? Almeno dal punto di vista pragmatico della scuola zen, la
domanda chiave non è: c’è vita dopo la morte? O: esiste la
vita in qualche “oltre-vita”? L’accento, invece, è: come
dobbiamo vivere questa vita, dopo la nascita, in questo
istante, al massimo delle sue potenzialità? Non vivere in qualche
sogno a occhi aperti; non cercare qualche illusoria “realtà virtuale”:
ma vivere pienamente questa vita, “on line”, fino ai suoi
momenti finali.
Note e riferimenti bibliografici.
1. R. Noyes (1972): The experience of Dying. “Psychiatry” 35:174-84.
2. R. Noyes. R. Kletti (1976): Depersonalization in the Face of
Life-threatening Danger: A description. “Psychiatry” 39:19-27.
3. R. Noyes, R. Kletti (1977): Panoramic Memory: A response to the
therat of death. “Omega” 8:181-94.
4. Questo argomento è sviluppato in J. Austin (1998): Zen and the
Brain. Toward an Understanding of Meditation and Consciousness.
Cambridge, Mass., MIT Press.
5. S. Grof, J. Halifax (1978): The Human Encounter with Death.
New York, Dutton, 133-134.
6. G. Gallup Jr. (1982): Adventures in Immortality. New
York, McGraw-Hill.
7. G. Gabbard, S. Twemlow, F. Jones (1981): Do “Near-death
Experiences” occur only near Death. “J. Nervous & Mental Disease”
169:374-7.
8. C. Garfield (1975): Consciousness Alteration and Fear of Death.
“J. Transpers. Psychol.” 7:147-75.
9. C. Tart (1976): Out-of-the-Body Experiences. In: Mitchell, E.
(Ed.) Psychic Exploration. A Challenge for Science (Ed., White,
J.). New York, Capricorn-Putnam’s Sons. 349-73.
10. K. Ring (1984): Heading Toward Omega. New York, Morrow.
11. O. Devinsky, E. Feldman, K. Burrowes, E. Bromfield (1989):
Autoscopic Phenomena with Seizures. “Arch. Neurol.” 46:1080-8.
12. K. Ring (1984): The Nature of Personal Identity in the Near-death
Experience: Paul Brunton and the ancient tradition. “Anabiosis”
4:1;3-20.
13. La parola “essere” va sempre valutata con cura. Uno stato di
“essere assoluto” può anche riferirsi a uno speciale, avanzato stato
alterato di consapevolezza.
14. J. Owens, E. Cook, I. Stevenson (1990): Features of “Near-death
Experience” in Relation to Whether or Not Patients were Near Death.
“Lancet” 336:1175-7 (La maggior parte dei pazienti in questo gruppo ha
sperimentato funzioni cognitive superveloci”).
15. Nella nota 4 del capitolo 86 viene ipotizzata una spiegazione
alternativa per l’«amorevole luce bianca». M. Morse, P. Perry (1992): Transformed
by Light, New York, Villiard.
16. G. Roberts, G. Owen (1998): The Near-death Experience, “Brit. J.
Psychiat.” 153:607-17.
17. B. Greyson (1983): Near-death Experiences and Personal Values.
“Am. J. Psychiat.” 140:618-20.
18. R. Noyes (1980): Attitude Changes following Near-death
Exdperiences. “Psychiatry” 43:234-41.
19. S. Levine (1982): Who Dies? An Investigation of Conscious
Living and Conscious Dying. New York, Doubleday, 59.
20. C. Jung (1962): Memories, Dreams, Reflections (Ed.,
Jaffe, A.). New York, Pantheon, 196-7. In genere, Jung non considerava
sogni le sue visioni.
21. E. Rodin (1980): The Reality od Death Experiences. A
Personale Perspective. “J. Nervous & Mental Disease” 168:259-63.
22. P. Kapleau (1967): The Three Pillars of Zen. Boston, Beacon
Press. 269-91.
23. S. Levine (1982): ibid. 234.
24. B. Greyson (1983): The Psycodinamics of Near-death Experiences.
“J. Nervous & Mental Disease” 171:376-81.
25. Il lettore interessato troverà una recente discussione
sull’esperienza di quasi morte in “The Journal of Near-death Studies” 16
(Fall, 1997): 3-95, interamente dedicato alle origini biochimiche e
alla fenomenologia di questi eventi.
Spaventata? Di chi dovrei essere spaventata?
Non della Morte, perché chi è la Morte?
Il facchino della casetta di mio padre
Lo ignora quanto me.
Emily Dickinson. Time and Eternity.
James H. Austin è Professore Emerito di Neurologia nella Facoltà di
Medicina dell’Università del Colorado, a Denver.
Acquista i libri con Internetbookshop
Stephen Levine. Chi muore?
Quando si muore. Una ricerca sul vivere e sul morire consapevoli.
Sensibili alle Foglie. 2002. ISBN: 888632376X
Carl Gustav Jung. Ricordi,
sogni, riflessioni. Rizzoli. 1998. ISBN: 8817112798
Philip Kapleau. I tre pilastri
dello zen. Insegnamento, pratica e illuminazione. Astrolabio. 1981.
ISBN: 8834007050
Acquista i libri con Amazon
Stanislav Grof. The Human Encounter With
Death. Bookthrift. 1977. ASIN: 0525129758
James H. Austin. Zen and the Brain:
Toward an Understanding of Meditation and Consciousness. MIT Press.
1999. ISBN: 0262511096
James H. Austin. Chase, Chance, and
Creativity : The Lucky Art of Novelty. MIT Press. 2003. ISBN: 0262511355
George Gallup. Adventures in Immortality.
McGraw-Hill. 1982. ASIN: 0070227543
Edgar D. Mitchell. Psychic Exploration : A
Challenge for Science. Perigee. 1976. ASIN: 0399113428
Kenneth Ring. Heading Toward Omega: In
Search of the Meaning of the Near-Death Experience. William Morrow.1984.
ASIN: 0688039103
Melvin Morse, Paul Perry. Transformed by
the Light: The Powerful Effect of Near-Death Experiences on People’s
Lives. Villard. 1992. ASIN: 0679404430
Copyright originale James H. Austin, per gentile concessione
dell’autore. Tratto da Zen and the Brain, pubblicato da MIT Press, http://mitpress.mit.edu/0262511096
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini
Copyright per l’edizione Italiana: Innernet.
Tratto da www.innernet.it
|