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Negli ultimi quaranta anni, l’occidente è stato travolto da un’ondata
di informazioni spirituali che ha inondato i quotidiani, la televisione
e i periodici a maggiore tiratura. Classi di meditazioni sono offerte
alle Nazioni Unite, Hillary Clinton usa tecniche di visualizzazione e
rilassamento, lo yoga viene insegnato in molte delle più grandi aziende
mondiali e la vita spirituale di celebrità come Richard Gere, John
Travolta e Tom Cruise è data in pasto a un pubblico di fan
spiritualmente affamati o di voraci cercatori di pettegolezzi.
La spiritualità non solo ha acquistato molta popolarità, ma è
diventata un grande affare. La New Age è un’industria multimiliardaria, e
alcuni degli insegnanti spirituali e dei guru più famosi si sono
arricchiti considerevolmente grazie al commercio della Verità. Tuttavia,
restano le domande essenziali: che cos’è la spiritualità? Lo spirito
umano si sta davvero evolvendo?
Nella cultura spirituale dell’occidente sta succedendo qualcosa di
realmente nuovo o la nostra attrazione per i seminari New Age, lo yoga e
la meditazione non sono altro che masturbazioni spirituali? Come
possiamo utilizzare il caos e le opportunità che abbiamo di fronte per
dare un aiuto significativo all’umanità?
Stando ai media, la spiritualità può essere di tutto: una lezione di
yoga in palestra, una lettura astrologica improvvisata o la camminata
sul fuoco durante un seminario di fine settimana. I seguaci della New
Age ci sollecitano ad accettare tranquillamente un cammino personale e
su misura verso il benessere, chiamandolo “verità” e incoronando come
“spirituale” tutto ciò che contiene il colore viola, include la parola
“meditazione” o ha il ginseng nell’elenco degli ingredienti.
Giardini di pietra Zen sono in vendita negli aeroporti o a Discovery
Channel, mentre è possibile comprare per un quarto di dollaro i mala,
le collane della preghiera un tempo considerate sacre, nei grandi
magazzini. Se non fossero pieni di vuoto, gli antichi Maestri Zen si
starebbero certamente rivoltando dentro le loro urne cinerarie! La
realtà è che, in aggiunta a tutto ciò che essa già rappresenta, la
spiritualità è diventata un capriccio. È un vocabolo familiare, un bene
comprato e venduto a caro prezzo, un’identità,
un club cui appartenere, una fuga immaginaria. Le autorità spirituali
fungono da mamma e papà, sono delle icone, dei saggi favolosi, degli
amanti proiettati, dei confessori e delle guide che renderanno la nostra
vita migliore e più piacevole. Il Dalai Lama viene definito “carino” e
“pacifico” –come fosse una stella del cinema – mentre attori come
Richard Gere e Steven Segal sono talvolta riveriti come dei modelli
esemplari di figure spirituali o addirittura dei tulku.
Mettere
l’etichetta di “spirituale” a ogni fenomeno o individuo che sia anche
solo leggermente straordinario migliora le entrate e aumenta
l’autostima, il potere e lo status di persona legata al guru più alla
moda o alla tecnica più seguita. Ma ciò crea confusione inutile al
ricercatore neofita e sincero, che spesso all’inizio non riesce a
distinguere tra un autentico tulku tibetano o un cristalloterapeuta.
Inoltre, buffonate del genere spesso allontanano i profani già
scettici e critici, che vedono uomini e donne intelligenti (oltre che
dotati di grandi ego) arricchirsi cooptando fantasie di salvezza
ultraterrena da parte di individui più deboli; in tal modo, concludono
che tutto il mondo della spiritualità manca di intelligenza e spirito
critico. Laddove la spiritualità autentica trascende di gran lunga
categorie così superficiali, in una cultura moderna priva delle basi per
distinguere le sottili differenze tra le varie esperienze e guide
spirituali, è spesso difficile comprendere il valore effettivo della
“merce” spirituale in vendita.
Svalutare il linguaggio della spiritualità
Non è necessario essere un linguista per rendersi conto di quanto il
vocabolario delle tradizioni sacre sia stato screditato. Una volta che
termini come “illuminazione” o “risveglio” sono entrati a far parte del
linguaggio comune occidentale, hanno perso inevitabilmente la sacralità
del loro significato essenziale. La cultura spirituale popolare non solo
finge di comprendere il linguaggio dell’“illuminazione”, della
“liberazione” o del “risveglio”, ma presume che i suoi membri concordino
sul significato di parole un tempo riservate alle più preziose e
sottili realizzazioni del genere umano. Sono parole che i praticanti
delle principali tradizioni non osavano sussurrare (e tanto meno
presumevano di capire) senza decenni di pratica e studio intensi.
In una cultura in cui la parola “illuminazione” esce dalle nostre
labbra tanto facilmente quanto “caffelatte”, è ovvio che il termine
abbia perso significato. Alla fine, ciò che la parola “illuminazione”
indica non perde né acquista valore; quello che va perduto è il senso di
preziosità e fragilità connesse a quelle che restano le possibilità più
sacre della coscienza umana.
Se solo potessimo dire, onestamente e senza vergogna: “Pratico la
spiritualità come un hobby” o “Desidero una pratica spirituale che mi
doni una certa pace mentale, ma senza discipline né impegni” o “Vorrei
che la spiritualità sia la mia amante, ma che il comfort e la sicurezza
siano mia moglie” o “Voglio essere considerato un uomo o una donna
spirituale, perché ciò mi renderà più attraente”; se potessimo
semplicemente ammettere: “Sono un seguace della New Age”, “Sono un
buddista alla moda”, “Sono un finto hindu”, “Sono un aspirante guru” o
“Sono un mistico in erba”; se usassimo definizioni più semplici e
dirette, come: “Sono un serio aspirante spirituale”, “Sono un
ricercatore dall’interesse moderato” o “Sono un turista spirituale
part-time, casuale”…
Ma la nostra tendenza egoica, inconscia e automatica, è elevare le
nostre attività ordinarie a qualcosa di spiritualmente significativo.
Tuttavia, se ci accontentiamo di falsi, contribuiamo a svalutare il
prezzo dei diamanti spirituali; ci basta fare sfoggio di gioielli da
bigiotteria. Non è che desideriamo consciamente investire in un bene
fraudolento; piuttosto, questa identificazione egoica è quello che si
ottiene quando si cerca di vivere una vita spiritualmente significativa
all’interno di una cultura occidentale capitalista e psicologicamente
ferita.
Se non riusciamo a distinguere chiaramente ciò che vogliamo e per cui
siamo disposti a pagare – cosa nella quale la cultura spirituale
occidentale nel suo insieme finora ha decisamente fallito –, il
risultato è un mix confuso di termini antichi e ruoli contemporanei, la
svalutazione della funzione del maestro (o del guru) spirituale
autentico e il discredito generale della spiritualità contemporanea.
Fare queste nette distinzioni, anche se poco lusinghiere per l’ego, ci
permette di riconoscere senza vergogna dove siamo in questo
momento. E non c’è bisogno di ricordare come, secondo Ram
Dass, “l’essere qui e ora” sia l’unica possibilità per una
trasformazione autentica.
La ricerca di esperienze mistiche
Anche di fronte al fatto, evidente e incontrovertibile, che per la
grande maggioranza delle persone la psichedelia e i seminari di un
week-end operano ben poche trasformazioni durature (se mai ne operano
qualcuna), tutti noi desideriamo ancora qualcosa di forte. Vogliamo
l’esperienza, e crediamo ancora che essa voglia dire qualcosa. Forse ora
cerchiamo l’Ayahuasca invece dell’LSD, lo pseudo-tantra invece
dell’amore libero, le erbe cinesi invece del valium, ma nell’insieme
pensiamo ancora che se riusciamo a raggiungere il giusto stato di
alterazione, in qualche modo riusciremo a conservarlo, oppure ad avere
quella rivelazione finale che ci permetterà di trasformare
permanentemente tutte le nostre abitudini negative in quelle di un
bodhisattva.
Tuttavia, anche se critico la ricerca di forti esperienze spirituali,
riconosco che esistono molte persone che traggono enorme beneficio da
esperienze mistiche, che queste ultime provengano dal sesso, dalla
droga, dalla meditazione, dallo yoga o dalla musica.
Le esperienze mistiche hanno il loro posto nello sviluppo spirituale,
soprattutto in una cultura scettica di tutto ciò che si trova al di
fuori del nostro condizionamento cognitivo. Ma, nella maggior parte dei
casi, i nostri trionfi spirituali ricadono nella categoria: “Una volta
ho avuto un’esperienza”.
Quando le esperienze mistiche diventano la nostra ossessione e
cambiamo seminari, insegnanti e tradizioni spirituali alla ricerca della
prossima esperienza forte, abbiamo compiuto una lunga deviazione dai
bisogni della nostra cultura. Viviamo in una cultura ossessionata dalla
chiarezza, ma che svaluta le sottigliezze; infatuata dell’eccesso, ma
che disprezza la semplicità; che onora l’egoismo e non apprezza
l’altruismo.
La nostra cultura ha un grande bisogno di individui che,
contrariamente a ogni aspettativa, vogliano ardentemente rianimare il
suolo dell’occidente con l’energia della Verità; individui che
desiderino vivere semplicemente, facendo i necessari sacrifici e andando
contro la tendenza comune del materialismo spirituale.
È mia convinzione (o un mio desiderio) che stiamo lentamente
arrivando alla comprensione del fatto che non esistono scorciatoie alla
maturità spirituale. Lo sviluppo spirituale autentico accade dopo anni
di disciplina esteriore e interiore, di implacabile onestà con se stessi
e di auto-osservazione. Accade permettendosi di sperimentare le gioie e
i dolori della vita, in modo tale che alla fine comincerà a emergere
una compassione genuina verso gli altri.
Il mito della New Age
Grazie a Dio – o alla Dea, o a Gaia, o al nome più politicamente
corretto utilizzato oggi – stiamo mettendo da parte il mito della New
Age, secondo cui siamo una esclusiva progenie di esseri umani
selezionati per vivere in questa epoca unica, ricevendo attenzioni e
benedizioni speciali. È tempo di superare il narcisismo occidentale
secondo cui siamo in qualche modo più speciali di tutti gli altri esseri
umani esistiti sul pianeta negli ultimi sei miliardi di anni. Quando a
un seminario sento per l’ennesima volta un gruppo proclamare con
innocente meraviglia che ci troviamo in una configurazione “unica e
speciale”, devo soffocare l’istinto di vomitare.
Sono sempre esistiti profeti e profezie, e chiunque abbia sofferto in
questa vita (o in un’altra) desidera fortemente sentirsi speciale e
quindi specialmente amato. Postulato numero uno di Psicologia Sociale:
si prenda un insieme di esseri umani maltrattati dalle famiglie, dai
governi e dalle scuole, troppo distaccati dal corpo e dal cuore per
poter donare loro amore autentico, e il risultato sarà un gruppo di
uomini che proclamerà di essere speciale, eccezionale ed eterno. Ecco
l’Età dell’Acquario.
Se proprio dovessimo distinguere il nostro tempo dalle epoche
precedenti, forse faremmo meglio sottolineare il fatto che non siamo mai
stati così vicini all’auto-distruzione. Ironicamente, è proprio perché
le cose sono messe tanto male che è possibile l’affiorare di un bisogno
collettivo di auto-coscienza.
Molti di noi si sono resi conto che siamo motivati più
dall’auto-conservazione che dall’altruismo, più dalla paura che
dall’amore. Man mano che la minaccia dell’estinzione umana si fa più
consistente e le forze dell’avidità, dell’egoismo e dell’ambizione sono
più diffuse, emerge un desiderio collettivo di comprendere la follia
della situazione presente. Nel contesto della spiritualità occidentale,
la spinta complessiva verso la trasformazione appare comprensibilmente
più potente nei paesi dove la sofferenza è maggiore. Anche se il
desiderio di liberazione nasce dalla volontà di superare il dolore,
un’autentica pratica spirituale può trasformare e includere anche delle
motivazioni nevrotiche. Se c’è qualcosa di vero nella New Age, penso che
abbia a che fare con il bisogno (sempre più pressante) di una soluzione
al nostro dolore che sia migliore di una relazione virtuale o delle
diete dimagranti; inoltre, godiamo (almeno in alcune occasioni) di un
certo margine di libertà, per cui possiamo praticare la nostra ricerca
senza venire etichettati come perfide streghe o hippy idealisti.
La sindrome del “tagliare la legna, portare l’acqua dal
pozzo”
Sempre più persone, nel mondo occidentale, ritengono che la vita
spirituale debba consistere di cose ordinarie. Vivere in una caverna,
per un occidentale, è poco pratico; né possiamo risolvere i problemi
dell’infanzia o i disturbi sessuali seduti in una grotta nell’emisfero
orientale, cercando di trascendere la vita. Come hanno suggerito Jack
Kornfeld e altre guide spirituali del nostro tempo, è inutile essere
rapiti dall’estasi se non siamo capaci di lavare decentemente il bucato.
Ma, per molti di noi, quest’ultimo è il compito più difficile.
Comunque, conformemente alla tendenza della psicologia occidentale
verso una mentalità da fast food, abbiamo cominciato a utilizzare
adattamenti moderni di insegnamenti antichi, come “tagliare la legna,
portare l’acqua dal pozzo” (un insegnamento che ci spinge a scoprire la
pratica spirituale nella vita di ogni giorno) come alibi per indulgere
negli eccessi che preferiamo, senza impegnarci in una vita di seria
disciplina spirituale. Pertanto, ogni volta che facciamo il bucato ci
convinciamo che stiamo “praticando”; ogni volta che facciamo l’amore che
stiamo facendo del tantra; ogni volta che portiamo il bambino a scuola o
alla lezione di yoga, che siamo dei genitori consapevoli.
Anche se i maggiori insegnanti del nostro tempo incoraggiano i loro
studenti a esercitare la pratica spirituale nel contesto della vita
quotidiana – come in effetti dovrebbe essere – questo non vuol dire che
ogni cosa, in quest’ultima, sia particolarmente spirituale. Leggere
qualcosa sulla consapevolezza, in ufficio, non ci assicura un buon karma
solo perché ci siamo fatti vivi al posto di lavoro. La disciplina
spirituale riguarda lo stato d’animo, l’attenzione e la presenza che
portiamo in ogni attività, ma spesso siamo capaci di mantenere questa
concentrazione solo grazie a una disciplina interiore di molti anni.
Quando insistiamo a definire tutto ciò che facciamo come “spirituale”,
solo perché un insegnante famoso ci ha detto che Dio è nelle piccole
cose, siamo ricaduti nella trappola familiare dell’auto-inganno e della
letargia spirituale.
Percorrere la via di mezzo vuol dire prendere la nostra vita per
quello che è e considerare i suoi eventi come le circostanze della
nostra pratica spirituale. La via di mezzo non è la via facile; per gli
occidentali attratti dagli estremi, potrebbe essere la più difficile in
assoluto. La via di mezzo non è né la castità né la sessualizzazione di
tutti e tutto; non si tratta né di una dieta fissa di hamburger e
Coca-Cola né di un austero regime macrobiotico; non è né lo stacanovismo
delle varie “dotcom” né la fuga dal sistema “perché non ne facciamo
parte”. Piuttosto, è il camminare sul filo del rasoio costituito dal
mantenere la consapevolezza e l’integrità in una cultura che ci invita a
fuggire in una realtà fantastica paradisiaca o infernale.
La questione dell’insegnante spirituale
L’argomento
dell’insegnante spirituale, o guru, è ricco di insidie e di tesori allo
stesso tempo; qui lo affronterò solo da un punto di vista generale. Per
approfondire l’argomento, si veda il mio articolo Questioning
Authority, in “Parabola”, autunno 2000 e il mio libro Do You
Need a Guru? (“Hai bisogno di un guru?”). Molte persone, in
occidente, continuano ad avere una comprensione immatura sia del ruolo
dell’insegnante spirituale, o guru, sia di se stesse come studenti o
discepoli.
Poiché siamo cresciuti in una cultura dove la maggior parte, se non
la totalità, dei nostri modelli (i genitori, gli insegnanti, i
governanti) sono dominati dall’ignoranza e dall’egoismo, non meraviglia
la scarsa fiducia che nutriamo verso le nostre autorità spirituali (né
meraviglia il fatto che spesso queste ultime si dimostrano indegne di
fiducia, nonostante le migliori intenzioni).
Negli ultimi quaranta anni, abbiamo oscillato tra la prostrazione
cieca ai piedi di guru orientali e di maestri Zen, e l’ostinata, totale
autonomia da tutti i sistemi tradizionali e le autorità spirituali come
fonti di guida. A un estremo, abbiamo uomini e donne asiatici vestiti di
tuniche, turbanti e sari, ignari di psicologia occidentale al punto di
sfruttare in modo imperdonabile (finanziariamente, sessualmente,
psicologicamente e psichicamente), consapevolmente o meno, la nostra
debolezza culturale.
Molti di noi, nel nostro disperato bisogno di amore, accettazione ed
emancipazione (e in mancanza di elementi per distinguere un insegnante
autentico da uno fraudolento), hanno spesso scelto falsi maestri cui si
sono relazionati attraverso una serie di proiezioni psicologiche che
hanno eliminato le peggiori qualità di questi ultimi. Poi li incolpiamo
per essere ciò che li abbiamo aiutati a diventare.
All’altro estremo, siamo così illusi sul nostro potere, tanto
ostinati nel voler restare indipendenti in ogni campo e così scettici e
timorosi di venire sfruttati un’altra volta da una figura materna o
paterna proiettata, da avere completamente eliminato il valore
dell’autorità spirituale dalla nostra vita. Pubblichiamo libri sul
cammino diretto verso Dio, senza intermediari, o sulla superiorità del
guru, del sé e del bambino interiori, in tal modo rassicurandoci sul
fatto che possiamo trovare la via verso il cuore dell’universo senza
alcun aiuto umano esterno.
Le probabilità del nostro successo sono praticamente uguali a quelle
di una segretaria di Wall Street che voglia scalare l’Everest in
minigonna e tacchi a spillo, senza una guida. È possibile che ci riesca,
ma è molto più verosimile che venga uccisa da una frana e che nessuno
senta mai più parlare di lei, o che ritorni a valle dopo il primo
chilometro, lamentandosi perché tutte le guide erano troppo patriarcali,
oltre che emotivamente e fisicamente violente (a ogni modo, lei si
sentiva più adatta allo sci di fondo).
Molti di noi hanno bisogno di un insegnante, però non sappiamo come
sceglierlo o come relazionarci a lui/lei in modo maturo, una volta
trovatolo/la. Una risposta a questo problema è stata la stesura di un
rigido codice etico-morale per gli insegnanti spirituali. Se il ruolo di
maestro dell’anima contemplasse un insegnamento ordinario e lineare,
non sarebbe una cattiva idea. Ma se pretendiamo che gli individui che
dovranno istruirci sui misteri dell’universo debbano agire secondo una
morale convenzionale, è come se li stessimo ammanettando, limitandone
l’ampiezza dell’insegnamento, oltre che del nostro apprendimento.
Un approccio più maturo al problema è, secondo me, trovare la nostra
via per diventare studenti e discepoli adulti; ovvero, sviluppare
l’auto-coscienza e l’equilibrio psicologico essenziali per rivolgerci
agli insegnanti con le giuste motivazioni. Dobbiamo avere aspettative
realistiche e comprendere come la nostra inadeguatezza di studenti abbia
una parte significativa nel creare le difficoltà che incontriamo nella
relazione insegnante-studente. In tal modo, possiamo apprezzare l’aiuto
degli insegnanti nel donare profondità alla nostra anima e chiarezza
alla nostra visione, senza idealizzarli né sentirci vittime ogni volta
che essi non soddisfano i nostri bisogni spirituali.
Il destino della letteratura spirituale
Se posso insistere nella mia sfuriata ancora un poco, vorrei
aggiungere che il mondo della letteratura spirituale, secondo me, sta
sprofondando nell’inferno. In ogni sua forma: riviste, libri ecc. Non
perché non esista una letteratura spirituale di primo ordine:
quest’ultima viene scritta tutti i giorni, ed è caratterizzata da grande
fervore e integrità. Ancora una volta, accade che la migliore
letteratura non regga la competizione con le alternative false e più
appariscenti.
La buona letteratura spesso non arriva nelle librerie di larga
diffusione; quando ciò avviene, raramente è messa in bella vista. E così
non vende. Gli autori di questo tipo di letteratura non sono quasi mai
interessati all’auto-promozione, né gli editori possono permettersi di
pubblicizzare libri che parlano di una realtà difficile da accettare. I
libri che ci fanno sentire meglio sono, semplicemente, più benvenuti.
Una volta, scrissi una lettera alla direttrice di uno dei più
brillanti giornali New Age dell’occidente, suggerendo che la rivista
aveva sfacciatamente compromesso l’integrità dei suoi fini capitolando
all’ignoranza spirituale del mercato moderno; nel far ciò, mi addentrai
nei particolari più truculenti. La direttrice mi telefonò personalmente
per dirmi che la mia lettera era la più significativa che avessero
ricevuto da molti anni in qua, ma… Il “ma” era che la direzione (ovvero,
le persone il cui stipendio dipendeva dalla vendibilità del loro
prodotto) non l’avrebbe pubblicata.
La direttrice si scusò, da parte della sua coscienza. Questo accadde
un’altra volta con un’altra rivista spirituale, il cui direttore mi
disse che la mia lettera era troppo provocatoria, poi con un’altra
rivista ancora ecc. Sembra che, da qualche parte, sia stata dichiarata
una moratoria a tutte le pubblicazioni che non rafforzino l’ego o non
siano sdolcinate.
Non possiamo tralasciare il fatto che i libri spirituali più venduti
sono scritti da fondamentalisti cristiani o da venditori professionisti
come James Redfield, Jack Canfield e Deepak Chopra, ovvero da persone
che hanno un desiderio genuino di fornire un prodotto valido, ma che
sono anche – per loro stessa ammissione – uomini d’affari ambiziosi e di
successo. Gli scrittori più potenti, o quelli con maggiore desiderio di
gloria e ricchezze, vincono. Così funziona il gioco.
Dopo aver frequentato per anni la New Age Book Fair e la BookExpo
America – una tra le maggiori fiere del libro al mondo – e aver
chiesto agli editori cosa cercassero nei libri spirituali, le mie
speranze sono molto più esigue. Una volta ogni tanto, libri come When
Things Fall Apart di Pema Chodron si insinuano nelle fessure e
diventano best seller. Ma, in generale, la tendenza è verso libri brevi
che abbiano poche parole su ogni pagina, con ghiottonerie di saggezza
che promettano una felicità senza fine. “La gente non vuole più scendere
in profondità”, mi ha detto un direttore di una delle più importanti
case editrici del Paese. “E soprattutto”, aggiungono editori e
direttori, “per favore, non menzionare la parola ‘guru’: spaventa la
gente”. Il mio prossimo libro non avrà successo.
Siamo arrivati da qualche parte?
Penso che finalmente siamo arrivati al punto in cui possiamo
comprendere che gran parte di ciò che abbiamo fatto non ha funzionato.
Molti di coloro che hanno cominciato negli anni ’60, mettendosi con
tutto il cuore alla ricerca dell’illuminazione, della rinuncia e della
beatitudine infinita, oggi hanno attraversato almeno un decennio di
terapia, sono diventati più umili dopo essersi sposati e aver fatto dei
figli (spesso, anche dopo aver divorziato) e forse sono un po’ più
saggi. I fanatici dei seminari, dopo aver imparato a trascendere la
mente e a distaccarsi dalle nevrosi a ogni fine settimana, adesso (dopo
venti anni) si rendono conto che un weekend da 300 euro, anche se forse
dona un assaggio dell’illuminazione, non è duraturo. Questo disincanto è
una buona cosa.
La via del disincanto è una delle più potenti e
istruttive che possiamo percorrere. È la via della compassione
attraverso l’umiltà. Ram Dass ha detto che, quando comprendiamo davvero
che la sofferenza è una grazia divina, ci sembra di essere ingannati. Il
grande mistico persiano Hafiz ha scritto che la sofferenza e la
disperazione fermentano l’anima come pochi ingredienti umani o divini
riescono a fare. Solo quando finalmente ammettiamo il nostro fallimento –
cioè la nostra disperazione, secondo il linguaggio dei buddisti –
diventa possibile qualcosa di autentico e reale.
Quando ci permettiamo di diventare profondamente disillusi dai nostro
progressi spirituali (o dalla loro assenza), senza tuttavia rinunciare
alla nostra passione per Dio, la Verità o la Vita, forse stiamo
arrivando da qualche parte. Le sacre scritture sanscrite ci offrono
l’insegnamento del neti neti: “Né questo né quello”. Peliamo
strato a strato ciò che è irreale, continuando a scendere sempre più in
profondità. Se cominciamo a essere sufficientemente severi con noi
stessi per cominciare a vedere ciò che abbiamo sempre rifiutato di
considerare; per riconoscere un’altra menzogna che abbiamo creato nella
nostra vita; per restare testimoni della natura ingannevole dell’ego e
sostenere la nostra bontà essenziale: allora, avremo la forza di morire
con dignità a ciò che è irreale, lasciando che il reale si manifesti.
Questa è una possibilità straordinaria per l’evoluzione umana.
E ora?
Anche se posso sembrare cinica riguardo il mondo della spiritualità
contemporanea, la possibilità che la nostra cultura possa evolvere, dal
punto di vista spirituale, dall’infanzia e dall’adolescenza verso la
maturità, è qualcosa che mi appassiona totalmente. Se, come praticanti e
ricercatori spirituali, creiamo una caricatura sufficientemente potente
di noi stessi nella Disneyland spirituale di nostra invenzione, a un
certo punto scoppieremo a ridere e cominceremo a porci in una
prospettiva più giusta e rispettosa tanto dei nostri difetti quanto
della nostra bellezza.
L’universo ci offre una miniera d’oro di risorse interiori ed
esteriori: è sufficiente imparare a estrarle. Siamo fortunati a vivere
nel mondo occidentale in un’epoca in cui possiamo affermare ciò che ci
piace, che sappiamo e che vogliamo scoprire senza venire bruciati sul
rogo; in cui basta un volo in aereo per raggiungere alcuni dei più
grandi insegnanti (se non addirittura un click su Internet); in cui
abbiamo accesso a testi sacri un tempo custoditi dentro templi e
piramidi, a disposizione solo di coloro che avevano rinunciato a ogni
bene terreno in cambio di un pezzettino dei loro insegnamenti.
Tutto è, letteralmente, a portata di mano; l’unico problema è trovare
il coraggio, la forza e l’intelligenza per utilizzare una situazione
tanto preziosa quanto precaria. Nessuno può mettersi una mano sulla
coscienza e assicurarci che tutto andrà bene; chiunque lo faccia, sta
mentendo. Il destino della spiritualità occidentale contemporanea
dipende totalmente dalla nostra integrità e responsabilità, in ogni
momento e nei semi che piantiamo attraverso l’integrità e l’intelligenza
(o attraverso la loro mancanza) della nostra partecipazione al
processo.
A prescindere dalla direzione presa da ciascuno di noi, tra le
tantissime possibili nel mondo spirituale, è vero che stiamo facendo del
nostro meglio e che abbiamo davanti a noi una lunga strada. È davvero
una strada senza fine, soprattutto se consideriamo che la cultura
spirituale in occidente è appena agli inizi. Così, mentre i
mountain-biker della New Age procedono sbandando attraverso i fasti e le
luci delle mode spirituali, molti di noi restano indietro nella polvere
della loro scia, chiedendosi dove porta tutto ciò, se mai porta da
qualche parte.
Mariana Caplan è scrittrice, consulente e assistente per aspiranti
scrittori. Vive a San Francisco, Bay Area, dove tiene conferenze al California
Institute of Integral Studies (CIIS) e offre seminari basati sulla
sua ricerca e i suoi scritti. Gli articoli della Caplan sono apparsi su
Kindred Spirit, Parabola e Massage e Bodywork.
Tra i suoi libri, ricordiamo: The Way of Failure: Winning
Through Losing (La via della sconfitta: Vincere tramite la
perdita), Halfway up the Mountain: the Error of Premature
Claims to Enlightenment (A metà strada verso la montagna: l’errore di
dichiararsi illuminati prematuramente), Untouched: the Need for Genuine
Affection in an Impersonal World (Intoccabile: il bisogno di affetto
autentico inmondo impersonale) , e Do You Need a Guru? Understanding the
Student-Teacher Relationship in an Era of False Prophets (Hai bisogno
di un Guru? Comprendere la relazione maestro-studente in un’era di falsi
profeti).
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Mariana Caplan. Do You Need a Guru?: Understanding the Student -Teacher
Relationship in an Era of False Prophets. Thorsons. 2002. ISBN:
0007118651
Mariana Caplan. Halfway Up the Mountain:
The Error of Premature Claims to Enlightenment. Hohm Press. 1999. ISBN:
0934252912
Mariana Caplan. The Way of Failure:
Winning Through Losing. Hohm Press. 2001. ISBN: 1890772100
Mariana Caplan. Untouched: The Need for
Genuine Affection in an Impersonal World. Hohm Press.1998. ASIN:
0934252807
Pema Chodron. When Things Fall Apart.
Shambhala Publications. 2000. ISBN: 1570623449
Copyright originale Helen Dwight Reid Educational Foundation.
Pubblicato originalmente su “ReVision” magazine volume 24 n.2, fall
2001, pg. 51, edito da Heldref Publications, 1319 Eighteenth St., NW,
Washington, DC 20036-1802 http://www.heldref.org/html/rev.html
Traduzione di Gagan Daniele
Pietrini
Copyright per l’edizione italiana Innernet.
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