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Sin dall’inizio, il
buddismo ha sottolineato, nei suoi insegnamenti sul desiderio, che se
desideriamo e non otteniamo l’oggetto del nostro desiderio,
sperimentiamo l’infelicità. Se desideriamo e otteniamo ciò che vogliamo,
all’inizio sperimentiamo la gioia, ma poi diventiamo ansiosi quando ci
aggrappiamo all’oggetto del desiderio. E quando lo perdiamo (come è
inevitabile, data l’impermanenza), sperimentiamo un’infelicità ancora
maggiore.
Qual è il rapporto tra la sessualità di una persona e la sua pratica?
Lo zen insegna che ogni cosa è parte di un essere universale,
interconnesso e interdipendente. Questo essere è perfetto e completo in
quanto tale. Inoltre, secondo lo zen tutti condividiamo questa
perfezione, qui e ora. Se accetto ciò, devo ritenere che il mio valore è
completo e incondizionato. “Incondizionato” vuol dire senza alcun “se”
(condizione).
Il mio valore non dipende dal fatto che mia mamma lo riconosce, gli
altri mi approvano, non mi arrabbio, non ho desideri sessuali né, tanto
più, inclinazioni sessuali atipiche ecc. Il mio valore non dipende da
ciò che dico e nemmeno da ciò che faccio. A prescindere da tutto il
resto, il mio essere fondamentale è già il Buddha (l’illuminato). La mia
pratica serve a risvegliarmi a questo.
In altre parole, “praticare” vuol dire realizzare la mia integrità
presente e la natura non-duale del Buddha, quindi liberarmi
dall’autoalienazione o da quel doloroso dualismo chiamato samsara.
Per praticare in modo costruttivo, occorre coinvolgere tutto il proprio
essere. Se ho un rapporto negativo o mi sento alienato dalla mia
sessualità, non sto dando tutto me stesso alla pratica, tanto meno sto
accettando il mio valore incondizionato di Buddha.
Nella ricerca della verità, l’importante non è con chi sto facendo o
meno l’amore, ma se riconosco sempre il valore incondizionato mio e del
mio partner. L’accettazione incondizionata rappresenta l’amore e la
morale perfetti.
La tradizione zen affronta la sessualità all’interno della più vasta
categoria dell’indulgenza sensuale. La regola generale è evitare l’abuso
della sensualità; ciò include sia l’indulgenza eccessiva sia la
mortificazione estrema dei sensi. La maggior parte della gente vive
negli estremi. Diventiamo obesi perché mangiamo troppo, ci ammaliamo per
il cibo troppo nutriente, abbreviamo la vita con l’alcol, la droga e il
tabacco, ci assordiamo con la musica a tutto volume, intorpidiamo la
mente con divertimenti stupidi e spesso ci stressiamo con lavori che
odiamo per poterci vestire secondo l’ultima moda, guidare una nuova
automobile e avere la casa più bella dell’isolato.
Facciamo tutto questo, insegna lo zen, perché pensiamo che così il
nostro valore o la nostra autenticità aumenteranno; crediamo che queste
cose cancelleranno il fatto (di cui ci rendiamo appena conto) che nulla,
soprattutto noi stessi, è eterno; riteniamo che se riusciremo a tenere
il corpo e la mente abbastanza occupati, non dovremo affrontare la
sofferenza della vecchiaia, della malattia e della morte.
D’altra parte, anche privare il corpo e la mente di cose necessarie
per conservare la salute o la consapevolezza è un abuso dei sensi. Sia
l’edonismo che il masochismo possono essere violazioni della Via di
Mezzo.
Comprendere davvero che possediamo già il valore incondizionato della
buddità vuol dire riconoscere che il nostro bisogno e desiderio (o
passione) più essenziale è già completamente appagato. In tal modo,
tutti gli altri desideri vengono riconosciuti come meramente ausiliari e
quindi dovremmo riuscire a parteciparvi senza attaccamenti.
Tuttavia, troppo spesso questo insegnamento secondo cui è possibile
godere delle passioni restando illuminati è stato frainteso o
volutamente distorto nella dottrina secondo cui le passioni e i desideri
sono in se stessi l’illuminazione. Tale distorsione è chiamata “zen del
gatto selvatico” o del “gatto folle”, ed è garantito che alla fine
condurrà all’aumento delle nostre sofferenze.
Il grande errore dell’edonismo è che spesso è molto selettivo.
Generalmente, l’edonismo conferisce al sesso uno status sacro, negando
che tutte le altre funzioni del corpo siano ugualmente venerabili. Lo
zen sostiene che esse sono tutte ugualmente sacre, e quindi nessuna
andrebbe considerata in maniera diversa dal normale. La vita può essere
adorata come un tutto, ma assegnare al sesso un valore più alto del
dovuto è tipico di una falsa spiritualità. Inoltre, la maggior parte
dell’edonismo culturale nasce come reazione al puritanesimo sociale o
individuale, che provoca sensi di colpa o di vergogna collegati al
sesso.
Una spiritualità fondata su una simile reazione è poco sana. Una
delle ragioni per cui lo zen si è mantenuto fedele alla tradizione
monastica è stata la necessità di contrastare le tendenze del “gatto
selvatico”, che portano all’ulteriore illusione secondo cui io sono le
mie passioni condizionate, anziché l’incondizionata natura del Buddha al
di là di esse. Un’esperienza di illuminazione è un lungo e profondo
sollievo dalle nostre sofferenze; l’edonismo, al massimo, non è che
un’anestesia superficiale e molto temporanea del dolore.
A proposito della sessualità, la regola buddista tradizionale impone
che un laico eviti i rapporti sessuali con i minori, con chi è sposato o
fidanzato con un’altra persona e con chi è stato condannato al carcere o
ricoverato in una clinica mentale. A parte ciò, la sessualità dei laici
è affare loro. Ciò che lo zen chiede è esaminare attentamente le nostre
relazioni alla luce degli insegnamenti sulla sofferenza e
l’impermanenza. Il sesso può essere facilmente utilizzato per aumentare
la sofferenza.
Sin dall’inizio, il buddismo ha sottolineato, nei suoi insegnamenti
sul desiderio, che se desideriamo e non otteniamo l’oggetto del nostro
desiderio, sperimentiamo l’infelicità. Se desideriamo e otteniamo ciò
che vogliamo, all’inizio sperimentiamo la gioia, ma poi diventiamo
ansiosi quando ci aggrappiamo all’oggetto del desiderio. E quando lo
perdiamo (come è inevitabile, data l’impermanenza), sperimentiamo
un’infelicità ancora maggiore. Non è il sesso a provocare il dolore, ma
il nostro attaccamento. Solo se sappiamo perdere e ottenere in modo
equanime, siamo in pace con la nostra sessualità. Lo zen ci chiede di
tenere sempre a mente questo.
La promiscuità è un’altra attività che lo zen ci chiede di
considerare attentamente. Stiamo cercando di instaurare una relazione,
anche solo per una notte, o vogliamo evitare di impegnarci in un’altra?
La nostra attività è una ricerca genuina del giusto partner o è un
tentativo camuffato di usare l’altro per sentirci più completi, senza
però preoccuparci minimamente dei suoi bisogni?
La prostituzione, in sé, non è condannata nello zen. Quello che una
persona fa con il suo corpo è affare suo. Ma ciò che è condannato è lo
sfruttamento o il danno inflitto a un’altra persona, anche se
quest’ultima è apparentemente consenziente. La compassione verso gli
altri non va abbandonata per amore dei desideri sessuali.
Lo zen non dà giudizi morali nemmeno sul sesso finalizzato al
piacere, anziché alla riproduzione. Né fa distinzioni tra
l’omosessualità e l’eterosessualità, o tra la sessualità cosiddetta
naturale e quella innaturale. Perché dovrebbe, quando il suo scopo è
provocare una consapevolezza non-duale, quindi priva di giudizio, del
Sé, all’interno del quale tutte le distinzioni succitate sono prive di
senso?
Lo zen riconosce che la vita laica, in generale, e la sessualità in
particolare, possono spesso interferire con il raggiungimento di questo
obiettivo: ecco perché incoraggia una stile di vita monastico per coloro
che desiderano fare del raggiungimento di tale obiettivo un’attività a
tempo pieno. Ma lo zen riconosce anche che la decisione di abbandonare
la vita laicale non è pratica e nemmeno necessaria per la maggior parte
delle persone. Quindi, lo zen afferma che la nostra relazione sessuale,
qualunque essa sia, deve basarsi totalmente sull’amore e il sostegno
reciproco.
Rev. Vajra è un insegnante di Zen Dharma all’International Buddhist
Meditation Center, www.ibmc.info, per gentile
concessione.
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.
Copyright per l’edizione italiana Innernet.
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