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Comunemente, si ritiene che lo zen sia un sistema spirituale il cui
obiettivo ideale sia portare i seguaci a uno stato di illuminazione. Ma
se questo ideale è davvero ciò che sta alla base dello zen, la maggior
parte delle persone non avrebbe interesse per esso. La realtà è che
moltissimi praticanti zen probabilmente non raggiungeranno mai questo
nobile ideale; nemmeno coloro, tra noi, che vi hanno dedicato gran parte
della propria vita.
Ciò, tuttavia, non invalida lo Zen, in quanto il suo obiettivo ideale
è largamente superato da un altro più pratico: offrire alle persone una
comprensione più profonda della propria unità con se stesse, gli altri e
il mondo, e soprattutto renderle in grado di affrontare creativamente, e
forse persino di apprezzare, le vicissitudini della vita. Ora vorrei
portare all’attenzione la mia esperienza personale a proposito di
quest’ultimo, molto pratico obiettivo.
Lo zen, come tutte le tradizioni spirituali, cerca di rendere
spiritualmente sani i suoi praticanti. Per i piccoli dolori e sofferenze
della vita, andrà bene una medicina facile da mandare giù e dal sapore
non troppo sgradevole: per questo, sono appropriate le semplici pratiche
di meditazione zen. Ma per coloro che hanno sofferenze spirituali più
profonde, è necessario qualcosa di più forte. Nello zen, questa medicina
più potente si chiama risveglio o kensho. Il significato di
quest’ultimo verrà chiarito, si spera, nelle pagine seguenti.
Come per molte altre persone, la mia ricerca spirituale cominciò con
l’educazione ricevuta durante l’infanzia. Sono cresciuto in una famiglia
alcolizzata e violenta, e durante i primi anni della mia vita patii
alcuni gravi problemi di salute. Inoltre, a causa dell’irresponsabile
condotta economica della mia famiglia, non era mai certo se avremmo
mangiato o dove avremmo dormito. Tutto ciò significò che frequentai la
scuola con molta irregolarità, e quindi non ebbi amici coetanei.
Inoltre, la relazione di amore-odio che avevo sviluppato verso la
famiglia mi rendeva confuso e insicuro delle emozioni mie e altrui. Ciò
provocò non solo una bassa stima nei miei confronti, ma anche verso gli
altri. All’inizio dell’adolescenza, la consapevolezza di avere un
orientamento sessuale diverso dagli altri non fece che aggravare il
senso di alienazione da me stesso, gli altri e il mondo.
Il risultato di tutto ciò furono alcune tristi domande esistenziali
del tipo: «Cosa c’è di sbagliato in me?» e «Cosa ho fatto per meritarmi
questa infelicità?». Poiché non c’erano in vista risposte soddisfacenti,
pensai più volte al suicidio. In un’occasione mi spinsi fino a
incidermi i polsi con un rasoio; per fortuna, la vista del sangue mi
dissuase dal proseguire.
A metà dell’adolescenza, cominciai a cercare risposte attraverso la
religione. Poiché la mia famiglia non era religiosa, non avevo
inclinazioni verso il cristianesimo, cosa che mi impedì di venire in
contatto con l’idea del peccato. D’altra parte, la mia famiglia era
profondamente interessata all’arte orientale, sicché avevo familiarità
con la figura del Buddha e mi trovavo facilmente d’accordo con
l’insegnamento buddista secondo cui siamo venuti in questo mondo come
esseri sofferenti, non come peccatori.
Ben presto, l’università mi costrinse ad abbandonare gran parte della
mia ricerca spirituale. Ma una volta finita l’università, la ricerca
riprese più intensamente che mai. Andai molte volte avanti e indietro
tra il buddismo e varie scuole cristiane, perché tutti avevano qualcosa
che mi attraeva e allo stesso tempo mi alienava ulteriormente. Il
buddismo mi permetteva di dare un senso intellettuale alla mia
alienazione, ma rinforzava tale condizione insegnando che i comuni
sentimenti di lussuria, rabbia e avidità trasformavano una persona in un
essere umano di seconda classe, in confronto ai Buddha e agli arhata
(santi).
Il cristianesimo, con tutta la sua sfiducia verso l’umanità
peccatrice, almeno insegnava che eravamo tutti ugualmente sbagliati, e
che quindi non esisteva un’elite spirituale che trascendeva la comune
natura umana, facendo sentire inferiore il resto di noi. Alla fine,
tuttavia, la realtà di un mondo sofferente era troppo in dissidio con
l’idea cristiana di un Dio giusto e amorevole.
Non molto tempo dopo aver compreso profondamente questo, mi imbattei
nell’International Buddhist Meditation Center (IBMC) e, grazie a
esso, riscoprii lo Zen. Ho detto “riscoprii” perché da adolescente
avevo guardato Alan Watts alla TV e avevo letto tutti i suoi libri; ma, a
parte questo, lo zen per me era rimasto senza volto fino a quando non
incontrai la Rev. Karuna Dharma. Fu lei a rendermi consapevole che lo
zen accettava la mia natura umana per quello che era. Ciò, credo, fu una
catarsi almeno intellettuale, anche se non ancora quella profondamente
emotiva che avrei sperimentato in seguito.
Dopo alcuni anni di frequentazione dell’IBMC, il partner con cui
stavo insieme da sedici anni si ammalò; per i successivi due anni,
passai la maggior parte del tempo ad assisterlo, finché morì. Fu a quel
punto che i miei anni di ricerca spirituale diedero tutti i loro frutti.
Nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa del mio amato, la
mia esistenza era così assorbita dai dettagli pratici della sua morte
che non ebbi tempo per piangere. Ma poi venne il giorno dopo il
funerale, quando tutto ciò che era necessario fare era stato fatto.
Quella mattina mi risvegliai in ciò che posso solo descrivere come un
attacco di panico che minacciava la mia sanità mentale. Ero convinto
che i muri, il soffitto, perfino il pavimento, si stessero chiudendo e
mi avrebbero schiacciato. Sentivo che dovevo scappare da tutto ciò che
era familiare, e per disperazione guidai fino alla mia agenzia di
viaggi, augurandomi che potessero darmi un biglietto aereo per un posto
qualsiasi.
Quando arrivai all’agenzia, il panico aveva raggiunto il livello
massimo. Dopo mesi di assistenza al morente di notte, e di insegnamento
alla scuola elementare di giorno, ero fisicamente ed emotivamente
esausto. In breve, l’ego al controllo era al collasso. Pensavo che nulla
avesse importanza, nemmeno la mia stessa esistenza. Sperimentai ciò che
posso solo descrivere come una morte temporanea del sé. Tale stato non
durò più di tre o quattro minuti, quando improvvisamente mi accorsi che
l’intero universo si stava aprendo a me, riconoscendomi come un essere
dal valore puro e incondizionato.
Mai, prima di allora, avevo avvertito un tale senso di assoluta
libertà e connessione totale a ogni cosa esistente. Tutti gli anni di
intenso conflitto con i miei dubbi esistenziali, la mia rabbia e la mia
alienazione dagli altri e dal mondo, improvvisamente svanirono. Tutto
l’incessante, continuo sforzo di trovare una risposta alle mie domande
perenni, così come la certezza o la fiducia che una risposta era
disponibile, raggiunse il culmine. In termini zen, ciò che stavo
sperimentando era la grande morte dell’ego, seguita dalla grande
liberazione nell’assenza dell’ego. In breve, kensho o satori.
Non lo riconobbi subito come satori; avevo fatto troppa
pratica zen per questo. Troppo spesso ai praticanti zen accadono
esperienze euforiche che a un primo momento sembrano il satori,
ma che si rivelano semplicemente brevi e intense esperienze “di vetta”.
La prova di un satori genuino è il fatto che il precedente
io-sé alienato non fa ritorno. Se lo fa, tutto ciò che si è sperimentato
è una temporanea, estatica tregua. Ma poiché la mia condizione
precedente, dopo 14 anni, non è riaffiorata, e poiché personalmente ho
molta familiarità con la natura temporanea delle esperienze “di vetta”,
ho compreso che si trattò di un risveglio autentico.
Non vorrei dare l’idea che questo risveglio fosse un’esperienza così
completa da non aver bisogno di essere rifinito e rinvigorito da una
pratica molto diligente. Il risveglio iniziale e i successivi, meno
profondi satori, mi fecero capire chiaramente la necessità di
una pratica continua e più intensa. Di fatto, questo è il motivo per
cui, dopo aver impiegato molti anni per riadattarmi a una vita
solitaria, alla fine ho deciso di formalizzare il mio sentimento di
integrità diventando un prete zen.
Prima di chiudere, vorrei chiarire una cosa. Un’esperienza di satori,
mentre da un lato crea un grande senso di libertà, integrazione e pace
personali, non è uguale all’esperienza dell’illuminazione, qualunque
cosa ciò significhi. Io sono un prete zen e un insegnante del dharma che
ha ricevuto la trasmissione clericale, nulla di più. Ricevere la
trasmissione dell’insegnante del dharma equivale a riconoscere che la
comprensione e la fede negli insegnamenti sono abbastanza avanzati da
qualificare colui che riceve come insegnante.
Nello zen, per essere considerati totalmente illuminati, bisogna
ricevere una trasmissione da mente a mente, ovvero il riconoscimento che
il ricevente ha raggiunto lo stesso livello di illuminazione o satori
del proprio maestro zen, che in teoria è lo stesso conseguito dal Buddha
Shakyamuni. È importante osservare che l’essere semplicemente in grado
di insegnare il dharma non garantisce che l’insegnante sia completamente
illuminato, così come la piena illuminazione non garantisce la capacità
di insegnare il dharma. Per cui, la trasmissione da mente a mente non
qualifica automaticamente una persona come insegnante zen (o del
dharma).
Rev. Vajra è un insegnante di Zen Dharma all’International Buddhist
Meditation Center, www.ibmc.info, per gentile
concessione.
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.
Copyright per l’edizione italiana Innernet.
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