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Sadhana: intervista a Corrado Pensa |
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sabato 26 novembre 2011 |
Corrado Pensa
è stato per anni docente di Filosofia orientale alla Sapienza di Roma,
prima di ritirarsi dalla carriera accademica per dedicarsi
esclusivamente all'insegnamento delle pratiche meditative. È il maggior
esperto italiano di buddhismo, oltre che uno dei maestri più stimati a
livello internazionale. Molto seguito in tutta Italia, i suoi ritiri
meditativi sono sempre tutti esauriti.
Che cosa ti ha portato al Dharma?
Credo
che aver ricevuto un’educazione cristiana da parte di due genitori
affettuosi sia stato un seme importante per la mia ricerca spirituale.
Ancora mi ricordo quanto fui colpito dalle famose parole di S. Agostino:
"Il nostro cuore è inquieto fino a quando non trova quiete in Te" (Confessioni, 1, 1).
Alla
saggezza orientale, mi interessai intellettualmente fin dall’inizio dei
miei studi universitari. All’epoca insegnava all’Università di Roma il
grande esploratore e orientalista Giuseppe Tucci e io rimasi
profondamente affascinato dalla sua personalità. Aveva una conoscenza
sterminata della religiosità asiatica ma non era in alcun modo uno
studioso appartato e distante. Al contrario, nutriva un amore profondo
(e parecchio contagioso) per la cultura buddhista ed era molto sollecito
con i propri allievi: il ricordo delle nostre passeggiate appenniniche
resta per me indimenticabile.
Ci fu poi un momento in cui
cominciai a sentirmi attratto dall’opera di C. G. Jung. E un risultato
importante di questo nuovo interesse fu che cominciai a sentire una
certa insoddisfazione per una comprensione che fosse solo intellettuale e
a percepire, d’altra parte, l’urgenza di un lavoro di trasformazione
interiore. Ciò significò, in breve tempo, ritrovarmi a fare psicoterapia
e, nel contempo, a fare i primi esperimenti meditativi. La mia
iniziazione nell’autentica pratica del Dharma fu un bellissimo ritiro
Zen con S. Suzuki roshi a San Francisco, seguito da ulteriore pratica di
Zen in California. Avevo già fatto meditazione in India, ma ora la
presenza e l’insegnamento di Suzuki roshi infondevano un potere
particolare alla pratica. Dopo alcuni anni, durante i quali ci fu, tra
l’altro, un fruttuoso interludio di buddhismo tibetano (Tarthang Tulku a
Berkeley), feci il mio primo ritiro di vipassanâ condotto da
Jack Kornfield e mi trovai completamente a mio agio in questo stile di
meditazione, che mi parve particolarmente convincente in quel suo essere
impegnativo e morbido al tempo stesso. L’anno successivo (1976) arrivai
all’Insight Meditation Society (I.M.S.), e cominciò così la mia lunga e
tuttora vitalissima relazione con esso.
Ci potresti dire qualcosa di più riguardo al tuo tirocinio meditativo?
In
anni successivi ho trascorso un periodo di tempo in Thailandia al Wat
Pa Baan Taad, il monastero di Achan Maha Boowa, dove ricevetti
insegnamenti soprattutto da Achan Pannavaddho. Fu una occasione
preziosa, venuta anche al momento giusto, dato che ero fresco dello
studio dell’opera di Achan Maha Boowa. Tuttavia, all’interno della
tradizione thailandese della foresta, sento un’affinità ancora più forte
con la scuola di Achan Chah.
Apprezzo molto la possibilità di
praticare con Achan Sumedho e ritengo di aver tratto molto beneficio dal
suo insegnamento, così semplice, profondo e ricco di humour. Mi
pare inoltre che Achan Sumedho mostri un talento speciale nel riuscire a
offrire un insegnamento che è tradizionale e contemporaneo al tempo
stesso. E questa combinazione (tradizionale-contemporaneo) ha sempre
rappresentato per me un orientamento fondamentale, seppure in un
contesto di vita spirituale laica e in associazione con praticanti
laici.
Malgrado io non abbia avvertito molta affinità con il loro
stile di insegnamento, tuttavia fare qualche settimana di ritiro con
Mahasi Sayadaw e, più tardi, svariati mesi in due riprese con U. Pandita
Sayadaw è tornato senz’altro di notevole giovamento alla mia pratica.
Potrei ancora soffermarmi su altri insegnanti che ho avuto, per esempio
accennando ad alcuni buoni insegnanti di Dzog Chen con i quali ho
praticato di recente. O potrei evocare con riconoscenza l’ospitalità di
quei monasteri cattolici che mi hanno dato modo di fare tanti ritiri
personali negli ultimi vent’anni. Ma ciò che considero più significativo
quanto al mio addestramento è presto detto: lo scorso autunno, ancora
una volta, mi sono ritrovato a prendere parte al ritiro autunnale
all’Insight Meditation Society, 19 anni dopo il mio primo ritiro
autunnale all’I.M.S., nel 1976. Sicché, fondamentalmente, sono ancora
uno studente dell’I.M.S. Infatti l’I.M.S. è il luogo dove mi sembra di
imparare di più e dove la mia pratica si sente particolarmente nutrita.
Questo
significa inoltre che io sono studente degli insegnanti del ritiro
autunnale, a cominciare da Joseph Goldstein. Ho una profonda gratitudine
per lui e per loro. Senza di loro, senza mia moglie Neva, che è anche
lei una praticante, senza due carissimi amici in Italia, senza il mio
amico e fratello di Dharma Larry Rosenberg e senza la guida illuminata e
il sostegno spirituale di una suora cristiana di clausura, io non
riuscirei a immaginare il mio tragitto spirituale.
Infine credo di
dover aggiungere un paio di cose a questa descrizione del mio percorso.
Mi riferisco sia all’importanza di una certa misura di rinuncia che si è
naturalmente affermata nel corso degli anni, sia all’importanza di
essere sposato con una praticante di Dharma. A causa del mio crescente
coinvolgimento nel cammino spirituale e dei viaggi frequenti che ciò
comportava e comporta, fu inevitabile rinunciare a una cosa che amavo
molto, ossia l’attività di psicoterapeuta. Per la medesima ragione,
presi atto che non ero più in grado di attendere a certi grandi progetti
di studio e sicché mantenere il mio status di studioso ben noto nel mio
campo diventò più difficile. Quasi tutte le vacanze, poi, svanirono a
favore della mia pratica intensiva e dell’insegnamento del Dharma.
Tuttavia, non rimpiango in alcun modo di aver fatto tutto ciò: la mia vita
si
è semplificata parecchio e adesso mi pare che essa sia volta al Dharma
in ogni sua parte. In passato mi è capitato talora di fantasticare sulla
possibilità di dare una svolta monastica alla mia vita. Ora non più, mi
sento del tutto a mio agio come laico e credo che persino in una grande
città la vita di un laico può essere resa veramente semplice. E un buon
matrimonio, nel quale entrambi i coniugi hanno un impegno del cuore nei
confronti del Dharma mi sembra un aiuto di primissimo ordine per la
vita spirituale.
Com’è per te essere praticante, insegnante di meditazione e studioso al tempo stesso?
È
una situazione che, da un lato, mi lascia meno tempo per la ricerca.
D’altra parte mi mette in grado di insegnare e scrivere circa il
buddhismo attingendo alla mia esperienza meditativa oltreché a ciò che
ho imparato facendo lo studioso. Come insegnante di meditazione quando
preparo discorsi di Dharma posso trarre vantaggio da una certa
conoscenza dei testi e da una qualche sistematicità di approccio.
Tuttavia questa è un’arte tutta da imparare e non la trovo facile:
conoscenza e sistematicità possono trasformarsi
in impedimento allorché si cerca di suscitare interesse e comprensione per la pratica.
Tu
sei anche stato psicoterapeuta per diversi anni. Pensi che questo ti
sia di aiuto nell’insegnamento del Dharma e nei colloqui individuali con
i meditanti?
Allorché cominciai a insegnare il Dharma e a
incontrare meditanti non sono tanto sicuro che il mio bagaglio di
psicoterapeuta mi aiutasse. Non di rado, infatti, mi accadeva di finire
col fare terapia, che era stata per diverso tempo il mio punto di
riferimento principale riguardo alla crescita interiore. In seguito,
tuttavia, mi resi conto di questo uso improprio della terapia e imparai a
lasciarla sullo sfondo, per ricorrervi solo quando si rivelasse
necessario. Inoltre, la mia passata esperienza di terapeuta mi aiuta,
credo, a non sopravvalutare e a non sottovalutare la terapia.
Quando
suggerisco a un meditante di prendere in considerazione la terapia,
raccomando anche di cercare professionisti che siano davvero competenti e
qualificati, giacché dovrebbe essere ovvio, ormai, che la psicoterapia
superficiale è come la meditazione superficiale: entrambe sono
penosamente inefficaci. Infine, c’è un punto che vorrei sottolineare in
special modo, che è questo: l’aver fatto io stesso terapia è, in
effetto, un ottimo supporto per la mia pratica, poiché mi aiuta a
discernere tra ciò che è soltanto una dinamica psicologia e quello che è
il Dharma potenzialmente presente in essa e cioè la consapevolezza
sostenuta e benevolente di quella medesima dinamica.
Oltre a
insegnare ritiri qui e in Europa tu sei l’insegnante guida
dell’Associazione per la meditazione di Consapevolezza (A.Me.Co.) di
Roma. Ci potresti dire qualcosa in proposito?
L’A.Me.Co. è
stata fondata nel 1987 con un gruppo di cari amici. Ogni anno, oltre ai
vari ritiri residenziali, io mi occupo dell’insegnamento di tre corsi di
meditazione (da novembre a maggio) e di alcuni intensivi non
residenziali. L’A.Me.Co. invita poi regolarmente da altri paesi sia
insegnanti laici di vipassanâ, sia insegnanti monaci dal sangha della foresta. Periodicamente mi capita di insegnare insieme con Achan Thanavaro, abate del monastero italiano del sangha della foresta.
Personalmente
trovo stimolante e promettente l’insegnamento di corsi settimanali di
meditazione. Ci sono persone che hanno seguito questi corsi per anni,
senza fare particolare esperienza di pratica intensiva. Forse, al
massimo, qualche ritiro breve. Eppure, in virtù dell’insegnamento
settimanale, dei colloqui individuali, del sostegno del sangha, la loro comprensione della pratica è notevolmente cresciuta.
Allorché
si pratica in ritiro non di rado, passati i travagli iniziali, la
pratica può farsi molto piacevole. Ma da un corso serale di meditazione
in una grande città, dopo una giornata di lavoro, è difficile aspettarsi
piacevolezze. I partecipanti sono già stanchi quando si comincia
(intorno alle 20 al più presto). Sicché, per continuare a usare questo
strumento un anno dopo l’altro, occorre un bel po’ di pazienza, fiducia e
fede.
Tipicamente in un corso di meditazione, dopo la seduta in
silenzio, segue una fase durante la quale i meditanti possono, se
credono, fare domande o riferire circa la pratica nel quotidiano durante
la settimana. Nel corso degli anni ho visto quanto è importante che
l’insegnante non si stanchi di fornire suggerimenti per il lavoro
meditativo fuori dall’aula di meditazione. Mi sembra che queste
istruzioni non debbano essere né ripetitive o standardizzate ma neppure
troppo elaborate o creative. Nella mia esperienza la cosa migliore è un
certo numero di variazioni attorno ad alcuni fondamentali temi di
Dharma.
Ora, per ciò che riguarda la relazione tra pratica quotidiana
e ritiri, è ovvio che se uno può permettersi entrambe le cose questa è
una situazione molto buona. Tuttavia, molti non possono permettersi
ritiri più lunghi di un fine settimana, e poi qualcosa di più
consistente, fino a tre settimane, durante l’estate. Ma se il meditante
ha sviluppato una buona base di pratica in virtù di sedute quotidiane,
applicazioni della pratica nella vita, intensivi di fine settimana, poi,
quando finalmente arriva la possibilità di un periodo di pratica
intensiva, allora questa potrà rivelarsi estremamente feconda e ricca.
A
questo proposito, è vero che in Occidente il numero dei centri di
Dharma sta crescendo. Spesso si tratta di centri di ritiro, oppure di
centri dove è possibile ascoltare insegnamenti e avere istruzioni
individuali. E tutto ciò è ottimo. Tuttavia, io credo che c’è bisogno di
più centri urbani nei quali sia implacabilmente sostenuta e
incoraggiata la ‘pratica quotidiana a lungo termine’ e nei quali il
lavoro a casa non sia una vaga sperimentazione da lasciare cadere prima o
poi. A me pare che in quest’area sia cruciale questo: 1. l’insegnante
si esercita egli stesso nel lavoro assegnato per casa, con beneficio
della propria pratica e con utilità per i partecipanti, ai quali egli
potrà in tal modo proporre esempi freschi; 2. l’insegnante sottolinea
l’importanza del lavoro a casa mercé l’aiuto di istruzioni
particolareggiate.
Per esempio nella classe degli ‘anziani’ in questo periodo stiamo lavorando con una combinazione di mettâ
(o benevolenza) e consapevolezza della retta parola. Ogni settimana
capita di esplorare aspetti diversi di questa bellissima combinazione:
dalla coltivazione della mettâ verso la nostra tendenza a giudicarci aspramente per parole scortesi che ci siano sfuggite, alla coltivazione di mettâ mentre comunichiamo francamente con chi ha l’abitudine alla parola divisiva.
Stai forse implicando che non consideri i ritiri una cosa importante?
Nulla
di più lontano dal mio modo di sentire. La mia considerazione dei
ritiri è tale che ogni volta che posso farne uno o che mi appresto a
condurne uno, sento che mi è toccato un privilegio.
Naturalmente
riterrei per lo meno strano escludere la possibilità che ci sia chi può
fruttuosamente procedere nel cammino interiore prescindendo da ritiri,
ma penso anche che un insegnante debba basare il proprio insegnamento
sulla propria esperienza e per me i ritiri sono stati e sono essenziali.
Perciò io incoraggio i meditanti a fare ritiri ma cerco anche di
sottolineare che se la pratica viene a mancare tra un ritiro e l’altro
ciò è qualcosa da investigare: che cosa impedisce al Dharma di essere la
prima, gioiosa priorità nella nostra vita?
In tale contesto vorrei esprimere il mio disaccordo da Achan Amaro. Il quale recentemente ha dichiarato: "Molte persone che io incontro in America hanno fatto ritiri per 15-20 anni e sono concentratori [concentrators] piuttosto rifiniti. Ma temo che non abbiano trovato molta libertà" (Inquiring Mind, 12, 1, Autunno 1995, p. 4). Debbo dire che certamente questa non
è la mia esperienza. Ho conosciuto numerosi meditanti in Occidente in
un arco di tempo piuttosto lungo e direi che diversi di loro, dopo anni
ricchi di ritiri, appaiono assai più liberi di prima, benché a volte la
loro concentrazione sia ancora alquanto sottosviluppata!
Non
direi. E più di una persona ha fatto un’osservazione interessante in
proposito: spesso un meditante a tempo pieno mentre può sentire qualche
differenza tra se stesso e suoi compatrioti che non seguono un cammino
spirituale, trova invece poca o nessuna differenza tra sé e praticanti
di Dharma appartenenti a paesi o persino a culture diverse dalla
propria. Mi sembra un tema cruciale di riflessione: la qualità
unificante del Dharma. Una qualità promettente e portatrice
d’ispirazione in un mondo che appare febbrilmente incline a una dolorosa
frammentazione.
[traduzione italiana di una intervista
apparsa su "Insight", la rivista dell’Insight Meditation Society
(I.M.S.) di Barre, Mass., USA.]
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