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In questo colloquio-intervista, Andrew Cohen e Joseph Goldstein si
chiedono se sia necessario rinunciare al mondo per raggiungere la
liberazione. La pratica spirituale riguarda la liberazione della mente
dagli attaccamenti. Questa non è né indifferenza né un tirarsi indietro.
Riguarda il nostro rapporto col mondo.
Andrew Cohen intervista Joseph Goldstein
Andrew Cohen: Joseph, sembri una persona che ha voltato le spalle al
mondo per dedicare la vita alla pratica della meditazione e al
raggiungimento della liberazione, ma anche per fare da guida spirituale
agli altri. Non sei un monaco, ma la tua vita, paragonata a quella di
molta gente qui in occidente, verrebbe in realtà considerata quella di
un monaco. Dal momento che hai dedicato la vita alla via del risveglio
del Buddha, perché non sei diventato un monaco?
Joseph Goldstein: Non credo di condurre una vita di particolari
rinunce, perché sono molto impegnato nel mondo. Sto lavorando con varie
istituzioni, come la “Insight Meditation Society”, il “Barre Center for
Buddhist Studies” e sto progettando un nuovo ritiro a lungo termine;
inoltre, viaggio e insegno. Vivo anche in modo confortevole, quindi
voglio dissipare ogni dubbio: non sto assolutamente conducendo una vita
di rinuncia dedicata alla pratica intensiva della meditazione, anche se,
ogni anno, mi concedo dei periodi per farlo.
AC: Ma, paragonata a quella degli altri, la tua vita è simile a
quella di un monaco. Vivi lontano dal mondo, in un centro di
meditazione; non hai, al momento, rapporti sessuali; e tutto ciò che ti
riguarda ha a che fare con la diffusione del dharma e l’insegnamento
della meditazione.
JG: Una delle ragioni per cui non sono mai diventato un monaco è che,
quando iniziai a praticare, mi trovavo in India, che non è un paese
buddista. La maggior parte dei miei primi insegnanti erano laici;
quindi, anche se più tardi ho avuto degli insegnanti monaci, il modello
laico è stata la forma con cui sono cresciuto. Ho preso i voti solo per
un breve periodo, ma non sono mai stato particolarmente attratto dalla
formalità della disciplina monastica.
AC: Se i tuoi primi insegnanti fossero stati dei monaci, pensi che
avresti potuto prendere i voti?
JG: Avrei potuto, se avessi cominciato a praticare in Thailandia o in
Birmania. Ciononostante, sento che la vita di laico mi si addice, e in
qualche modo si addice a questa epoca. Penso che molto del lavoro che
abbiamo fatto negli ultimi venticinque anni sia stato più facile perché
l’abbiamo fatto come laici.
AC: Per diventare un buddista, devi “prendere rifugio” nella Triplice
Gemma: il Buddha, il Dharma e la Sangha. Del Buddha si racconta che fu
una persona che andò oltre, o che trascese il mondo. Il Dharma è
l’insegnamento buddista della liberazione, un insegnamento che ci libera
dall’attaccamento nei confronti del mondo, rendendoci capaci di uscire
dalla ruota del divenire. La sangha è la comunità dei fratelli e sorelle
con i quali condividiamo un legame di reciproco impegno verso
l’illuminazione e la vita spirituale. La relazione con la sangha si pone
in contrasto alle relazioni basate sui valori materialistici e mondani.
E proprio come i monaci, anche coloro che vivevano in famiglia e
seguivano gli insegnamenti del Buddha, (cioè i discepoli laici) dovevano
prendere rifugio nella Triplice Gemma, pur rimanendo immersi nelle
attività del mondo. Ma, poiché vi avevano preso rifugio, la loro fedeltà
non era più rivolta al mondo o ai suoi valori materialistici, bensì
all’illuminazione, ovvero alla trascendenza o al non-attaccamento al
mondo.
Oggi, so che l’interpretazione della Triplice Gemma è stata resa più
inclusiva da alcune persone (per esempio, il tuo antico collaboratore
Jack Kornfield) in modo da poter considerare anche la vita mondana come
un ottimo veicolo per la pratica spirituale, così come la vita ascetica
era considerata il contesto ideale al tempo del Buddha. Nel suo libro After
the Ecstasy, the Laundry, Kornfield dice: “I sacrifici di una
famiglia sono assimilabili a quelli di ogni rigido monastero, poiché
offrono esattamente la stessa pratica di rinuncia, pazienza, fermezza e
generosità”. Ma in un’intervista che hai concesso qualche anno fa, hai
detto: “Una volta fu chiesto a uno dei miei insegnanti: ‘È veramente
necessario rinunciare al mondo per ottenere la liberazione?’. Egli
rispose: ‘Anche il Buddha dovette rinunciare al mondo!’ E aveva alcune
paramita! (qualità spirituali sviluppate precedentemente)”.
Dunque, è necessario rinunciare al mondo per raggiungere la
liberazione? Penso che sia una domanda importante, perché alcune nuove
visioni del dharma nate dall’incontro dell’Oriente con l’Occidente, come
quelle rappresentate da Kornfield, ma anche da Elizabeth Lesser,
autrice di The New American Spirituality, sembrano considerare l’esempio
particolare della rinuncia del Buddha più come una metafora del
non-attaccamento, che come un modello da seguire alla lettera. Era nel
giusto il tuo insegnante quando ricordava che anche il Buddha dovette
letteralmente abbandonare il mondo per raggiungere la liberazione? E,
secondo la tua opinione, Kornfield ha ragione quando afferma che la vita
familiare offre esattamente la stessa formazione di una vita monastica?
JG: Trovo difficile parlare con autorevolezza sulla vita familiare,
perché non ne ho esperienza. Nel buddismo, si parla della via alla
liberazione in termini di livelli di illuminazione, ognuno dei quali
sradica diversi tipi di ostacoli o scappatoie della mente. E nei testi
buddisti ci sono numerose storie di persone che hanno raggiunto livelli
molto elevati di risveglio, pur vivendo in famiglia. Le persone di mia
conoscenza con una vita coniugale soddisfacente, si sono impegnate
moltissimo per fare della vita nel mondo la loro pratica. Possiamo dire:
“La vita è la mia pratica”, ma che lo sia davvero o meno, è qualcosa
che ognuno deve esaminare da sé, con attenzione. Da un certo punto di
vista, la via della famiglia sembra più difficile del cammino della
rinuncia, perché in essa ci sono molte più distrazioni.
Penso che tutti noi dobbiamo considerare onestamente quali sono le
nostre autentiche aspirazioni spirituali. Non penso che si tratti di un
aut-aut. La via della famiglia è possibile, ma richiede un impegno e una
volontà molto forti. Ho avuto un’insegnante, una donna chiamata Dipa
Ma, che era altamente illuminata e possedeva incredibili livelli di
concentrazione e samadhi (assorbimento meditativo). Lo sviluppo
della sua saggezza, della compassione e dei poteri della mente era
straordinario; era una yogini incredibilmente completa. E viveva in
famiglia. Aveva una figlia e un nipote, e conduceva una vita casalinga,
ma lo faceva in un modo stupefacente.
AC: Sei d’accordo con la dichiarazione di Kornfield: “I sacrifici di
una famiglia sono assimilabili a quelli di ogni rigido monastero, poiché
offrono esattamente la stessa pratica di rinuncia, pazienza, fermezza e
generosità”?
JG: La vita familiare ha la potenzialità di sviluppare queste
qualità, ma non credo che necessariamente le sviluppi.
Ovviamente, essere un genitore richiede uno straordinario sacrificio e
dà l’opportunità di sviluppare l’amore, la comprensione e la pazienza,
cioè molte delle paramita. Ma non sono sicuro di quanto
effettivamente le sviluppi in profondità, trasformando la saggezza nella
natura vuota e priva di sé delle cose. Essere un genitore non conduce
necessariamente a questo. Altrimenti, la maggior parte delle
persone sarebbe pienamente illuminata!
AC: Pensi che se qualcuno avesse avuto questa aspirazione a
illuminarsi, molto difficilmente avrebbe scelto la vita familiare?
JG: Se l’aspirazione centrale della nostra vita è la Liberazione,
persone diverse la cercheranno in modi diversi. E questo dipenderà sia
dall’intensità del desiderio della liberazione, sia dal nostro
condizionamento karmico, cioè dalle nostre tendenze o inclinazioni
individuali. Potrei immaginare di entrare in una relazione con la speranza
di non creare attaccamento. Ma, di nuovo, penso che sia necessaria
molta onestà per farsi strada nell’inerzia dei nostri modelli abituali e
vedere quali sono le nostre vere motivazioni. Infatti, sia al livello
del dharma che a quello del mondo siamo trascinati da energie diverse ed
è facile non capire quello che sta realmente succedendo.
AC: Quindi, quando il tuo insegnante diceva: “Anche il Buddha dovette
rinunciare al mondo!”, cosa intendeva?
JG: Beh, per considerare la cosa da un altro punto di vista, è facile
cadere nella trappola di pensare, come ho detto prima: “Oh si, la vita è
la mia pratica”, senza però farlo davvero per le molte difficoltà, e
così concludere sottovalutando l’importanza di prendersi davvero dei
periodi nella propria vita in cui riposarsi e fare un passo indietro, se
non addirittura di diventare monaco o monaca a vita. C’è un forte
impulso a non farlo, così uno potrebbe lasciarsi sfuggire il
potere, la forza e la chiarezza che arrivano grazie a quel tipo di
rinuncia. Questa è una delle cose che la gente apprezza riguardo ai
ritiri: sono un’occasione per fare un passo indietro, cosa molto rara
nella nostra cultura. Penso che abbiamo bisogno di farlo, e più sono
alte le nostre aspirazioni, più probabilmente avremo questa necessità.
Questo è il grande esperimento del dharma in occidente. E
voglio vedere se siamo in grado di creare un modello grazie al quale la
gente con una forte aspirazione per la Liberazione può realizzare
quest’ultima senza necessariamente diventare un monaco o una monaca.
Abbiamo appena cominciato a formulare la risposta a questa domanda:
forse è possibile, forse no.
AC: La mia prossima domanda deriva proprio da questo. Non c’è dubbio
che la maggioranza degli occidentali buddisti (o comunque praticanti gli
insegnamenti del Buddha sull’attenzione e la meditazione) sono laici
che, pur restando pienamente immersi nella vita del mondo con i suoi
interessi e preoccupazioni, manifestano un sincero interesse
nell’approfondire la comprensione della natura e del significato
dell’esperienza umana alla luce degli insegnamenti del Buddha. Eppure,
il Buddha stesso fu un’asceta che disse: “La vita familiare è una via
polverosa e piena di ostacoli, mentre la vita ascetica è come il cielo
aperto. Non è facile per un uomo che vive nel mondo praticare la vita
santa in tutta la sua pienezza, purezza e luminosa perfezione”. Ha detto
anche: “Il pavone che vola nell’aria non si avvicinerà mai alla
velocità del cigno. Similmente, l’uomo che vive in famiglia non può mai
assomigliare al monaco saggio, che medita in disparte nella giungla”.
JG: Prenderò i voti, prenderò i voti! Dove sono le tuniche?
AC: (ride) È vero, ovviamente, che viviamo in tempi “più illuminati” e
che per molti aspetti è difficile paragonare le circostanze storiche e
culturali dell’India antica con l’Occidente contemporaneo. Tuttavia,
l’attaccamento resta l’attaccamento e la libertà resta la libertà; i
trabocchetti e i pericoli del cammino spirituale non sono cambiati di un
millimetro negli ultimi 2500 anni. Quello che volevo chiederti, quindi,
è: quando sono arrivati nell’occidente contemporaneo, materialista e
narcisista, gli insegnamenti del Buddha sono stati annacquati per
risultare appetibili a coloro che non oserebbero mai prendere sul serio
gli insegnamenti del Buddha sulla rinuncia? O il Buddha era fuori strada
e troppo estremo perché le sue indicazioni possano essere valide in
ogni tempo?
JG: Ci troviamo in una situazione molto interessante. Oggi gli
insegnamenti sono accessibili a persone che non hanno alcuna familiarità
con essi; è un processo che sta avvenendo. Ma a differenza delle
culture asiatiche, dove la rinuncia – anche quando non viene praticata –
conserva un suo valore, qui non è apprezzata, per cui c’è una curva
dell’apprendimento spirituale. E negli ultimi venti, venticinque anni di
insegnamento, ho visto un numero di persone sempre maggiore che
vorrebbero fare il passo successivo verso un livello di rinuncia più
completo e profondo. Penso che nella gente sta maturando la comprensione
del significato della rinuncia.
AC: Stai dicendo, quindi, che dobbiamo evolverci fino al punto in cui
riconosciamo tale necessità, per poi cominciare ad agire di
conseguenza?
JG: Si, ed essa potrebbe prendere forme diverse, che si tratti di un
laico che trascorra dei periodi di rinuncia… Oppure potrei anche
immaginare la crescita di una sangha monastica. Io credo, però, che è
qui che si debba ricercare la profondità.
AC: La profondità sarà raggiunta quando le persone avranno dato tutta
la loro vita per il raggiungimento della liberazione: è questo che
intendi?
JG: Si, e poi queste persone troveranno la forma appropriata per
esprimerla. Penso che un periodo in cui praticare la rinuncia sia sempre
importante. Ma c’è anche la questione su cosa sia veramente la
rinuncia. Nei testi buddisti si trova un esempio famoso che paragona un
eremita dentro una grotta, che ha rinunciato al mondo ma è pieno di
desideri, a qualcuno che vive nel lusso, ma la cui mente è libera dai
desideri. La forma esteriore di rinuncia deve sostenere quella
interiore; altrimenti, l’esteriorità non ha alcun significato. Dobbiamo
vedere cosa favorisce la rinuncia all’avidità, all’odio, alla delusione.
Cosa favorisce la rinuncia a considerare le cose come il sé? Questi,
per me, sono l’interrogativo e la rinuncia fondamentali. Ed è una cosa
che può essere praticata in qualsiasi circostanza. Negli ultimi anni, la
mia pratica si è fatta via via più semplice. Di base, si riassume in
una frase detta dal Buddha: “Nessuna cosa deve essere assunta come ‘io’ o
come ‘mia’”. Questo è tutto. Questa è la pratica; qui si trova la
libertà.
Andrew Cohen: Vorrei chiederti del rapporto tra la meditazione e la
trascendenza del mondo, dove per “mondo” si intende l’attaccamento e il
divenire. Può, la pratica della meditazione, scendere davvero in
profondità e avere il potere di liberarci, se non si è già abbandonato
il mondo dell’attaccamento e del divenire, almeno in una certa misura?
In altre parole, se la pratica della meditazione non ha già radici nella
rinuncia al mondo, come può avere il potere di liberarci o di renderci
capaci di trascendere il mondo?
JG: Se per “libertà” intendiamo una mente che non considera nulla
come “io” o “mio”, penso che possiamo accostarci a essa in due modi. Un
approccio è focalizzare la mente sugli oggetti dell’esperienza,
penetrandone il carattere illusorio, e questo provoca il lasciarsi
andare. Cominciamo a scorgere l’inconsistenza di ogni cosa. Di fronte a
ciò, la mente inizia a lasciar andare la presa, perché si accorge che
non c’è niente di solido cui aggrapparsi. Un altro approccio è avere
effettivamente un bagliore del vuoto, della natura aperta della mente
che non produce attaccamento, e avere un’immediata apertura nei
confronti di tale esperienza. Penso che, tradizionalmente, le due scuole
siano in contrasto l’una con l’altra: “Questa via è migliore o più
veloce o più eccelsa”. Ma, almeno secondo la mia esperienza, entrambe
sono valide e si intrecciano costantemente. Sono pochissime le persone
che, avendo avuto un bagliore di questa natura assoluta, aperta e vuota,
sono arrivate alla fine, ritrovandosi totalmente libere; infatti, i
modelli abituali sono molto forti.
Andrew Cohen: Sembra che nel buddismo in generale, e specialmente
nella scuola Theravada, considerata quella allineata in modo più stretto
agli insegnamenti originali del Buddha, la trascendenza del mondo sia
un tema fondamentale dell’insegnamento. Tuttavia, viviamo in un’epoca
nella quale molte voci influenti del mondo spirituale mettono in
rilievo, con vigore, quelli che considerano i pericoli di questo tipo di
visione: cioè che è patriarcale, gerarchica, contro la terra, il corpo,
la sessualità e la femminilità. Il noto biologo e filosofo Rupert
Sheldrake ha detto in un’intervista rilasciata per “What is
Enlightenment?”:
JG: “È possibile considerare l’intera creazione come un grande
errore, niente altro che una serie di futili e infiniti cicli di
manifestazioni, nascita, morte, rinascita e nuova morte e così via
all’infinito. A quel punto, la sola risposta è una specie di caduta
verticale dentro il regno senza tempo dell’essere, dove dimentichi e
lasci alle spalle tutto ciò. Quando vivevo in India, ho scoperto che…
alcuni buddisti Theravada avevano fatto propria questa visione. Il loro
unico intento era staccarsi interamente da questo mondo del divenire e
spiccare il balzo verso la salvezza individuale”.
Inoltre, l’influente scrittore spirituale e, come lui stesso si è
definito, il “mistico gay” Andrew Harvey afferma nel suo libro, The
Return of the Mother:
“Le tendenze contrarie alla vita, al corpo e alla donna,
presenti sia nella tradizione Therevada sia (in misura minore) nella
tradizione Mahayana, sono un ostacolo. Molte scuole buddiste insegnano
che non si può raggiungere l’illuminazione in un corpo di donna; il
meglio che una donna può fare, se è molto fortunata, è servire i monaci.
Già nelle fasi iniziale del buddismo, i monaci maschi si separarono
dalla società e furono considerati superiori a essa. L’unico obbiettivo
dell’incarnazione fu visto come la liberazione dal samsara. In tutto
questo ci sono estremismo, paura della natura e isteria repressa; il
buddismo Mahayana ha cercato di mitigare queste posizioni soprattutto
con la sua concezione del servizio divino e dell’ideale del bodhisattva.
Ma anche nel Mahayana le donne sono decisamente sottovalutate; il
termine tibetano per donna significa letteralmente ‘nascita minore’.
Un’enfasi straordinaria sull’illuminazione può condurre al distacco da
questa vita e dalle sue responsabilità attive, oltre che a una radicale
sottovalutazione della sacra saggezza della vita quotidiana…Non possiamo
più permetterci il lusso di questo volo nella trascendenza, perché
anche a causa sua nessuno è intervenuto a fermare la rovina e la
devastazione della natura”.
Andrew Cohen: Joseph, sei d’accordo con Sheldrake e Harvey? È vero
che l’enfasi del Buddha sulla trascendenza del mondo è contraria alla
vita e provoca involontariamente distruzioni e divisioni?
JG: Durante il ritiro, ho avuto esperienze di straordinaria pace,
calma e unione, che però dall’esterno potevano venire scambiate per
indifferenza, freddezza o disinteresse. Il rischio di proiezioni sui
singoli praticanti e l’intera tradizione è molto grande. Penso, quindi,
che sia molto importante non cadere in queste generalizzazioni
che nulla hanno a che vedere con l’esperienza autentica dei praticanti;
infatti, la loro esperienza può essere completamente diversa da
ciò che appare dall’esterno. È molto facile rimanere impigliati nei
giudizi sulle altre persone e le altre tradizioni, frutto delle nostre
proiezioni, prevenzioni e punti di vista. Detto questo, penso che la tua
domanda, in realtà, ruoti intorno al significato della trascendenza. Le
persone usano questa parola in tanti modi diversi; secondo la mia
prospettiva, gran parte del contenuto di questa domanda proviene – sarò
netto e chiaro – da una limitata concezione della trascendenza o da
un’idea di questa diversa dalla mia.
Uno dei significati della trascendenza è restare consapevoli di una
dimensione “altra”, separata dalla terra, dove si è in una sorta di
beatitudine. Non penso, però, che questo fosse ciò che intendesse il
Buddha, né che riguardi la pratica del buddismo Theravada o di qualsiasi
altra tradizione buddista da me conosciuta. La trascendenza autentica,
secondo la mia comprensione, è molto più semplice. È la trascendenza del
senso del sé, il quale si forma attraverso l’identificazione con i vari
aspetti dell’esperienza, scambiati per il sé. È la realizzazione della
vacuità del sé. Penso che la trascendenza autentica sia una funzione
della saggezza, non di un qualche stato alterato o dell’essere
trasportati in un’altra dimensione. La sua espressione può prendere poi
molte forme. Può prendere la forma di un forte coinvolgimento nel mondo o
dell’andare a vivere in una grotta sull’Himalaya; non credo che esista
una gerarchia delle azioni compassionevoli.
Quando il Buddha, nelle sue innumerevoli vite passate, si ritirava in
qualche caverna a praticare, una persona normale avrebbe potuto pensare
che si fosse ritirato dal mondo. Ma considerando questi ritiri come un
momento del suo cammino verso la buddhità e tutte le compassionevoli
attività che ne derivarono (cioè l’illuminazione di tutti noi) non si
può dire che il tempo trascorso nelle caverne sia stata una negazione
del mondo. Però, quando consideriamo isolatamente un momento
dell’esperienza o del cammino di una persona, otteniamo una visione
molto distorta del quadro generale.
AC: Penso che queste citazioni evidenzino l’opinione che il mondo sia
identico al samsara, il perpetuo alternarsi di nascita, morte e
rinascita, e di come nella filosofia buddista (in modo specifico nel
buddismo Therevada) l’unica idea sia “elevarsi”, liberare se stessi da
questo infinito ciclo del divenire.
JG: Qualcuno potrebbe affermare che il Buddha, dopo la sua
illuminazione, indugiò nel samsara?
AC: Di certo, non visse nel mondo.
JG: No, visse nel mondo: camminò sulla terra.
AC: Camminò sulla terra, ma il mondo in cui visse fu una sua
creazione; era circondato dai suoi monaci, non visse una vita mondana.
JG: Ma questa distinzione, per me, non è il punto saliente. È
possibile vivere come un monaco, un asceta, e cercare allo stesso tempo
di alleviare la sofferenza del mondo, come fece il Buddha. Egli non si
isolò, non si ritirò, non si staccò dal mondo. Da un certo punto di
vista, era totalmente coinvolto; il punto chiave è che poté farlo da uno
spazio di libertà, piuttosto che da uno di schiavitù. La pratica
spirituale, anche nelle tradizioni più ortodosse, riguarda la
liberazione della mente dagli attaccamenti. Questa non è né indifferenza
né un tirarsi indietro. Riguarda il nostro rapporto col mondo. Ci
relazioniamo da uno spazio di libertà o di non-libertà?
AC: Quindi non sei d’accordo con le critiche di Harvey?
JG: Per niente. Storicamente, esistono molte sovrapposizioni
culturali, e le discussioni sui rapporti uomo-donna riguardano, io
credo, più la cultura che il dharma, perché chiaramente dal
tempo del Buddha fino a oggi sono esistite molte donne pienamente
illuminate.
AC: Quindi, stai dicendo che sei in totale disaccordo con questa
interpretazione del buddismo Therevada, secondi cui lo scopo della
liberazione è “uscire” dal mondo. Si tratta di una comprensione
sbagliata dell’insegnamento del Buddha?
JG: Di nuovo, dipende. Cosa si intende per “mondo”? Ti riferisci alla
società americana consumista o al pianeta sul quale gli esseri umani
camminano? Finché saremo vivi, non penso che ci sarà mai scampo dal
mondo. L’obiettivo è la libertà dall’attaccamento, dalla sete del
desiderio; non è la non-esistenza. Infatti, il Buddha ha detto che
desiderare la non-esistenza è solo un’altra forma di brama insita nella
nozione del sé.
AC: Ma alcune persone, da un certo punto di vista, potrebbero pensare
che ciò implichi la distruzione del mondo. Infatti, se leviamo la “sete
del desiderio”, potremmo provocare un disimpegno tale che l’intero
mondo rischierebbe di andare in pezzi.
JG: Non vedo tutto ciò come disimpegno, ma come la differenza tra il
non-attaccamento e il distacco. Il distacco implica il ritirarsi, il
chiamarsi fuori, forse anche il disinteresse. Non vedo il cammino del
Buddha come distacco, bensì come non-attaccamento, cioè essere
completamente presenti senza produrre attaccamenti. E in questo, per me,
risiede l’unione del vuoto e della compassione. C’è la possibilità,
quindi, di essere totalmente impegnati, ma senza attaccarsi a niente.
AC: Questa sarebbe la miracolosa posizione dell’illuminazione.
JG: Sì. E persone diverse esprimeranno in modi diversi
quell’illuminazione e il cammino per raggiungerla. Possono esserci
periodi in cui è necessario ritirarsi dal mondo nel modo che è stato
suggerito. Questo, però, è un tratto di un viaggio ben più lungo.
AC: Diversamente dal buddismo, nell’ebraismo e nell’islam
(soprattutto nel sufismo) la rinuncia e la trascendenza del mondo (così
come le ha insegnate il Buddha) non solo vengono scoraggiate, ma
talvolta sono aspramente criticate come contrarie ai principi
fondamentali della loro dottrina religiosa. Sheikh Tosun Bayrak
dell’ordine sufi Halveti-Jerrahi ha detto in un’intervista concessa a
“What is Enlightenment”:
“La rinuncia è un peccato. Essa significa che, quando sono assetato,
Lui, Allah, mi offre un bicchiere d’acqua e io dico: ‘No, grazie’.
Questo è un peccato, è estrema arroganza! Non si tratta solo della mia
opinione, ma di quella di tutti i sufi. Dovresti accettare qualsiasi
cosa ricevi e farne buon uso. Se non la vuoi, dalla a qualcuno che ne ha
bisogno! Io possiedo, sia resa lode ad Allah, abbastanza soldi. Ma se
oggi Lui mi desse un milione di dollari, non li rifiuterei. Li
prenderei, li darei a coloro che ne hanno bisogno e ne serberei anche un
po’ per me. Mi comprerei una nuova auto al posto della vecchia e forse
un paio di scarpe da 150 dollari. Sarebbe un gran giorno!
Non c’è bisogno di andare nei monasteri o scalare l’Himalaya… Devi
andare nel mondo e partecipare. Per esempio, il mio insegnante, Sheikh
Muzzaffer, amava mangiare, gli piaceva il buon cibo. E aveva una giovane
moglie che amava molto. Lui diceva spesso: i soldi dovrebbero essere
tanti nelle tue tasche, ma nessuno nel tuo cuore”.
Anche per gli Ebrei, l’impegno totale nel mondo e nella vita è visto
come l’adempimento della chiamata religiosa. Secondo loro, è solo
vivendo con tutto il cuore i comandamenti che il potenziale spirituale
della razza umana può realizzarsi. Lo studioso ebreo David Ariel scrive:
“Quando diventiamo i maestri della nostra vita e godiamo di tutto ciò
che quest’ultima ci offre, abbiamo portato alla luce la divinità che è
in noi. Quando aiutiamo l’evoluzione di un’altra persona, portiamo a
compimento il lavoro della creazione. Quando aiutiamo lo sviluppo del
potenziale umano di ciascun individuo, abbiamo portato Dio nel mondo.
Dio ha bisogno del nostro aiuto, perché solo noi possiamo perfezionare
il mondo”.
Io so che, anche se l’ideale del bodhisattva è di liberare tutti gli
esseri senzienti prima di se stesso (soprattutto nella tradizione
Mahayana), tale salvezza degli altri consiste soprattutto nella
liberazione dalle catene del samsara, non nella “spiritualizzazione” del
mondo, come sottolineano queste religioni mediorientali. Cosa rispondi
tu, come importante insegnante buddhista, alle accuse dei nostri
fratelli mediorientali secondo cui la tua religione non solo inibisce la
realizzazione del potenziale spirituale del mondo attraverso l’uomo, ma
di fatto ci spinge ad abbandonare ogni responsabilità nei suoi
confronti?
JG: Penso che tale discussione si svolga a un livello sbagliato,
perché si limita a considerare le apparenze: se uno vive nel palazzo o
nella grotta, se ha una relazione o no. Non credo che queste siano le
domande fondamentali. Penso che la domanda fondamentale sia: “Chi è
che sta appagando il desiderio o vi sta rinunciando?”.
AC: Il punto, però, è che tu sei buddista! In quanto tale, non vuoi
quindi rispondere per niente a questa domanda? Volevo soltanto che tu
commentassi un poco gli insegnamenti sulla rinuncia e la trascendenza
del mondo.
JG: Da un certo punto di vista, vivo più come un sufi che come un
monaco buddista. Ma, di nuovo, non vedo la forma come l’essenza della
realizzazione. Per esempio, se vai al cinema, vieni totalmente preso
dalla trama del film. Potrebbe essere il film di un monaco nella grotta o
di qualcuno che si gode pienamente la vita, ma se guardi in alto e vedi
il fascio di luce che attraversa la sala e atterra sullo schermo,
comprendi che non sta succedendo niente. È tutta apparenza! Penso che se
ci blocchiamo nella ricerca di quale apparenza sia la più giusta o
spirituale, perdiamo completamente di vista il fatto che la libertà non
dipende dal tipo di film trasmesso; essa si trova nella mente priva di
attaccamenti, qualunque essi siano.
AC: Certo, questa è la risposta finale a tutte le domande, e dopo di
essa, naturalmente, non resta nulla da dire. Ma la ragione per la quale
faccio queste domande è che anche i sufi hanno degli insegnamenti sul
non-attaccamento. E se guardiamo al buddismo classico, c’è senza dubbio
una grande enfasi sulla rinuncia al mondo e sul diventare monaco. Sono
sicuro che i monaci buddisti tradizionali sentono fortemente il loro
cammino. I sufi, però, affermano: “No, comportarsi così vuol dire
fondamentalmente negare Allah o Dio”… E ne sono molto convinti! Dunque,
chiarire questi interrogativi aiuta a gettare luce sull’argomento.
Molti, al giorno d’oggi, usano la risposta che hai appena dato per
evitare di comprendere quanto attaccamento c’è davvero in noi. E il
fatto è che la maggioranza delle persone – sono certo che tu lo sai,
visto che sei un insegnante – hanno profondi, radicati attaccamenti. A
un livello più relativo, quindi, questi argomenti diventano davvero
importanti.
JG: Alcuni anni fa, mi trovavo a una conferenza cristiano-buddista a
Gethsemane sulle diverse tradizioni spirituali. Il Dalai Lama ripeteva
continuamente: “Sapete, la mia via è giusta per me. La vostra via può
essere giusta per voi”. Egli rispetta totalmente il fatto che le persone
possono percorrere strade diverse in periodi diversi. Non vedo la
necessità di fare generalizzazioni come: “Sì, la celebrazione della vita
dei Sufi è la via” o: “No, la rinuncia Buddista è la via”. In realtà,
bisogna considerare…
AC: …Ciò che succede effettivamente dentro l’individuo.
JG: Esattamente. E come abbiamo appena detto, qualcuno può vivere una
vita di rinunce esteriori ma restare pieno di desideri; lo stesso,
però, potrebbe succedere per chi ha una vita molto impegnata. Così, si
ritorna sempre a ciò che realmente accade. Ed è qui che un insegnante
può essere di grande aiuto, perché talvolta è difficile vedere le cose
da soli. Come sappiamo, è molto facile rimanere intrappolati.
AC: OK, un ultimo tentativo…
JG: Per indurmi a esprimere un’opinione?
AC: Sì, giusto!
JG: “Quei tipi non vanno bene!”
AC: (ride) Ho un’ultima domanda. Penso si possa dire che, per la
maggior parte delle persone coinvolte nell’esplosione spirituale
provocata dall’incontro tra Oriente e Occidente (esplosione che oggi si
manifesta con sempre maggiore velocità), Gautama il Buddha e Ramana
Maharshi (uno degli studiosi del Vedanta più rispettati dell’era
moderna) emergono come esempi impareggiabili di illuminazione piena.
Tuttavia, è interessante notare come, a proposito della relazione che il
ricercatore deve tenere con il mondo, i loro insegnamenti divergano
moltissimo. Il Buddha, colui che rinuncia al mondo, incoraggiava i
ricercatori più sinceri a lasciare il mondo per seguirlo in una vita
santa, liberi dagli affanni e dalle preoccupazioni della vita
famigliare.
Ma Ramana Maharshi sconsigliò ai suoi discepoli di lasciare la vita
famigliare per cercare una concentrazione spirituale più grande e
intensa. Di fatto, sconsigliò ogni atto esteriore di rinuncia e, invece,
incoraggiò il ricercatore a cercare dentro di sé la causa
dell’ignoranza e della sofferenza. Infatti, oggi molti dei suoi devoti
(il cui numero è in costante crescita) affermano che il desiderio di
rinuncia è in realtà un’espressione dell’ego, di quella stessa parte di
sé che intendiamo abbandonare se vogliamo essere liberi. Naturalmente,
il Buddha sottolineava molto la necessità della rinuncia, del distacco,
della disciplina e delle regole, considerandole le fondamenta stesse da
cui può nascere la liberazione. Perciò, perché pensi che le vie di
questi due luminari dello spirito divergano tanto? E perché, secondo te,
il Buddha incoraggiava i discepoli a lasciare il mondo mentre Ramana
Maharshi li spingeva a restarvi?
JG: Da un certo punto di vista, c’è una risposta molto semplice a
questa domanda: “Non ne ho proprio idea!”.
AC: Molto sincero.
JG: Di nuovo, però, si ritorna al significato della rinuncia. Mentre
riassumevi l’insegnamento di Ramana – che incoraggia i discepoli a
guardare dentro, vedendo dove sono gli attaccamenti e lasciandoli andare
– non mi sembravano molto diversi da quelli del Buddha. Quest’ultimo
vedeva la rinuncia come un modo per creare quelle condizioni affinché
fosse possibile fare le stesse cose che diceva Ramana. Ancora una volta,
quindi, non creerei questa grande divisione.
AC: È una domanda importante, tuttavia, perché molte persone si fanno
facilmente delle idee fisse su ciò che sia l’illuminazione. Almeno con
questi due uomini, i più ammettono che, qualunque cosa abbiano detto,
sono degli esempi in buona fede. Il Buddha, anche se ebbe dei discepoli
laici illuminati, senza dubbio pose una particolare enfasi nel lasciare
il mondo, mentre Ramana non lo fece affatto. E il Buddha ebbe un sacco
di guai perché molti ragazzi abbandonarono la famiglia fuggendo dalle
responsabilità sociali per condurre una vita di santità. Creò un bel
subbuglio e molte persone ne furono turbate. Questo, quindi, solleva la
domanda: perché lo fece?
JG: Si tratta di abbandonare la vita laica per una vita di maggiore
semplicità. Non si abbandona la vita laica per qualche motivo egoistico,
ma (nella maggior parte dei casi) per sviluppare una saggezza e una
compassione maggiori che possono essere di grande aiuto al mondo. Penso
che nella nostra cultura la semplicità e il distacco dal lavoro (anche
per brevi periodi) vengano sempre più apprezzati. Nell’India di Ramana
(lo so perché io stesso vi ho trascorso un periodo di tempo) la vita era
davvero semplice e tranquilla. E, sebbene ora non viva completamente in
quel modo, quella via conserva per me un grande fascino. Quindi, quando
penso alla vita semplice dei monaci e delle monache, come l’ha
insegnata il Buddha, mi sembra deliziosa.
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Kornfield. Il cuore della saggezza. Esercizi di meditazione.
Astrolabio.1988. ISBN: 8834009398
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Copyright originale “What is Enlightenment” magazine www.wie.org
Traduzione di Nityama Masetti. Revisione di Gagan Daniele Pietrini.
Copyright per la traduzione italiana: Innernet.
tratto da www.innnernet.it
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