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KRISHNAMURTI: LA CONSAPEVOLEZZA, L'AMORE, LA LIBERTA' di Giuliano Giustarini
giovedì 05 ottobre 2006
 
Le radici del cielo sono nel silenzio profondo e costante 1

A più di dieci anni dalla morte di Krishnamurti, Ubaldini inaugura la collana Krishnamurti su, un’interessante iniziativa che presenta il pensiero di Krishnamurti attraverso specifici argomenti da lui affrontati. I primi due libri sono Sulla libertà (1996, 158 pp., L. 24.000) e Sull’amore e sulla solitudine (1996, 148 pp., L. 24.000). La massiccia pubblicazione degli insegnamenti di Krishnamurti risponde a un vivo interesse, diffuso ancor oggi in tutto il mondo, per l’immediatezza e la forza del suo messaggio.
Krishnamurti nacque nel 1895 a Madanapalle (presso Madras, nell’India del sud), da una famiglia di modeste condizioni economiche. Ancora tredicenne, fu ‘riconosciuto’ dalla società teosofica, allora presieduta da Annie Besant, come il maestro del mondo di cui era stata preannunciata la venuta e fu quindi portato in Europa dove, insieme all’inseparabile fratello Nitya, ebbe un’istruzione di tipo occidentale. Su iniziativa della stessa Besant e di Charles Leadbeater (il teosofo che, grazie a presunte doti di chiaroveggenza, aveva indicato in Krishnamurti l’atteso ‘messia’), fu istituito l’Ordine della Stella, con a capo lo stesso Krishnamurti. Nel 1925 Nitya morì di tubercolosi. Fu un’esperienza di grande dolore per Krishnamurti e fu, al contempo, causa di una profonda trasformazione: come egli stesso ricordò in seguito, dovette confrontarsi con l’immensa angoscia della perdita e lo fece senza ‘fuggire’, senza ricorrere a credenze consolatorie. Nell’agosto del 1929, davanti a un’assemblea di seguaci dell’Ordine della Stella riunitasi a Ommen Camp, in Olanda, per ascoltarlo, Krishnamurti lasciò sbalorditi tutti i presenti decretando lo scioglimento dell’Ordine. Affermò, in quell’occasione, che la ricerca spirituale deve essere una questione personale e che egli non sarebbe stato più la stampella di nessuno. In quello stesso discorso, espresse il suo intento di continuare a parlare a chiunque lo avesse ascoltato, "per rendere libero l’Uomo". Da allora Krishnamurti ha girato il mondo incoraggiando a cercare la Verità dentro se stessi, senza accettare alcuna autorità, esterna o interna 2.
L’oggetto centrale dei suoi discorsi è la liberazione e ciò che impedisce la liberazione. L’immersione appassionata in questo che può essere considerato il cuore della ricerca spirituale ha toccato temi essenziali quali la morte, la paura, l’amore, il rapporto con gli altri, la meditazione, la religione, la natura della mente. Quale che fosse l’argomento su cui si soffermava, Krishnamurti ha sempre sottolineato il ruolo fondamentale della consapevolezza, del semplice vedere le cose così come sono, senza manipolazioni da parte dell’io. Soltanto la consapevolezza può condurre alla fine del condizionamento e dunque alla radicale trasformazione dell’individuo.
La trasformazione ha luogo in virtù del vedere il condizionamento in tutti i suoi aspetti, senza evitarlo, senza rifugiarsi in sensazioni gratificanti che, comunque, appartengono al condizionamento. Uno degli aspetti del condizionamento su cui Krishnamurti si è maggiormente soffermato è il ‘tempo’. Va detto innanzitutto che Krishnamurti, quando parla del tempo, distingue tra tempo effettivo e tempo psicologico. Quest’ultimo è una manifestazione dell’attaccamento, cioè dell’incapacità di stare nel ‘qui e ora’, della tendenza a proiettare un’immagine nel futuro utilizzando il ‘conosciuto’ accumulato nel passato. Secondo Krishnamurti non ci può essere consapevolezza qualora ci si limiti a proiettare nel tempo i propri contenuti mentali, il ‘pensiero’. Soprattutto perché il pensiero, al contrario della consapevolezza, è limitato, condizionato. Identificandosi con qualcosa di limitato, l’individuo diviene frammentato, aggrappato a quell’immagine, quel frammento che è l’io.
Ciò che chiamiamo pensiero è la risposta della memoria, e dove scatta questa reazione condizionata non ci può essere passione né intensità. C’è intensità solo dove c’è totale assenza di io 3.

Proprio per i rischi che si insinuano nella visione del tempo psicologico, Krishnamurti è sempre stato estremamente restio a parlare di pratica, ritenendo ogni concetto di gradualità un impedimento alla visione immediata delle cose. Considerare il lavoro interiore in termini di tempo significa consegnarlo a quello che, nella tradizione buddhista, viene chiamato tanha, il desiderio, la separazione della mente da ciò che è. Proprio il Buddha definisce il Dharma, cioè la verità ultima, akaliko, senza tempo.
La consapevolezza è la qualità della mente che osserva senza giustificazione o condanna, approvazione o disapprovazione, attrazione o repulsione, che si limita a osservare 4.

Una nota frase di Krishnamurti riguardo alla consapevolezza è ‘l’osservatore è la cosa osservata’. Con ciò si intende la necessità di non porre una distanza psicologica tra noi e l’oggetto dell’osservazione. L’osservatore, nel caso di un processo dualistico, è il conosciuto, la conoscenza che ha accumulato nozioni, ferite, reattività e che non può assolutamente vedere, ma soltanto proiettare un’immagine precostituita. L’osservazione senza un osservatore significa dunque svuotare la coscienza di quei contenuti che velano la realtà del momento presente:
Nell’ambito del conosciuto c’è attaccamento, con le sue paure, le sue disperazioni, e la mente che è trattenuta in quest’ambito, per quanto esteso e vasto sia, non è mai libera 5.

La separazione psicologica, spaziale (osservatore-osservato) o temporale (tempo psicologico, gradualità) è l’io. La fine dell’io è la fine del conosciuto. Allora rimane soltanto una consapevolezza nuda, autentica, innocente. Questa consapevolezza è amore (l’amore, secondo Krishnamurti, è ‘morire all’io’ 6) ed è la vera libertà.
Dobbiamo morire giorno per giorno a tutte le cose che abbiamo accumulato psicologicamente 7.

Amore e libertà sono due termini che Krishnamurti usa per indicare l’Incondizionato e per ispirare la visione profonda della realtà. Si tratta, dunque, di due approcci alla ricerca interiore diversi ma sostanzialmente convergenti, due vie attraverso le quali l’Incondizionato si tende verso di noi manifestando il suo profumo. In questo modo i libri di Krishnamurti appaiono al lettore come sentieri di indagine nella mente, con una freschezza intrinseca che li rende vere e proprie ‘meditazioni in atto’.
Perché questo modo di parlare della libertà e dell’amore non perda la sua capacità di evocare la consapevolezza, bisogna ‘spolverare’ questi termini da ogni eventuale distorsione. Ciò significa, innanzitutto, riconoscere e rifiutare tutto ciò che non è amore, smontando così, per mezzo di un’acuta e costante osservazione, l’intero edificio dell’io. Soltanto questo processo di sincera e appassionata negazione può condurre alla scoperta dell’amore autentico.
Solo scoprendo che cosa l’amore non è, sapremo che cos’è l’amore 8.

La meravigliosa ricerca dell’amore passa perciò attraverso l’osservazione diretta, non giudicante, del desiderio, del piacere, della ricerca di sicurezza e di tutto ciò che limita le nostre relazioni e le tramuta in conflitto. Ovvero, l’indagine di Krishnamurti si focalizza essenzialmente sull’io, poiché, se non si comprende veramente il movimento anche sottile dell’io, tutto ciò che viene chiamato amore non è altro che un’immagine illusoria, rafforzata con l’attaccamento alle tradizioni o agli ideali.
Lo stesso discorso vale per la libertà. Il primo possibile fraintendimento da cui Krishnamurti mette in guardia è quello di vedere la libertà come forma di reazione, cioè come qualcosa che si contrappone a ciò che lega, che condiziona. Ma ciò che è l’opposto di una cosa, afferma Krishnamurti, appartiene allo stesso ambito di quella cosa, cioè al limitato, al condizionato. Una libertà come forma di reazione è un’azione che si muove sempre e comunque orizzontalmente, che non osa quel balzo definitivo verso la libertà assoluta.
L’insegnamento di Krishnamurti, come si è visto, mira a eliminare quella distanza che siamo soliti creare tra noi e l’Incondizionato, tra noi e la vera natura delle cose. La libertà stessa viene reificata dall’io, ridotta a un concetto, a un’astrazione del pensiero e perciò dello stesso condizionato, del ‘conosciuto’. Inoltre, viene vista come un obiettivo da raggiungere, un oggetto da ottenere, un qualcosa da cui ci separa, di nuovo, l’illusione del ‘tempo psicologico’. Ajahn Sumedho chiama questa trappola dell’io gaining idea, il concetto, cioè, che dobbiamo conquistare qualcosa da cui siamo divisi, lontani. Rimandiamo, così, l’atto di vedere, ostacoliamo la visione immediata delle cose, ponendo tra noi e la libertà ultima la barriera del tempo, del pensiero, dell’attaccamento, della paura. Come insegna la tradizione buddhista (specialmente le scuole del Mahayana), la libertà, o natura di Buddha, è già presente, ma non la vediamo. Il sottile insegnamento di Krishnamurti ruota intorno a questo asse cruciale: non c’è una ‘liberazione nel futuro’ (definizione che evoca la nozione di tempo psicologico e allontana dalla presenza mentale), ma esiste soltanto il momento presente, che è senza tempo, che è già libertà. Questa relazione tra momento presente e libertà la ritroviamo nelle parole del maestro Zen Suzuki Roshi:
Se andate alla ricerca della libertà, non potete trovarla. La libertà assoluta stessa dev’essere presente già prima che voi possiate ottenere la libertà assoluta 9.

Nello stesso modo Krishnamurti è solito ripetere: "Il primo gradino è l’ultimo gradino". Egli si rende conto che parlare di libertà può diventare un’oziosa speculazione su teorie o ideali, una stagnante proliferazione del pensiero. I suoi libri non espongono concetti (ne siamo già pieni) ma comunicano l’urgenza di vedere, di trasformare se stessi, di assaporare quel ‘frutto prezioso’, quell’‘incommensurabile qualcosa’.
Votarsi alla libertà e a scoprire cos’è l’amore, sono queste le uniche due cose che contino: la libertà e quella cosa chiamata amore 10.

 
 
NOTE
1. Krishnamurti, A se stesso, Ubaldini Editore, Roma 1990, p. 18.
2. Per la biografia di Krishnamurti si veda Mary Lutyens, La vita e la morte di Krishnamurti, Ubaldini Editore, Roma 1990.
3. Krishnamurti, Sull’amore e la solitudine, Ubaldini Editore, Roma 1996, p. 111.
4. Krishnamurti, Sulla libertà, Ubaldini Editore, Roma 1996, p. 117.
5. Sulla libertà, p. 75.
6. Krishnamurti-Andersson, Un modo diverso di vivere, Ubaldini Editore, Roma 1996, p. 154.
7. Sull’amore e la solitudine, p. 65.
8. Sull’amore e la solitudine, p. 68.
9. Shunryu Suzuki, Mente Zen, mente di principiante, Ubaldini Editore, Roma 1976, p. 92.
10. Sulla libertà, p. 112.


Tratto da http://digilander.libero.it/Ameco/ind_sati.htm 
 
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