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Eckhart Tolle è emerso come uno degli insegnanti spirituali più
originali degli anni recenti. Il suo insegnamento non fa parte di alcuna
religione o tradizione, ma nello stesso tempo non esclude nessun
percorso. Il suo messaggio enfatizza l’essere nel momento. E’ autore del
best seller “Il Potere di Adesso”, qui intervistato da Andrew Cohen.
Andrew Cohen: Eckhart, com’è la tua vita? Ho sentito parlare di te un
po’ come di un recluso che trascorre molto tempo in solitudine. È vero?
Eckhart Tolle: Questo era vero in passato, prima che fosse pubblicato
il mio libro Il potere di adesso.. Per molti anni sono stato
un recluso. Dopo l’uscita del libro, però, la mia vita è cambiata
drasticamente. Ora insegno e viaggio molto. E le persone che mi
conoscevano prima dicono: “È sorprendente. Eri un eremita ed ora sei nel
mezzo della società”. Tuttavia, sento che niente è cambiato dentro di
me. Mi sento, esattamente, lo stesso di prima. C’è ancora un senso di
pace continuo, e mi sono arreso al fatto che a livello esterno c’è stato
un cambiamento totale. Così, in realtà, non è più vero che sono un
eremita.
Ora sono proprio l’opposto di un eremita. Può darsi che questo sia un
ciclo. Può pure darsi che ad un certo punto questo finisca e che io ad
essere un eremita. Al momento, però, sono arreso al fatto che sono quasi
costantemente in uno stato interattivo. Ogni tanto mi prendo del tempo
per stare da solo. Tra un insegnamento e l’altro, è necessario.
Andrew Cohen: Perché hai bisogno di stare da solo e cosa accade in
quei momenti di solitudine?
Eckhart Tolle: Quando sono con la gente sono un maestro spirituale.
Questa è la funzione, ma non è la mia identità. Dal momento che sono da
solo, la mia gioia più profonda è nell’essere nessuno, nel lasciare
andare la funzione dell’insegnante. È una funzione temporanea. Diciamo
che incontro un gruppo di persone. Nel momento in cui se ne vanno, non
sono più un maestro spirituale. Non c’è più alcun senso di un’identità
esteriore. Semplicemente, entro in modo più profondo nella quiete. Il
luogo che amo di più è la quiete. Non che la quiete vada perduta quando
parlo o quando insegno, dato che le parole sorgono dalla quiete. Nel
momento in cui le persone se ne vanno, però, quello che rimane è solo la
quiete. E la amo cosi tanto.
Andrew Cohen: Potresti affermare che la preferisci?
Eckhart Tolle: Non si tratta di preferenza. Nella mia vita, ora, c’è
un equilibrio, che probabilmente prima non c’era. Nel momento in cui,
molti anni fa, accadde la trasformazione interiore, si sarebbe potuto
dire, quasi, che l’equilibrio andò perduto. Era così appagante e così
traboccante di beatitudine essere, semplicemente, che avevo
perso ogni interesse nel fare o nell’interagire. Per un bel po’
d’anni mi sono perso nell’Essere. Avevo quasi completamente abbandonato
il fare, solo quel tanto che bastava per tenermi in vita e perfino
quello era un miracolo. Avevo perso ogni interesse nel futuro. E, poi,
gradualmente, si è ristabilito un equilibrio. Non si è completamente
ristabilito fino a che non ho cominciato a scrivere il libro. Il modo in
cui mi sento, ora, è che nella mia vita c’è un equilibrio fra lo stare
da solo e l’interagire con le persone, fra l’Essere ed il fare, mentre
prima, il fare era stato abbandonato e c’era solo l’Essere.
Profondamente beato, meraviglioso! Da un punto di vista esterno, però,
molta gente ha pensato che fossi diventato matto o fossi squilibrato.
Qualcuno ha pensato che fossi pazzo ad aver lasciato tutte le cose del
mondo che avevo “raggiunto”. Non avevano capito, che io non le volevo,
che non ne avevo più bisogno.
Ora, l’equilibrio, è fra la solitudine e l’incontro con le persone. E
va bene così. Sto piuttosto attento che l’equilibrio non vada perduto.
Al momento è presente una tendenza all’aumento del fare. Le persone mi
vogliono a parlare di qui o di là, ci sono richieste continue. So che,
ora, devo fare attenzione, affinché non vada perso l’equilibrio e a non
perdermi nel fare. Non credo che potrebbe mai accadere, ma richiede una
certa dose di vigilanza.
Andrew Cohen: Cosa significherebbe perdersi nel fare?
Eckhart Tolle: In teoria significherebbe che, continuamente,
viaggerei, insegnerei e sarei in contatto con la gente. Se questo
accadesse, forse, ad un certo punto il flusso, la quiete, potrebbero non
esserci più. Oppure potrebbero esserci sempre, non lo so. Oppure
potrebbe insorgere una spossatezza fisica. Ora, però, sento che ho
bisogno di tornare periodicamente alla pura quiete. E anche quando
avviene l’insegnamento, lascio proprio che sorga dalla quiete. Di
conseguenza l’insegnamento e la quiete sono strettamente connessi.
L’insegnamento sorge dalla quiete. Dal momento in cui sono solo, però,
c’è solo la quiete e questo è il mio luogo favorito.
Andrew Cohen: Quando sei da solo, passi molto tempo stando
fisicamente fermo?
Eckhart Tolle: Sì, a volte posso stare seduto per due ore in una
stanza quasi senza alcun pensiero. Solo in completa quiete. A volte,
quando vado a passeggiare, anche allora vi è una quiete completa, senza
attribuire mentalmente dei nomi alle percezioni dei sensi. C’è
semplicemente un senso di profonda maestosità o di meraviglia o di
apertura, e questo è magnifico.
Andrew Cohen: Nel tuo libro Il potere di adesso affermi che
“lo scopo definitivo del mondo non sta nel mondo, ma nella sua
trascendenza”. Puoi spiegare, per favore, cosa significa?
Eckhart Tolle: Trascendere il mondo non vuol dire ritirarsi, non
intraprendere più azioni o smettere di interagire con le persone. La
trascendenza del mondo è agire ed interagire senza ricercare se stessi.
In altre parole significa agire senza cercare di rafforzare il proprio
senso di sé attraverso le proprie azioni o i propri contatti con le
persone. Alla fin fine vuol dire non aver più bisogno del futuro per la
propria realizzazione oppure per un senso del sé o dell’essere. Non c’è
più un ricercare attraverso il fare, un ricercare, nel mondo, un senso
di un sé più forte, più appagato o più grande. Quando non c’è più questo
ricercare, allora puoi essere nel mondo, ma non del mondo. Non sei più
alla ricerca di qualcosa con cui identificarti, là fuori.
Andrew Cohen: Intendi che uno ha rinunciato ad una relazione
egocentrica e materialista con il mondo?
Eckhart Tolle: Sì, significa smettere di cercare per ottenere un
senso del sé, un senso del sé più profondo o migliore. Dato che, nello
stato normale di coscienza, quello che le persone cercano, attraverso le
loro attività, è di essere più completamente se stesse. Il rapinatore
di banche sta in qualche modo cercando questo. Pure la persona che si
sta sforzando di raggiungere l’illuminazione, sta cercando questo,
poiché sta cercando di ottenere, in un qualche momento nel futuro, uno
stato di perfezione, una condizione di completamento, uno stato di
completezza. C’è un tentativo di ottenere qualcosa attraverso le proprie
attività. Stanno cercando la felicità ma fondamentalmente stanno
cercando se stessi, o puoi dire Dio, in realtà è lo stesso. Stanno
cercando se stessi e cercano Ia dove non potrà mai essere trovato, nel
normale, non illuminato stato di coscienza, perché lo stato non
illuminato di coscienza utilizza sempre la modalità del ricercare.
Questo significa che essi sono del mondo - nel mondo e
del mondo.
Andrew Cohen: Vuoi dire che stanno guardando avanti, nel tempo.
Eckhart Tolle: Sì. Il mondo ed il tempo sono intrinsecamente
connessi. Quando cessa la ricerca del sé nel tempo, allora puoi essere
nel mondo senza essere del mondo.
Andrew Cohen: Ma cosa intendi esattamente quando dici che lo scopo
del mondo sta nel trascenderlo?
Eckhart Tolle: Il mondo, in qualche modo promette una realizzazione
nel tempo, e c’è uno sforzarsi per quella realizzazione, nel tempo.
Molte volte le persone percepiscono: “Sì, ora sono proprio arrivato”. E
poi si rendono conto che non è vero, non sono ancora arrivati e quindi
lo sforzo continua. Viene espresso in modo molto bello nel “A Course in
Miracles” (Un corso in miracoli, Armenia, Milano, 1999.) quando
si dice che il principio dell’ego è “cercare ma non trovare”. Le
persone si rivolgono al futuro cercando la salvezza, ma il futuro non
giunge mai.
Così, in effetti, la sofferenza ha origine in questo: nel non
trovare. Ed è l’inizio di un risveglio, quando si profila la
realizzazione che “forse questo non è il modo. Forse non arriverò mai
dove mi sto sforzando di arrivare, forse non si trova nel futuro”. Dopo
essersi perduti nel mondo, improvvisamente, sotto la pressione della
sofferenza, si giunge alla realizzazione che le risposte è possibile che
non si trovino al di fuori, nei risultati mondani e nel futuro.
Questo è, per molte persone, un punto importante da raggiungere.
Questo senso di crisi profonda, nella quale il mondo ed il senso del sé
che hanno conosciuto ed identificato con il mondo, perde di significato.
Questo è ciò che mi accadde. Ero proprio sull’orlo del suicidio e poi
successe qualcos’altro: una morte del mio senso del sé che viveva
attraverso le identificazioni, le identificazioni con la mia storia, con
le cose intorno a me, con il mondo.
Qualcosa nacque, in quel momento, che aveva un senso di profonda ed
intensa quiete e di vitalità, un senso dell’essere. Successivamente l’ho
chiamata Presenza. Ho compreso, al di là delle parole, che quello è
ciò che io sono. Questa comprensione, però, non era un processo
mentale. Ho compreso che questa profonda quiete viva e vibrante è ciò
che io sono.
Anni dopo, ho compreso che potremmo chiamarla “pura coscienza”,
mentre qualsiasi altra cosa è la coscienza condizionata. La mente umana è
la coscienza condizionata che ha acquisito la forma del pensiero. La
coscienza condizionata è l’intero mondo creato dalla mente condizionata.
Tutto quanto è la nostra coscienza condizionata; persino gli oggetti lo
sono. La coscienza condizionata nasce come forma e poi diventa il
mondo. Così, perdersi nel condizionato, sembra necessario per gli esseri
umani. Sembra parte del loro cammino perdersi nel mondo, perdersi nella
mente, che è la coscienza condizionata.
Poi, grazie alla sofferenza, generata dall’essersi perduti, tu trovi
l’incondizionato: te stesso. E questo è il motivo per cui abbiamo
bisogno del mondo per trascendere il mondo. Di conseguenza sono
infinitamente grato di essermi perduto.
Alla fin fine, lo scopo del mondo per te, è di perdertici dentro. Lo
scopo del mondo per te è di soffrire, di creare la sofferenza che sembra
essere ciò che è necessario affinché avvenga il risveglio. E poi una
volta che avviene il risveglio, con quello arriva la comprensione che la
sofferenza, ora, non è più necessaria. Sei giunto alla fine della
sofferenza perché hai trasceso il mondo. Hai raggiunto il luogo che è
libero da sofferenza.
Sembra essere il cammino di tutti. Forse non è il cammino di tutti in
questa vita. Sembra essere, però, un cammino universale. Credo che alla
fine ci arriveranno tutti, anche senza un insegnamento spirituale o un
insegnante spirituale. In questo caso, però, potrebbe prendere del
tempo.
Andrew Cohen: Molto tempo…
Eckhart Tolle: Molto di più. Un maestro spirituale è li per
risparmiare tempo. Il messaggio di base dell’insegnamento è che non hai
bisogno ancora di altro tempo, che non hai più bisogno di nessuna
sofferenza. Lo dico alle persone che vengono da me: “Dal momento che lo
stai ascoltando, sei pronto a sentirtelo dire. Ci sono ancora milioni di
persone là fuori che non lo ascoltano. Hanno ancora bisogno di tempo.
Ma non sto parlando a loro. Tu puoi sentirti dire che non hai più
bisogno di tempo e che non hai più bisogno di soffrire. Sei andato
cercando nel tempo e sei andato cercando ulteriore sofferenza”. E,
improvvisamente, per qualcuno, sentirsi dire che non ha più bisogno di
ciò, può essere un momento di trasformazione.
Quindi la bellezza dell’insegnamento spirituale è che ti fa
risparmiare vite di…
Andrew Cohen: Sofferenza inutile.
Eckhart Tolle: Sì, così è bene che le persone siano perse nel mondo.
Mi piace molto andare a New York ed a Los Angeles, dove sembra che le
persone siano totalmente coinvolte. A New York stavo guardando
fuori dalla finestra. Stavamo facendo un gruppo d’incontro vicino
all’Empire State Building. E tutti per strada andavano di fretta, quasi
correndo. Tutti sembravano essere in uno stato d’intensa tensione
nervosa, d’ansietà. In realtà è uno stato di sofferenza, ma non viene
riconosciuto come tale. E ho pensato: dov’è che stanno correndo tutti? E
ovviamente tutti stanno correndo verso il futuro. Hanno bisogno di
andare da qualche parte, che non è qui. È un punto nel tempo: non ora,
nel poi. Stanno correndo verso un poi. Stanno
soffrendo, ma neanche si rendono conto. Ma per me guardare a questo è
stato gioioso. Non ho sentito di dire: “Dovrebbero rendersi conto
meglio”. Sono sul loro percorso spirituale. Al momento, questo è
il loro cammino spirituale, e funziona benissimo.
Andrew Cohen: Spesso la parola “illuminazione” è interpretata come la
fine della divisione all’interno del sé e la scoperta simultanea di una
prospettiva o di un modo di vedere globale, completo o libero dalla
dualità. Coloro che hanno sperimentato questa prospettiva sostengono che
la realizzazione definitiva è che non c’è differenza fra il mondo e Dio
o l’Assoluto, fra il samsara ed il nirvana, fra il
manifesto e il non-manifesto. Ma altri sostengono che, di fatto, la
realizzazione definitiva è che il mondo in realtà non esiste per niente,
che il mondo è solo un’illusione, senza alcun senso, significato o
realtà. Nella tua esperienza, il mondo è reale? È irreale? È entrambi?
Eckhart Tolle: Anche quando interagisco con le persone o sto
passeggiando in una città, sbrigando delle cose ordinarie, la maniera in
cui percepisco il mondo è: piccole increspature sulla superficie
dell’Essere. Al di sotto del mondo della percezione dei sensi e quello
delI’attività mentale, c’è la vastità delI’Essere. C’è un’ampia
spaziosità. C’è una vasta quiete e c’è una piccola attività,
un’increspatura sulla superficie, che non è separata, proprio come le
increspature non sono separate dall’oceano.
Il modo in cui lo percepisco, è che non c’è separazione. Non c’è
separazione fra l’Essere ed il mondo manifesto, fra il manifesto ed il
non-manifesto. Ma il non-manifesto è tanto più vasto, più profondo e più
grande di quello che accade nel manifesto. Qualsiasi fenomeno del
manifesto ha una vita così breve e così fugace che, sì, si potrebbe
quasi affermare che dal punto di vista del non-manifesto - I’Essere
senza tempo o Presenza - tutto quello che avviene nel regno del
manifesto in realtà sembra come un gioco d’ombre. Sembra come vapore o
nebbia in cui nuove forme continuamente sorgono e scompaiono, sorgono e
scompaiono. Così per chi è profondamente radicato nel non-manifesto, il
manifesto può essere chiamato molto facilmente irreale. Io non lo chiamo
irreale, perché non lo vedo separato.
Andrew Cohen: É reale quindi?
Eckhart Tolle: Tutto ciò che è reale è l’essere stesso. La Coscienza è
tutto quello che c’è. Pura Coscienza.
Andrew Cohen: Intendi che la definizione di “reale” sarebbe ciò che è
libero da nascita e morte?
Eckhart Tolle: Sì, è cosi.
Andrew Cohen: Di conseguenza solo ciò che non è mai nato e che non
può morire sarebbe reale. E dato che, secondo quello che dici, il mondo
manifesto non è separato dal non-manifesto, alla fine uno dovrebbe dire
che il mondo manifesto è reale.
Eckhart Tolle: Sì. Ed anche che dentro ogni forma che è soggetta a
nascita e morte, c’è l’assenza di morte. L’essenza di ogni forma è
l’assenza di morte. Perfino l’essenza di un filo d’erba è assenza di
morte. Ed ecco perché il mondo delle forme è sacro. Non è che il regno
del sacro sia esclusivamente l’Essere o il non-manifesto. Io vedo come
sacro anche il mondo delle forme.
Andrew Cohen: Se qualcuno ti chiedesse semplicemente: “Il mondo è
reale o irreale?”, risponderesti che è reale o dovresti specificare
l’affermazione?
Eckhart Tolle: Probabilmente specificherei l’affermazione.
Andrew Cohen: Dicendo cosa?
Eckhart Tolle: Che è una manifestazione temporanea del reale.
Andrew Cohen: Se il mondo è una manifestazione temporanea del reale,
qual è la relazione dell’illuminato con il mondo?
Eckhart Tolle: Per un non illuminato, il mondo è tutto quel che c’è.
Non c’è nient’altro. Questo modo di essere della coscienza legata al
tempo dipende, per la sua esistenza, dal passato e ha disperatamente
bisogno del mondo per la sua felicità e soddisfazione. Di conseguenza
per la coscienza non illuminata, il mondo contiene un’enorme promessa ed
allo stesso tempo un’alta minaccia. Questo è il dilemma di una
coscienza non illuminata, combattuta fra il cercare la realizzazione nel
e attraverso il mondo, e sentirsi da quello stesso mondo, continuamente
minacciata. Sperano di trovare se stessi nel mondo e nello stesso tempo
sanno che il mondo li ucciderà. Questo è lo stato di continuo conflitto
a cui è condannata la coscienza non illuminata, I’essere combattuta
continuamente fra il desiderio e la paura. È un destino spaventoso.
La coscienza illuminata è radicata nel non-manifesto ed
essenzialmente è una con questo. Sa di essere quello. Si potrebbe quasi
dire che è il non-manifesto che guarda fuori. Anche con una semplice
cosa, come il percepire visivamente una forma - un fiore o un albero -
se lo percepisci in uno stato di totale attenzione e di profonda quiete,
libero dal passato e dal futuro, in quel momento c’è già il
non-manifesto. In quel momento non sei più una persona. Il non-manifesto
percepisce se stesso nelle forme. E, in quella percezione c’è sempre un
senso di benessere.
Allora ogni azione che si origina da quello ha una qualità
completamente diversa dall’azione che invece si origina dalla coscienza
non illuminata, che ha bisogno di qualcosa e cerca di
proteggere se stessa. Qui è dove, realmente, compaiono quelle qualità
intangibili e preziose che chiamiamo amore, gioia e pace. Esse sono un
tutt’uno con il non-manifesto. Hanno origine da quello. Un essere umano
che vive in connessione con questo e da questo agisce ed interagisce,
diviene una benedizione sul pianeta. Mentre un essere umano non
illuminato, è molto gravoso per il pianeta. C’è della pesantezza sulla
coscienza non illuminata. E, il pianeta soffre per la presenza di
milioni d’esseri umani non illuminati. Il carico sul pianeta è fin quasi
troppo da reggere. Qualche volta ho come la sensazione che il pianeta
dica: “Oh basta, per favore!”.
Andrew Cohen: Incoraggi le persone a meditare, quello che tu chiami
“riposare nella Presenza dell’Adesso”, il più possibile. Credi che una
pratica spirituale possa mai diventare veramente profonda ed avere il
potere di liberazione a meno che uno non abbia già rinunciato al mondo,
almeno fino ad un certo livello?
Eckhart Tolle: Non direi che la pratica in sé abbia il potere di
liberare. È soltanto quando c’è una completa resa all’Adesso, a
quello che è, che è possibile la liberazione. Non credo che una
pratica possa portarti ad una completa resa. Una resa totale di solito
avviene vivendo. La vita stessa è il terreno dove questo avviene. Può
essere che ci sia una resa parziale e di conseguenza un’apertura, e poi
puoi iniziare delle pratiche spirituali. Ma sia che la pratica
spirituale abbia inizio ad un certo grado di comprensione o che la
pratica spirituale avvenga di per sé, la pratica da sola non basterà.
Andrew Cohen: Qualcosa che ho potuto vedere nel mio stesso lavoro di
insegnante, è che, a meno che non si sia visto il mondo fino ad un certo
livello, ed a meno che non ci sia una volontà di lasciarlo andare,
basata su ciò che si è visto, I’esperienza spirituale, non importa
quanto sia forte, non ti porterà a nessun tipo di liberazione.
Eckhart Tolle: Sì, è vero, e la volontà di lasciar andare è l’arrendersi.
La chiave resta questa. In sua assenza, non importa quanta pratica si è
fatta o perfino quante esperienze spirituali si sono avute, non
succederà.
Andrew Cohen: Sì, molte persone dicono di voler meditare o fare delle
pratiche spirituali, ma le loro aspirazioni spirituali non sono fondate
sulla volontà di lasciar andare niente di sostanziale.
Eckhart Tolle: No, in realtà può essere proprio l’opposto. La pratica
spirituale può essere una maniera per cercare di trovare qualcosa di
nuovo con cui identificarsi.
Andrew Cohen: Alla fine intenderesti dire che la vera pratica
spirituale o la vera esperienza spirituale hanno il senso di condurci a
lasciare andare il mondo, alla trascendenza del mondo, all’abbandono
dell’attaccamento al mondo?
Eckhart Tolle: Sì. Qualche volta le persone chiedono: “Come si arriva
a questo? Sembra meraviglioso, ma come si arriva a questo?”. In termini
di concretezza, alla base, significa semplicemente dire “sì” a questo
momento. Questo è lo stato dell’arrendersi: un “sì” totale a ciò che è.
Non il “no” interiore a ciò che è. E il “sì” totale a ciò che è, è la
trascendenza del mondo. È così semplice, una totale apertura a qualsiasi
cosa si manifesti in questo momento. Lo stato usuale di coscienza è
quello di resistere, di scappar via, di negare, di non guardare ciò che
è.
Andrew Cohen: Quindi, quando dici: un “sì” a ciò che è, vuoi dire di
non evitare niente e di affrontare ogni cosa?
Eckhart Tolle: Giusto. Il dare il benvenuto a questo momento,
I’abbracciare questo momento, questo è lo stato dell’arrendersi. In
verità è tutto quello che è necessario. La sola differenza fra un
Maestro e un non Maestro, è che il Maestro abbraccia ciò che è,
totalmente. Dal momento in cui non c’è resistenza a ciò che è, allora
arriva la pace. Il portale è aperto, il non manifesto è presente. Questa
è la via più potente. Non si può chiamarla pratica perché non coinvolge
il tempo.
Andrew Cohen: Secondo la maggior parte della gente coinvolta
nell’esplosione spirituale dell’incontro tra est e ovest, che accade
sempre più rapidamente in questo periodo, sia Gautama il Buddha sia
Ramana Maharshi – uno dei Vedanta più rispettati dell’era moderna –
emergono come esempi impareggiabili di illuminazione piena, e nonostante
ciò, è interessante notare, a proposito della domanda sulla giusta
relazione con il mondo dell’aspirante spirituale, che i loro
insegnamenti divergono in modo sostanziale.
Il Buddha, colui che rinuncia al mondo, incoraggiava i più onesti a
lasciare il mondo e a seguirlo in modo da vivere una vita santa, liberi
dagli affanni e dalle preoccupazioni della vita familiare. Ramana
Maharshi sconsigliò i suoi discepoli a lasciare la vita familiare per
andare in cerca di una concentrazione spirituale più grande e più
intensa. Infatti sconsigliò ogni atto esteriore di rinuncia e
invece incoraggiò l’aspirante a guardarsi dentro e a trovare il motivo
dell’ignoranza e della sofferenza al suo interno. Infatti molti, nel
crescente numero dei suoi devoti, oggi dicono che il desiderio di
rinuncia è in realtà un’espressione dell’ego, quella stessa parte del sé
che intendiamo abbandonare se vogliamo essere liberi. Naturalmente il
Buddha dette molta importanza alla necessità della rinuncia, del
distacco, della diligenza e della limitazione come le stesse fondamenta
su cui può sorgere un’introspezione liberatoria.
Perciò, perché pensi che le vie di questi due luminari spirituali
divergano così tanto? Perché pensi che Buddha incoraggiasse i suoi
discepoli a lasciare il mondo mentre Ramana Maharshi li incoraggiava a
restarvi?
Eckhart Tolle: Non c’è soltanto una via. Epoche differenti hanno
determinati approcci che possono essere efficaci per una certa epoca e
non esserlo più per un’altra. Il mondo in cui viviamo ha in sé una
densità molto maggiore, è molto più invadente. E quando dico mondo,
includo in esso la mente umana. La mente umana è cresciuta dal tempo di
Buddha, da 2500 anni fa. La mente umana è più rumorosa e più invadente
ad un livello profondo e gli ego sono più sviluppati. In queste migliaia
d’anni, c’è stata una crescita dell’ego che sta toccando un punto di
follia, e l’estrema follia è stata raggiunta nel ventesimo secolo. Basta
solo leggere la storia del ventesimo secolo per vedere il culmine della
follia umana, se lo si misura in termini di violenza umana inflitta ad
altri esseri umani.
Così, nel mondo d’oggi, non possiamo più evitare il mondo, non
possiamo neppure più evitare la mente. Abbiamo bisogno di entrare nella
resa mentre siamo nel mondo. Questo sembra essere il cammino effettivo nel
mondo in cui adesso viviamo. Può darsi che al tempo di Buddha ritirarsi
fosse molto, ma molto più facile di quello che potrebbe essere ora. A
quel tempo, la mente umana non era ancora così opprimente.
Andrew Cohen: Ma il motivo per cui il Buddha predicava di
intraprendere una vita senza dimora, fu perché sentiva che quella
domestica era piena di preoccupazioni, attenzioni e interessi, e che, in
quel contesto, sarebbe stato difficile fare ciò che era necessario per
vivere una vita santa. Quindi, riguardo a ciò che affermi sul rumore e
sulla distrazione del mondo, questo era esattamente quello che lui
intendeva ed il perché lui stesso ha condotto una vita senza dimora,
incoraggiando anche gli altri a fare lo stesso.
Eckhart Tolle: Bene, avrà avuto le sue ragioni, ma, in definitiva,
noi non sappiamo perché Buddha pose l’enfasi sul lasciare il mondo
invece di dire, come ha detto Ramana Maharshi: “Fallo nel mondo”. Mi
sembra, però, da quanto ho osservato, che la via più efficace ora per le
persone sia quella d’arrendersi nel mondo, invece di tentare
di distaccarsene, creando una struttura che renda più facile
l’arrendersi. C’è già una contraddizione in questo perché stai creando
una struttura per rendere più facile la resa. Perché non arrendersi ora?
Non avete bisogno di creare qualcosa che renda più facile la resa,
perché in questo caso non è più un vero arrendersi. Sono stato nei
monasteri buddisti, e posso vedere come sia facile lasciare il nome ed
adottarne uno nuovo, rasarsi la testa ed indossare tuniche.
Andrew Cohen: Vuoi dire che è stato lasciato un mondo per un altro.
Un’identificazione è stata abbandonata per lasciar posto ad un’altra; un
ruolo è caduto e ne è stato assunto un altro. Niente è stato realmente
abbandonato.
Eckhart Tolle: Giusto. Perciò, fallo dove sei, proprio qui, proprio
adesso. Non c’è bisogno di cercare qualche altro posto o qualche altra
condizione o situazione e poi farlo lì. Fallo proprio qui e ora.
Dovunque tu sia è il posto per arrendersi. Qualsiasi sia la situazione
in cui sei, puoi dire “si” a ciò che è, e questa è poi la base per tutte
le azioni che seguono.
Andrew Cohen: Ci sono oggi molti insegnanti e altrettanti
insegnamenti che spiegano come il desiderio stesso di rinunciare al
mondo sia un’espressione dell’ego. Qual è la tua visione?
Eckhart Tolle: Il desiderio di rinunciare al mondo è ancora una volta
il desiderio di raggiungere un certo stato che, ora, non hai. C’è una
proiezione mentale di uno stato desiderabile da raggiungere: lo stato di
rinuncia. È una ricerca di sé nel futuro. In questo senso è ego. La
vera rinuncia non è il desiderio di rinunciare, ma si manifesta come una
resa. Non puoi avere il desiderio di arrenderti perché quello stesso
desiderio è non-resa. Qualche volta l’arrendersi sorge spontaneamente in
persone che non hanno neppure il termine per definirlo. E so che, ora,
in molte persone, c’è già I’apertura. Tante persone che vengono da me,
hanno una vasta apertura, che qualche volta richiede soltanto poche
parole per provocare un assaggio, un barlume della resa, che può non
essere duratura, ma l’apertura è presente.
Andrew Cohen: Cosa ne pensi del richiamo spontaneo del cuore a
lasciare tutto ciò che è falso ed illusorio, tutto ciò che è basato
sulla relazione materialistica dell’ego verso la vita? Per esempio,
quando il Buddha decise: “Devo lasciare la mia casa” – sarebbe
probabilmente difficile dire che fu un desiderio egoistico, osservando i
risultati. E Gesù disse: “Vieni e seguimi. Lasciate che i morti
seppelliscano i loro morti”.
Eckhart Tolle: Questo è riconoscere il falso come falso, che è
principalmente qualcosa di interiore – riconoscere le false
identificazioni, riconoscere il rumore mentale, e vedere la falsità di
quella che è stata l’identificazione con immagini mentali come l’entità
di un “me”. Questo riconoscere è stupendo. Poi l’azione può sorgere dal
riconoscimento del falso, forse puoi vedere il falso riflesso nelle
circostanze della tua vita e puoi allora lasciartelo alle spalle –
oppure no. Il riconoscere e l’abbandonare tutto ciò che è falso e
illusorio è prima di tutto un processo interiore.
Andrew Cohen: Questi due tipi, il Buddha e Gesù, sarebbero esempi di
potenti manifestazioni esteriori di quel riconoscimento interiore.
Eckhart Tolle: Giusto. Non c’è modo di prevedere ciò che accadrà come
conseguenza di quel riconoscimento interiore. Nel caso del Buddha,
ovviamente, accadde perché era già adulto quando all’improvviso realizzò
che gli esseri umani muoiono, si ammalano ed invecchiano. Questa presa
di coscienza fu così potente che si guardò dentro e affermò che niente
ha significato se quello è tutto ciò che esiste.
Andrew Cohen: Poi, però, dovette lasciare, abbandonare il regno. Da
un certo punto di vista avrebbe potuto dire: “Tutto è qui ora, e ciò che
devo fare è arrendermi senza condizioni qui e ora”. Quindi credo che il
risultato avrebbe potuto essere completamente diverso, magari avrebbe
potuto essere un re illuminato!
Eckhart Tolle: Ma, a quel punto non sapeva che tutto ciò che era
necessario fare era arrendersi.
Andrew Cohen: Tuttavia, quando Gesù invitò i pescatori a lasciare le
loro famiglie e il loro tipo di vita per seguirlo e, in modo simile,
quando il Buddha passava di città in città e invitava gli uomini a
lasciare ogni cosa, il loro arrendersi si dimostrò nella partenza vera e
propria, nel dire “si” a Gesù o al Buddha e abbandonare i loro affetti
mondani. Ovviamente ci sarebbero stati anche i loro affetti interiori da
abbandonare. In questi casi, il lasciar andare non era solo una metafora
per la trascendenza interiore; significava anche, letteralmente,
lasciar andare tutto.
Eckhart Tolle: Per alcuni è parte del cammino. Possono lasciare i
loro posti abituali o le attività, ma ciò che cambia è chiedersi se
hanno già visto dentro loro stessi il falso. Se non l’hanno visto, il
lasciar andare sul piano esteriore sarebbe una forma mascherata di
ricerca di sé.
Andrew Cohen: Con la mia ultima domanda vorrei chiederti a proposito
della relazione tra la tua comprensione dell’illuminazione, o
l’esperienza di consapevolezza non duale, e l’impegno col mondo.
Nel Giudaismo, l’impegnarsi completamente nel mondo e nella vita
umana è visto come l’esaudirsi della chiamata religiosa. Dicono,
infatti, che è solo vivendo totalmente i comandamenti che il
potenziale spirituale della razza umana può manifestarsi sulla terra. Lo
studioso ebraico David Ariel scrive: “Noi concludiamo il lavoro della
creazione…Dio ha ancora bisogno del nostro aiuto perché solo noi
possiamo perfezionare il mondo”.
Molti insegnamenti illuminati, o non duali, come il tuo, enfatizzano
l’illuminazione dell’individuo. La trascendenza del mondo sembra essere
la cosa importante. I nostri fratelli ebrei sembra ci invitino a
qualcosa di molto diverso – la spiritualizzazione del mondo attraverso
la partecipazione totale e devota dell’uomo e della donna nel mondo. É
vero che gli insegnamenti riguardanti l’illuminazione non duale privano
il mondo della nostra totale partecipazione nei suoi confronti? È la
nozione stessa di trascendenza che depriva il mondo dalla realizzazione
del nostro potenziale di renderlo spirito in quanto figli di Dio?
Eckhart Tolle: No, perché la giusta azione può scaturire solo da tale
stato di trascendenza del mondo. Ogni altra attività è indotta
dall’ego, e perfino il fare del bene, se indotto dall’ego, avrà delle
conseguenze karmiche. ”Indotta dall’ego” significa che c’è un motivo
conseguente. Per esempio, se il sentirti più spirituale migliora la tua
propria immagine; o un altro esempio sarebbe attendersi una ricompensa
futura in un’altra vita o in paradiso. Perciò se ci sono motivazioni
conseguenti, non è pura. Se non c’è stata la trascendenza del mondo,
nelle tue azioni non può fluire il vero amore, perché non sei connesso
con il regno dal quale sorge l’amore.
Andrew Cohen: Intendi dire un’azione pura, non macchiata dall’ego?
Eckhart Tolle: Sì, in ordine d’importanza. Prima viene la
realizzazione e la liberazione, poi da queste lasci fluire l’azione – e
sarà pura, immacolata, priva di karma. Altrimenti, non importa quanto
siano elevati i tuoi ideali, rafforzeranno l’ego attraverso le buone
azioni. Sfortunamente, non puoi soddisfare i comandamenti a meno che tu
sia senza ego – e molto pochi lo sono – come hanno scoperto tutti quelli
che hanno cercato di praticare gli insegnamenti di Cristo. “Ama il
prossimo tuo come te stesso” è uno degli insegnamenti più importanti di
Gesù, e non puoi seguire quel comandamento, non importa quanto ci provi,
se non sai chi sei al livello più profondo. Ama il tuo prossimo come te
stesso significa che il tuo prossimo sei tu, e quel
riconoscimento di unità è amore.
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Eckhart Tolle. Il potere di
adesso. Armenia. 2000. ISBN: 8834411951
Un corso in miracoli. Armenia.
1999. ISBN: 883441117X
Copyright originale “What is Enlightenment” magazine www.wie.org
Traduzione di Nityama Masetti. Revisione di Toshan Ivo Quartiroli
Copyright per la traduzione italiana Innernet.
tratto da www.innnenet.it
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