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Secondo uno stile di vita mondano, il silenzio è qualcosa di cui non
vale la pena occuparsi. È più importante pensare, creare, fare cose:
riempire il silenzio con il suono. Di solito pensiamo ad ascoltare il
suono, la musica, qualcuno che parla; riguardo al silenzio, crediamo che
non ci sia nulla da ascoltare. E quelle volte in cui siamo con qualcuno
e nessuno dei due sa cosa dire all’altro, ci sentiamo imbarazzati, a
disagio; il silenzio tra noi e l’altro diviene fastidioso.
Tuttavia, concetti come silenzio e vacuità cominciano a indicare una
direzione da sviluppare, qualcosa cui prestare attenzione, dal momento
che nella vita moderna siamo riusciti a distruggere il silenzio e a
demolire lo spazio. Abbiamo creato una società nella quale siamo
ininterrottamente indaffarati; non sappiamo come riposare o rilassarci o
come semplicemente essere. A causa delle pressioni cui la nostra vita
soggiace, menti intelligenti sprecano tanto di quel tempo a sviluppare
una tecnologia che faciliti la vita, eppure ci ritroviamo stressati. Li
hanno chiamati “congegni per risparmiare il tempo”, dovrebbero
permetterci di ottenere tutto ciò che vogliamo semplicemente premendo un
bottone. Mansioni noiose sarebbero così svolte da robot e macchinari.
Ma come trascorriamo il tempo che abbiamo risparmiato?
In
un modo o nell’altro dobbiamo avere qualcosa da fare, rimanere
indaffarati, dover riempire sempre il silenzio con il suono e lo spazio
con le forme. In effetti, l’enfasi è sull’essere una personalità,
qualcuno che possa dimostrare il proprio valore. È questa la lotta
estenuante, il ciclo interminabile da cui ci sentiamo stressati. Quando
siamo giovani e pieni d’energia possiamo goderci i piaceri della
gioventù, la salute, le storie d’amore, le avventure e tutto il resto. A
un tratto, però, queste esperienze possono interrompersi, magari per
una menomazione o perché abbiamo perso qualcuno cui eravamo molto
attaccati. Ciò che ci accade può scuoterci al punto che i piaceri
sensoriali, la salute, il vigore, il bell’aspetto, la personalità, le
lodi del mondo non ci danno più felicità. Oppure possiamo sentirci
amareggiati perché non siamo riusciti a ottenere il livello di piacere e
successo che immaginiamo ci spetti di diritto. Così dobbiamo sempre
metterci alla prova, essere qualcuno, intimiditi dalle richieste della
nostra personalità.
La personalità è condizionata nella
mente. Non nasciamo con una personalità. Per diventare una personalità
dobbiamo pensare, concepirci come qualcuno. La personalità può essere
buona o cattiva, o un insieme di cose, e dipende dal riuscire a
ricordare, dall’avere una storia, avere opinioni, assunti su noi stessi,
attraenti o non attraenti, amabili o no, intelligenti o stupidi,
opinioni variabili a seconda delle situazioni. Ma quando sviluppiamo la
mente contemplativa vediamo attraverso ciò. Cominciamo a sperimentare la
mente originaria: la coscienza prima che sia condizionata dalla
percezione.
Ora, se cerchiamo di pensare a questa mente
originaria, ci ritroviamo intrappolati nelle nostre facoltà analitiche.
Perciò, dobbiamo osservare e ascoltare anziché sforzarci di immaginare
come diventare qualcuno che è illuminato. Meditare al fine di diventare
qualcuno che è illuminato non funziona, perché in tal modo creiamo il
nostro io come una persona che adesso è non-illuminata. Tendiamo a
riferirci a noi stessi come non-illuminati, persone con un mucchio di
problemi, o addirittura come casi disperati. A volte ci immaginiamo che
la cosa peggiore che possiamo pensare di noi stessi è la verità. C’è una
sorta di perversione che ritiene che l’autentica sincerità risieda
nell’ammettere le peggiori cose possibili su noi stessi!
Non sto formulando giudizi contro la personalità, ma vi sto consigliando
di conoscerla, in modo che non siate più spinti dall’illusione che
create e dagli assunti che avete su voi stessi in quanto persone. Ed è
per questo che si impara a sedere calmi in meditazione e ad ascoltare il
silenzio. Non è che questo vi renderà illuminati, ma si oppone alla
forza dell’abitudine, alle energie inquiete del corpo e delle emozioni. È
per questo che ascoltate il silenzio. Potete udire la mia voce, potete
udire i suoni delle cose che accadono, ma dietro tutto ciò c’è una
specie di sibilo, un ronzio quasi elettronico. Questo è quello che
chiamo ‘il suono del silenzio’. Lo trovo un modo molto utile per
concentrare la mente, giacché, quando si inizia a notarlo (senza
considerarlo una sorta di conseguimento), esso diviene un efficace
metodo per la contemplazione, per udire sé stessi pensare. Il pensare è
di per sé una specie di suono, no? Quando pensate, potete udirvi
pensare. Così, quando ascolto me stesso pensare è come ascoltare qualcun
altro che parla. Per cui ascolto il pensiero della mente e il suono del
silenzio: quando sto con il suono del silenzio, mi accorgo che non sto
pensando. C’è calma, per cui osservo, osservo coscientemente la calma e
questo aiuta a riconoscere la vacuità. La vacuità non è il rifiuto, la
negazione di qualcosa, ma un lasciar andare le tendenze abituali
dell’attività irrequieta o del pensiero ossessivo.
Ascoltando, potete effettivamente arrestare la forza delle abitudini e
dei desideri. E in questo ascolto, in questo stare con il suono del
silenzio, c’è attenzione. Non occorre chiudere gli occhi, tapparsi le
orecchie o chiedere a qualcuno di uscire dalla stanza, non occorre
trovarsi in un posto particolare, a quanto pare funziona ovunque. Può
essere molto prezioso in una situazione di vita in comune, in famiglia,
in qualsiasi contesto di vita abituale. In situazioni del genere ci
abituiamo agli altri e tendiamo ad agire secondo assunti e abitudini
senza neanche accorgercene. E il silenzio della mente consente a tutte
queste condizioni di essere ciò che sono. Ma l’abilità di rifletterci in
termini di sorgere e cessare ci permette di vedere che tutte le
percezioni e tutti i concetti che abbiamo su noi stessi sono condizioni
della mente, non sono ciò che siamo veramente. Ciò che pensate di essere
non è ciò che siete.
A questo punto potreste ribattere:
“E allora cosa sono?”. Ma avete bisogno di sapere cosa siete? Avete
bisogno di sapere cosa non siete, è abbastanza. Il problema è che
crediamo di essere tutte quelle cose che non siamo e per questo motivo
soffriamo. Non soffriamo a causa del non-sé (anatta), del non essere
nessuno: soffriamo perché siamo qualcuno tutto il tempo. Ecco dov’è la
sofferenza. Quando non siamo ‘qualcuno’, perciò, non c’è sofferenza, c’è
sollievo, come deporre un pesante fardello pieno di ‘auto-coscienza’,
di paure per ciò che le altre persone pensano. Tutto quell’insieme che è
correlato al senso del nostro ‘io’, possiamo lasciarlo cadere. Possiamo
semplicemente lasciarlo andare. Che sollievo non essere qualcuno! Non
sentire di essere qualcuno che ha tanti problemi, che “dovrebbe
praticare di più la meditazione”, che “dovrebbe andare ad Amaravati più
spesso”, che “dovrebbe sbarazzarsi di tutte queste cose e non ci
riesce!”. Tutto questo è pensiero, vero? È fabbricare ogni genere di
concetti su se stessi. È la mente giudicante. La mente discriminante che
vi dice in continuazione che non siete buoni abbastanza, che dovete
essere migliori.
Quindi possiamo ascoltare; questo
ascolto è a nostra disposizione tutto il tempo. All’inizio magari è
utile fare ritiri di meditazione, trovare situazioni in cui siete
incoraggiati e sostenuti in questo compito, dove c’è un insegnante che
vi stimola, che vi aiuta a ricordare, perché è facile ricadere nelle
vecchie abitudini, soprattutto nelle abitudini mentali, che sono
sottili. E il suono del silenzio non sembra degno di essere ascoltato.
Anche se ascoltate la musica, potete ascoltare il silenzio dietro la
musica. Non distrugge la musica, ma la pone in una prospettiva in cui
non siete trascinati via dalla musica o assuefatti al suono. Potete
apprezzare il suono e anche il silenzio.
La Via di Mezzo
di cui parla il Buddha non è un estremo di annichilimento. Non è come
dire: “Tutto ciò di cui dobbiamo occuparci è il silenzio, la vacuità, il
non-sé. Dobbiamo sbarazzarci dei nostri desideri, della nostra
personalità, tutto il regno dei sensi è una minaccia al silenzio.
Dobbiamo distruggere tutte le condizioni, tutta la musica, tutte le
forme, non dobbiamo avere forme in questa stanza, solo muri bianchi”.
Non si tratta di vedere il mondo ‘formato’ come una minaccia alla
vacuità, di parteggiare per il condizionato o per l’incondizionato, ma
piuttosto di riconoscere la loro relazione: questa è una pratica
continua.
La consapevolezza è la via, dal momento che
siamo fortemente condizionati dallo stare qui, sul pianeta Terra, con
questo corpo umano. Dobbiamo vivere tutta la vita all’interno dei
limiti, dei problemi e delle difficoltà del corpo umano. E abbiamo
emozioni. Sentiamo tutto e ricordiamo tutto. Siamo in questo stato di
piacere e dolore per tutta la vita. Ma possiamo vederlo nel modo giusto,
ed è questo che intende il Buddha: comprendere le cose così come sono,
riuscire a lasciar essere le cose così come sono, anziché creare
illusioni.
A causa dell’ignoranza creiamo infinite
illusioni sulla vita, sul nostro corpo, sui nostri ricordi, sul nostro
linguaggio, sulle nostre percezioni, opinioni, punti di vista, la
cultura, le convenzioni religiose, e così diventa complicato, difficile e
separativo. L’alienazione che oggi la gente prova è il risultato
dell’ossessione riguardo a se stessi, l’ossessione per cui il nostro
senso dell’io è di assoluta importanza. Siamo stati educati a pensare
che la nostra vita è tutta qui, per cui possiamo riempirci della nostra
auto-importanza. Anche il fatto che possiamo ritenere di essere un caso
disperato: anche qui continuiamo a dare quella enorme importanza.
L’importanza che conferiamo a noi stessi ci fa trascorrere anni dagli
psichiatri a discutere i motivi per cui saremmo senza speranza. È
piuttosto naturale, visto che dobbiamo passare tutto il tempo con noi
stessi. Possiamo fuggire dagli altri, ma non da noi stessi.
L’anatta, il non-sé, è molto frainteso, si tende a vederlo come una
negazione dell’io, qualcosa da mettere via, che non dovremmo avere. Non è
così che funziona l’anatta. L’anatta, il non-sé, è un suggerimento per
la mente, è uno strumento per cominciare a riflettere su cosa siamo
veramente. A lungo andare, non occorre considerarci in alcun modo in
termini di ‘essere qualcosa’. Se portiamo avanti questa riflessione,
allora il corpo, le emozioni, i ricordi, tutto ciò che sembra
identificarsi in maniera così assoluta, insistente, con noi stessi, può
essere visto in termini di ‘sorgere e cessare’. E quando siamo
consapevoli della cessazione delle cose, ci sembra più autentico delle
condizioni effimere che tendiamo ad afferrare o dalle quali ci sentiamo
ossessionati. Le tendenze abituali sono molto forti, ci vuole un po’ per
riuscire a superare questo scoglio dell’ossessione per l’io, ma ci si
può riuscire.
In merito a ciò, alcuni psicologi e
psichiatri hanno commentato che abbiamo bisogno di un io. È una cosa
importante da considerare, l’io non è qualcosa che non dovremmo avere,
ma è qualcosa cui dare la giusta collocazione, è bene che l’io poggi
sulla bontà della nostra vita invece che venga a crearsi dai difetti,
dagli errori e dalle tendenze negative della mente.
È
così facile vedersi in modi molto critici, specialmente quando ci si
paragona ad altre persone o si immaginano grandi figure della storia. Ma
se ci paragoniamo continuamente a ideali, non possiamo fare altro che
criticarci per come siamo, perché la vita è così, è un flusso, un
cambiamento, è sentirsi stanchi, avere a che fare con problemi emotivi,
con la rabbia, con la gelosia, con le paure, con ogni sorta di
desiderio, con tutto ciò che non vogliamo ammettere neanche a noi
stessi. Ma questa è una parte del processo, dobbiamo riconoscere le
condizioni e osservare la loro natura, che siano buone o cattive,
perfette o imperfette: sono impermanenti, sorgono, cessano. In questo
modo impariamo in continuazione e troviamo forza nel lavorare attraverso
le nostre condizioni karmiche. Forse nella vita non abbiamo ottenuto un
granché, forse abbiamo avuto ogni sorta di problemi fisici ed emotivi.
Ma, in termini di Dhamma, questi non sono ostacoli, anzi, molte volte
sono questi problemi, queste difficoltà che ci spingono a risvegliarci
alla vita. E una parte di noi si rende conto che cercare di raddrizzare
ogni cosa, di abbellire ogni cosa, di mettere tutto in ordine e rendere
la vita piacevole, non è la risposta. Riconosciamo che nella vita c’è
qualcosa di più che limitarsi a controllarla e cercare di ottenere il
massimo dalle condizioni.
Il riconoscimento del silenzio è
una via per lasciare andare la nostra posizione, il nostro senso
dell’io, la nostra convenzione. Nel silenzio c’è unità. È come lo spazio
in questa stanza: è lo stesso per tutti noi. Non posso affermare che lo
spazio è mio. Lo spazio è semplicemente spazio, è dove le forme vanno e
vengono. Ma è anche qualcosa che possiamo osservare, contemplare. E
cosa accade? Sviluppando la consapevolezza dello spazio, cominciamo ad
avere un senso dell’infinito: lo spazio non ha né inizio né fine.
Possiamo costruire stanze, considerare lo spazio come qualcosa che
esiste in una stanza come questa, ma sappiamo che in realtà è l’edificio
che è nello spazio. Lo spazio è come l’infinito, non ha confini. Ma
nelle limitazioni della nostra coscienza visiva, i confini ci aiutano a
vedere lo spazio in una stanza, perché lo spazio in quanto infinito è
troppo. Lo spazio in una stanza è sufficiente per contemplare la
relazione tra le forme e lo spazio. Ascoltare il suono del silenzio e i
pensieri ha lo stesso effetto.
Per un certo periodo ho
praticato formulando deliberatamente i pensieri, pensieri neutri che non
suscitano sensazioni emotive, come “io sono un essere umano”. E
ascoltavo me stesso formulare quel pensiero con l’intenzione di
ascoltare il pensiero in quanto pensiero e il silenzio che vi è dentro.
In questo modo contemplo e riconosco il rapporto tra la facoltà del
pensiero e il silenzio, il silenzio naturale della mente. Ed è qui che
stabilisco la consapevolezza, la capacità che ho come individuo di
essere un testimone, di essere colui che ascolta, ciò che è vigile. Nei
confronti delle emozioni, ciò può essere molto difficile. Possiamo avere
molte emozioni negative verso noi stessi, perché non abbiamo risolto
molti dei nostri desideri di possedere le cose, di sentire le cose, di
ottenere molte cose o di sbarazzarci delle cose. È qui che ascoltiamo le
nostre reazioni emotive. Cominciate a osservare cosa accade da un punto
di vista emotivo quando c’è questo silenzio. Può esserci negatività,
possono sorgere dubbi su questa pratica, del tipo “non so cosa sto
facendo”, o “è una perdita di tempo”. Ma ascoltate anche queste
emozioni: sono soltanto abitudini della mente. Se le ammettiamo e le
accettiamo, esse cessano. Le reazioni emotive se ne andranno
progressivamente e avrete fiducia nell’essere semplicemente ciò che è
consapevole.
Quindi potete fondare la vostra vita
nell’intenzione di fare del bene e di astenervi dal fare del male.
Paradossalmente, abbiamo bisogno di questo rispetto di noi stessi. La
meditazione non si poggia sul concetto secondo cui se siamo consapevoli
possiamo fare quello che ci pare, ma comporta un rispetto per le
condizioni: rispettare il corpo che abbiamo, la nostra umanità, la
nostra intelligenza e la nostra abilità nel fare le cose. Non significa
essere attaccati o identificati, significa che la meditazione ci
permette di riconoscere ciò che siamo: è così com’è, le condizioni sono
così. E significa rispettare anche i nostri limiti. Il rispetto verso se
stessi, il rispetto verso le condizioni, equivale al rispetto per
qualsiasi stato in cui ci troviamo. Non vuol dire che ci piaccia quello
stato, ma significa accettarlo e imparare a lavorare con le sue
limitazioni.
Dunque, per la mente illuminata non si
tratta di ottenere il massimo. Non si tratta di dover avere la migliore
salute possibile e le migliori condizioni possibili, non si tratta di
alimentare un senso dell’io, di qualcuno che agisce solo se ha il
meglio. Quando cominciamo a renderci conto che i nostri limiti, i nostri
difetti e i nostri aspetti più strani non sono impedimenti, allora li
vediamo nel modo giusto. Possiamo rispettarli, possiamo essere disposti
ad accettarli e ad adoperarli per superare il nostro attaccamento verso
di essi. Se pratichiamo in questo modo, possiamo essere liberi
dall’attaccamento e dall’identificazione con le percezioni di noi
stessi, di come siamo. È quanto di meraviglioso possiamo fare come
esseri umani, è ciò che ci permette di attingere alla pienezza della
nostra vita. Ed è un processo continuo.
Da: http://santacittarama.altervista.org/
Grounding Institute –
Associazione Esalen
Direttore: dr. Maurizio
D’Agostino
Via Asiago, 35 Catania
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www.bioenergetic.it
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