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Funzione
della metafora e suo utilizzo
Si può dire che il cliente ha difficoltà perché non possiede più delle
risposte efficaci. Occorre sbloccare la situazione a partire dal modo di
percepire la realtà del cliente e lo si può fare solo lavorando sulla sua mappa
cognitiva che non vuol dire cancellare il negativo bensì cambiare i quadri di
riferimento e acquisire nuove associazioni, nuove scelte. La metafora consente
di operare un simile cambiamento aggirando le resistenze del cliente: la
comunicazione indiretta permette al terapeuta di definire la relazione e di
compiere delle delineazioni per il cliente senza per questo essere
squalificato. Il cliente è nell’impossibilità di controbattere con le solite
manovre, dopo tutto chi mai sta parlando di lui?
Il terapeuta per arrivare a ciò inizia col ricalcare il cliente, in altre
parole parla il suo linguaggio ed entra nel suo modello del mondo per poi
riorganizzarlo creativamente.
Stimolato dal fascino della metafora il cliente avvia un processo di ricerca
inconscia che lo allontana dai modi consueti di percepire la realtà. Quando il
cliente intuisce a livello profondo il senso della metafora è come se si
verificasse una illuminazione interiore che si manifesta anche a livello
somatico con una serie di reazioni ideomotorie.
Secondo lo schema di Rossi la persona è passata attraverso diverse fasi
durante l’induzione tramite il racconto di una metafora:
1. Fissazione dell’attenzione.
Utilizzazione delle credenze e del comportamento del paziente per focalizzare
l’attenzione sulle realtà interne.
2. Depotenziamento degli abituali schemi di riferimento e sistemi di
credenze
Distrazione, shock, sorpresa, dubbio, confusione, dissociazione, o qualsiasi
altro processo che interrompe le abituali strutture di riferimento del
paziente.
3. Ricerca inconscia
Implicazioni, domande, giochi di parole, e altre forme di suggestione ipnotica
indiretta
4. Processo inconscio
Attivazione di associazioni personali e meccanismi mentali attraverso quanto
precede
5. Risposta ipnotica
Espressione di potenzialità comportamentali che vengono sperimentate come se
avessero luogo autonomamente.
"Poiché la nuova metafora costituisce un quadro che non è identico a
quello originario del cliente, si ha la possibilità di nuove opzioni e
bisognerà aspettarsi che queste opzioni siano diverse da individuo a individuo
perché ogni volta le idee emergenti saranno il risultato della irripetibile
interazione con la storia personale di una particolare persona" (Stephen
R. Lankton, Carol H. Lankton, La risposta dall’interno, Astrolabio, 1984
Roma, p. 109)
Per questo che si dice che in ipnosi
l’interazione non è istruttiva: non posso prevedere appieno quali saranno gli
specifici risultati della mia tecnica di utilizzazione.
Metafore incastrate l’una nell’altra
Con l’approccio metaforico (metafore incastrate l’una nell’altra) si lavora
a livello di processo, cioè si risponde alla domanda: "A che cosa il
problema o la situazione attuale è parallelo, simile?" e poi "Che
cosa impedisce al cliente di raggiungere l’obiettivo desiderato e quindi che
cosa ha bisogno per raggiungerlo?"
Lo scopo delle metafore multiple è quello di modificare il quadro percettivo
del cliente, recuperare le risorse necessarie e successivamente riassociarle
secondo una sequenza come se si trattasse di una catena di ancore in PNL.
Infine il ricalco nel futuro: si collegano le risorse al qui e ora e poi al
futuro (causa/effetto nel presente e nel futuro che funziona come un comando
post-ipnotico che fa scattare in automatico il recupero delle risorse).
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È importante notare che ora ci dedicamo all'analisi della
costruzione di metafore incastrate l'una dell'altra la principale delle quali
- la metafora analogica - è isomorfa al problema del cliente, mentre le altre
possono anche essere più generali in quanto hanno lo scopo di recuperare
risorse come una catena di ancore positive da combinare insieme al fine di
raggiungere lo stato desiderato. È importante distinguere questi due tipi di
metafore perchè le metafore miranti ad attivare risorse e fenomeni di trance
sono racconti o anedotti di carattere universale diretti a trasmettere un
certo concetto e a recuperare certe risorse. Così si può raccontare di come
si abbia imparato a camminare o a leggere o a scrivere e di come la
prospettiva del mondo sia cambiata, o di come si siano superate difficoltà:
"E quando eri un bambino molto piccolo, e imparasti a strisciare a carponi
vedevi il sotto e le gambe dei tavoli, e il mondo aveva un certo aspetto. E
quando per la prima volta ti sei tenuto in piedi, hai avuto un nuovo insieme
di percezioni del mondo. Il mondo intero ti sembrava diverso. Sono cambiate
le cose che ti interessavano, è cambiato il modo in cui vedevi le cose, e
sarebbe cambiato ciò che potevi fare. Ma se ti ti piegavi in avanti e
guardavi tra le gambette, il mondo aveva un altro aspetto ancora." Basta
pensare a esperienze a carattere universale (una sorta di truismi) che
consentano di trasmettere un certo messaggio che voi volete fare passare. In
questo caso è la capacità di cambiare le proprie percezioni della realtà e di
imparare.
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La metafora deve focalizzare l’attenzione e coinvolgere il cliente perché si
metta in 2a posizione percettiva occorre creare anche una certa drammaticità,
mistero, suspance e occorre che la metafora sia isomorfa al problema del
cliente ma in maniera indiretta così da aggirare le resistenze. Si può per
esempio parlare di storie relative a una persona che ti sono state raccontate
da un tuo amico...
Scrive Lankton: "L’impiego di tali riferimenti alla vita reale del
cliente genera rapport (è come me), confusione (non star mica parlando di me?)
e ricerca inconscia (che legame c’è)"
Il comportamento ideomotorio del cliente ci
guida nella costruzione della metafora: "Tutto quello che il terapeuta
deve fare, è imparare a distinguere i segnali ideomotori dagli indicatori
comportamentali di ricerca inconscia, e cioè la perdita di tono dei muscoli delle
guancie, la dilatazione della pupilla, i movimenti del bulbo oculare, un
rallentamento del battito delle palpebre e del riflesso di deglutizione, un
accrescimento del pallore della pelle, un rilasciamento muscolare e una
generale assenza di movimento nei principali gruppi muscolari."
Schema
A1 Induzione
B1 Inizio della metafora analogica
C1. Metafore miranti ad attivare risorse e fenomeni di trance/
D. Intervento diretto sul sintomo
C2. Collegamento delle risorse alla rete sociale
B2. Conclusione della metafora analogica
A2. Riorientamento allo stato di veglia
A1. induzione
L’impiego del paradosso e della metafora fissa l’attenzione del soggetto e
tende a produrre fenomeni di trance anche quando essi non vengono presentati in
modo esplicito..
B1. Metafora analogica
Questa metafora viene iniziata, ma non portata a conclusione. In essa sono
inserite componenti di suspance e mistero, col fine di catturare e trattenere
l’attenzione del cliente. Successivamente si dà avvio a un digressione che
lascia irrisolto il dramma, cosicché il cliente rimane in attesa di una
soluzione.
C1. Recupero delle risorse
In questa fase vengono utilizzate svariate metafore digressive, intese a
stimolare, generare e recuperare molteplici risorse, che potrebbero essere
definite schemi automatici sensoriali, percettivi e comportamentali.
Erickson operava digressioni per tutto il tempo necessario a generare queste
risorse, per quanto lungo esso fosse. In questo modo, le metafore inserite
l’una nell’altra divengono sempre più oscure per la mente conscia, ma
continuano ad essere importanti ai fini di quell’apprendimento che è necessario
alla mente conscia per affrontare il problema.
In questa fase inizia l’attivazione dei fenomeni di trance, i quali sono
considerati veicoli per far passare il soggetto attraverso una serie
d’esperienze che nell’originario quadro di riferimento non gli sono consentite.
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La metafora lavora indirettamente consentendo
all'ascoltatore di costruire alcune elaborazioni e operazioni mentali nel
tentativo decifrarne il senso adattandolo alla sua storia personale (quindi
identificandosi per esempio con il protagonista): "Il valore dell
metafora non è quindi da ricercarsi nelle parole che la compongono ma in ciò
che il lettore percepisce ed elabora mentalmente al di là di esse, in un
continuo superamento del testo scritto. " (Fabio Rondot, Maria Varano,
"Come si inventano le fiabe", Edizioni Sonda, p. 40)
Ciascuno di noi di fronte alla metafora può imparare qualcosa relativamente
al suo percorso perché la metafora è un vero e proprio ipertesto con un ampio
numero di percorsi possibili.
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D. Intervento diretto
Nella fase di intervento diretto si mira di solito al ‘cuore della
nevrosi’, come direbbe Erickson. Gli interventi, in questa fase, spesso non si
riferiscono ai problemi espressi dalla mente conscia del cliente; la fase
d’intervento diretto mira piuttosto alla ‘vera’ difficoltà, alla più grave. E
la fase in cui il terapeuta interviene a risolvere i conflitti emozionali
inconsci.
C2. Collegamento delle risorse alla rete sociale
È auspicabile collegare ordinatamente le risorse a quelle immagini
dell’immediato mondo sociale del paziente che fungeranno da segnale per la loro
attivazione.
In queste situazioni, infatti, i segnali faranno scattare con la maggiore
facilità possibile le associazioni alle acquisizioni inconsce ottenute in
terapia.
In questa vera e propria elaborazione della mappa, si agisce in modo simile
a quanto avviene nelle suggestioni postipnotiche, nel senso che si stimolano
comportamenti da mettere in atto dopo la seduta. Le risorse vengono collegate a
compiti attuali e futuri che attendono il cliente nel corso del suo sviluppo
B2. Conclusione della metafora analogica
Con la conclusione della metafora analogica, portiamo a compimento dotato
di significato le molteplici digressioni operate nel corso della seduta, e
forniamo alla mente conscia del cliente quella tanto attesa conclusione del
racconto originario.
Scrive Haley riportando le parole di Erickson:
"A questo punto passo a un altro argomento che è per loro accettabile,
ma in questo modo li lascio in sospeso con una fortissima sensazione di attesa.
[...] È estremamente spiacevole restare in sospeso e le persone desiderano
conoscere la conclusione di un argomento che io ho portato fino all’estremo limite:
questo stato di tensione li rende più disposti ad accettare i miei
suggerimenti, proprio perché desiderano ricevere un’affermazione decisiva. Se
la prescrizione viene data immediatamente può essere messa in discussione, ma
se viene dopo una digressione, il paziente spera che voi torniate al punto, e
così accetta di buon grado un’affermazione decisiva."
A questo proposito si può ricordare l’"effetto Zeigarnik"
(Woodworth e Schlossberg) per aumentare la motivazione del cliente. Si è notato
che una persona è motivata a riprendere un compito non completato dopo
un’interruzione, ciò accadde in virtù della tensione o dello squilibrio
originato dalla disposizione mentale a concluderlo.
Possiamo far riferimento anche alla tecnica descritta da Haley: incoraggiare
una risposta frustrandola: "Con un soggetto ipnotico che risponde solo
parzialmente, Erickson suggerisce che l’ipnotista deve inibire la risposta,
deve cioè chiedere al soggetto di comportarsi in una certa maniera e quando
questi inizia a farlo l’ipnotista deve bloccare la risposta e passare a un
altro argomento. quando la richiesta verrà nuovamente ripetuta, la risposta
sarà migliore perché il soggetto nel frattempo ha sviluppato la capacità di
rispondere ma è stato frustrato nel farlo."
Le metafore precedentemente presentate possono non seguire alcuna logica
apparente, e l’amnesia è facilitata dalla mancanza di collegamenti associativi
tra una fase del processo e la successiva.
A2. Riorientamento allo stato di veglia
Amnesia
Con lo schema delle metafore multiple è facile creare un’amnesia spontanea
poiché non c’è un ben preciso collegamento tra le metafore.
In altre parole entro la metafora iniziale che viene spezzata e lasciata in
sospeso vengono inserite altre storie e aneddoti e viene fatto un lavoro terapeutico.
Poi alla fine si riprende la metafora dove la si era lasciata.
Quando si finisce la seduta è buona regola non parlare di ciò che è avvenuto
durante bensì continuare a parlare di quanto si stava dicendo prima di iniziare
(dopo aver fatto una interruzione di schema). Si può disseminare anche il
concetto di amnesia tramite suggestione indirette e l’analogical marking.
Di solito rispetto all’intervento diretto il cliente produce una amnesia
spontanea secondo il principio che "quando si presenta a un soggetto una
serie di elementi, si ha rammemorizzazione massima per quelli presentati
all’inizio e alla fine della sequenza e minima per quelli presentati nel
mezzo." (p. 299 Lankton)
Tecnica della PM (psicoterapia con le metafore)
In questa forma di terapia non si creano metafore per il cliente ma lo si
invita a generare delle metafore sulla propria situazione problematica, ad
esplorarle e a elaborarle.
Passo 1
Nella descrizione del proprio problema il cliente userà necessariamente
delle metafore. Utilizzatele!
Passo 2
Il terapeuta invita il cliente a esplorare l’immagine metaforica dicendo:
"Quando vede la (metafora) quale immagine/disegno le viene in
mente?"
come a dire: "Quando dice che si sente come se stesse sbattendo la
testa contro un muro, che immagine Le viene in mente?". È importante
utilizzare le stesse parole del cliente.
Passo 3
Il terapeuta invita il cliente a esplorare la metafora come immagine
sensoriale (VAKOG)
Il terapeuta sta ben attento a non introdurre dei propri contenuti quindi non
suggerisce nulla neanche indirettamente e non fa domande del tipo "Riesce
a vedere?"
Dire invece Cosa vede? Cos’altro vede?.
Se il cliente dice "sono intrappolato in un castello" il terapeuta
non deve dire "C’è un fossato intorno al castello?" Sarebbe molto più
giusto invitare soltanto ad esplorare senza suggerire il contenuto con domande
del tipo "Com’è il castello?" o "Se fossi con Lei nel castello
cosa vedrei/sentirei?"
Passo 4
Una volta che l’esplorazione delle immagini è completata, il terapeuta invita
il cliente a descrivere le sue sensazioni ed esperienze associate all’immagine
metaforica (Meta K)
Passo 5
Provocare una trasformazione della metafora con domande del tipo: "Se
potesse cambiare l’immagine in qualche modo, come la cambierebbe?"
In casi estremi se il cliente non produce nessun cambiamento si può
suggerire un cambiamento verificandone l’ecologia.
Passo 6
Si ricollega la metafora alla vita del cliente: "Che paralleli vede tra
la Sua immagine metaforica e la situazione originaria?" e poi "Come
può essere applicato il modo in cui ha cambiato l’immagine alla Sua situazione
attuale?"
Secondo un approccio Ericksoniano quest’ultima fase non sembra necessaria Il
cliente non ha bisogno di conoscere esplicitamente o coscientemente il
significato della metafora: se essa è veramente isomorfa alla situazione che
sta esperendo tutti i collegamenti e i cambiamenti necessari avverranno a
livello inconscio tramite la ricerca trasderivazionale.
Il
paradosso
Il paradosso ha una caratteristica peculiare: si tratta di un’affermazione
che pone l’interlocutore in una posizione di indecidibilità, in quanto il
paradosso per sua natura è irrisolvibile.
Un esempio famoso è il paradosso del mentitore attribuito ad Epimenide
(filosofo greco del VI secolo a.C.) riassumibile sotto la forma "Io sto
mentendo" oppure "questo enunciato è falso". Tale affermazione
non è dimostrabile, non posso cioè stabilirne né la verità né la falsità: chi
parla sta dicendo il vero solamente se sta mentendo e sta mentendo soltanto se
dice la verità.
Tale dilemma nasce dall’ambiguità e complessità del linguaggio.
L’affermazione risulta paradossale per almeno due motivi poiché è
autoreferenziale e poiché sono implicati due livelli logici: il cosiddetto
linguaggio oggetto — per mezzo del quale vengono fatte delle asserzioni sulla
realtà di prim’ordine — e il metalinguaggio che è un’asserzione sul
linguaggio oggetto — realtà di second’ordine.
In assenza di qualificatori come le virgolette si crea una confusione fra
livelli logici che presentano affermazioni in contraddizione fra loro. Il
metalivello viene a confondersi con il livello oggetto e si crea una sorta di
cortocircuito: due livelli gerchici di complessità crescente collassano uno
sull’altro dando vita al fenomeno dello strano anello: "ovvero
l’imprevisto ritrovarsi al punto di partenza salendo o scendendo lungo i
gradini di un sistema gerarchico" (Camillo Loriedo, Angelo Picardi, Dalla
teoria generale dei sistemi alla teoria dell’attaccamento, Franco Angeli,
Milano 2000, p. 81).
Se cerchiamo di risolvere uno "strano anello" veniamo presi in una
catena riflessiva, cioè in una oscillazione infinita tra i due termini
contraddittori che, come in un gioco di specchi rimando uno all’altro
determinando il fenomeno della indecidibilità.
Il paradosso non è soltanto logico o semantico come quello del mentitore ma
è anche pragmatico. Nella vita di ogni giorno si verificano fenomeni di questo
tipo. Un paradosso di per sé non è dannoso ma in alcuni casi può avere un
effetto patogeno come è il caso del doppio legame. Il doppio legame è una
situazione di indecidibilità nella vita di relazione che determina un effetto
pragmatico.
Per doppio legame si intende "una situazione (1) in cui una persona è
posta di fronte a messaggi contraddittori, (2) la cui natura non è
immediatamente evidente perché celata o negata, o perché i messaggi sono di
livelli diversi, e (3) in cui non si può neppure scappare, né osservare e
commentare efficacemente le contraddizioni" (Weakland e Jackson, 1958)
La teoria del "doppio legame" è stato usata dall'antropologo
Bateson e dal gruppo di Palo Alto per spiegare in parte l'eziologia della
schizofrenia studiando i paradossi dell'astrazione nella comunicazione. In
altre parole, piuttosto che dare grande rilevanza al presunto trauma venne
ipotizzato e poi studiato il contesto comunicativo e i modelli di interazione
ripetitivi all'interno del nucleo familiare. La schizofrenia potrebbe derivare
dall'effetto della continua esposizione a doppi legami sin dalla tenera età e
dalla conseguente incapacità di discriminazione fra tipi logici.
Questa "abitudine mentale" sarebbe dunque il risultato dei
contesti di apprendimento nei primi anni della vita del bambino.
Facciamo un esempio chirificatore: Una madre comunica a parole il proprio
amore per il figlio mentre a livello analogico (non-verbale) trasmette alcuni
segnali di rifiuto, ansia, paura. A quel punto il bambino potrebbe riconoscere
il messaggio di rifiuto, ma tale interpretazione lo porterebbe a pensare
qualcosa di profondamente doloroso: "mia madre è cattiva", "mia
madre non mi vuole bene". Poiché il bambino dipende per la propria sopravvivenza
dal sostegno fisico e psichico dei propri genitori non può far altro che
accettare ciò che la madre asserisce e ritenere di essere lui il
"cattivo" per aver avvertito questa incongruenza e per aver dubitato
dell'amore della propria madre. Ma anche se avesse preso per buone le
manifestazioni d’affetto della madre, il figlio avrebbe comunque
"perso", poiché ella si sarebbe tirata indietro. E se in seguito il
figlio si fosse ritratto a sua volta — per rispettare la risposta della madre —
avrebbe ricevuto una punizione del tipo "Ma come, non mi vuoi più
bene?". Se invece avesse cercato di commentare la situazione sarebbe stato
squalificato con risposte del tipo "non è assolutamente vero..."
oppure "come puoi pensare cose così brutte sulla tua mamma".
Come rende esplicito questo esempio, non è sufficiente — per porre
l’interlocutore in una situazione di doppio legame — la sola incongruenza tra i
messaggi. La semplice presenza di ambiguità o contraddizione non dà luogo a un
paradosso poiché occorre che ci sia un vero e proprio legame di esclusività e
assolutezza fra le parti e una impossibilità a risolvere la situazione
(indecidibilità). Nel doppio legame patogeno comunque si risponda si
"perde":
"Un giovane che si era rimesso abbastanza bene da un episodio acuto di
schizofrenia ricevette in ospedale la visita della madre. Era contento di
vederla e istintivamente le passò il braccio intorno alle spalle, al che la
madre si irrigidì. Egli ritirò il braccio e la madre allora gli chiese:
"Non mi vuoi più bene?". Il ragazzo arrossì, ed ella disse:
"Caro, non devi imbarazzarti così facilmente e aver paura dei tuoi
sentimenti." Il paziente riuscì a stare con lei solo pochi minuti ancora
e, dopo che se ne fu andata aggredì un infermiere e fu quindi sottoposto a una
doccia fredda." (Gregory Bateson, Don D. Jackson, Jay Haley, John
Weakland, Verso una teoria della schizofrenia, 1967, in Carlos E. Sluzki,
Donald C. Ransom, Il doppio legame, Astrolabio, Roma 1979,p. 34)
Un altro esempio tipico di doppio legame è il cambiamento che una parte cerca
di indurre sull’altra con frasi del tipo "Devi cambiare" a cui segue
una serie di ingiunzioni a livelli differenti (come per esempio una serie di
regole condivise a livello di collusione inconscia) secondo le quali sarebbe
terribile se si cambiasse ("non cambiare"). Se poi il cambiamento ha
effettivamente luogo la parte in causa viene punita oppure squlificata
("non sei cambiato per niente, eri molto meglio prima").
Le condizioni necessarie sono:
1. Due o più persone
2. Esperienza ripetuta
3. Una ingiunzione negativa primaria: "Non fare così o io ti
punirò" oppure "Se non fai così io ti punirò"
4. Una seconda ingiunzione secondaria in conflitto con la prima a un livello
più astratto e rinforzata, come la prima, da punizioni e da segnali che
minacciano la sopravvivenza: "Non considerare questo come una
punizione" - "non dubitare del mio amore" etc...
5. Un'ingiunzione terziaria negativa che proibisce alla vittima di
abbandonare il campo: "Non lasciarmi, altrimenti sei dannato"
6. Infine, la serie completa di questi ingredienti non è più necessaria
quando la vittima ha imparato a percepire il suo universo in termini di doppio
legame. Può essere allora sufficiente una parte qualsiasi di una successione di
doppio legame a scatenare panico o rabbia.
(Gregory Bateson, Don D. Jackson, Jay Haley, John Weakland, Verso una
teoria della schizofrenia, 1956.)
Per quanto riguarda il punto 5. ricordo che "se la situazione di doppio
legame si determina tra adulti, non è tanto l’emittente ad impedire al
ricevente di sottrarsi agli effetti patogeni della comunicazione tramite
l’ingiunzione negativa terziaria, quanto piuttosto è il ricevente stesso ad
attribuire alla comunicazione un valore assoluto, interpretando il messaggio in
forma totalizzante" (Camillo Loriedo, Angelo Picardi, Dalla teoria
generale dei sistemi alla teoria dell’attaccamento, Franco Angeli, Milano
2000, p. 99)
L’ingiunzione resta paradossale sono fino a che si ritiene assolutamente
necessario risolverla decidendo se è vera o falsa.
Ma fortunatamente esistono anche dei doppi legami terapeutici dove non c’è
alternativa alla vittoria.
Il paradosso
Il paradosso ha una caratteristica peculiare: si tratta di un’affermazione
che pone l’interlocutore in una posizione di indecidibilità, in quanto il
paradosso per sua natura è irrisolvibile.
Un esempio famoso è il paradosso del mentitore attribuito ad Epimenide
(filosofo greco del VI secolo a.C.) riassumibile sotto la forma "Io sto
mentendo" oppure "questo enunciato è falso". Tale affermazione
non è dimostrabile, non posso cioè stabilirne né la verità né la falsità: chi
parla sta dicendo il vero solamente se sta mentendo e sta mentendo soltanto se
dice la verità.
Tale dilemma nasce dall’ambiguità e complessità del linguaggio.
L’affermazione risulta paradossale per almeno due motivi poiché è
autoreferenziale e poiché sono implicati due livelli logici: il cosiddetto
linguaggio oggetto — per mezzo del quale vengono fatte delle asserzioni sulla
realtà di prim’ordine — e il metalinguaggio che è un’asserzione sul linguaggio
oggetto — realtà di second’ordine.
In assenza di qualificatori come le virgolette si crea una confusione fra
livelli logici che presentano affermazioni in contraddizione fra loro. Il
metalivello viene a confondersi con il livello oggetto e si crea una sorta di
cortocircuito: due livelli gerchici di complessità crescente collassano uno
sull’altro dando vita al fenomeno dello strano anello: "ovvero
l’imprevisto ritrovarsi al punto di partenza salendo o scendendo lungo i
gradini di un sistema gerarchico" (Camillo Loriedo, Angelo Picardi, Dalla
teoria generale dei sistemi alla teoria dell’attaccamento, Franco Angeli,
Milano 2000, p. 81).
Se cerchiamo di risolvere uno "strano anello" veniamo presi in una
catena riflessiva, cioè in una oscillazione infinita tra i due termini
contraddittori che, come in un gioco di specchi rimando uno all’altro
determinando il fenomeno della indecidibilità.
Il paradosso non è soltanto logico o semantico come quello del mentitore ma
è anche pragmatico. Nella vita di ogni giorno si verificano fenomeni di questo
tipo. Un paradosso di per sé non è dannoso ma in alcuni casi può avere un
effetto patogeno come è il caso del doppio legame. Il doppio legame è una
situazione di indecidibilità nella vita di relazione che determina un effetto pragmatico.
Per doppio legame si intende "una situazione (1) in cui una persona è
posta di fronte a messaggi contraddittori, (2) la cui natura non è
immediatamente evidente perché celata o negata, o perché i messaggi sono di
livelli diversi, e (3) in cui non si può neppure scappare, né osservare e
commentare efficacemente le contraddizioni" (Weakland e Jackson, 1958)
La teoria del "doppio legame" è stato usata dall'antropologo
Bateson e dal gruppo di Palo Alto per spiegare in parte l'eziologia della
schizofrenia studiando i paradossi dell'astrazione nella comunicazione. In
altre parole, piuttosto che dare grande rilevanza al presunto trauma venne
ipotizzato e poi studiato il contesto comunicativo e i modelli di interazione
ripetitivi all'interno del nucleo familiare. La schizofrenia potrebbe derivare
dall'effetto della continua esposizione a doppi legami sin dalla tenera età e
dalla conseguente incapacità di discriminazione fra tipi logici.
Questa "abitudine mentale" sarebbe dunque il risultato dei
contesti di apprendimento nei primi anni della vita del bambino.
Facciamo un esempio chirificatore: Una madre comunica a parole il proprio
amore per il figlio mentre a livello analogico (non-verbale) trasmette alcuni
segnali di rifiuto, ansia, paura. A quel punto il bambino potrebbe riconoscere
il messaggio di rifiuto, ma tale interpretazione lo porterebbe a pensare
qualcosa di profondamente doloroso: "mia madre è cattiva", "mia
madre non mi vuole bene". Poiché il bambino dipende per la propria sopravvivenza
dal sostegno fisico e psichico dei propri genitori non può far altro che
accettare ciò che la madre asserisce e ritenere di essere lui il
"cattivo" per aver avvertito questa incongruenza e per aver dubitato
dell'amore della propria madre. Ma anche se avesse preso per buone le
manifestazioni d’affetto della madre, il figlio avrebbe comunque
"perso", poiché ella si sarebbe tirata indietro. E se in seguito il
figlio si fosse ritratto a sua volta — per rispettare la risposta della madre —
avrebbe ricevuto una punizione del tipo "Ma come, non mi vuoi più
bene?". Se invece avesse cercato di commentare la situazione sarebbe stato
squalificato con risposte del tipo "non è assolutamente vero..."
oppure "come puoi pensare cose così brutte sulla tua mamma".
Come rende esplicito questo esempio, non è sufficiente — per porre
l’interlocutore in una situazione di doppio legame — la sola incongruenza tra i
messaggi. La semplice presenza di ambiguità o contraddizione non dà luogo a un
paradosso poiché occorre che ci sia un vero e proprio legame di esclusività e
assolutezza fra le parti e una impossibilità a risolvere la situazione
(indecidibilità). Nel doppio legame patogeno comunque si risponda si
"perde":
"Un giovane che si era rimesso abbastanza bene da un episodio acuto di
schizofrenia ricevette in ospedale la visita della madre. Era contento di
vederla e istintivamente le passò il braccio intorno alle spalle, al che la
madre si irrigidì. Egli ritirò il braccio e la madre allora gli chiese:
"Non mi vuoi più bene?". Il ragazzo arrossì, ed ella disse:
"Caro, non devi imbarazzarti così facilmente e aver paura dei tuoi
sentimenti." Il paziente riuscì a stare con lei solo pochi minuti ancora
e, dopo che se ne fu andata aggredì un infermiere e fu quindi sottoposto a una
doccia fredda." (Gregory Bateson, Don D. Jackson, Jay Haley, John
Weakland, Verso una teoria della schizofrenia, 1967, in Carlos E. Sluzki,
Donald C. Ransom, Il doppio legame, Astrolabio, Roma 1979,p. 34)
Un altro esempio tipico di doppio legame è il cambiamento che una parte
cerca di indurre sull’altra con frasi del tipo "Devi cambiare" a cui
segue una serie di ingiunzioni a livelli differenti (come per esempio una serie
di regole condivise a livello di collusione inconscia) secondo le quali sarebbe
terribile se si cambiasse ("non cambiare"). Se poi il cambiamento ha
effettivamente luogo la parte in causa viene punita oppure squlificata
("non sei cambiato per niente, eri molto meglio prima").
Le condizioni necessarie sono:
1. Due o più persone
2. Esperienza ripetuta
3. Una ingiunzione negativa primaria: "Non fare così o io ti
punirò" oppure "Se non fai così io ti punirò"
4. Una seconda ingiunzione secondaria in conflitto con la prima a un livello
più astratto e rinforzata, come la prima, da punizioni e da segnali che
minacciano la sopravvivenza: "Non considerare questo come una
punizione" - "non dubitare del mio amore" etc...
5. Un'ingiunzione terziaria negativa che proibisce alla vittima di
abbandonare il campo: "Non lasciarmi, altrimenti sei dannato"
6. Infine, la serie completa di questi ingredienti non è più necessaria
quando la vittima ha imparato a percepire il suo universo in termini di doppio
legame. Può essere allora sufficiente una parte qualsiasi di una successione di
doppio legame a scatenare panico o rabbia.
(Gregory Bateson, Don D. Jackson, Jay Haley, John Weakland, Verso una
teoria della schizofrenia, 1956.)
Per quanto riguarda il punto 5. ricordo che "se la situazione di doppio
legame si determina tra adulti, non è tanto l’emittente ad impedire al
ricevente di sottrarsi agli effetti patogeni della comunicazione tramite
l’ingiunzione negativa terziaria, quanto piuttosto è il ricevente stesso ad
attribuire alla comunicazione un valore assoluto, interpretando il messaggio in
forma totalizzante" (Camillo Loriedo, Angelo Picardi, Dalla teoria
generale dei sistemi alla teoria dell’attaccamento, Franco Angeli, Milano
2000, p. 99)
L’ingiunzione resta paradossale sono fino a che si ritiene assolutamente
necessario risolverla decidendo se è vera o falsa.
Ma fortunatamente esistono anche dei doppi legami terapeutici dove non
c’è alternativa alla vittoria.
Prescrizioni
metaforiche e paradossali
Le direttive di Erickson però erano particolari spesso metaforiche e
paradossali.
1. Per esempio Erickson a un alcolizzato disse: "Guardi. Ciò che le
suggerisco le sembrerà strano, ma vada al Giardino Botanico. Là si fermi a
guardare i cactus e mediti che i cactus riescono a sopravvivere tre anni senza
acqua, senza pioggia."
2. In
un caso di frigidità Erickson potrebbe spingere la cliente a immaginarsi in
tutti i particolari il modo in cui scongelerebbe il frigo.
Tra l’altro quando il cliente descrive il problema in modo indiretto e
metaforico è come se producesse un sogno che può essere interpretato e che può
dare informazioni utili:
"... egli esamina attentamente il modo in cui lei affronterà questo
lavoro, partendo dallo scompartimento superiore, da quello inferiore, o magari dal
mezzo; che cosa tirerà fuori prima, che cosa dopo; quanto ghiaccio si può
essere formato col tempo; in che punto lo strato è più spesso; quante cose
dimenticate troverà negli angoli più riposti, che già da tempo avrebbe dovuto
buttar via; qual è il modo migliore di effettuare lo sgelamento vero e proprio;
se nel far questo eventualmente emergeranno dei ricordi e dei pensieri che non
hanno niente a che fare con il lavoro in questione; come infine rimetterà tutto
a posto di nuovo, che cosa vale la pena di conservare, eccetera." (Paul
Watzlawick, Il linguaggio del cambiamento, Feltrinelli, 1997 Milano, p.
66)
3. Una tecnica che Erickson spesso usava per coniugi con difficoltà sessuali
era parlare apparentemente di qualcos’altro per esempio il modo in cui cenano,
così facendo si aggirerà la resistenza conscia e dal racconto si avranno
ulteriori elementi rispetto al problema in questione: il marito potrà dire
"a volte a mia moglie piace prendere degli aperitivi prima di cenare e
cominciare il pasto lentamente mentre a me piace tuffarmi subito sul piatto di
carne e patate". Si potranno fare anche dei commenti – senza fare
intendere le implicazioni sessuali – del tipo "a certi mariti piace
complimentarsi con la loro moglie su quanto il cibo sia gradevole, altri non
notano niente e di conseguenza le mogli si stufano e non fanno alcun
sforzo". Il terapeuta può dare un compito a casa: "i due dovranno
scegliere una sera e insieme preparare una cena piacevole; dovranno dimostrare
attenzione per le rispettive preferenze di gusto, la moglie dovrà cercare di
stimolare l’appetito del marito che, a sua volta, dovrà fare quanto è in suo
potere per farle piacere". (Jay Haley, La terapia del problem-solving,
Nuova Italia Scientifica, 1985 Roma, p. 69)
4. C’è una figlia irriverente e aggressiva nei confronti della madre. La
madre nel tentativo di risolvere il problema chiama in causa il padre che
invece si rivela particolarmente indulgente nei confronti della figlia quasi
l’appoggiasse. L’intervento proposto da Watzlawick è: "Abbiamo appurato
che in questi casi una strategia molto utile è quella di dire al padre (in
presenza della madre) che potrebbe ristabilire la pace in famiglia senza troppe
difficoltà se fosse disposto a compiere un gesto piuttosto strano, e
precisamente mettere la mano in tasca, tirar fuori una monetina e darla alla
figlia ogni volta che è arrogante con la madre. È un gesto che va compiuto in
silenzio come se fosse la cosa più naturale del mondo; se poi la figlia
insistesse per sapere il significato di quel gesto, il padre dovrebbe limitarsi
a risponderle: "Mi viene da darti una monetina". (Paul Watzlawick, John H. Weakland, Richard
Fisch,Change, Astrolabio, 1974 Roma, p. 130)
Con questa prescrizione si crea confusione nella figlia, si interrompe il
pattern e si comunica a livello simbolico disoccultando il gioco che si era
istaurato tra padre e figlia: così facendo diventa impossibile continuare a
giocare al gioco ingenuamente come prima.
L’uso di queste tecniche così come la prescrizione di rituali sono ormai in
uso in varie forme di terapia e con Jung si è riscoperta la potenza del
simbolo.
I terapeuti del Centro di Milano a questo proposito dicono che il rituale
"conduce alla sostituzione di un rito malsano (come, ad esempio, il
sintomo anoressico) ed epistemologicamente errato mediante uno sano ed
epistemologicamente corretto.
Il rituale comporta una prescrizione comportamentale che conduce
inaspettatamente al cambiamento (tramite per esempio doppi legami) e al
contempo consiste di una parte specificatamente analogica: una sorta di
messaggio per l’inconscio.
A questo proposito Alejandro Jodorowsky fondatore nel 1962 del teatro
"panico" con Fernando Arrabal e Roland Topor (e regista di film come
"El topo" e "La montagna incantata") ha inventato una forma
di terapia che egli chiama psicomagia che riprende molti temi dell’approccio
Ericksoniano ma che si sviluppa a partire dall’incontro con una guaritrice
messicana chiamata Pachita.
Rispetto a questa esperienza scrive: "Non oserei dire che le
manipolazioni di Pachita fossero vere e proprie operazioni; ma non posso
neppure dire che non lo fossero... E, alla fine, sono arrivato alla conclusione
che non ha importanza. Le domande di questo genere ci preoccupano perché
crediamo in un mondo "obiettivo". [...] Comunque sia, non si può non
riconoscere che Pachita fosse geniale. Se il suo era teatro, che grande
attrice! Se era illusionismo, quella donna è stata la più grande illusionista
di tutti i tempi! E che psicologa... [...] Grazie a lei ho capito che tutti – o
quasi tutti –, siamo bambini, a volte adolescenti. [...] dal momento in cui
sentivi le sue mani tra le tue, quella vecchia donna in cui sentivi le sue mani
tra le tue, quella vecchia donna ti appariva nella veste della Madre Universale
e non potevi più resisterle. [...] Ma dopo il contatto, la mia resistenza si è
sciolta come neve al sole. Pachita sapeva che in ogni adulto, perfino in quello
più sicuro di sé, dorme un bambino desideroso di amore. [...] Osservando
Pachita, ho scoperto che, quando si finge un’operazione, il corpo umano
reagisce come se fosse sottoposto a un intervento autentico. Se ti comunico che
ti aprirò il ventre per estirparti un pezzo di fegato, se ti obbligo a
sdraiarti su un tavolo e riproduco esattamente i suoni, gli odori e le
manipolazioni, se senti il coltello sulla pelle, se vedi uscire il sangue, se
hai la sensazione che le mie mani si rigirino nelle tue viscere ed estraggano
qualcosa, sarai "operato". Il corpo umano accetta in modo diretto e
ingenuo il linguaggio simbolico, come accade per i bambini. [...] Quindi,
verità o menzogna, poco importa. Se c’è imbroglio, è un imbroglio sacro...
[...] Era il modo di utilizzare il linguaggio degli oggetti e il vocabolario
simbolico, al fine di produrre determinati effetti sul prossimo; in poche parole,
come rivolgersi direttamente all’inconscio tramite il suo linguaggio, fosse
attraverso le parole, gli oggetti o le azioni. Questo è ciò che ho imparato da
Pachita. [...]"
La ricerca di Jodorowsky che lo porterà alla sua psicomagia si sviluppa
ulteriormente con il suo interesse per la poesia, il teatro e l’esoterismo:
"Ho letto centinaia di libri sul tema per tentare di estrarre elementi
universali degni di essere utilizzati in modo cosciente nella pratica. [...]
Un’altra pratica universale è quella è quella della purificazione, le abluzioni
rituali. [...] Anch’io suggerisco a molti che vengono da me di farsi dei bagni
e di praticare un particolare cerimoniale di abluzione, perché so che questo
atto, all’apparenza insulso, influirà notevolmente sulla psiche e conferirà
loro una diversa predisposizione d’animo. Se qualcuno ha paura di andare a
parlare dalla propria madre, gli raccomando prima dell’incontro, di sciacquarsi
la bocca sette volte e di riempirsi le tasche di lavanda. Questi dettagli sono
sufficienti perché la situazione venga affrontata in modo diverso. [...] Anche
gli stregoni ittiti mi hanno aiutato a scoprire i concetti di sostituzione e di
identificazione [...] Secondo un testo antico, "si legherà un oggetto alla
mano e al piede destro dell’offeritore, poi lo si slegherà e vi si legherà un
topo, mentre l’officiante recita: ‘Io ti ho estirpato il male e l’ho legato a
questo topo’: e allora il topo verrà liberato". Così Pachita estirpava il
male per trasferirlo su una pianta, un albero o un cactus [...]" Ma la
prescrizione di un atto psicomagico non è cosa da prendersi alla leggera né una
serie di rituali preconfezionati bensì il frutto della raccolta di materiale e
informazioni sul cliente anche tramite la divinazione con i tarocchi e le risposte
non verbali del cliente: "Ho imparato questo principio da Mijamoto
Misachi, famoso guerriero giapponese praticante di Kendo [...] Prima del
combattimento, dice, bisogna recarsi sul campo all’alba e fare un minuzioso
sopralluogo. [...] la familiarizzazione con il terreno psicoaffettivo della
persona mi pareva un requisito indispensabile per la prescrizione di qualsiasi
atto psicomagico." La cosa curiosa è che non si possono prevedere
completamente gli effetti di un atto psicomagico e neppure i vari ostacoli che
si possono creare nell’attuarlo ma questa imprevedibilità va accolta come un
elemento fondamentale per la riuscita.
In ogni caso la persona si deve assoggettare alle direttive del terapeuta e
seguire passo per passo il rituale prescritto. Anche il transfert ha chiramente
un elemento fondamentale in queste pratiche che altrimenti non sarebbero
"magiche": "Non so se avete mai assistito a un incontro di
aikido: arriva il maestro e, grazie al ki, sembra diventare invisibile. Non lo
è, perché di fronte a una persona che non sia suo discepolo non ha potere: è
necessario u ntrasfert. Vale a dire, trasferiamo a certi archetipi forze che
custodiamo dentro di noi, e in virtù di tale trasferimento, rendiamo quella
persona un maestro, un guru, un essere dotato di una forza immensa."
Prescrizioni paradossali
Il primo passo della terapia parte dal comportamento che viene presentato.
Nel caso della donna che voleva suicidarsi la prima mossa di Erickson fu
quella di dimostrare empatia dicendole che sì, era stata trattata tanto male e
quindi era logico che lei pensasse al suicidio e nessuno poteva darle addosso
per questo. Dopo aver ottenuto rapidamente la sua fiducia con questa manovra,
Erickson passò alla fase di ‘guida’, nella quale suggerì che sarebbe stata una
dannata vergogna morire e lasciare i suoi soldi a quei bastardi che l’avevano
trattata così male.
L’interpretazione positiva del comportamento è intimamente connessa con la
possibile alterazione dello stesso. Spesso l’interpretazione positiva
rappresenta per il cliente la ragione logica per seguire una direttiva
altrimenti illogica.
Selvini, Palazzoli, Boscolo, Cecchin e Prata usano dichiararsi alleati della
famiglia e approvano il comportamento dei loro membri, in particolare di quelli
che hanno sempre fatto da capro espiatorio, rendendoli gli eroi della famiglia;
per esempio: "Attirando l’attenzione su di sé, Giovanni ha protetto tutta
la famiglia, e specialmente suo padre e sua madre, dal dover guardare se stessi
e il loro comportamento".
Questa tecnica che consiste nel connnotare positivamente il sintomo e nel
prescriverlo è altamente confusiva.
Rapport e paradosso fissano l’attenzione. Il paradosso il particolare
comporta un depotenziamento degli schemi cognitivi attuali e avvia una ricerca
inconscia: Gli ordini paradossali sospendono la normale attività logica retta
da regole e la mente cosciente rimane per qualche momento sovraccaricata
dall’illogica logica della comunicazione paradossale.
Così si può dire che l’impiego del paradosso dà accesso a un nuovo quadro di
riferimento, mentre la metafora permette l’associazione a esperienze della vita
della persona che sinora sono rimaste inutilizzate.
Scrive Lankton: noi consideriamo il paradosso come la grande porta d’accesso
a un cambiamento di second’ordine. [...] Per noi il paradosso è parte centrale
dell’approccio di base, consistente nell’accettare qualsiasi cosa il cliente
stia già facendo, nell’utilizzare e/o prescrivere il comportamento messo in
atto e poi nell’operare un leggero cambiamento tale da far associare il cliente
a quelle risorse interne e così tramutare il ‘problema’ in un ‘alleato’."
Dopo il ricalco e la confusione del paradosso si passa alla guida che
comporta una alterazione della strategia usata dal cliente per affrontare il
sintomo e che concorre a mantenerlo. Questo cambiamento può essere effettuato
su vari parametri: il tempo, lo spazio o l’intensità.
Vediamo per esempio alcuni casi di prescrizioni paradossali.
Doppio legame terapeutico: qualsiasi cosa il cliente faccia va verso la guarigione,
è implicato perciò un paradosso. L’interruzione dello schema avviene per
sovraccarico:
1.Un giovane ha due problemi: non riesce a scrivere e a uscire con le donne.
Il terapeuta gli ingiunge che se non fosse stato in grado di scrivere sei
pagine a settimana la settimana successiva avrebbe dovuto chiedere degli
appuntamenti a giovani donne. Piuttosto che chiedere a una donna
un’appuntamento il giovane si mise di buzzo buono e scrisse. In tal modo si
adopera un sintomo per curare l’altro.
2. "Vuole venire a capo del problema già questa settimana o quella
successiva?"
3. Con un paziente che evita qualsiasi situazione rischiosa:
"Bisogna dire al paziente che un modo serio e probabilmente efficace di
risolvere il suo problema ci sarebbe, ma perché non pensi che si tratti di uno
dei tanti consigli che gil sono stati dati e che certamente rifiuterebbe, non è
possibile parlarne se prima non promette di fare tutto quello che gli si chiede
per quanto difficile, incoerente o irragionevole possa sembrargli." (Paul Watzlawick, John H. Weakland,
Richard Fisch,Change, Astrolabio, 1974 Roma, , p. 159)
Se rifiuta accetta il rischio perde l’"occasione" (quindi accetta
un altro rischio) e dichiara implicitamente che il problema non è poi così
urgente. Se accetta comincia a correre il rischio dell’ignoto e prende comunque
una forma di iniziativa
4. Una paziente che partecipa a una terapia di gruppo non riusciva a dire di
no, aveva l’idea che ciò sarebbe stato legato a conseguenze catastrofiche. Pare
che quando era bambina si fosse rifiutata di rimanere a casa con il padre e
quando ritornò lo trovò morto.
Fu quindi prescritto il sintomo: "dica di no a tutti i presenti uno per
uno"
Essa si rifiutò quasi come presa dal panico: "No, mi è assolutamente
impossibile dire ‘no’ alle altre persone!" Il terapeuta continuò a
insistere e le si rifiutò. Dopo alcuni minuti le fece presente che stava
dicendo di no e che nulla di male era accaduto.
Nei casi resistenti si può dare una direttiva paradossale del tipo: dire al
cliente di fare una cosa quando invece si vuole che egli non agisca come
suggerito. In tal caso il cambiamento deriva da un atto di ribellione nei
confronti del terapeuta.
Questo metodo si basa su una comunicazione isomorfa a quella del cliente: il
più delle volte il cliente dice di voler cambiare rimanendo lo stesso. Ciò vuol
dire che il cliente ha raggiunto – malgrado la sua sofferenza – una stabilità e
il terapeuta sospingendolo verso il nuovo e quindi verso l’istabilità produce
una reazione di rifiuto, sfida o resistenza.
Per affrontare casi di questo genere la tattica paradossale si può
riassumere in "utilizzazione della resistenza" o
"incoraggiamento del sintomo" in questa categoria sono da inserire
tutti gli interventi di terapia provocativa "alla Farelly".
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Erickson davanti al rifiuto di magiare le verdure da parte
di uno dei figli cominciò a proibire alla moglie di servirgli le verdure
asserendo che era ancora troppo piccolo per poterle mangiare.
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Si noterà che questi interventi consistono in una reductio ab absurdum
del sintomo con interruzione dello schema per giro a vuoto:
1. "[...] una famiglia può presentarsi con il problema di un bambino
che non vuole andare a scuola. Il terapeuta – nel contesto del suo lavoro (che
consiste nell’aiutare il bambino a tornare a frequentare) – può parlare con la
famiglia dei motivi per cui il ragazzo dovrebbe andare a scuola. Potrà
suggerire, poi, che potrebbe essere meglio che il ragazzo stia a casa e potrà
offrire a giustificazione di questa sua teoria varie ragioni a seconda del tipo
di famiglia: potrà dire che forse gli altri componenti sarebbero tristi se il
ragazzo andasse a scuola come gli altri e che perciò è meglio che rimanga a
casa. [...] Quando il metodo ha successo, i componenti della famiglia
ragiungono lo scopo per provare al terapeuta che sono bravi come gli altri:
cambiano "spontaneamente". Il terapeuta dovrà accettare il mutamento
quando questo avviene e lasciare che la famiglia manifesti la non grande
opinione di lui nel dimostrargli che ha sbagliato. Se vuole assicurarsi che il
cambiamento continui, potrà dire loro che forse si è trattato solo di un fatto
temporaneo e che ci sarà una ricaduta; la famiglia, allora, continuerà a
cambiare per provargli che ha torto.
Parlando di temporaneità del cambiamento, egli previene le ricadute, ma può
fare lo stesso proprio favorendole; questo metodo può evitare che esse di
verifichino. Il terapeuta potrà dire alla famiglia: "vedo che siete
cambiati e che avete superato il problema, ma credo che questo sia accaduto troppo
velocemente; vorrei che aveste una ricaduta e quindi, per questa settimana,
cercate di comportarvi come facevate prima" [...] Quando chiederà di
tornare alla situazione originale, essi comunque resisteranno, per non avere
ricadute, cosa in cui consiste lo scopo del terapeuta" (Jay Haley, La
terapia del problem-solving, Nuova Italia Scientifica, 1985 Roma, pp.
71-72)
Normalmente il paziente resistente propone una relazione simmetrica. Con
queste tecniche si fa perdere forza alla persona che si oppone dando una valutazione
positiva del comportamento e quindi lo si prescrive. In questo modo si sovverte
l'equilibrio del sistema disfunzionale interrompendo l'escalation simmetrica. È
un po' come se avesse fatto perdere l'equilibrio all'avversario usando la sua
stessa forza.
1. In
un ospedale psichiatrico c’era una ragazzina che quando aveva le crisi si
divertiva a strappare l’intonaco dalle pareti e spesso picchiava le infermieri
e le strappava i vestiti. Un giorno arrivò la chiamata. "Ruth si è
scatenata di nuovo". Ruth aveva asportato tutto l’intonaco dalle pareti.
Erickson arrivò e prese a strappare le lenzuola e le diede una mano a
distruggere il letto e a spaccare le finestre. Poi le suggerri "Ruth,
avanti stacchiamo dal muro quella valvola del termosifone e strappiamo via la
tubazione". Poi Milton disse "Qui non possiamo fare più niente.
Andiamo nell’altra stanza!" E ruth cominciò a sentirsi meno sicura
:"È sicuro di dover fare così, dottor Erickson?". Mentre
attraversavano il corridoio passava un’infermiera e Milton le strappò i vestiti
a questo punto Ruth reagì e andò a prendere le lenzuola per comprirla. Aveva
inteso la gravità del suo comportamento vedendolo, Erickson si era infiltrato
nella sua realtà folle per rovinargliela.
2. Per pazienti affette da vomiting (mangiano parecchio e poi vomitano
perché ciò le dà piacere) si può procedere in questo modo:
Ai genitori si prescrive un intervento paradossale. Il genitore che di
solito interviene maggiormente con le tentate soluzioni deve andare a comperare
un po’ di cibi per la figlia. Tutte le mattine dovrà andare a chiedere:
"Cosa vuoi oggi da mangiare e vomitare? e si fa dare il menu, una volta
comprato tutto quanto è stato richiesto disporrà i cibi in bella vista sul
tavolo del salotto con un biglietto: "Roba da mangiare e vomitare
per..." (Giorgio Nardone, Le prigioni del cibo, Ponte Alle Grazie, p. 201)
Così facendo si toglie alla ragazza il gusto della trasgressione. Prima il
cibo veniva nascosto o si doveva mangiare di nascosto e poi vomitare ora si è
incoraggiati a farlo.
3. Ai genitori della paziente anoressica si insegna non solo la congiura del
silenzio che interrompe la serie di soluzioni disfunzionali ma anche a
intervenire nel contesto con strategie paradossali e provocatorie:
"Di qui in avanti voglio che lei si impegni ad attuare una sorta di
operazione di squalifica del problema di sua figlia, quindi per esempio smetta
di apparecchiare per lei, smetta di dirle di venire a tavola, smetta di
interessarsi di quello che mangia. Anzi, di qui a quando la rivedo, voglio che
tutti i giorni ricordi almeno tre volte a sua figlia, al mattino, dopo pranzo e
alla sera: ‘stai attenta a quello che mangi, perché potrebbe farti male. Se
aumenti troppo alla svelta potresti spaventarti!’ Quindi lei, la mattina,
dopopranzo, alla sera, dovrà dire questa formula a sua figlia: "mi
raccomando: sei stata attenta a quello che mangi? Che se poi aumenti troppo
alla svelta poi ti spaventi!" (Giorgio Nardone, Le prigioni del cibo,
Ponte Alle Grazie, p. 82-83)
Così facendo si tolgono alla persona i benefici secondari che ricavava
dal controllare gli altri con in suo sintomo. Il sintomo perde il significato
precedente collocandolo all'interno di un contesto completamente diverso:
1. "Filippo, un bambino di cinque anni, da circa tre mesi è diventato
ingestibile per via di una particolare e bizzarra, quanto inarrestabile,
compulsione, ripetitiva e frequente, a sputare addosso agli altri bambini della
scuola, e anche alle maestre. [...] La strategia consisteva nel dichiarare al
bambino che si erano accorte della presenza in una scuola vicina di un altro
bambino che come lui era molto bravo a sputare. La cosa le aveva meravigliate e
incuriosite al punto di organizzare una sfida tra i due bambini per stabilire
chi fosse il più bravo, e quindi da quel momento si aspettavano un serio
allenamento in grado diportare lui e la scuola alla vittoria. Dovevano
precisare che si rendevano disponibili a essere le allenatrici di questo
training particolare, e che da subito avrebbero cominciato a organizzare le
cose. Avrebbero quindi dovuto portare Filippo in una stanza della scuola, e
qui, dopo aver disegnato un bersaglio su un grande foglio bianco, avrebbero
dovuto sistemare il bambino a una certa distanza e incoraggiarlo a sputare,
segnando su di un foglio i punteggi conseguiti a ogni sputo. L'allenamento si
sarebbe dovuto verificare ogni giorno per tre volte durante l'arco di tutta la
permanenza della scuola, per circa quindici minuti ogni volta. Tutti gli altri
bambini presenti avrebbero dovuto applaudire o fischiare a seconda del successo
nel colpire il bersaglio. (Andrea fiorenza, Bambini e ragazzi difficili, Ponte
Alle Grazie, 2000 Milano, 93-94)
2. Posizione down per casi resistenti. Piuttosto che continuare a lottare
dichiarate la resa: "Da un terapeuta ci si aspetta un risultato, un
cambiamento positivo. Tutto sta a indicare che il suo stato si aggrava ed è
possibile che io ne sia responsabile. Poiché non posso sopportare l’idea di
peggiorare la sua condizione, è mio dovere consigliarle di consultare un
terapeuta più competente di me. La potrò rivedere solo se starà meglio."
Da notare il doppio legame finale.
3. Sempre per casi resistenti che hanno "sconfitto" altri
terapeuti:
"È un discorso che io non dovrei fare. Perché tu dirai: ma che medico è
uno che viene a raccontarmi queste cose? Ma dato che siamo a quattr’occhi
bisogna che una volta tanto ti dica chiaramente come la penso. Non è la testa
tua che va curata ma la mia. Tu sei uno che si è sistemato e molta gente ci
metterebbe la firma per fare la vita che fai tu. Io, alla mattina, quando mi
sveglio, so che m’aspetta una giornata dove possono andar storte novantanove
cose su cento; so che dovrò lavorare dieci ore tra preoccupazioni,
responsabilità e problemi di vario genere. Quando ti svegli tu, se non ti va
non devi neanche alzarti. Niente incertezze, niente impevisti, tre pasti
serviti di tutto punto, il golf al pomeriggio e il cinema alla sera. A pagare
le spese d’ospedale ci pensano i genitori, e quando loro non ci saranno più ci
penserà lo Stato. Mi spieghi perché dovresti cambiare vita? Per vivere come me?
Per fare queste cose affannose che non servono a niente?" (Paul Watzlawick, John H. Weakland,
Richard Fisch,Change, Astrolabio, 1974 Roma, p. 140)
Con questa mossa si costringe il cliente fuori dallo schema di riferimento e
quindi fuori dal gioco che aveva giocato finora: tutte le persone gli dicevano
perché sarebbe dovuto cambiare e si erano prodigati in consigli dettati dal
buon senso.
In questo caso una mossa paradossale consiste nella domanda: "Perché
mai dovresti cambiare?". Per i casi fortemente reattivi e competitivi ci
si può anche presentare nel modo più autoritario e pessimistico possibile
sostenendo che la terapia è inutile, che il cliente è un caso disperato, che è
meglio lasciar perdere e che ci si gioca la propria reputazione scommettendo
sul fallimento del paziente. A questo punto il gioco è cambiato ora è il
terapeuta a dire che la terapia è inutile e al paziente rimangono due
alternative o rinunciare al gioco "psicoterapia"oppure giocare e
sconfiggere il terapeuta guarendo.
Si tratta di un intervento molto forte che non va bene per tutti i clienti.
Terapia provocativa
Nella terapia provocativa il compito del terapeuta sarà quello di sfidare il
cliente senza disdegnare lo humour. Per esempio nel caso di un depresso che
intende suicidarsi: "Il terapeuta metterà in atto vari scenari: il ‘dopo’,
la messa o il servizio funebre, il discorso commemorativo (che si risolve in un
fiasco, col prete che cerca disperatamente di trovare qualcosa di buono da dire
sullo ‘scomparso’ e miseramente e comicamente non vi riesce), i benefici del
‘lungo sonno’, l’arrivo all’inferno del paziente defunto, il trattamento della
famiglia dopo il suicidio ecc..." (Frank Farrelly, La terapia provocativa,
Astrolabio, 1984 Roma)
Il più delle volte il cliente per dimostrare che il terapeuta si sbaglia
mette in atto tutta una serie di comportamenti adattativi e protesta contro le
affermazioni esagerate del terapeuta sul suo conto.
L’intervento paradossale può consistere quindi in una reductio ad absurdum
del sintomo provocando il cliente con critiche che portano al loro estremo
logico le affermazioni del paziente esagerandole: "Se provocato dal
terapeuta (in modo umoristico, pieno di tatto, e all’interno del suo quadro di
riferimento), il cliente tenderà a spostarsi nella direzione opposta a quella
che è stata la definizione data dal terapeuta del cliente" (Frank
Farrelly, La terapia provocativa, Astrolabio, 1984 Roma, p. 59).
Visto che il cliente negherà comunque le interpretazioni puntuali del
terapeuta disconfermandole, tanto vale anticiparlo proponendo una serie di
interpretazioni esagerate che saranno rifiutate e che lo spingano all’azione
per dimostrare al terapeuta che si sbaglia.
Oppure si può incoraggiare il comportamento disfunzionale proponendo tutta
una serie di ragioni plausibili perché il cliente continui nel suo
comportamento patologico: "il terapeuta incarna il ruolo di Satana, tenta
e spinge il cliente a continuare a ‘peccare’, a continuare a con ‘buone’ e
plausibili ragioni il suo comportamento deviante e patologico" (Frank
Farrelly, La terapia provocativa, Astrolabio, 1984 Roma, p. 62)
• Reductio ad absurdum: Di fronte a un cliente
depresso il terapeuta esordisce dicendo che in effetti il mondo fa veramente
schifo e che non ce la fa più sentire sempre i malanni della gente, non riesce
più dormire perché si rende conto che hanno perfettamente ragione, tutto va
rotoli e comincia a piangere... la seduta finisce con il paziente che fa
coraggio al terapeuta e cerca di consolarlo dicendo che non è poi così triste
la vita.
• Incoraggiare il sintomo: il cliente arriva in
seduta e comincia a disperarsi, il terapeuta risponde con una frase del tipo:
"Effettivamente penso che lei sia proprio un caso disperato....." A
quel punto il cliente può reagire protestando e cercando di spiegare che non
intendeva dire quello, che in realtà non è poi così vero, che il terapeuta si
sta sbagliando.
Ci sono poi molti altri modi per accrescere la tensione e la
motivazione al cambiamento.
- Per esempio l'incoraggiare una risposta per poi frustrarla;
- la tecnica della "porta in faccia"=avanzare una richiesta gravosa e
dopo aver ottenuto il rifiuto, avanzare la richiesta minore, quella
effettivamente desiderata;
- regola del contraccambio o debito= "Lei non ha eseguito il compito che
avevamo concordato nella scorsa seduta. Per questa volta ci passerò sopra, però
nei prossimi giorni dovrà.... e si assegna un altro compito.";
- la strategia della "scatola vuota"= si chiede al paziente - prima
di proporre la prescrizione comportamentale e dopo aver accresciuto la tensione
emotiva - se è pronto a fare qualsiasi cosa per risolvere il problema.
Mantenere un mistero intorno alla soluzione prospettata.
- Principio di coerenza con se stessi= "una persona intelligente e
sensibile come lei non dovrebbe...."
- Piede nella porta=indurre il paziente ad assumersi un piccolo e
apparentemente innocuo impegno e, quindi, aumentarne gradualmente l'entità
- Colpo basso=Presentare una richiesta dissimulandone i "costi"
reali, per poi aumentarli quando il paziente ha già iniziato ad eseguirla e non
può più tirarsi indietro
Un altro esempio di intervento "provocativo", questa volta su una
paziente anoressica che ha già messo fuori combattimento molti medici:
Non capisco perché sia venuta da me. Lei è perfettamente felice e gode di
una vita confortevole! Ha la fortuna di potere assaporare il fascino di
scrittori meravigliosi, e non tutti possono condividere un godimento così
raffinato. Rimanendo così magra, ha il piacere di avere i suoi genitori ai suoi
ordini. Lei ha il potere, lo conservi!
Grazie alla sua magrezza, nessuno si accorge che ha due seni che potrebbero
gonfiare la sua camicetta qui, a destra, e là, a sinistra. Nessuno si accorge
che ha le natiche e le cosce, perciò nessun uomo la può seguire con lo sguardo
quando cammina per strada. Non ha bisogno di servirsi della vagina: l’ha negata
a tal punto che nessuna grossa verga dura la può penetrare! bisogna mettere in
chiaro chi comanda, e lei l’ha fatto! Che scocciatura essere sedotta da un
uomo, avere delle grosse mani sul proprio corpo, delle grosse mani che passano
fra le cosce per risalire alla clitoride e accarezzarla! Che scocciatura! No
signorina conservi la sua anoressia! Le voglio far risparmiare la sofferenza di
una terapia. E poi sono ammirato davanti al suo professionismo. Lei ha
vent’anni di pratica di anoressia, mentre io che cosa ne so? So solo quello che
ho letto su due o tre libri e quello che mi hanno raccontato alcuni pazienti,
mentre lei, signorina...!
No, decisamente, non riesco a trovare un motivo valido per iniziare una
terapia. Ci rifletta sopra e, se fra tre settimane sarà riuscita trovarne uno,
mi telefoni; ma la cosa più ragionevole è lasciar perdere. Non cambi niente perché
altrimenti dovrebbe rinunciare a Proust, al potere assoluto che esercita sui
suoi genitori, e soprattutto dovrebbe diventare femminile e appetibile
sessualmente. Voglio risparmiarle la seccatura di una vita sessuale, con tutto
il piacere che comporta." (Dominique Megglé, Psicoterapie brevi, Red
Edizioni, 1998, p. 137)
In questo intervento si possono notare per esempio la comunicazione a doppio
livello da una parte (digitale) si ammira la cliente mentre dall’altra la si
critica (analogico). Il tono crudo e sgarbato oltre all’intervento paradossale
(non cambi!) creano confusione che consente di disseminare qua e là delle
immagini sessuali insinuando l’idea del piacere: "la seccatura di una vita
sessuale con tutto il piacere che comporta".
Prescrizione del sintomo. La prescrizione del sintomo è utile anche per
chi non è ostile al terapeuta, quindi non si da risalto all’aspetto di sfida
terapeuta-cliente. In questa categoria sono da inserirsi tutti gli interventi
paradossali tipo worst fantasy. In altre parole interventi il cui scopo è
bloccare e cambiare le tentate soluzioni finora adottate.
Il terapeuta richiede espressamente la stabilità ("ok ti puoi tenere
il sintomo") ma introduce all’interno della strategia adottata dal cliente
un cambiamento "significativo" prendendo così controllo del sintomo.
1. A
un cliente ossessivo si può dire "Ogni volta che di qui alla prossima
seduta lei esegue un rituale, se lo esegue una volta lo esegua cinque volte, né
una volta di più, né una volta di meno; può non farlo; ma se lo fa una volta lo
fa cinque volte, né una volta di più, né una volta di meno." Oppure se la
ossessione consiste nella ripetizione di formule mentali ci si può impossessare
del sintomo trasformandolo in questo modo: "Da qui alla prossima volta che
ci vedremo, ogni qual volta le viene da ripetere una delle sue formule la
ripete a rovescio, tutte le ripetizioni che di solito fa, a rovescio."
(Giorgio Nardone, Psicosoluzioni, BUR, Milano 1998, pp. 56-59)
2. A
una persona grassa che voleva dimagrire, dopo averle chieso di promettere di
fare tutto ciò che egli gli dirà di fare, Erickson disse: "Il suo peso
attuale è di 80 chili. Voglio che lei acquisti dieci chili, e quando peserà 90
chili, sulla bilancia, potrà iniziare a calare."
3. Per coloro che hanno paura di parlare in pubblico un semplice stratagemma
è manifestare apertamente la propria difficoltà piuttosto che nasconderla e
tentare di controllarla: "Cari colleghi, vi prego di scusarmi in anticipo
se durante questa mia presentazione potrà capitare che io arrossisca, cominci a
sudare o perda il filo del discorso, perché sapete sono veramente
emozionato".
4. Una volta che il cambiamento si avvia si può pensare che la cosa migliore
sia entusiasmarsi subito e incoraggiare il cliente a ulteriori miglioramenti.
Non sempre però questa mossa si rivela efficace, in molti casi è utile
invece dire "Non aver fretta", "go slow!" con un discorso
di questo tipo:
"Siamo andati piuttosto di corsa. Piano, non aver fretta. quando
impariamo a guidare un’auto o la moto ci piglia un po’ la mano e se non stiamo
attenti e andiamo troppo forte alla prima curva brutta si va fuori strada.
Piano. Adesso bisogna andare piano, rallentare. OK?" (Giorgio Nardone, Paura,
panico, fobie, Ponte Alle Grazie, 1999 Milano, p. 181)
A questo primo intervento di norma segue anche la prescrizione della
ricaduta: "In tal caso gli si può dire che una ricaduta non solo è
inevitabile ma anzi desiderabile, perché gli consentirà di capire molto meglio
la natura del suo problema e quindi dovrebbe fare il possibile per provocarla,
preferibilmente prima della prossima seduta. Dentro tale schema (che è quello
tipico del paradosso "Sii spontaneo") è chiaro che non può
verificarsi che uno di questi due eventi: o il paziente ricade (e in tal caso
l’evento viene ristrutturato come la prova che egli sa dominarsi fino al punto
di provocare intenzionalmente una ricaduta) oppure non ricade (dimostrando si
sapersi dominare fino al punto di evitare intenzionalmente una ricaduta)."
(Paul Watzlawick, John H.
Weakland, Richard Fisch,Change, Astrolabio, 1974 Roma, p. 141)
Spostamento del sintomo
In ipnoterapia lo spostamento del sintomo è spesso usato per trattare i
dolori fisici. Si usano suggestioni del tipo: "il suo dolore scenderà
lentamente dal fianco passando per il ginocchio sinistro fino al piede
sinistro" (spostamento nello spazio) oppure per creare un'anestesia la
sensibilità può essere fatta passare temporaneamente su una parte del corpo che
non è interessata dall'intervento.
1. Chiedere al paziente di avere la sua crisi (depressiva, ansiosa, fobica,
bulimica) a una determinata ora per un certo periodo di tempo – concerne anche
uno spostamento del sintomo oltre alla sua prescrizione, è come dire "Il
suo dolore si concentrerà dalle 8 alle 9 di lunedì, mercoledì e venerdì
sera" (spostamento nel tempo). (vedi Paul Watzlawick, Il linguaggio del
cambiamento, Feltrinelli, 1997 Milano, p. 102)
2. A
un uomo che non riusciva ad avere una erezione Milton disse: "Ho detto a
Mildred che deve andar a letto con lei ogni sera. Le ho detto di rifiutare
qualsiasi suo tentativo di baciarla, di toccarle il seno, i genitali, il corpo.
Si deve rifiutare totalmente. E voglio che ciò avvenga per tre mesi. Poi
torneremo e discuteremo la situazione." Ciò cambiò lo schema di riferimento
ora era la moglie che rendeva impossibile l’atto sessuale.
3. Rispetto a un paziente ossessivo si può chiedere al fine di spostare
l’attenzione dalle sue seghe mentali al ragionare intorno alle possibili
funzioni positive del suo rimuginare e dei suoi rituali. Insomma c’è un ruolo
positivo nel sintomo che occorre scoprire. Così facendo si svia l’attenzione
anche dai vari tentativi di inibire il sintomo che in realtà lo amplificano.
4. Per pazienti affette da vomiting e che sono collaborative si può
procedere in questo modo:
Bene, allora da qui alla prossima volta io son ben lungi dal chiederti di
sforzarti di non mangiare e vomitare, tanto non ci riesci, fallo tutte le volte
che ne senti il desiderio. Da ora alla prossima seduta tu mangerai.., mangerai,
mangerai come ti piace tanto fare. Quando avrai finito di mangiare, nel momento
nel quale di solito devi andare a vomitare, ti fermerai, prenderai una sveglia,
fisserai la suoneria a mezz’ora dopo e, per mezz’ora aspetterai senza fare
nulla, senza mettere nient’altro in bocca, solido o liquido che sia. Quando
suonerà la sveglia correrai a vomiterai, né un minuto prima, né un minuto
dopo." (Giorgio Nardone, Le prigioni del cibo, Ponte Alle Grazie, p. 203)
Gradualmente questi tempi verranno allargati, aumentando l’intervallo del
tempo il vomito da piacevole diventa faticoso e sgradevole.
Si noti che con lo spostamento del sintomo si da sempre questa doppia
comunicazione intorno alla coppia stabilità/cambiamento che consente di
ottenere la collaborazione del paziente e di cominciare a prendere il controllo
del sintomo. Come al solito i piccoli passi sono sempre i più proficui, una
richiesta troppo drastrica scoraggia e attiva le resistenze del paziente.
Con pazienti meno motivate al cambiamento si può porsi in un atteggiamento
di sfida del tipo. "Se vuoi godere di più occorre aspettare" oppure
chiedere di ridurre gli attacchi di vomito con un discorso del tipo: "Ah
si, ti piace così tanto mangiare, però secondo me tu ti dai le arie di essere
una vera trasgressiva ma non lo sai mica fare. Anzi, ti dirò di più, secondo me
non riesci a godertela abbastanza. Se vuoi io ti posso insegnare a godertela di
più, perché tu mangi a caso, quello che trovi... Proprio come in una
performance erotica non credi che quello che conta di più sia la qualità dei
coiti piuttosto che la quantità? Quindi chi te lo fa fare di mangiare e
vomitare 3, 5 volte al giorno? Io credo che siano solo poche le volte veramente
soddisfacenti. Perché non selezioniamo insieme come è più bello farlo, quali sono
i cibi che ti danno più gusto, qual è il modo di farlo che ti piace di più, in
che luogo ti piace di più, a che ora ti piace di più? Hai mai provato a
selezionare? Io propongo una volta al giorno fatta veramente bene."
(Giorgio Nardone, Le prigioni del cibo, Ponte Alle Grazie, p. 205)
Notate la ristrutturazione che fa uso degli schemi mentali della paziente
per "catturarla".
Solcare il mare all’insaputa del cielo (misdirection)
Si tratta di manovre suggestive che permettono di distrarre l’attenzione lontano
dagli schemi rigidi e disfunzionali. Potremo dire che costituiscono anche una
sorta di interruzione dello schema per diversione.
1. Un classico esempio di tale stratagemma è la prescrizione di un diario di
bordo sul quale annotare accuratamente data, luogo, ora, persone presenti,
sensazioni in successione, etc. per ogni crisi di panico o fobia. Il paziente
pensa che si tratti di una raccolta di informazioni per il terapeuta, in realtà
è una manovra tesa alla distrazione dell'attenzione sul compito.
2. Altra tecnica (la prescrizione dell’antropologo):
"Nei prossimi giorni io voglio che lei, quando va fuori, faccia quello
che di solito fa un antropologo quando va a studiare una particolare cultura.
Egli osserva attentamente il modo di comportarsi delle persone, come si
muovono, come parlano, i modi di agire, ecc. e sulla base di tali osservazioni
cerca di capire tali persone e le regole che governano il loro comportamento,
la loro società, la loro cultura. Voglio che lei si sforzi di capire, dal loro
modo di agire, che tipo di persone sono. Sono convinto che con la sua
sensibilità e capacità di attenzione, scoprirà cose interessanti di cui mi
parlerà alla prossima seduta."
3. Per i pazienti ossessivi può essere utile, nella fase di conclusione
della terapia, quando, malgrado i miglioramenti ottenuti, costoro mantengono
un’inclinazione ossessiva nella loro analisi della realtà, dare una
prescrizione chiamata "la formula magica":
In concomitanza di ogni sega mentale si deve scrivere 5 volte su un quaderno
apposito la frase: "Think little and learn by doing!". Tale compito
viene assegnato senza spiegare il significato della frase se la persona non sa
l’inglese se la può far tradurre. Questo compito è anche una sorta di doppio
legame perché la persona per evitare di scrivere questa roba che la fa sentire
stupida finisce col smettere di farsi seghe mentali. Se invece continua a farsi
seghe mentali il solo atto di scrivere 5 volte la frase costringe a
interromperle e ha anche una funzione ironica nei confronti del sintomo.
4. Per pazienti affetti da agorafobia:
"Da qui alla prossima seduta lei eseguirà alla lettera ciò che sto per
chiedere, sabato alle ore 10,00 lei si preparerà di tutto punto per uscire,
andrà alla porta della sua casa, prima di aprire farà un’altra piroetta. Dopo
di che aprirà la porta, uscirà, chiuderà la porta, farà un’altra piroetta, dopo
di che scenderà le scale, arriverà al portone del palazzo, farà un’altra
piroetta, lo aprirà e uscirà, dopo di che farà un’altra piroetta e si
incamminerà verso il centro. Lei andrà al mercato ortofrutticolo e cercherà la
mela più grossa, più rossa e più matura che le sarà possibile trovare. Comprerà
solo quella mela e me la porterà qui al mio studio. Consideri che io sarò
occupato quindi lei busserà alla porta del mio ufficio, io verrò ad aprire, lei
mi lascerà la mela che io mi mangerò per colazione e ci vedremo al prossimo
appuntamento." (Giorgio Nardone, Paura, panico, fobie, Ponte Alle
Grazie, 1999 Milano, pp. 65-66)
Tra le due suggestioni: uscirà, si incamminerà .... e porterà la mela nello
studio poi ci rivedremo al prossimo appuntamento; viene dato un compito
indipendente che per essere eseguito presuppone l’essere usciti di casa. Questo
compito focalizza l’attenzione su qualcosa d’altro così come le varie "prescrizioni
magiche" del tipo fare una piroetta.
Residuo irrisolto
1. Questa tecnica è costituita da una ristrutturazione ed è basata sul
concetto del "residuo irrisolto" concetto in uso nella terapia
ipnotica per evitare le recidive:
"Voglio che conservi una parte del suo problema, diciamo il 10%, quando
sarà terminata la terapia. Le chiedo di fare attenzione a mantenere il 10% del
problema irrisolto, per ricordo. Altrimenti in futuro non sarebbe capace di
ricordarsi che l’ha risolto, e non voglio privarla di un ricordo del
genere".
2. Una tecnica efficace per mantenere i risultati raggiunti in coloro che
sono riusciti ad avere un rapporto col cibo equilibrato è "il piccolo
disordine che mantiene l’ordine": "Dietro ogni limite ci sta la
trasgressione, più ti dai un limite rigido, più sarai portata a trasgredirlo.
Se tu invece costruisci un ordine che contempli il disordine non hai più
bisogno di trasgredire, perché un piccolo disordine ti evita un grande
disordine [...] Bisogna concedersi qualcosa: se te lo concedi potrai
rinunciarvi; se non te lo concedi sarà irrinunciabile" (p. 84)
Ristrutturazione: Se con alcune tecniche precedenti si dava al cliente
una falsa illusione di alternativa, nella ristrutturazione si cambia attraverso
un intervento paradossale la visione del mondo del cliente perché si renda
conto che ci sono altre alternative di livello logico superiore alla dicotomia
nel quale è impelagato o al significato attribuito all’evento. Ribaltando o
cambiando il significato dell’evento cambia anche la risposta ad esso. Il
racconto proposto da paziente non viene rifiutato a priori bensì arricchito con
altri elementi fino alla sua trasformazione.
1. "Un padre trascinò letteralmente sua figlia da me tenendole un
braccio piegato dietro la schiena, la fece sedere con uno strattone e ringhiò:
"Siediti".
"C’è qualcosa che non?", chiesi.
"Questa ragazza è una puttanella!",
"Non mi serve una puttana; perché me l’ha portata?".
Ecco un’interruzione degna di questo nome. Questo genere di battuta iniziale
è la mia preferita; con una battuta del genere, si può veramente mandare uno in
cortocircuito. Se subito dopo gli si rivolge una qualsiasi domanda, non
riuscirà mai più a tornare là da dove era partito.
"No, no! non è questo quello che volevo dire..."
"Chi è questa ragazza?".
"Mia figlia"
"Lei ha costretto sua figlia a prostituirsi!!!"
"No no! Lei non capisce..."
"E l’ha portata qui, da me! Che schifo!"
"No, no, no! Ha capito male!"
Quest’uomo che era entrato urlando e ringhiando, adesso mi sta supplicando
di capirlo. Ha completamente cambiato prospettiva: ora non assale più la
figlia, ma si sta difendendo. Nel frattempo, sua figlia, in silenzio, si sta
facendo matte risate.
"Bhe mi spieghi la situazione allora"
‘Ecco, il fatto è che penso che le succederanno cose orribili"
"Certo, se le insegna quella professione ha perfettamente
ragione!"
"No, non, vede, è che..."
"Beh che cosa vuole che io faccia, allora? Cos’è che vuole".
Lui allora comincia a spiegarmi che cosa voleva. Quando ha finito, dico:
"Lei l’ha portata qui tenendole un braccio piegato dietro la schiena, e
l’ha sballottata qua e là. Questo è esattamente il modo in cui vengono trattate
le prostitute; ecco cosa le sta insegnando a fare".
"Beh, io voglio costringerla a ..."
"Oh, costringerla"... insegnarle che gli uomini controllano le
donne sbattacchiandole qua e là, comandandole a bacchetta, storcendo loro un
braccio dietro la schiena e costringendole a fare cose che non vogliono fare. È
così che fanno i protettori. Le resta soltanto da chiederle i soldi in
cambio"
"No, io non sto facendo questo. È che lei va a letto col suo
ragazzo".
"Si è fatta pagare?"
"No".
"Lo ama?"
"È troppo giovane per poter amare"
"Forse che non amava lei, suo padre, già da piccolissima?". Ecco
che prende forma l’immagine di lei piccolissima, seduta sulle ginocchia del
babbo. Con un’immagine del genere si può mettere nel sacco qualsiasi vecchio
brontolone.
"Mi permetta di farle una domanda. Guardi sua figlia... Non vuole che
riesca a provare il sentimento dell’amore, e che viva il comportamento sessuale
come una cosa piacevole? La morale di oggi non è più quella di una volta, e lei
non è costretto a farsela piacere. Ma le piacerebbe forse se l’unico modo in
cui sua figlia imparasse ad avere rapporti con gli uomini fosse lo stesso che
ha avuto cone lei quando l’ha fatta entrare in questa stanza qualche minuta fa?
E che aspettasse i venticinque anni per sposare qualcuno che la picchiasse, la
sbattacchiasse, la maltrattasse e la costringesse a fare cose che non vuol
fare?".
"Ma potrebbe commettere uno sbaglio, e questo potrebbe farle del
male".
"È possibilissimo. Può senz’altro darsi che tra due anni quel tizio la
pianti in asso e se ne vada. E quando starà male e si sentirà sola... non avrà
nessuno a cui rivolgersi, perché odierà suo padre con tutta se stessa. Se
venisse da lei, si sentirebbe rispondere: ‘Te l’avevo detto’".
"Anche se a quel punto riuscisse da sola ad andarsene per trovare
qualcun altro con cui istaurare un vero rapporto, una volta che avesse dei
figli suoi, i suoi nipoti, non verrebbe mai a farglieli vedere. Perché
rammenterebbe quel che lei le ha fatto, e non vorrebbe che dei bambini
imparassero cose del genere...".
A questo punto non sa più cosa pensare, e allora è il momento di colpire
duro. Lo guardi diritto negli occhi, e gli dici: "Non è forse più
importante che sua figlia impari ad avere dei rapporti d’amore... oppure
dovrebbe imparare a far propria la moralità del primo uomo capace di
costringerla a fare ciò che lui vuole? I protettori fanno proprio questo".
Provate a trovare una via d’uscita. Non ce ne sono. Il suo cervello non
aveva più modo di tornare indietro per fare ciò che faceva prima. Non poteva
comportarsi come un protettore. [...] potrebbe per esempio insegnare a sua
figlia qual è il modo in cui un uomo deve comportarsi nei confronti di una
donna. Perché allora, se l’esperienza che sua figlia vive con quel tizio non va
bene, lei ne resterà insoddisfatta. Deve fare in modo che stia meglio con loro
che con quel tizio che le ronza intorno." (Richard Bandler, Usare il
cervello per cambiare, Astrolabio, 1986 Roma, p. 64)
2. "un interno di dodici anni faceva di tutto per disturbare la lezione
chiacchierando continuamente e comportandosi in modo indisciplinato. Disolito
per punizione veniva mandato nella sua camera e, siccome si rifiutava di
rimanervi, vi veniva chiuso dentro a chiave. Da alcuni giorni aveva cominciato
a picchiare contro la porta chiusa con pugni e calci, anche per ore, finché non
lo si faceva uscire. Esortazioni e minaccie rimanevano senza risultato. Come
ultima ratio, ai sorveglianti non rimaneva che la cella di isolamento in
cantina. Ma il ragazzo riuscì a continuare anche lì con i suoi colpi udibili in
tutto il palazzo. [...] Il mio collega lo interpretò come problema di
interazione fra gli interni della casa e il persona le di sorveglianza e cambiò
da cima a fondo il significato che la situazione aveva per il ragazzo
proponendo un gioco ai suoi compagni: tutti dovevano cercare di indovinare per
quanto tempo il punito avrebbe continuato a battere. Il premio per la
valutazione più vicina al vero sarebbe stato una bottiglia di Coca Cola. [...]
Uno dei ragazzi sgattaiolò fuori dalla classe, corse fino alla finestra della
cella d’isolamento e gridò: "Per piacere, va’ avanti a battere ancora per
sette minuti, così vinco una bottiglia di Coca Cola." I colpi
smisero" (Paul Watzlawick, Il linguaggio del cambiamento, Feltrinelli,
1997 Milano, p. 120)
3. "È anche possibile comunicare delle ristrutturazioni in modo
indiretto, quasi casuale e apparentemente non intenzionale. Una volta Erickson
fu consultato dalla madre di una quattordicenne che, pensando che i suoi piedi
fossero troppo grandi, si isolava sempre di più standosene quasi sempre a casa,
andando malvolentieri a scuola e evitando le amiche. Come si può facilmente
immaginare, tutti cercavano di convincerla che i suoi piedi erano normali e che
l’idea che fossero troppo grandi era unicamente frutto della sua fantasia.
Nell’interazionefra la ragazza e le persone che la circondavano si era così
creato e saldamente stabilito il solito gioco senza fine. Quanto più i discorsi
che gli altri le rivolgevano erano animati da buone intenzioni, tanto più lei
si intestardiva nell’idea delle deformità dei suoi piedi. Erickson si mise
d’accordo con la madre di andarla a trovare a casa sua con lo scopo apparente
di un esame medico alla madre stessa. Nel corso dell’esame pregò la ragazza di
portargli una salvietta, di mettersi in piedi dietro di lui e di tenersi pronta
a dargliela. Poco dopo fece un passo indietro e "per errore" le pestò
con violenza i piedi. La ragazza lanciò un’esclamazione di dolore, al che lui
si voltò e disse con voce adirata: "Se tu lasciassi crescere quei tuoi
piedi abbastanza perché un uomo li possa vedere, questo non accadrebbe".
(Paul Watzlawick, Il linguaggio del cambiamento, Feltrinelli, 1997
Milano, p. 121)
4. Per una paziente di Erickson il sesso era un’attività dolorosa e
spiacevole. Essa si sentiva una nullità poiché da quando aveva 6 anni fino a 17
anni era stata molestata sessualmente dal padre.
Erickson disse: "Questa è una triste storia, e la cosa veramente triste
è ... che lei è una stupida! Lei mi viene a dire che è spaventata da un pene
eretto, gagliardo, duro e ciò è stupido! Lei sa di avere una vagina; io lo so.
Una vagina è capace di prendere il pene più grosso, più gagliardo, più vigoroso
che ci sia e trasformarlo in un misero cindolino. E la sua vagina può provare
il maligno piacere di ridurlo a un misero cindolino."
5. Un paziente fobico che si fa aiutare dai parenti anche per fare due passi
fuori casa in realtà si sta ingabbiando sempre più, il sostegno sociale da
parte dei parenti funziona come una "tentata soluzione" che mantiene
e aggrava il problema. La prima mossa da fare in questo caso è una
ristrutturazione che utilizzi la paura del paziente contro il disturbo fobico:
"Bene, vorrei passare ad una prima riflessione che la invito a fare
durante la prossima settimana. Io vorrei che lei pensasse che ogniqualvolta lei
chiede aiuto e lo riceve, riceve contemporaneamente due messaggi: uno, evidente
è "ti voglio bene, ti proteggo". Il secondo, meno evidente, ma più
sottile e più forte è "io ti aiuto perché da solo non puoi farcela".
A lungo andare il secondo di questi messaggi contribuisce non solo a far persistere,
ma a far aggravare i suoi sintomi di paura. In quanto tale conferma funziona
come un vero e proprio rinforzo ed incentivo alla sua sintomatologia. Però badi
bene, io non le sto chiedendo di non chiedere più aiuto perché lei ora non è in
grado di non chiedere aiuto. Le sto chiedendo soltanto di pensare che
ogniqualvolta chiede aiuto e lo riceve contribuisce a far persistere e a far
aggravare i suoi problemi. Però mi raccomando non si sforzi di riuscire a non
chiedere aiuto poiché non è in grado di non chiedere aiuto.
(Giorgio Nardone, Paura, panico, fobie, Ponte Alle Grazie, 1999
Milano, p.110)
(notate l’uso ripetuto delle negazioni)
6. Per le bulimiche che mostrano una moralità rigida ci si può avvalere di
una ristrutturazione che provocatoriamente colleghi l’abbuffarsi al sesso
sfrenato. Ci si propone così di mettere il sintomo bulimico contro il sistema
di valori e principi morali della persona:
"Io voglio che lei cominci a pensare che quando mangia e non ne può
fare a meno, in realtà è come se facesse un’altra cosa... Una cosa che lei fa
nella maniera più trasgressiva, più perversa... Provi a immaginare che quando
mangia in realtà sta facendo un’altra cosa, ma non le dico cosa, ci arrivi da
sola...". Una volta che la persona coglie il nesso il terapeuta propone la
"fantasia dell’incontenibile sessualità":
"Allora io voglio che da qui alla prossima volta lei eviti di sforzarsi
di non mangiare, tanto lo farebbe comunque, però ogni volta che lo fa pensi che
è come se lei si svegliasse la mattina in preda a un raptus sessuale incontenibile,
uscisse per strada e il primo uomo che incontra, bello o brutto non importa –
tanto a lei interessa solo il sesso – lo prende e lo spinge dentro a un portone
e consuma il rapporto sessuale più perverso, più trasgressivo ma più gustoso
possibile, fino proprio al massimo piacere... Poi, appena finito, esce di lì e
si sente in colpa, sporca, e sta male tutto il giorno. Ma la mattina dopo si
risveglia e ha la stessa incontenibile pulsione: allora esce, e il primo uomo
che incontra, bello o brutto che sia non importa, rifà la stessa cosa fino al
massimo del piacere... e poi si sente in colpa." (Giorgio Nardone, Le
prigioni del cibo, Ponte Alle Grazie, p. 131)
7. Un raggazzo viene sospeso. La mamma va a casa e gli dice che il preside
dà grande importanza alla frequenza delle lezioni che ritiene indispensabili
perché uno studente non resti indietro. Lei ritiene che molto probabilmente lo
ha sospeso anche per questo, per farlo bocciare. Fa inoltre notare che se fosse
riuscito ad andare bene o anche meglio di quando frequentava la scuola il
preside sarebbe arrossito dalla vergogna. A quel punto gli consiglia di non
andare troppo bene a scuola così che il preside non debba perdere la faccia.
(Change, p. 143)
In questo modo l’ostilità e l’odio verso il preside vengono incanalate in un
compito costruttivo tramite una semplice ridefinizione della realtà.
Tecnica del "come se"
Questa tecnica parte dal presupposto che "Se vuoi vedere, occorre che
tu impari ad agire" formulato da Heinz von Foerster. Come a dire che se
riusciamo a mettere in atto un comportamento che è problematico o
"impossibile" all’interno del nostro modello del mondo, il suo porlo
in atto ha la capacità di retroagire sulla nostra realtà di second’ordine
scardinandola.
In effetti, il bambino – e lo dimostra Piaget nell’opera "La
costruzione del reale nel bambino" – costruisce la sua percezione della
realtà a partire da attività esplorative malgrado l’idea comune che l’agire
segua necessariamente al pensare.
D’altronde sono le prime esperienze disponibili all’interno del sistema
familiare che costituiscono i presupposti per le inferenze disfunzionali e
patogene sulla realtà circonstante. Per esempio se i genitori sono rifiutanti
il bambino può inferire che si merita il rifiuto; se i genitori sono capricciosi,
lunatici o particolarmente nervosi il bambino potrà sviluppare un senso di
pericolo costante e divenire iper-vigile ecc. (è il fenomeno del
deutoreoapaprendimento)
La tecnica del "come se" deve la sua efficacia molto probabilmente
anche al fenomeno della dissonanza cognitiva. La dissonanza cognitiva è una
teoria che si basa sull'assunto che "l'individuo mira alla coerenza con se
stesso. Le sue opinioni e i suoi comportamenti, per esempio, tendono a comporsi
in complessi intimamente coerenti." [Festinger, A theory of cognitive
dissonance, Standford University, 1957]. In altri termini quando si presenta un
conflitto tra pensieri, emozioni o comportamento, quelli in conflitto
tenderanno a cambiare per minimizzare la contraddizione e il disagio che ne
deriva. La persona può infatti tollerare solo un certo numero di discrepanze
tra questi componenti che formano la sua identità. Tenderà perciò a diminuire
le cognizioni dissonanti, a rafforzare e aumentare quelle consonanti con una
particolare condotta.
In altre parole si segue la tecnica di Blaise Pascal – che non era
certo l'ultimo della lista in quanto a capacità persuasorie – quando
consigliava a coloro che decidevano di credere – ma che avevano difficoltà
a suscitare interiormente la fede – di comportarsi come se credessero già:
<<andate in chiesa, inginocchiatevi, pregate, onorate i sacramenti,
comportatevi come se voi credeste. La fede non tarderà ad arrivare>>.
Si potrebbe obiettare che la prescrizione "come se" ha una
efficacia fittizzia poiché è basata su una finzione. A questo proposito occorre
ricordare il filosofo tedesco Hans Vaihinger (1852-1933) nell’opera La
filosofia del "come se" (1911) spiega come la filosofia, la
religione, la scienza si fondino su finzioni che non sono provabili. È grazie
alla funzione linguistica del ‘come se’ che il pensiero è capace di fingere a
se stesso l’esistenza di certi enti per poi utilizzare i sistemi di pensiero
creati al fine di operare pragmaticamente nel mondo.
La finzione, in quanto libera produzione della psiche, è arbitraria; ma, se
utilizzata consapevolmente, ha un valore euristico-pratico notevole; pensiamo
soltanto alle grandi costruzioni del pensiero come la matematica.
D’altronde gli stessi teoremi di Gödel e il costruttivismo dimostrano che le
finzioni sono irrinunciabili e ineliminabili, poiché qualsiasi teoria si
costruisce a partire da proposizioni che sono originate da un osservatore con i
suoi presupposti e idiosincrasie. Queste teorie sono creazioni di una persona
umana – che non può avere un accesso diretto a una realtà oggettiva
– e quindi non possono essere difese entro il quadro della teoria medesima
senza cadere in contraddizione.
La cosa curiosa ciò è che ciò che è "inesatto" può tuttavia avere
validità pragmatica e quindi ciò che è utile non deve necessariamente essere
"vero".
Proprio per questo, quando una finzione "come se" ha adempiuto il
suo compito può uscire tranquillamente di scena. Questo almeno è ciò che accade
nella scienza.
E per chiarire meglio questo concetto Watlawick riporta un racconto
particolarmente illuminante:
"Un padre ha disposto che la sua eredità vada per metà al figlio
maggiore, per un terzo al secondo e per un nono al figlio minore. L'eredità
consiste in 17 cammelli, e per quanto i figli, dopo la sua morte, voltino e
rivoltino il problema da tutte le parti, non trovano alcuna soluzione se non
quella di smembrare alcuni animali. A un certo punto, non si sa da dove, arriva
un mullah, un predicatore itinerante, ed essi gli chiedono un consiglio.
Questi dice: "Ecco qui - vi do il mio cammello in aggiunta ai vostri; così
sono diciotto. Tu, il maggiore, ne ricevi la metà, quindi nove. - Tu, secondo,
ne ricevi un terzo, e cioè sei. - A te, il minore, spetta un nono, quindi due
cammelli e ne rimane uno, cioè il mio". Così dice, sale in sella e se ne
va. (Paul Watzlawick, Il codino del Barone di Münchhausen, Feltrinelli,
1989 Milano, pp. 111-112)
1. Fantasia del miracolo
È una tecnica che deriva da quella messa a punto da Steve de Shazer (1988):
"Questo compito è una fantasia che dovrai fare tutte le mattine, di qui
a quando ci rivedremo. Voglio che tutte le mattine, mentre ti lavi, ti vesti,
tu ti faccia questa concreta fantasia, una fantasia magica. Immagina che esci
da questa stanza, come oggi uscirai da questa stanza, che chiudi dietro di te
la porta, come oggi chiuderai la porta, e appena uscita di qui – come per
miracolo – il tuo problema è scomparso, non esiste più. Cosa cambierebbe subito
nella tua vita? Quali altri problemi dovresti affrontare? Fatti questa fantasia
tutte le mattine, immaginando proprio che vai oltre il problema." (Giorgio
Nardone, Le prigioni del cibo, Ponte Alle Grazie, p. 77)
Tale tecnica è utile – oltre che per l’autoinganno positivo orientato
alla soluzione – anche per raccogliere una serie di informazioni importanti sui
vantaggi secondari o sull’ecologia del cambiamento perché si tratta di un vero
e proprio pseudorientamento nel tempo.
La prefigurazione dell’obiettivo è un semplice stratagemma per orientare il
comportamento del cliente in accordo con le aspettative generate, funziona un
po’ come una profezia che si autodetermina (questa volta per avviare un circolo
virtuoso). Consente inoltre di uscire – anche se per un attimo – dal
proprio stato problema cominciando in tal modo a perturbarlo.
Può essere particolarmente utile utilizzare la formula suggestiva
"quando": "Che cosa pensate che accadrà quando riuscirà ad
affrontare il suo capo?". Il "quando" implica la certezza del
cambiamento diversamente dal se: "Che cosa pensate accadrebbe se riuscisse
ad affrontare il suo capo?" che trasmette un messaggio alquanto diverso.
2. Tecnica del come se per realizzare un cambiamento minimale volto
all’attivazione dell’effetto Butterfly (Thom, 1990):
"Voglio che tu, tutti i giorni, la mattina, mentre ti lavi, ti vesti,
ti prepari... ti faccia questa domanda: ‘Cosa farei oggi, nella giornata di
oggi, di diverso da quello che faccio usualmente, come se pensassi che il mio
problema è completamente scomparso. E fra tutte le cose che ti vengono in mente
e che potresti fare, scegli la più piccola, la più minimale e la metti in
pratica. La prossima volta mi porterai la lista delle cose che hai fatto."
(Le prigioni del cibo, p. 81)
3. Domande solution-oriented che presuppongono un cambiamento (vedi
linguaggio ipnotico)
-
Alla conclusione della
terapia: "Ogni mattina, quando ti lavi, ti vesti, ti prepari, pensa a
come ti comporteresti se fossi sempre stata una ragazzina decisa e non
fossi mai stata indecisa e poi fra tutte le cose che ti vengono in mente,
scegli la più piccola ma concreta e mettila in pratica. Ogni giorno fai
una cosa diversa.
"Come se" nell'ipnosi
Le teniche "come se" hanno una loro origine nell'ipnosi, per
esempio per far andare in trance una persona posso chiedere come sarebbe se fosse
in trance e farmi descrivere in tutti i dettagli la trance fino a simulare una
trance profonda. Anche Erickson in alcuni casi faceva così: "Mandare Dolly
in trance era una faticaccia. Non poteva proprio entrare in trance profonda. Le
impartii la suggestione che avrebbe potuto 'imparare a entrare in trance'.
[...]
Così dissi al soggetto che era indispensabile che facesse finta di entrare in
trance. Le dissi di aprire gli occhi e semplicemente essere in grado di veere
la mia mano. Quindi le dissi che la sua visione periferica si sarebbe offuscata
sempre più, fino a essere limitata solo alla mano. [...] E ben presto si sentì
sicura di vedere solo la mia mano, senza la scrivania, o me, o la sedia. Allora
la feci uscire e poi rientrare dalla trance leggera, poi ripetere andando in
trance profonda. Lei simulò più volte una trance profonda, sino a che non
divenne effettivamente vera." (La mia voce ti accompagnerà, p. 66)
http://ipnosi.interfree.it/
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