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Robert Cialdini —
psicologo sociale americano — nel suo libro "Le armi della persuasione"
distingue le tattiche persuasive in sei categorie base:
1. Reciprocità
2. Coerenza-impegno
3. Riprova sociale
4. Autorità
5. Simpatia
6. Scarsità
La particolare efficacia
di tale tattiche sta nel far leva su alcuni principi psicologici fondamentali
che orientano e motivano il comportamento umano.
In altre parole si
utilizza ciò che già c’è cioè alcuni piani
di comportamento che orientano l’uomo nel momento in cui deve prendere
una decisione.
Cialdini paragona
queste tecniche all’arte marziale del jujiztu che sfrutta la forza fisica
dell’aggressore per poi rivoltargliela contro. Ognuna di queste tattiche
sollecita l’interlocutore ad adottare l’euristica corrispondente. Si ritiene
quindi che spesso nel prendere una decisione il potenziale acquirente
"si farebbe guidare, non da un’analisi approfondita delle informazioni
rilevanti nella situazione, bensì da poche indicazioni (una o due
al massimo) che provengono dallo stimolo e che sollecitano l’euristica
corrispondente a un particolare principio." (Angelica Mucchi Faina, L’influenza
sociale, Il Mulino, 1996 Bologna, p. 150)
Entriamo ora nel merito
della questione e descriviamo le varie tattiche una per una e i principi
motivazionali a cui fanno ricorso.
Regola del contraccambio
o reciprocità (Debito)
Cialdini ricorda,
sulla scia di sociologi come Alvin Gouldner che tale regola è comune
a tutti i tipi di società umane e la sua può annoverare
tra gli schemi comportamentali istintivi della razza umana.
In genere l’uomo sente
il bisogno o si sente letteralmente obbligato a contraccambiare favori
veri o presunti tali.
Ciò è
comprensibile, poiché il sistema di reciprocità ha regolato
da tempi immemorabili lo scambio e la collaborazione tra individui.
Questa legge del comportamento
umano può essere utilizzata a fini tutt’altro che morali quando
un interlocutore intende farci sentire in debito imponendoci un favore
non richiesto.
Mi sembra perciò
il caso di fare un esempio articolato che intende chiamare in causa contemporaneamente
varie tecniche — che preciserò tra parentesi. Dall'altronde
è difficile che una tattica persuasiva si presenti per così
dire al suo stato "puro".
Esempio:
Un Hare Krishna o
per esempio l'appartenente a una comunità di tossici può
porgervi un dono (piede nella porta), se voi abboccate e prendete
in mano l'oggetto non lo rivuole più indietro e vi fa intendere
che si tratta di un regalo (Debito) in cambio del quale richiede
un'offerta (colpo basso) affidandosi al buon cuore del passante.
Con il termine offerta
o donazione si ridefinisce (ristrutturazione) la transazione (la
vendita) come un atto di liberalità (donazione).
Il questuante elicita
un imperativo morale e fa leva sul presunto debito — in realtà
mai richiesto né sollecitato — per richiedere "legittimamente"
un corrispettivo in virtù del buon cuore del passante. Il passante
può finire col dare una somma più grossa del valore effettivo
del bene — che magari non interessa.
Sarebbe avvenuta ben
altra cosa se il passante fosse stato fermato da un venditore che gli
chiedeva l'acquisto di collanine a un prezzo spropositato.
È propria la
ricorniciatura dell'evento in corso come atto di liberalità che
permette di vendere ad alto prezzo qualcosa che non interessa: "c'è
una forte pressione sociale a contraccambiare i doni, anche non desiderati,
mentre non esiste nessuna pressione del genere ad acquistare un prodotto
commerciale che non si desidera" (Robert Cialdini, Le armi della persuasione.
Come e perché si finisce col dire di sì, Firenze, Giunti/Barbera,
1989, p. 38)
Se questa pressione
non è abbastanza potente si può sempre lavorare con altre
tattiche, per esempio, si può far leva sul senso di colpa.
Il venditore ridefinisce
la risposta negativa del cliente definendolo un ingrato: "Ma cosa è
un essere senza cuore, non vede che sto male! se fosse lei in questa situazione".
Si può anche dire: "Guardi quanti hanno contribuito, non vorrà
mica dimostrare di essere un ingrato!" (riprova sociale-principio di
imitazione)
Quest'ultima ristrutturazione
avrà maggiore successo se va contro ciò che l'individuo
ritiene di essere — se per esempio la gratitudine è uno dei suoi
valori (principio di coerenza con se stesso).
In campo commerciale
la regola del contraccambio, come spiega Cialdini, la ritroviamo nell'offerta
di una campione gratuito (cibo, profumo o altro) da parte di una gentile
commessa. Un altra tecnica simile è il soddisfatto o rimborsato
o i periodi di prova gratuita.
Anche nella terapia
strategica si può far leva sul Debito. È una tecnica che
può essere annoverata fra le tattiche di influenza interpersonale
dirette.
Guglielmo Gulotta
la spiega in questo modo: "Descrivere il suggerimento allo psicoterapeuta
come un "corrispettivo" per un precedente "favore" fatto al paziente (Guglielmo
Gulotta, Lo psicoterapeuta stratega, Franco Angeli, 1997 Milano,
p. 185)
Nella stessa pagina
fa un piccolo esempio: "Lei non ha eseguito il compito che avevamo concordato
nella scorsa seduta. Per questa volta ci passerò sopra, però
nei prossimi giorni dovrà.... e si assegna un altro compito."
Questa tecnica può
essere predisposta preventivamente dal terapeuta che non si aspettava
che il cliente facesse il primo compito. In questo caso la tattica si
trasforma nella tecnica indiretta (perché la prestazione desiderata
non è palese sin dall'inizio) della "Porta in faccia" che opera
per principio di contrasto inculcando al contempo l'idea che è
stata fatta una concessione da parte del terapeuta.
Principio di contrasto
C'è un esperimento
molto semplice che chiarisce perfettamente questo principio.
Prendiamo tre bacinelle
d'acqua. A partire da sinistra la prima è ghiacciata, la seconda
tiepida e la terza è bollente. Inmergiamo ora la mano sinistra
nella prima e la destra nella terza, dopo un attimo caliamole tutte e
due nella bacinella di mezzo. Malgrado l'"oggettiva" tiepidezza dell’acqua,
la mano sinistra avvertirà l'acqua calda, mentre per la destra
sarà fredda.
Anche i nostri giudizi
sono influenzati dal contesto. Un abile persuasore crea un contesto a
lui favorevole, nulla viene lasciato al caso. Potrà farvi apparire
migliore una alternativa un venditore tramite l’uso di esche.
Anthony Pratkanis
e Elliot Aronson nel libro "Psicologia delle comunicazioni di massa" ne
danno un esempio:
"Dopo aver determinato
le vostre esigenze, l’agente vi accompagna in auto a vedere alcune case
"che potrebbero interessarvi". La prima fermata è in un minuscolo
bicamere con un piccolo cortile. La casa necessita di una mano di vernice;
gli interni sono rovinati; il linoleum della cucina si sta gonfiando;
il tappeto del soggiorno è liso; la camera da letto padronale è
tanto piccola che non ci entrerebbe nemmeno l’arredamento medio di una
stanza da letto. Quando l’agente immobiliare vi informa del prezzo di
vendita esclamate: "Santo cielo! Chi sarebbe tanto stupido da pagare una
cifra del genere per questa baracca?". Forse non voi, e forse nessun altro.
Ma quella catapecchia può spingervi ad acquistare più prontamente
un’altra casa e a un prezzo molto più alto di quello che normalmente
sareste disposti a pagare." (Anthony Pratkanis, Elliot Aronson, Psicologia
delle comunicazioni di massa, Il Mulino, 1996 Bologna, p. 81)
Come si può
applicare in altri modi questa semplice legge fisiologica per manipolare
la percezione cognitiva?
Per esempio, avanzando
una richiesta gravosa e dopo aver ottenuto il rifiuto, avanzare la richiesta
minore, quella effettivamente desiderata (Guglielmo Gulotta, Lo psicoterapeuta
stratega, Franco Angeli, 1997 Milano, p. 188)
È ciò
che succede anche in ipnosi quando il terapeuta offre un'alternativa peggiore
sotto forma di doppio legame — del tipo "Preferisce andare in trance
ora o più tardi".
Questa tecnica è
chiamata tecnica della "Porta in faccia" che rientra a buon diritto tra
le tecniche che fanno uso del principio di contraccambio poiché
danno l’illusione al vostro interlocutore che gli abbiate appena fatto
una concessione.
Simpatia
In ipnosi e in PNL
si parla di rapport. Con questo termine si intende l'istaurarsi di una
particolare sintonia con il proprio interlocutore. Due persone che si
stimano o che si vogliono bene sono già naturalmente in uno stato
di profondo rapport tra di loro.
Non so se avete mai
osservato attentamente due amici, se lo avete fatto avrete forse notato
che oltre ad intendersi alla meraviglia sul piano verbale o di contenuto
sono in sintonia anche sul piano non verbale: camminano in modo simile
oppure assumono le stesse posture, oppure si grattano nello stesso identico
momento, in altre parole, si rispecchiano istintivamente l'un l'altro
e maggiore è il feeling e maggiore è il rispecchiamento.
Consci di questo particolare
meccanismo i terapeuti, i comunicatori, i venditori ne fanno un uso consapevole
per istaurare immediatamente un rapporto di fiducia ed entrare in breve
tempo in sintonia con l'interlocutore. Questa tecnica è chiamata
ricalco e può realizzarsi a diversi livelli:
• ricalco verbale
: uso di alcune frasi che usa l'interlocutore o alcuni predicati che
fanno riferimento allo stesso sistema rappresentazionale (visivo, uditivo,
cenestesico) oppure ricalco di convinzioni, valori e credenze
• ricalco paraverbale:
ricalco del volume, del tono, del ritmo, della velocità, delle
pause
• ricalco non
verbale: ricalco le posture, la gestualità, il respiro fino ai
micro-comportamenti (mimica facciale, movimenti degli occhi, tensione
muscolare).
L'istaurazione di
un legame empatico risiede probabilmente nella stimolazione del sistema
parasimpatico a motivo di una sottile sincronizzazione che viene percepita
a livello inconscio. In tal modo l'interlocutore non si sente in pericolo
e gli pare di essere veramente compreso e ascoltato.
A livello inconscio
ciò che ci somiglia ci è familiare e ciò che ci è
familiare ci tranquillizza, facendoci abbassare le difese.
Questo principio può
essere usato negli interrogatori quando si fa il "gioco delle parti" nel
quale un individuo si mostra particolarmente aggressivo mentre l’altro
(che in realtà è d’accordo con il primo) appare decisamente
amichevole. È anche il caso del venditore che si mette dalla parte
del cliente e fa finta di convincere il principale a concedere una "favoloso
sconto".
Impegno e coerenza
Una volta che abbiamo
preso una decisione o quando abbiamo compiuto qualcosa sentiamo il bisogno
di comportarci coerentemente con l'immagine che abbiamo dato di noi stessi.
Il principio di coerenza è particolarmente rilevante per l'insorgere
del fenomeno denominato "dissonanza cognitiva".
In altre parole, il
bisogno di coerenza con noi stessi ci spinge ad allineare le nostre convinzioni
e percezioni con ciò che ormai abbiamo fatto. Per non dover fare
dei passi indietro, alcune volte, per non dover riconoscere di avere avuto
torto sfoderiamo tutte le migliori armi retoriche per convincere noi stessi
e gli altri che valeva la pena farlo.
Questi processi sono
stati ben studiati dalla psicologia cognitiva che ha individuato le "tecniche"
con cui riusciamo a ingannare noi stessi; ne cito solo due:
1. Astrazione selettiva.
Comporta una sorta
di cancellazione di parti dell'esperienza per focalizzare l'attenzione
su ciò che sembra confermare il nostro modello del mondo.
2. Inferenza arbitraria
Si tratta di una conclusione
totalmente arbitraria, un presupposto, un postulato che viene dato per
scontato e che può servire a mantenere la coerenza con se stessi
eliminando in tal modo il disagio.
Ad ogni modo il principio
di coerenza e di impegno ha anche una utilità "storica", poiché
garantisce che, una volta presa una decisione non dobbiamo continuare
a pensarci su e possiamo procedere oltre.
In genere quando si
parla di impegno e coerenza si fa riferimento alle tattiche che, partendo
da un controllo sottile del comportamento altrui, arrivano sino a cambiare
gli atteggiamenti facendo leva sul processo di autopersuasione che normalmente
si verifica quando cerchiamo di spiegare a noi stessi i comportamenti
che "liberamente" scegliamo di adottare.
Il procedimento opera
per gradi: il venditore cercherà di farci dire o fare qualcosa
di apparentemente innocuo e poco impegnativo per legare logicamente tale
comportamento a tutta un'altra serie di richieste una più gravosa
dell'altra. È comunque essenziale al fine della persuasione, che
il soggetto creda di essere arrivato a una libera scelta.
Ora per continuare
in una descrizione dettagliata del principio di coerenza è necessario
dividere le richieste — rispetto al soggetto persuaso — in due categorie:
1. Il soggetto viene
persuaso a compiere un atto contro-attitudinale
2. Il soggetto viene
persuaso a compiere un comportamento non-problematico.
Nel primo caso si
ha un'attivazione emotiva (arousal) che motiva il soggetto a ridurre lo
stato di dissonanza ristabilendo la coerenza e quindi l'equilibrio del
sistema (è ciò di cui parla Festinger con il termine dissonanza
cognitiva).
A questo riguardo
un esperimento fu quello di Festinger e Carlsmith (1959) presentato nell'articolo
Cognitive consequences of forced complicance (pubblicato nel Journal of
Abnormal and Social Psychology).
Festinger e Carlsmith
chiesero a un individuo per volta di prestarsi a un esperimento particolarmente
noioso; finito l'esercizio noioso chiedevano al volontario di sostituire
l'assistente di ricerca e far intendere al soggetto successivo (in realtà
un complice degli sperimentatori) che l'esperimento appena svolto era
particolarmente divertente, in cambio davano una ricompensa molto bassa
(1 dollaro) oppure 20 dollari.
Finita anche questa
seconda fase dell'esperimento chiedevano al soggetto che cosa ne pensasse
veramente. Sorprendentemente (poiché tale risultato andava contro
la teoria comportamentistica) erano proprio coloro che avevano ricevuto
un solo dollaro a minimizzare la noiosità dell'esperimento (Nicoletta
Cavazza, La persuasione, Il Mulino, 1996 Bologna, pp. 131-132)
Festinger e Carlsmith
spiegarono tale risultato in base alla teoria della dissonanza cognitiva:
coloro che avevano ricevuto 20 dollari potevano pensare fra sé
e sé "ho ingannato il prossimo solo in cambio di un compenso".
Coloro che avevano ricevuto un compenso insignificante invece non avevano
questo alibi, si trovarono quindi con una conflittualità interna
che chiedeva di essere risolta. L'unico modo era quello di modificare
il proprio atteggiamento spiegando a se stessi che in fondo non era un
compito così noioso: "Il processo in questione secondo Cooper e
Fazio (A new look at dissonance theory, in L. Berkowitz (a cura
di), Advances in experimental social psychology, vol. XVII, New
York, Academic Press, 1984) avverrebbe secondo i seguenti passaggi: il
soggetto mette in atto un comportamento contro-attitudinale, stabilisce
quali conseguenze ha avuto; se ci sono conseguenze indesiderabili stabilisce
a chi o a che cosa può essere imputata la responsabilità;
se si sente personalmente responsabile emerge l'attivazione emotiva (arousal);
se lo stato emotivo attivato è negativo, egli cerca di capire
a che cosa è dovuto; se lo attribuisce alla propria responsabilità
per le conseguenze indesiderate (e non a fattori esterni) emerge la motivazione
al cambiamento dell'atteggiamento relativo; quindi il cambiamento vero
e proprio si verifica." (Nicoletta Cavazza, La persuasione, Il
Mulino, 1996 Bologna, pp. 134-135)
Il secondo caso invece
è quando il soggetto viene persuaso a compiere un comportamento
non-problematico. Quando il comportamento richiesto non viola nessun principio
o valore della persona non dovremmo aspettarci uno stato di dissonanza
cognitiva, appare quindi più adatta la teoria dell'autopercezione
di Daryl Bem: una persona che ha compiuto senza costrizioni un comportamento
inferisce da tale comportamento un'immagine di sé a cui si ritiene
vincolato secondo il principio di coerenza.
L'individuo perciò,
dopo un primo innocuo impegno può essere portato ad aderire a tutta
una serie di richieste comportamentali coerenti con l'immagine di sé.
Un esempio particolarmente
interessante viene descritto da Cialdini (Robert Cialdini, Le armi
della persuasione. Come e perché si finisce col dire di sì,
Firenze, Giunti/Barbera, 1989, pp. 67-68) ed è tratto dall'esperimento
compiuto dagli psicologi Jonathan Freedman e Scott Fraser (pubblicato
sul Journal of Personality and Social Psychology, 1966)
Il ricercatore si
presentava presso i proprietari di un sobborgo elegante della California
dicendo di essere un volontario per la "Campagna per la sicurezza delle
strade" e chiedeva se potevano cortesemente istallare nel loro giardino
un grande cartello con scritto "Guidate con prudenza". Questa offerta
piuttosto gravosa veniva rifiutata dalla maggior parte degli abitanti
della zona (83%) ma straordinariamente accettata dal 76% di coloro che
poco prima (2 settimane) avevano ricevuto la visita di un altro incaricato
e avevano accettato di compiere un gesto apparentemente innocuo e poco
costoso: l'esposizione di un piccolo adesivo con scritto "Guida sicura".
Una tecnica che può
essere abbinata con notevoli successi al "Piede nella porta" è
il "Colpo basso".
Il colpo basso per
così dire "puro" consiste in una sola richiesta comportamentale
nella quale si dissimulano i "costi" reali che vengono resi espliciti
quando il soggetto non può più tirarsi indietro.
Cialdini racconta
che aveva appreso questa tecnica presso un concessionario di macchine
(Robert Cialdini, Le armi della persuasione. Come e perché si
finisce col dire di sì, Firenze, Giunti/Barbera, 1989, pp.
85-86)
Al cliente veniva
proposto un'offerta speciale, lo si coinvolgeva il più possibile
lasciandogli la macchina in prova per un giorno e lo si invitava a compilare
tutta una serie di moduli.
Alla fine della trafila
saltava fuori la sorpresa (ecco il colpo basso!): per esempio l'offerta
era scaduta qualche giorno prima oppure c'era stato un errore di calcolo
o ci si era dimenticati di precisare che l'offerta prevedeva l'obbligo
all'acquisto di una serie di optionals particolarmente costosi. A quel
punto il venditore si scusava e sottolineava la libertà del cliente
di recedere dal contratto.
Un buon numero di
clienti finiva con l'acquistare la macchina malgrado la motivazione iniziale
all'acquisto (la convenienza) fosse ormai inesistente.
Cialdini spiega l'efficacia
di tale tecnica: "Sembra incredibile che il cliente accetti di comperare
l'auto a queste condizioni, eppure la cosa funziona, non con tutti ma
abbastanza spesso da essere usata sistematicamente da molti rivenditori,
che hanno capito bene come una scelta iniziale si costruisca da sola il
suo sistema di sostegno, munito di tutta una serie di giustificazioni
nuove." (Robert Cialdini, Le armi della persuasione. Come e perché
si finisce col dire di sì, Firenze, Giunti/Barbera, 1989, p.
86)
Riprova sociale
Questo principio può
essere definito sinteticamente a partire dalle parole di Cialdini: "quanto
maggiore è il numero di persone che trova giusta una qualunque
idea, tanto più giusta è quell'idea." (p. 104)
Ne parlava anche Gustave
Le Bon nel suo Psicologia delle folle (1895) libro di riferimento per
Mussolini. Secondo Le Bon le idee, i sentimenti e le emozioni hanno un
potere contagioso nella folla poiché l'uomo è imitatore
per natura e nella folla resta in preda alla eccitazione reciproca.
Questo principio è
particolarmente potente nelle situazioni particolarmente nuove e sconcertanti,
dove, per intenderci c'è un notevole margine di dubbio: la persona
si trova confusa e non sa che fare, in mancanza di un modello comportamentale
già pronto, un metodo facile e istintivo consiste nell'imitazione
del comportamento altrui.
È evidente
che in una situazione di shock e confusione viene a crearsi un fenomeno
circolare tipico di un sistema cibernetico che trasforma un aggregato
umano in un sistema ricorsivo autoriverberante.
Un esempio: C'è
un uomo disteso per terra, sorge un dubbio: costui ha avuto un malore
oppure è un ubriaco che dorme?
La reazione istintiva
dell'uomo confuso che si trova in una folla è quella di guardarsi
intorno e uniformarsi al comportamento delle altre persone che paradossalmente
stanno facendo con noncuranza altrettanto: A guarda B che non fa niente
imitando C che sta pensando sul da farsi e guarda A.
Questo fenomeno è
stato definito dagli psicologi John Darley e Bibb Latané come "ignoranza
collettiva".
Nella folla
tra l'altro è come se la responsabilità si diluisse. Siamo
tutti responsabili e quindi nessuno è responsabile in particolare.
L'effetto imitazione
lo si ritrova anche nelle epidemie di suicidi dopo che i media hanno cominciato
a farne pubblicità. Mi sto riferendo al cosiddetto "effetto Werther"
che deve il suo nome all'ondata di suicidi che si estese per tutta l'Europa
dopo la pubblicazione del romanzo "I dolori del giovane Werther" in cui
il personaggio principale, Werther, si suicida. In questo caso l'effetto
di imitazione si da solo per le persone che si identificano con il suicida:
"il principio di riprova sociale agisce con la massima efficacia quando
osserviamo il comportamento di persone come noi. È la condotta
di queste persone che ci chiarisce meglio quale sia il comportamento giusto
anche per noi." (Robert Cialdini, Le armi della persuasione. Come e
perché si finisce col dire di sì, Firenze, Giunti/Barbera,
1989, p. 113)
Questo principio lo
possiamo estendere a maggior ragione anche ai gruppi settari nel caso
in cui si verificano dei suicidi collettivi.
Spiega Cialdini rispetto
alla setta del Reverendo Jim Jones: "ognuno osservava il comportamento
degli altri e, vedendo intorno a sé una calma apparente, perché
ciascuno degli altri, invece di reagire, si guardava intorno per capire
la situazione, "veniva a sapere" che fare pazientemente la fila era il
comportamento giusto"
(Robert Cialdini,
Le armi della persuasione. Come e perché si finisce col dire
di sì, Firenze, Giunti/Barbera, 1989, p. 125)
Cialdini precisa inoltre
un meccanismo fondamentale che è importante chiarire: "Nessun capo
può sperare di persuadere direttamente tutti i membri del gruppo,
ma il fatto che sia riuscito a convincerne una frazione considerevole
basta per convincere il resto". (Robert Cialdini, Le armi della persuasione.
Come e perché si finisce col dire di sì, Firenze, Giunti/Barbera,
1989, p. 125)
Questo principio è
usato anche nell'ipnotismo quando l'ipnotizzatore in virtù della
sua autorità e del suo carisma crea una cornice suggestiva che
genera confusione e incertezza negli astanti: prima ipnotizza l'assistente
e poi chiama i soggetti più "facili", che sono coloro che hanno
stanno già sviluppando uno stato di trance o attenzione responsiva,
per chiamare infine — solo dopo aver dato dimostrazione del suo "potere"
con una serie di fenomenologie — sul palco i soggetti "resistenti".
Autorità
Siamo stati abituati
fin da piccoli che è bene obbedire all'autorità e tutta
la società è stata ordinata secondo un principio di gerarchie
e di leggi. Su questo principio fa leva l'ipnosi autoritaria, i capi carismatici,
i guru che raccontano di detenere poteri straordinari e coloro che sfoggiando
titoli altisonanti e in divisa cercano di mettere in soggezione il loro
interlocutore.
Si spiega perciò
perché nella pubblicità del dentifricio c’è un "medico"
in divisa che ci prescrive l'acquisto del nuovo dentifricio antiplacca.
Se ogni comportamento
ha una componente di contenuto e una di relazione non è neanche
necessario che l'autorità sia reale, basta comportarsi e apparire
come detentori di un autorità sul prossimo, porsi in ruolo up.
Alcune ricerche hanno
dimostrato una sorta di "effetto alone". Cialdini narra un divertente
esperimento condotto in una Università: Veniva presentato un visitatore
a differenti classi attribuendogli di volta in volta qualifiche diverse.
Man mano che saliva i gradini della scala sociale si incrementava anche
la statura che gli studenti gli attribuivano. (Robert Cialdini, Le
armi della persuasione. Come e perché si finisce col dire di sì,
Firenze, Giunti/Barbera, 1989, p. 174)
Un esperimento drammatico
e inquietante è invece quello di Milgram all'Università
di Yale, nel 1963:
Ai volontari fu offerta
una modica somma per partecipare all'esperimento. Vennero abbinati a coppie,
con l'accordo che uno dei due dovesse partecipare in qualità di
insegnante-correttore, mentre l'altro come allievo.
L'"insegnante" (il
vero soggetto dell'esperimento) venne accompagnato in una stanza e posto
al controllo di un pannello. Sul pannello si trovavano vari pulsanti,
gli fu spiegato che ogni pulsante, contraddistinto da un numero, somministrava
una scarica elettrica. Si partiva da 15 fino a 450 volts. Intanto l'allievo
veniva posto in una finta sedia elettrica nella stanza adiacente.
Fu spiegato che l'esperimento
mirava alla valutazione degli effetti prodotti dalle punizioni sull'apprendimento,
l'istruttore fu lasciato libero e poi istigato a punire gli allievi poco
dotati, con scariche progressivamente sempre più forti. Nell'altra
stanza l'allievo fingeva e urlava di dolore.
"[...] i soggetti
si dimostrarono notevolmente succubi e obbedienti alle richieste del ricercatore:
per la precisione, il 62% di essi arrivarono a somministrare scariche
elettriche teoricamente mortali" (Alessandro Usai, I profili penali
del condizionamento psichico , Giuffré Editore, p. 112)
Il risultato dell’esperimento
è ancor più sorprendente se pensiamo che all'istruttore,
prima di iniziare, fu fatta provare la scarica elettrica di 45 volts (che
è già abbastanza dolorosa) perché potesse verificare
l'efficacia delle punizioni che andava a somministrare.
Milgram cerca di spiegare
il fenomeno in questi termini: "L'essenza dell'obbedienza consiste nel
fatto che una persona giunge a vedere se stessa come strumento utile per
portare avanti i desideri di un altro individuo e quindi non si considera
più responsabili". (Stanley Milgram, Obedience to Authority,
Harper & Row, New York (1974)
Possiamo pensare anche
al principio di coerenza con se stessi e alla creazione di una campo affermativo
positivo.
Scarsità
Come fare per rendere
appetibile un bene? semplice rendetelo scarso e poco disponibile, addirittura
vietato o segreto (le sette si basano sulla segretezza dei livelli superiori
del culto), fate in modo che non sia semplice ottenerlo, abbiate cura
nel presentarlo come qualcosa di unico ed esclusivo e il gioco è
fatto.
A questo proposito
si narra che la Zar di Russia, Caterina la Grande, per rendere appetibili
le patate ne circondò i campi con alte palizzate e con cartelli
che vietavano di rubarle.
Nel marketing si insegna
che anche la presenza/assenza di un prodotto fantasma particolarmente
attraente crea un particolare contesto che può essere manipolato
dal venditore rendendo meno appetibili altri prodotti per effetto di contrasto;
non c’è nulla neanche di lontanamente paragonabile al prodotto
fantasma (è il caso dei prodotti a edizioni di coppie limitate
o delle offerte per un tempo limitato, etc.).
A volte tale prodotto
non è altro che una chimera che porta la persona a cercare l’impossibile
dimenticando e trascurando tutte le altre alternative più ragionevoli:
"la fissazione sui fantasmi può essere uno spreco di tempo e di
energie, in particolar modo quando il fantasma è una falsa pista,
un’opzione completamente inesistente." (Anthony Pratkanis, Elliot Aronson,
Psicologia delle comunicazioni di massa, Il Mulino, 1996 Bologna,
p. 211)
Questo è il
caso di Scientology - setta americana - che viene venduta agli adepti
come l’unica opportunità in questa vita e su questo pianeta per
sfuggire alla trappola. Si fa intendere che forse una opportunità
così (malgrado la possibilità di reincarnarsi) non l’avrete
mai più poiché nel frattempo Scientology potrebbe essere
distrutta dai governi ostili oppure il nostro piccolo pianeta potrebbe
essere distrutto dalla guerra nucleare. D’altronde non c’è nulla
di neanche lontanamente paragonabile, chi vi può promettere poteri,
immortalità e ogni tipo di risultato fisico e spirituale? E poi
che dire della mistica e del mistero che avvolge i livelli superiori del
culto raggiungibili solo dopo un adeguato addestramento e perfezionamento
spirituale.
Le armi della persuasione
nella vita quotidiana
Le tecniche fin qui
descritte ci insegnano che la strategia fondamentale per ottenere il consenso
consiste nell’utilizzo delle forze e delle leggi della natura e di tutto
ciò che l’interlocutore vi porta: la sua resistenza, il suo linguaggio,
i suoi pattern comportamentali, le sue credenze e valori, la sua emotività,
il suo inconscio...
Ricordiamoci dunque
che tali strategie di persuasione e coercizione non vigono soltanto nelle
famose sette ma anche nella vita di ogni giorno.
Alcuni esempi:
Il datore di lavoro
chiama di domenica il dipendente sul cellulare perché c’è
una "urgenza" deve chiedergli alcune informazioni tecniche (non è
certo la prima volta).
D.L. Ohhh Carissimo
finalmente! Lo sa che l’abbiamo (notare il plurale - riprova
sociale) cercata tutto il giorno per mari e per monti... (lavorare sul
senso di colpa...)
Dipendente: Che vuole?
lo sa che oggi è domenica?
D.L.: Com’è
irrascibile! Una persona intelligente come lei non dovrebbe rispondere
in questo modo. Non so se si rende conto che siamo in una situazione difficilissima.
"Lo sa" è un
predicato di consapevolezza. In altre parole si da per scontato un fatto
e rimane da sapere solo se l’altro si è già reso conto di
ciò. L’uso della particella "noi" (quando in realtà la questione
riguardava solo datore di lavoro) serve per stimolare la riprova sociale.
"Una persona intelligente
come lei non dovrebbe rispondere in questo modo", questa breve frase è
in realtà una manovra molto astuta poiché troviamo:
1. Una posizione down
da parte del datore di lavoro
2. Una ristrutturazione
del significato della risposta del dipendente
3. Un doppio legame
4. Una comunicazione
a due livelli differenti poiché sul piano paraverbale sembra fare
intendere un dubbio a proposito e quindi stimola un atteggiamento di sfida
da parte del dipendente che può fare due cose o rimanere arrabbiato
e quindi dimostrare la sua stupidità oppure fare ciò che
vuole il datore di lavoro.
Riporto ora alcuni
esempi di comportamenti tipici del "manipolatore" tratti da "L’arte di
non lasciarsi manipolare":
"Usa la colpevolizzazione
e i luoghi comuni come se si trattasse di verità universali. Per
esempio, per ottenere un favore senza farlo sembrare una richiesta o un’esigenza,
dirà ad un amico: <È davvero una scocciatura che la mia
macchina sia ancora in panne. La settimana scorsa era la batteria. Per
fortuna Jacques, il mio vicino, si è offerto di occuparsene. È
davvero simpatico e generoso. Dopo tutto è normale che ci si aiuti
tra amici!>. E se alla fine viene espressa la richiesta reale: <Potresti
prestarmi la tua macchina per oggi?>, la tendenza naturale in questo
contesto sarebbe di accettare incondizionatamente. I più colpevolizzati
di noi non aspettano nemmeno la domanda: la anticipano, proponendo i loro
servizi nonostante le proprie esigenze di quel giorno. Così potranno
essere considerati <davvero simpatici> e <generosi>, come
lo è il vicino Jacques." (Isabelle Nazare-Aga, L’arte di non
lasciarsi manipolare, Edizioni Paoline, 2000, p. 48)
"Avendo bisogno di
un guardaroba, e non avendo in quel momento grandi possibilità
finanziarie, chiedono a Charles e a sua moglie se possono lasciare loro
l’armadio per un mese o due, giusto il tempo che il marito ne costruisca
uno solo. Otto o nove mesi più tardi l’armadio non è ancora
stato restituito ai proprietari. Questi ultimi adesso ne hanno assolutamente
bisogno e avvertono la coppia che stanno per tornare a riprendersi la
propria roba. [...] Charles avverte la coppia che sarebbe passato con
la moglie a recuperare il mobile verso la fine della settimana successiva.
Arrivati sul posto, devono ancora liberare l’armadio dai vestiti e smontarlo
completamente (non era ancora stato fatto!) il loro amico è sul
lavoro e ad accoglierli ci sono solo la moglie e i figli. Il giorno dopo,
Charles viene a sapere dall’amico che la moglie l’ha chiamato proprio
dopo che se n’erano andati, decisamente furibonda, dicendo frasi del genere:
<Ma ti rendi conto, arrivano all’improvviso; sbasttono tutte le cose
per terra; non si preoccupano neanche di chiedere se siamo ancora nella
m... Adesso non abbiamo più nemmeno un posto dove appendere i vestiti
..., simpatici i tuoi amici!" (pp. 83-84)
"Non lavori sabato?
No
Potresti accompagnarmi
all’areoporto?
Si, a che ora?
Il mio aereo parte
per New York alle 7.30
Del mattino?
Si, certo!
Ma è presto
Allora siamo d’accordo?
Mah, non è
che mi faccia comodo, ma va bene
OK, passa a prendermi
alle cinque e dieci
Un momento, perché
alle cinque e dieci?
Perché vado
a New York!
Non vedo il nesso
Insomma, bisogna essere
all’aeroporto due ore prima, lo sai. E poi, sei fortunato: ci sono alcune
compagnie che chiedono di trovarsi in aeroporto addirittura tre ore prima!
Mio Dio, è
davvero presto, perché sono stanco della settimana e...
Ma sì, dormirai
domenica! Sei giovane! Dai, sii gentile. Non ci vado mica tutte le settimane
a New York
No, per fortuna! D’accordo,
ci vediamo sabato alle 5.10 a casa tua. O.K." (p. 114)
Notate la domanda
di apertura che serve a incastrarvi. Si possono anche fare dei commenti
ironici alle vostre giuste obiezioni anzitutto definendole lagnanze, poi
esagerandole (reductio ad absurdum) "ma non faccia il vecchietto...",
"Cosa sei, proprio uno sfaticato", "non ho capito quando devi andare a
sciare ti alzi prestissimo e adesso per fare un favore a un amico" etc...
Così scopriamo
che personalità manipolatrici sono capaci di usare istintivamente
quasi la totalità delle tecniche persuasive. La "vittima" che gioca
al gioco perverso insieme al "manipolatore" è generalmente una
persona coscienziosa che tende a colpevolizzarsi, sarà quindi particolarmente
vulnerabile alle critiche e ai giudizi anche se infondati. È una
persona che preferisce sottostare a dei compromessi piuttosto che andare
incontro a una lite e alla rottura del rapporto. La "vittima ideale" è
spesso una persona insicura che tende a rispondere alle esigenze e alle
necessità altrui e che ha notevoli distonie (disagi) in vari aspetti
della sua vita. Il "manipolatore" potrà girare il coltello nella
ferita (nei vari punti deboli) destabilizzando la fiducia dell’interlocutore
per ottenere ciò che desidera. Potrà fare ciò anche
tramite piccoli commenti casuali, allusioni che possono mettere in luce
o amplificare un difetto o debolezza e lo farà magari in pubblico.
Nel caso reagiate emotivamente può rappresentarvi come uno squilibrato
negando ogni intento negativo. Le critiche possono anche essere nascoste
all’interno di discorsi indiretti o con battute.
Il manipolatore inoltre
è molto abile nell’utilizzare un linguaggio vago e ambiguo, ciò
vale anche quando ponete loro delle domande che tenderanno ad eludere:
"L’aggressione viene perpetrata rifiutando di parlare di quello che succede,
di discutere, di trovare insieme delle soluzioni" (Marie-France Hirigoyen,
Molestie morali, Einaudi, 2000 Torino, p. 104) .
Un linguaggio impreciso
che lascia ampio spazio all’ambiguità accrescerà la confusione
della "vittima" che non avrà mai elementi validi poiché
gli si potrà sempre rispondere "Non intendevo dire questo! Non
hai capito nulla". Un’altra tecnica di confusione è la lettura
nel pensiero, per esempio "Tu ti mi critichi ma so che in realtà
è perché hai un sacco di problemi e sei un persona fragile".
Chiaramente i doppi legami sono il pane quotidiano del "manipolatore".
Spesso una delle tecniche
preferite è quella di chiamarvi all’ultimo momento e chiedervi
un favore con estrema urgenza. Se non accettate diventate automaticamente
degli ingrati, perché è anche abile a far pesare ogni cosa
che ha fatto per voi come un’enorme debito.
Tra l’altro prendendovi
alla sprovvista riesce ad aggirare più efficacemente le vostre
possibili opposizioni.
Un’altra caratteristica
del manipolatore è il fenomeno psicologico della proiezione. Spesso
non potrà fare a meno di proiettare sugli altri caratteristiche
che gli sono proprie quasi a sgravarsi di un peso che non potrebbe altrimenti
sopportare.
Poiché è
un personaggio estremamente narcisista ritiene che gli altri debbano soddisfare
unicamente i suoi interessi e quindi spesso non vi ascolterà, si
metterà al centro dell’attenzione e non manterrà spesso
le promesse con la scusa che aveva terribilmente da fare, richiedendo
di essere consolato per tutte le cose che deve sopportare.
La comunicazione privilegiata
è di tipo manipolativo (se tu fai questo allora io... se non fai
questo io...) e si nasconde spesso tramite minacce velate, per esempio
se non fai questo io ti lascerò, oppure se non fai questo se un
farabutto, se non fai questo ti capiterà qualcosa di male, andrai
in rovina perché non sei nulla senza di me etc.
Se il manipolatore
è riuscito ad "agganciarvi" emotivamente allora voi avrete timore
di queste "maledizioni" e dovrete effettuare tutta una serie di rituali
(ciò che lui vuole che voi facciate) per propiziarvi la sua benevolenza.
E verrà quasi da chiedergli "Ho fatto anche questo. Che cosa vuoi
ancora che io faccia per placare la tua ira? per sfuggire alla maledizione?"
La persuasione
nella vita famigliare
Per quanto riguarda
la vita famigliare si può fare un discorso un poco più approfondito
poiché la famiglia è il contesto privilegiato per l’induzione
di sintomi in virtù di una interdipendenza economica ed emotiva
che facilità il rapport e la suggestione fra i componenti del nucleo.
Occorre tuttavia ricordare che la famiglia stessa è calata all’interno
della società:
"[...] le strutture
sociali penetrano all’interno delle ‘membrane’ che circondano la famiglia
e l’individuo, ricodificandosi in sistemi di credenze e sistemi relazionali
e trasformandosi, talvolta, in una realtà interna sopraffacente.
(Michele Ritterman - L’ipnosi nella terapia familiare, Astrolabio, 1986
Roma, p.11)
Quindi tra questi
tre sistemi: l’individuo, la famiglia, la società esistono delle
membrane permeabili che fanno sì, per esempio, che l‘individuo
introietti convinzioni, critiche proprie della struttura familiare di
appartenenza per poi proiettarle all’esterno trasponendole nel contesto
sociale della vita adulta. Così capiterà che l’individuo
si risenta nei confronti del superiore come se costui fosse suo padre
o finirà per riproporre nella vita di matrimonio alcuni drammi
specifici della sua infanzia, trattando, per esempio, male suo figlio.
A livello personale
l’individuo è capace di autoindursi una serie di pensieri automatici
e a livello familiare se guardiamo ai reciproci influenzamenti scopriamo
delle vere e proprie induzioni del sintomo, tecniche ipnotiche indirette
di disseminazione, confusione, doppi legami, etc.
Al livello sociale
la società induce una serie di convinzioni e sintomi che variano
come il variare delle mode e delle epoche. Il caso più drammatico
di influenza della società sul singolo è la morte vodoo:
in tal caso lo stregone trae tutto il suo potere dal contesto sociale
che lo sostiene.
Così si può
dire che "[...] la società può mandare in trance la famiglia,
e la famiglia può mandare in trance il singolo membro. Un singolo
membro può mandare in trance se stesso, oppure una famiglia o una
società che reagiscano alle sue suggestioni (si pensi a Hitler
e a Gandhi)". (Michele Ritterman - L’ipnosi nella terapia familiare, Astrolabio,
1986 Roma, p. 49)
Possiamo anche intendere
il sintomo espresso dal singolo come una metafora che indica una serie
di conflitti tra l’individuo, la famiglia, la società.
A questo punto focalizzerei
l’attenzione sul ruolo delle relazioni familiari nell’induzione del sintomo.
La famiglia è
regolata da leggi e schemi di comportamento talvolta inespressi — e quindi
difficilmente contestabili — che la costituiscono come entità privata
e distinta dalla società. Tali regole e tabù vincolano i
membri l’uno all’altro secondo un patto di sangue di presunta lealtà
reciproca sino a poter stimolare un componente (il capro espiatorio) a
entrare o restare in una particolare situazione problematica. Tutto ciò
è agito quasi automaticamente secondo una serie di pattern di relazione
ricorsivi.
Le forme di induzioni
sono indirette e quindi particolarmente potenti nell’indurre uno stato
interno senza che la persona possa opporsi. Casi tipici sono i doppi legami.
Se per esempio il figlio viene sottoposto a messaggi conflittuali riguardanti
il potere e la responsabilità egli da una lato deve comportarsi
responsabilmente e diventare adulto, dall’altro deve rimanere un bravo
bambino, starsene tranquillo e obbedire.
Rittermann parla anche
di "induzioni di parti di sé" che ricorrono quando vengono evocate
contemporaneamente o in rapida successione due aspetti comportamentali
o parti della personalità contemporaneamente attraverso un direttiva
nascosta: "In quanto soccorritore devi restare a casa e aiutarmi, in quanto
bambino e persona fallita, sei una palla al piede e un epso finanziario
per me, per cui vattene!" (Michele Ritterman - L’ipnosi nella terapia
familiare, Astrolabio, 1986 Roma, p. 113)
Altre forme di induzione
sono l’attingere alla storia comune per evocare delle fantasticherie che
hanno particolare significato all’interno della psicomitologia familiare,
come per esempio rinfacciare un certo evento o farne accenno.
Per rafforzare tale
processo e renderlo più indiretto si possono utilizzare soltanto
delle parole-stimolo capaci di avviare — in virtù del loro carattere
simbolico ed evocativo — tutta una serie di sequenze induttive omai sedimentate
nella vita famigliare.
Queste parole stimolo
per gli estranei possono non avere alcuna valenza emotiva e quindi la
risposta spoprositata del coniuge verrà vista come sconsiderata.
Si possono poi menzionare
le "tecniche di confusione dei confini", quando si induce l’idea che un
componente della famiglia sia tale e quale a qualcun altro, che abbia
ereditato per esempio i difetti del padre o del farabutto dello zio e
quindi stia scendendo una brutta china se non fa ciò che diciamo.
Grazie a questa associazione si potrà più volte criticare
lo zio Tom senza che il vero bersaglio (per esempio il figlio) possa difendersi
perché tanto non si sta parlando veramente di lui.
Un’altra tecnica sono
i vincoli con i quali si induce l’idea che l’individuo sarà in
realtà incapace e dimostrerà la sua cattiveria, inabilità
o altro, qualcosa di molto simile alla sfida dell’ipnotista: "Non riesci
a stare in piedi; dai, prova!". "Visto, che non ci riesci, visto che avevo
ragione!".
In tal modo si lanciano
delle "maledizioni" tramite la rievocazione dei fallimenti dell’individuo
piuttosto che delle sue risorse per poi pronosticare un brutto esito nel
caso costui non faccia ciò che effettivamente vogliamo e tutto
ciò sarà presentato come un intervento a fin di bene. Se
invece costui riesce a districarsi dal vincolo e ha compiere qualcosa
di buono si potrà dire "Ecco, finalmente dopo tante prediche che
ti abbiamo fatto sei riuscito a fare qualcosa di buono! Bravo finalmente,
anche quelli con una testa quadrata come te si riescono a cambiare dopo
averci fatto sudare sette camice".
Si può anche
manifestare una serie di rimostranze e lamentele per poi dire all’altro
che può anche non tenerne conto: "Spero che tu ti renda conto che
puoi andare in ferie solo grazie ai sacrifici che ho fatto per te, e che
rimango a lavorare in ufficio a fare gli straordinari, anche se sono stanca..
Ma non ti preoccupare, mi fa piacere che tu parta!"
Il mobbing
Infine un accenno
al mobbing, un fenomeno di cui ultimamente si parla.
Il mobbing è
una forma di molestia sul lavoro: "si manifesta come un’azione (o una
serie di azioni) che si ripete con una certa frequenza e per un certo
periodo di tempo, compiuta da uno o più mobber (o aggressori) per
danneggiare la vittima (o mobbizzato), quasi sempre in modo sistematico
e con uno scopo ben preciso. Il mobbizzato viene letteralmente accerchiato
e aggredito intenzionalmente (il verbo inglese to mob significa <assalire,
aggredire, affollarsi attorno a qualcuno>) da aggressori che mettono
in atto strategie comportamentali volte alla sua distruzione psicologica,
sociale e professionale. I rapporti sociali si volgono alla conflittualità
e si diradano sempre più, relegando la vittima nell’isolamento
e nell’emarginazione più disperata. In seguito al mobbing la vittiam
può risentire di una varietà di sintomi psicosomatici più
o meno gravi, di stati depressivi o ansiosi, di tensione continua e incontrollata.
L’esito ultimo — e purtroppo non raro — è il suicidio." (Marie-France
Hirigoyen, Molestie morali, Einaudi, 2000 Torino, pp. 236-237)
http://ipnosi.interfree.it/persuasione.htm
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