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La scuola di Palo Alto: Haley e le basi della comunicazione suggestiva
domenica 13 marzo 2011
 

Haley è stato uno dei pionieri nel campo della comunicazione

patologica ad asserire che la psicologia induceva, attraverso l’utilizzo

di termini obsoleti, a produrre categorie diagnostiche che creavano

realtà cliniche distorte e non rispecchianti la complessità

dell’individuo. Pertanto dichiarava che bisognava rifondare, prima che

le teorie e le tecniche, la terminologia che le diverse forme di

psicoterapie utilizzavano per comunicare intorno ad esse (Haley,

1963).

Haley raccoglie l’eredita di Milton Erickson fondendo i contributi

di quest’ultimo sull’ipnoterapia con il modello della comunicazione

proposto dalla scuola di Palo Alto. Da Erickson, Haley mutua inoltre

l’utilizzo di uno stile direttivo della comunicazione e l’assegnazione al

paziente di compiti da svolgere a casa. Erickson (il cui contributo alla

comunicazione suggestiva ed ipnotica sarà analizzato nel prossimo

capitolo) adottava una miriade d’intuizioni che gli provenivano

dall’analisi puntuale delle modalità comunicative verbali e non verbali

del paziente. Questa scrupolosa osservazione avrebbe poi influito sulle

geniali comunicazioni suggestive da effettuare sul paziente attraverso

trabocchetti, prescrizioni, paradossi, tecniche ipnotiche e non

ipnotiche.

L’unione di tali tecniche con le teorie del doppio legame portò

Haley, e con lui i maggiori esponenti della scuola di Palo Alto, ad

elaborare teorie del trattamento che utilizzassero sapientemente la

comunicazione suggestiva. L’autore darà una definizione del ruolo del

terapeuta indicandolo come colui che: “…mantiene l’iniziativa in tutto

quello che si verifica nel corso della terapia, ed elabora una tecnica

particolare per ogni singolo problema” (Haley, 1973).

Nelle opere di Haley traspaiono alcuni concetti fondamentali per la

nascita e lo sviluppo dell’approccio strategico. Essi possono

riassumersi nei seguenti punti:

 

1. il potere ed il controllo che una persona cerca di ottenere

durante le interazioni sono alla base delle relazioni umane. Il

ruolo di predominanza o di sottomissione degli individui, ne

determina i gradi di libertà d’azione, nonché l’insorgere dei

disturbi psichici;

 

2. ogni contesto clinico rappresenta un caso a sé;

 

3. ogni sforzo dell’intervento mira alla risoluzione del problema

nel modo più veloce ed efficace possibile e al cambiamento del

modo di comportarsi del paziente;

 

4. il terapeuta deve possedere caratteristiche precise, ossia essere

direttivo, attivo e “manipolatore”. Qualunque terapeuta

dichiari di non possedere tale influenza, la adopera ugualmente

in modo implicito;

 

5. la caratteristica del linguaggio direttivo è che, sia che venga

disubbidito sia che venga messo in opera, produce

informazioni;

 

6. la comunicazione suggestiva è la mossa strategica più adatta da

utilizzare durante la psicoterapia, che riteneva essere “una

partita a scacchi”.

 

7. il sintomo non va visto come l’espressione di un contenuto

mentale posto all’interno dell’individuo, ma come una

modalità di trattare le altre persone (Haley, 1963).

Haley sosteneva che nel passaggio dallo studio del singolo a quello

del sistema composto da più persone, entrava in gioco la

comunicazione. Essa era intesa secondo un duplice aspetto: da una

parte durante l’interazione un soggetto tenta di influenzare l’altro e di

ottenere il controllo della relazione, dall’altra egli comunica che non

può fare diversamente (Haley, 1963).

L’individuo dunque, secondo Haley, vive imbrigliato in contesti

gerarchici i cui rapporti, di dominio o di subordinazione, tendono a

travasarsi da contesto a contesto. Le gerarchie di potere si ripresentano

in terapia analogamente alle strutture osservabili durante le interazioni

quotidiane dei soggetti. La conseguenza è che, siccome l’uomo non

possiede adeguate risorse per fermare il fluire intercontestuale di

queste caratteristiche relazionali, il compito del terapeuta diviene

quello di acquistare potere per far giungere il paziente, in modo

inconsapevole, ai comportamenti necessari alla riorganizzazione di tali

pattern d’interazione. Attraverso l’influenza interpersonale e la

suggestione comunicativa, diviene possibile modificare quei

comportamenti patologici che rispecchiano le gerarchie apprese nei

diversi contesti.

Il sintomo, dunque, rappresenta metaforicamente le strutture di

relazione del paziente ed è affrontato e combattuto con le sue stesse

armi. Infatti, è proprio l’utilizzo di metafore e paradossi, nonché della

comunicazione ipnotica, che fornisce all’individuo nuove disposizioni

funzionali nei confronti dell’ambiente. Il sintomo viene inteso come un

comportamento appreso dal sistema d’appartenenza e messo in atto

dall’individuo per porre delle limitazioni alle persone che lo

circondano. Se il terapeuta gli impone d’usarlo attraverso ingiunzioni

paradossali, egli non sarà più in grado di utilizzarlo a questo fine.

Infatti, il paziente effettua, con l’esposizione del suo problema, una

comunicazione paradossale, in cui l’individuo annuncia di fare

qualcosa ma di farlo indipendentemente dalla sua volontà. Solo

attraverso la suggestione e il contro-paradosso dei doppi legami

terapeutici, è possibile, secondo Haley, guidare il paziente al di fuori di

queste affermazioni che irrigidiscono la realtà dell’individuo.

Queste affermazioni sono portate in terapia sia attraverso canali

verbali che non verbali, ed è attraverso gli stessi canali che il terapeuta

deve agire per distruggere il compromesso implicito che perpetua il

sintomo, attraverso le relazioni di potere nei vari contesti gerarchici

vissuti dall’individuo (Haley, 1973).

Seppur la manipolazione dell’altro può sembrare portata agli

estremi nell’opera di Haley, è importante sottolineare che il potere nel

terapeuta si spoglia dei connotati di sfruttamento e predominanza, per

divenire uno strumento di sostegno e di presa in carico dei problemi

del paziente. Infatti, se da un lato è vero che viene impartito un ordine,

dall’altro viene richiesto che il paziente non risponda come un automa,

ma in modo naturale anche se ciò avviene con l’ingiunzione

paradossale: “Sii spontaneo!”.

Aiutare le persone a comunicare, e quindi a relazionarsi in modo

efficace, significa spezzare quel circolo vizioso nel quale

comportamenti e comunicazione si rinforzano a vicenda, fino alla

manifestazione oggettiva del sintomo. L’attenzione si volge dunque

all’“hic et nunc” della relazione terapeutica, ma allo stesso tempo mira

a modificare quei modelli d’approccio appresi nel passato e che sono

visti l’unico modo di relazionarsi al contesto nel futuro (Haley, 1963).

L’importanza della dimensione temporale nella vita quotidiana sarà

ripresa da Gulotta (1997), quando afferma l’importanza del presente

della persona che chiede aiuto poiché in esso è racchiuso il ricordo del

passato e la dimensione del futuro costituita dalle speranze, dalle

aspettative, dai desideri dell’individuo.

I concetti di Haley, infine, riguardo il ruolo del potere e della

suggestione nell’ottenere cambiamenti terapeutici, saranno alla base

della nascente psicoterapia strategica, che ci accingiamo ad affrontare

nel prossimo capitolo.

 

Valeria Varrastro, La psicologia della comunicazione, Franco Angeli

 

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