La prassi clinica in terapia strategica: processualità e procedure di Paul Watzlawick
mercoledì 01 settembre 2010
Non posso certo dire se sarà meglio,
quando sarà diverso, ma
posso dire è necessario che cambi, se deve
migliorare
G.C
Lichtenberg, Libretto di consolazione
Prima di inoltrarci nell'esposizione
della prassi clinica, è bene ribadire alcuni basilari concetti del nostro
approccio alla terapia.
La relazione tra
terapeuta e paziente, in terapia strategica, non è una sorta di «amicizia a
pagamento», né tanto meno è un rapporto di «consolazione» o di «confessione», ma è
una sorta di partita a scacchi tra il terapeuta ed il paziente con i suoi problemi. Come
nel gioco degli scacchi ci sono: un sistema di regole del gioco, un processo di fasi
evolutive ed una serie di
consolidate strategie per specifiche situazioni al fine di portare a conclusione con successo la partita.
In questo capitolo
verrà esposta, puntualmente, in analogia con i manuali di scacchi, la usuale
«processualità» della terapia, dal primo incontro tra terapeuta e paziente alla
conclusione
del trattamento.
All'interno di tale
presentazione saranno anche presentate in dettaglio una serie di consolidate
strategie e specifiche tecniche terapeutiche, ossia saranno esposte le usuali
procedure dall'apertura della partita allo scacco matto conclusivo.
Certamente non
vogliamo con ciò essere esaustivi riguardo al repertorio delle possibili strategie
applicative, in quanto le combinazioni di mosse e contromosse in una partita
sono illimitate
e dipendono dalla interazione tra i due giocatori, terapeuta e paziente nel
nostro caso.
Bisogna però ricordare
che esiste un'importante dimensione per la quale l'analogia tra terapia e gioco
degli scacchi non è sostenibile, per la quale addirittura si entra in una stridente imparagonabilità;
questa è rappresentata dalla fondamentale caratteristica dei due tipi di «gioco».
Gli scacchi sono un
gioco a «somma uguale a 0» (von Neumann 1944), ossia un gioco che prevede
obbligatoriamente un vincitore e un vinto; mentre la terapia è un gioco «a somma diversa da 0»,
ossia un gioco nel quale non esistono vincitori e vinti, ma obbligatoriamente
vincono o perdono entrambi i giocatori. Infatti, se il terapeuta riesce a risolvere i
problemi del paziente, aggirando la sua resistenza al cambiamento, entrambi ne
escono vincenti; il terapeuta soddisfatto di sé professionalmente ed il paziente
contento per essersi liberato dei suoi problemi. Se la terapia fallisce ed egli
perde la partita, entrambi sono perdenti in quanto il paziente si tiene i suoi problemi
irrisolti ed il terapeuta la frustrazione e la delusione professionale. Perciò
riteniamo che, qualunque strategia il terapeuta utilizzi per vincere il più
rapidamente possibile la sua partita con i problemi del paziente, anche quando
utilizza forme manipolative, ciniche ad apparentemente disumane di strategia, questa
assuma un profondo valore etico.
La processualità e le procedure della
terapia
La terapia strategica
è un intervento terapeutico usualmente breve (Per terapia breve intendiamo qui un
intervento con durata sotto le venti sedute), orientato all'estinzione dei sintomi e alla
risoluzione del problema/i presentato dal paziente/i. Questo approccio non è una terapia
comportamentista ma una ristrutturazione e modifica del modo di percepire la
realtà e le derivanti reazioni comportamentali del paziente/i.
I terapeuti strategici
partono dalla convinzione che la risoluzione del problema richieda la rottura del
sistema circolare di retroazioni che mantiene la situazione problematica, la ridefinizione della
situazione e la conseguente modifica delle percezioni e delle concezioni del mondo che
costringono la persona alle risposte disfunzionali.
Da questa
prospettiva, il ricorso a notizie o informazioni sulpassato o sulla
cosiddetta «storia clinica» del soggetto rappresenta solo un mezzo per poter mettere a punto le migliori
strategie di risoluzione degli attuali
problemi, e non una procedura
terapeutica come in psicoanalisi.
Il terapeuta, sin dal
primo incontro con il paziente, invece che studiare il suo passato focalizza
l'attenzione e la valutazione su:
a.cosa avviene all'interno dei
tre tipi di interazione interdipendenti
che il soggetto vive con se stesso, con gli altri e con il mondo;
b.come il problema
presentato funziona all'interno di tale sistema relazionale;
e. come il soggetto ha cercato sino
ad ora di combattere o risolvere il problema (tentate soluzioni);
d. come è possibile cambiare tale situazione
problematica nella maniera più rapida ed
efficace.
Dopo aver costruito
una o più ipotesi sui punti citati, e dopo aver concordato con il paziente/i gli
obiettivi della terapia, mette a punto e applica le strategie per la
risoluzione del problema presentato.
Se il trattamento
funziona si osserva, di solito, una netta riduzione sintomatica, sin dalle prime battute della cura, ed un progressivo
cambiamento nel paziente nelle maniere di percepire se stesso, gli altri e il mondo. Ciò sta a significare che il suo punto di osservazione della realtà
gradualmente si sposterà dalla rigidità, tipica del sistema
percettivo-relazionale che manteneva
la situazione problematica, verso un'elasticità di percezione e disposizione nei confronti della realtà, con un progressivo innalzamento dell'autonomia personale e
dell'au-tostima dovuta alla constatazione della possibilità di risoluzione del problema.
A questo punto, passando alla
trattazione stadio per stadio della terapia, per meglio esporre la processualità,
possiamo schematizzare
le sue fasi come segue:
Scheda riassuntiva delle fasi del
trattamento: (Questa scheda è una rielaborazione delle fasi del trattamento strategico tratto da Weakland e
Nardone)
1.primo contatto e
costruzione della relazione terapeutica;
2.definizione del
problema (sintomi, disturbi, conflitti);
3.accordo sugli
obiettivi della terapia;
4.individuazione del
sistema percettivo-reattivo che mantiene il problema;
5.programmazione
terapeutica e strategie di cambiamento;
6.conclusione del
trattamento.
Qui di seguito
tratteremo per esteso ognuna di queste sei fasi della terapia; per una diretta
esplicitazione rimandiamo all'esposizione
dei casi clinici.
1. Primo incontro
e costruzione della relazione terapeutica
II primo contatto con il paziente è un
momento molto importante del trattamento - già Aristotele diceva che un buon
inizio è metà del lavoro. In questa fase di apertura della terapia l'obiettivo primario è
quello di creare una relazione interper-sonale connotata da contatto, fiducia e
suggestione positiva, all'interno della quale condurre l'indagine diagnostica e
le prime
manovre di acquisizione di potere di intervento. A questo fine la strategia
fondamentale è quella di osservare, imparare e parlare il
linguaggio del paziente. In altre parole, il terapeuta deve entrare in sintonia con le
modalità rappresentazio-nali della persona che sta chiedendo aiuto. Ciò
significa che deve adattare il proprio linguaggio e le proprie azioni alle «immagini del mondo»
e allo stile comunicativo del paziente. Ad esempio, se quest'ultimo è una persona
razionale e fortemente legata a categorie logiche, il terapeuta dovrà parlare e
agire in
termini estremamente logici e razionali, senza alcun volo pindarico; se
invece si trova davanti una persona fantasiosa e poetica dovrà parlare e agire in termini fantasiosi,
creativi e poco legati a categorie rigidamente logiche. Come si può ben capire, questa manovra iniziale è il contrario
di ciò che avviene usualmente in psicoanalisi, dove è il paziente che
deve apprendere il linguaggio e le teorie
psicoanalitiche per essere introdotto
e procedere nella cura.
Dalla nostra
prospettiva, questa prima mossa è fondamentale perché è mediante l'accettazione di ciò
che il paziente cioffre e parlando il suo stesso linguaggio che si stabilisce quel clima di
contatto interpersonale e quella suggestione positiva che rende possibile
«manipolare» e dirottare le sue azioni: in altre parole, assumere potere terapeutico ed
aggirare la resistenza al cambiamento. Come quando un buon venditore, per riuscire a far
acquistare la sua merce, accetta tranquillamente ogni affermazione del cliente,
lo segue con disponibilità nelle sue pretese senza contraddirlo, fino a
condurlo con pazienza ad acquistare, tramite una sorta di persuasione passiva,
la sua merce,
utilizzando questa tecnica con il deprecabile fine di abbindolare le
persone. Un buon terapeuta, nel primo contatto con il paziente, deve fare più o
meno la stessa cosa ma con il fine positivo di indurlo ad acquistare grande
motivazione e fiducia, dargli suggestione positiva e condurlo senza negare le sue
convinzioni ad eseguire nel prosieguo della terapia azioni anche completamente
contrarie alle sue attuali concezioni. Per una più approfondita trattazione di
questa strategia comunicativa in terapia si rimanda a p. 76, mentre in questa sede procediamo alla
descrizione della seconda fase del trattamento che è, tra l'altro, contemporanea e si
interseca con la prima.
2. Definizione del problema
Nel procedere nella maniera
sopradescritta, ai fini di un'indagine focale delle problematiche presentate
dal paziente, è fondamentale chiarire in maniera concreta il problema ed
il sistema
interattivo disfunzionale che lo mantiene. Sin dalla prima seduta il terapeuta
deve focalizzare le problematiche, basandosi sull'osservazione della persona e
sull'esplicazione da parte di questa del suo disturbo nel modo più chiaro e
definito possibile, in modo da identificare concretamente le matrici pragmatiche del
presente problema. A volte questa operazione non risulta facile da eseguire in tempi
brevi, le persone spesso sono
vaghe nel descrivere i loro problemi ed è necessario approfondire bene la conoscenza della realtà che il soggetto
vive, prima di poter definire insieme a lui il problema e passare alla fase più attiva del trattamento. Ma
questo non devefar entrare in crisi il terapeuta, perché le sedute di
chiarificazione
del problema, se eseguite seguendo la tecnica sopracitata del «ricalco»6 dello stile
comunicativo della persona in trattamento,
sono già vere e proprie forme di intervento terapeutico, e non è raro osservare già in questa prima
fase esplorativa dei miglioramenti sintomatici. A tal riguardo, è utile ricordare ai clinici il famoso «effetto Hawthorne»/ fenomeno
che gli psicologi sociali conoscono
bene, per riflettere su come il solo fatto di sapere che qualcuno si sta
prendendo cura di noi possa influenzare positivamente la nostra situazione.
Inoltre, una volta avuta una immagine
più chiara e concreta del problema,
sarà molto più agevole trovare la soluzione più rapida ed efficace; quindi il tempo apparentemente perduto
nella fase cosiddetta diagnostica
verrà recuperato nella fase prettamente
operativa.
Riguardo alla
definizione e valutazione del problema presentato, il terapeuta deve tener
conto di alcune caratteristiche generali dei problemi umani che permettono di
analizzare e di inquadrare meglio la specifica situazione che egli si trova a fronteggiare.
Secondo Greenberg
(1980), esistono tre categorie generali di problematiche nelle quali le persone si
dibattono:
a.l'interazione tra il soggetto e se stesso;
b.l'interazione tra il soggetto e gli altri.
A queste due categorie
generali noi aggiungiamo una terza categoria di problematiche:
e. l'interazione tra il soggetto e il
mondo. Intendendo per mondo l'ambiente sociale, i valori e le norme che regolano
il contesto
nel quale il soggetto vive.
A nostro parere, se
anche una sola di queste tre categorie di interazione non funziona bene, anche le altre
vengono adessere non pienamente funzionanti. Infatti, le tre aree di relazione, componenti
ineluttabili dell'esistenza di ogni individuo, sono interagenti e si influenzano
reciprocamente, in una forma circolare di interdipendenza. Ciò che appare importante nella
prospettiva di una terapia focale dei problemi presentati, è rilevare come questa
circolante di interdipendenza funzioni e se una delle tre dimensioni sia più direttamente sentita
dal paziente, perché in quel caso questa sarà la prima area di intervento attraverso
la quale modificare tutto il sistema percettivo-reattivo, tipico della
situazione problematica del paziente stesso.
A tal fine, nel
definire concretamente il problema, il terapeuta deve trovare la risposta alla serie
delle seguenti domande che riteniamo una succinta linea guida di indagine
diagnostica
strategica:
Quali sono gli osservabili pattern di comportamento usuali
del paziente?
Che cosa il paziente identifica come problema?
In quale modo il problema si manifesta?
Con chi il problema appare, peggiora o si maschera o non
appare?
Quando, di solito, si manifesta?
Dove e in quali situazioni?
Con quale frequenza ed intensità si manifesta?
In quale contesto/i appare?
Cosa è stato fatto e cosa viene correttamente fatto (sia da
solo che con altri) per risolvere il problema?
Che equilibrio regge il problema? A cosa serve? Qual è la
sua funzione? A chi o cosa porta benefici?
Chi potrebbe essere danneggiato dalla
risoluzione del problema?
Crediamo, in termini
di efficienza terapeutica, che una volta conosciuti e chiariti tali interrogativi
il terapeuta sia già in grado di programmare e mettere in atto con successo le strategie orientate
alla rottura del circolo vizioso di azioni e retroazioni che mantiene il
problema.
3. Accordo sugli
obbiettivi della terapia
La definizione degli obbiettivi della
terapia, che può apparire a prima vista una cosa ovvia, a nostro parere rappresenta
un'esigenza
pragmatica importante che ha una duplice funzione:
a.da una parte questa è una buona forma di guida metodologica per il terapeuta, in quanto rappresenta una
focalizzazione della programmazione
terapeutica verso una direzione precisa,
con una serie di obiettivi graduali da raggiungere che garantiscono una progressiva verifica e controllo
del lavoro;
b.dall'altra parte, la definizione degli obbiettivi rappresenta per il paziente una suggestione positiva, in
quanto la negoziazione e l'accordo
sulla durata e sui fini della cura possiedono il potere di rinforzare e di aumentare la sua collaborazione e fiducia nell'esito terapeutico.
Egli si sente parte
attiva del progetto di cambiamento e ha l'impressione di essere lui a controllare lo
sviluppo della terapia. Inoltre, se il terapeuta concorda l'obbiettivo da raggiungere, egli trasmette
al paziente il messaggio: «Io credo che tu abbia la possibilità e le capacità di raggiungere lo scopo che ci prefiggiamo» oppure: «Io credo che tu ce la farai a
risolvere i tuoi problemi.» Questo
tipo di messaggio è una forte suggestione
nella direzione del cambiamento e mobilita, usualmente, nel paziente forti reazioni positive di
collaborazione.
A questo riguardo gli
esperimenti di Rosenthal8 sull'effetto che ha l'aspettativa
dello sperimentatore sul comportamento dei soggetti dell'esperimento, dimostrano
l'enorme potere che può avere l'aspettativa che una persona trasmette ad
un'altra in
relazione al suo comportamento e alle sue possibilità. Tali esperimenti dimostrano
anche che se questa aspettativa è positiva e fiduciosa può migliorare di
parecchio la performance del soggetto nel Teseguire le prove richieste. Del
resto, in ipnoterapia,
è da sempre risaputo che più l'ipnotista esprimela sua sicurezza ed aspettativa riguardo al fatto di far
entrare in trance il soggetto, tanto più facilmente il soggetto cade in trance.
In conseguenza di
queste riflessioni, l'accordo sugli obbiettivi della terapia non può più apparire una
cosa ovvia su cui non perdere tempo.
Infine, nel concordare
gli obbiettivi e nel programmare la terapia, è molto importante anche che il
terapeuta costruisca una scala graduale e progressiva di piccoli obiettivi, che
facciano apparire al paziente il trattamento non troppo incalzante ed
ansiogeno. Ciò perché non si deve far sentire al soggetto una spinta
eccessiva verso il cambiamento, ma si deve dare l'impressione di una prassi sistematica
e precisa con obiettivi concreti da raggiungere che non sembrino eccessivamente impegnativi. Si rischia altrimenti, dando
l'impressione di voler correre troppo, di far
andare fuori strada il trattamento. Si è infatti rilevato che, chiedendo di andare piano, si ottiene paradossalmente una maggior velocità nella promozione
di cambiamenti; mentre, se si pretende
di accelerare troppo, si ottiene un
irrigidimento della resistenza e un rallentamento nel processo di cambiamento o
addirittura la fuga da una terapia che
spaventa.
4. Individuazione del sistema
percettivo-reattivo che mantiene il problema
Dopo l'esecuzione delle prime tre fasi del
trattamento sempre nel corso dei primi incontri, il terapeuta deve studiare attentamente la situazione
presentata dal paziente e trovare quali sono i punti cardine sui quali questa si
regge. Ossia trovare le leve più vantaggiose sulle quali premere per ottenere
il cambiamento
della situazione problematica. Quindi, oltre a definire chiaramente il
problema sulla base di quanto espresso nella fase 2 (vedi paragrafo 2), è necessario rilevare con precisione come si mantiene il problema e quale dei
fattori che lo mantengono può essere
individuato come quello su cui intervenire con maggiore probabilità di
successo.
Dall'esperienza clinica ci viene l'indicazione che moltospesso sono proprio i
tentativi di risolvere il problema che lo mantengono. Il vero problema diventa
la soluzione, ripetutamente tentata, del problema iniziale.
In pratica, come
nell'aneddoto già citato dell'ubriaco che cerca la chiave perduta, ciò che rende la
situazione problematica, al di là dell'evento dello smarrimento della chiave
che di per sé non è un fatto
«patologico», è la soluzione messa in atto dall'ubriaco:
ossia il cercare la chiave sotto il lampione, dove egli, tra l'altro, sa di non averla perduta.
L'ostinata persevera-zione in tale
risposta al problema conduce alla manifestazione psicopatologica. Di solito poi
lo stesso tipo di soluzione viene generalizzato e trasferito ad altre
situazioni che così diventeranno
anch'esse problematiche. In questi casi, per produrre rapidamente il
cambiamento, si deve intervenire sulle soluzioni
disfunzionali utilizzate dal paziente per risolvere il proprio problema. A tal fine il terapeuta deve individuare
qual è la soluzione fondamentale e ridondante utilizzata dal paziente, ed
intervenire direttamente su di essa.
Un altro importante
focus della valutazione, in questa fase della terapia, è rappresentato dall'attenta
valutazione delle interazioni sociali che possono influenzare le soluzioni tentate dal paziente o
addizionarsi ad esse. Questo è importante per capire se è il caso di intervenire
direttamente su queste sequenze interpersonali oltre che sulle tentate soluzioni,
o se addirittura sia
vantaggioso intervenire soltanto sulla riorganizzazione di tale sistema
relazionale, lasciando da parte le tentate
soluzioni del singolo che verrebbero influenzate dal cambiamento dell'intero
sistema.
Per essere più chiari,
con ciò si intende dire che il terapeuta deve valutare attentamente caso per
caso se è più efficace alterare il sistema percettivo-reattivo disfunzionale
del singolo
paziente intervenendo direttamente su di esso e producendo per reazione a
catena la modifica di tutto il suo sistema relazionale interpersonale. Oppure se è più
efficace intervenire sul sistema di relazioni interpersonali familiari, allargando la terapia a più
soggetti, in modo che, come conseguenza del cambiamento delle sequenze interattive di
più persone, cambi il sistema percettivo-reattivo della singola persona
problematica.
Come riferito in
precedenza, è necessario rilevare quale delle tre aree di relazione, quella con se
stesso, quella con gli altri o quella con il mondo, offra i maggiori vantaggi
come primo
focus dell'intervento terapeutico per poi, sulla base di questa rilevazione,
scegliere il trattamento individuale, indirettamente sistemico, o il trattamento
direttamente sistemico che coinvolge la risoluzione dei sintomi del singolo.
Dunque, ci preme
ribadirlo ancora una volta, invece che indagare su presupposti fattori
intrapsichici o su presunti «traumi originari» nel passato, il terapeuta si interessa
delle azioni concrete della persona nel suo presente e delle retroazioni interpersonali
e sociali che egli riceve. È evidente che le azioni di un soggetto derivano in
gran parte dalle sue disposizioni
emozionali e concezioni rispetto alla realtà, ma si è convinti, come già chiarito in precedenza, che
anch'esse si modifichino effettivamente
solo mediante esperienze vissute in maniera concreta. Perciò, nella
individuazione di ciò che mantiene il
problema, e nella successiva predisposizione di strategie di cambiamento, si deve tener presente che
l'intervento terapeutico deve essere qualcosa
che produce una concreta esperienza di
cambiamento.
Riteniamo che il
terapeuta, se ha seguito correttamente le fasi sin qui esposte del trattamento,
sia in grado di trovare le più vantaggiose leve per il cambiamento e di predisporre
su queste
le strategie ad hoc per il caso.
5. Programmazione
terapeutica e strategie di cambiamento
Prima di trattare le specifiche
procedure che di solito vengono utilizzate in terapia, è bene chiarire che, secondo la
nostra ottica, non è possibile dividere nettamente le specifiche strategie terapeutiche da
tutto il resto del trattamento. Questo perché la comunicazione ed interazione
paziente-terapeuta rappresenta comunque un contributo al cambiamento. Infatti, a volte, il solo
comunicare tra paziente e terapeuta, nelle modalità descritte in precedenza,
può produrre effetti terapeutici.
Inoltre la
processualità stessa della terapia, così come è predisposta, è una strategia
terapeutica. Quindi la presente distinzione tra processualità e procedure
è una sorta di distinzione esplicativa,
ma in realtà le due componenti del processo terapeutico formano un sistema indivisibile nella pratica clinica.
Dopo questo doveroso
chiarimento, si possono presentare alcune delle più consolidate strategie
utilizzate in terapia, ma prima di fare ciò è indispensabile ribadire quello
che è un presupposto fondamentale dell'approccio strategico alla terapia. Ossia: è la
terapia che deve adattarsi al paziente e non il paziente alla terapia.
Su questa base, il
terapeuta, nel mettere a punto le strategie, si richiamerà alle tecniche già
utilizzate con successo su quello specifico tipo di problema ma, basandosi
sulle peculiari caratteristiche della persona problematica, sceglierà, o costruirà ex novo, le
procedure ad hoc per quel determinato caso.
Ad esempio la stessa
generale strategia cambierà radicalmente se applicata a un soggetto/i
appartenente ad un gruppo sociale o culturale di basso livello, oppure se
utilizzata con soggetto/i di alta levatura sociale e culturale. Non solo, ma sarà diversa se applicata
ad una persona estremamente fantasiosa e poetica o ad una persona marcatamente
iperrazionale. Come dicevamo in precedenza, è necessario imparare il linguaggio del
paziente e presentare l'intervento in tale lingua o sistema rappresentazionale.
In modo tale che lo stesso intervento non sia mai precisamente lo stesso, in
quanto viene modificato in base alle peculiari prerogative percettive e comunicative di ogni
diversa persona. Inoltre, se una strategia non funziona, verrà rapidamente sostituita o
addizionata con altre mosse terapeutiche.
Un'altra importante
riflessione preliminare, per ciò che riguarda la predisposizione delle tattiche per
produrre il cambiamento, è quella relativa al fatto che si è notato come sia molto produttivo
focalizzare l'attenzione del paziente su cambiamenti apparentemente banali, su piccoli
particolari della situazione.
Questo al fine di non far sentire al paziente di essere sottoposto a richieste esagerate rispetto alla percezione delle proprie risorse personali ed aggirare così
la sua resistenza al cambiamento.
In effetti, quelle
azioni minime, selezionate dal terapeuta, devono essere strategie indirette o coperte
per produrre un cambiamento molto più grande di quello che il paziente possa prevedere:
poiché, all'interno di un sistema, anche il cambiamento di un piccolo
particolare produce, per le leggi proprie della teoria dei sistemi, uno
squilibrio e una modifica all'interno dell'intero sistema. Il piccolo cambiamento,
infatti, innesca una reazione a catena di modificazioni all'interno del sistema
che hanno il fine di riequilibrare il sistema stesso. Ciò significa che
cambiamenti minimi, o apparentemente banali e innocui, possiedono un potere
dirompente, potere che deve essere utilizzato a pieno titolo in terapia.
Quando, mediante una
progressione di piccoli cambiamenti, il terapeuta ha condotto la persona alla
modifica delle sue azioni disfunzionali e delle sue «immagini del mondo», la terapia avrà raggiunto il
suo obbiettivo.
Infine, prima di
esporre direttamente le procedure tera-peutiche, è fondamentale anche chiarire che
la loro efficacia dipende, oltre che dalla loro specifica validità per
particolari sintomatologie o problemi, soprattutto dall'influenza personale o carisma del
terapeuta. Fattore, questo, che noi riteniamo determinante in terapia. In altre
parole, l'efficacia di una strategia dipende molto dalla cornice di suggestione
all'interno della quale viene presentata al paziente in modo da indurlo ad una grande, e a
volte involontaria, collaborazione terapeutica, ossia ad una propensione al
cambiamento. Per creare questa cornice di suggestione e carisma, il terapeuta
deve imparare ad utilizzare ciò a cui abbiamo fatto riferimento in apertura del volume
con i concetti di «linguaggio ingiuntivo» nella definizione di Spencer Brown, e
di «atti verbali perfor-mativi» nella accezione di Austin (vedi p. 23 ss.).
Questo tipo di comunicazione terapeutica, della quale l'approccio ipnotico alla
terapia di Erickson è stata la più grande lezione, è una delle fondamentali
prerogative della terapia strategica. Tale particolare forma suggestiva di comunicazione
è ciò che definiamo ipnoterapia senza trance. Con il deliberato ricorso
a questa,
il terapeuta si assume, nell'interesse del paziente, laresponsabilità di
utilizzare le procedure di suggestione ipnotica efficaci ed efficienti per influenzare e cambiare
rapidamente la situazione problematica
presentata.
Dopo questa necessaria
premessa, possiamo passare alla descrizione di alcune delle più ricorrenti
procedure terapeuti-che utilizzate nel nostro approccio ai problemi umani.
Le strategie deputate
alla soluzione di tali problemi possono essere suddivise in due grandi categorie
di intervento:
a.Azioni e comunicazione terapeutica
b.Prescrizioni di comportamento.
5.a. Azioni e comunicazione terapeutica? 5.a.l. Imparare e
parlare il linguaggio del paziente La prima procedura da trattare nella
categoria delle azioni che il terapeuta deve eseguire durante le sedute è
certamente quella che rappresenta uno stile di comunicazione fondamentale in
terapia strategica, già ripetutamente citata nella nostra esposizione. Ossia: imparare
ed usare il linguaggio del paziente.
Questa fondamentale
tecnica di comunicazione proviene, nella sua versione applicata alla
psicoterapia, dalla ipnosi ericksoniana.
Il grande ipnotista
trasferì al linguaggio terapeutico modalità comunicative da lui utilizzate per le
induzioni di trance. Infatti, nell'induzione ipnotica, si asseconda lo stile
percettivo e comunicativo del soggetto, assumendone lentamente e progressivamente il
controllo sino ad indurlo a lasciarsi andare e cadere in trance.
Bandler e Grinder (1975)
definiscono questa strategia comunicativa la tecnica del ricalco. Essi avevano
studiato questa forma di comunicazione nel comportamento terapeutico di Milton Erickson.
Avevano rilevato che egli adottava nei primi contatti con i suoi pazienti il loro
stesso linguaggio e le loro stesse forme di rappresentazione della realtà. Non
solo,ma
nel suo stile di ipnotista imitava perfino il linguaggio non verbale dei suoi
pazienti, in maniera tale da metterli completamente a proprio agio ed assumere
gradualmente il potere di influenzarli con le sue suggestioni e prescrizioni.
Ma il potere e
l'efficacia di questa tecnica di persuasione non è una scoperta di Erickson, in
quanto essa era già ben conosciuta nella retorica classica. Aristotele ad esempio
nella sua
Retorica ad Alessandro, affermava, in assonanza con i sofisti, che se si vuol
persuadere qualcuno lo si deve fare attraverso le sue stesse argomentazioni. Inoltre
la psicologia sperimentale ha dimostrato da tempo la predisposizione degli esseri umani ad essere
attratti e a subire l'influenza delle cose che appaiono simili o familiari a se
stessi.
Tale conoscenza è
utilizzata in maniera massiccia e con finalità non certo nobili, come quella di aiutare
la persona a risolvere i propri problemi, dai professionisti della persuasione di massa. Robert
Cialdini, psicologo sociale, dedito da anni allo studio delle strategie di persuasione,
in una ricerca condotta sulla vendita di contratti assicurativi ha rilevato
sperimentalmente che «i clienti tendono più facilmente a stipulare il contratto quando il
venditore presenta con loro una somiglianza in qualche campo: età, religione, idee,
linguaggio ecc.» (Cialdini 1989, 137) senza rendersi conto che gli assicuratori
sono addestrati ad
assecondare e ricalcare il linguaggio e le idee del cliente, per trovare quei punti di contatto interpersonale utili ad ottenere la firma del contratto. Lo stesso
ricercatore ha indagato, con risultati positivi, sull'uso di tale
tecnica comunicativa al fine di ottenere la
simpatia delle persone. Cialdini illustra anche come alcune pubblicità di
grande successo siano costruite ricalcando l'immagine sociale e l'usuale
linguaggio del fruitore del messaggio.
Sulla scorta di tali
dati, è evidente come in psicoterapia sia importante utilizzare una tecnica
comunicativa che permetta di essere rapidamente in grado di influenzare il
comportamento altrui. I pazienti chiedono di essere influenzati per cambiare la loro
attuale situazione problematica, ma di solito oppongono inconsapevolmente resistenza
al cambiamento Con questa strategia di comunicazione tale resistenza viene ridotta.
Tuttavia, il
prerequisito per cui questa procedura comunicativa produca tali effetti è che
venga eseguita con grande naturalezza e senza che appaia come un'artificiosa
manovra, altrimenti
può produrre l'effetto contrario a quello desiderato, perché le persone
si sentono prese in giro e si irrigidiscono di più. A tal fine il terapeuta deve essere
bene addestrato ad utilizzare questa tecnica di pragmatica della comunicazione.
Tale apprendimento
tecnico ricorda molto l'addestramento di un attore in quanto il terapeuta deve
imparare a gestire il proprio stile comunicativo e le proprie caratteristiche
espressive
in modo da adattarle con naturalezza ai diversi contesti relazionali che si
vengono a creare nelle interazioni con i diversi pazienti.
In questa direzione,
è indispensabile un buon training che preveda l'osservazione e lo studio di
situazioni terapeutiche simulate, l'utilizzo del videoregistratore per poter
riosservare se stessi: sino a far divenire tale tecnica una forma spontanea di comunicazione
interpersonale.
Riteniamo questo
lavoro formativo alla pragmatica comunicativa anche un ottimo esercizio per
l'elasticità mentale in quanto, se una persona apprende ad adattare il suo
linguaggio a diverse situazioni, contesti e stili personali, impara anche a spostare
continuamente il suo punto di vista della realtà. Prerogativa, quest'ultima,
essenziale per poter essere in grado di risolvere i tanti diversi tipi di problemi
umani.
5.a.2. La ristrutturazione
La ristrutturazione è una delle più sottili
tecniche di persuasione. Ristrutturare significa ricodificare la percezione della realtà di
una persona senza cambiare il significato delle cose ma cambiando la loro
struttura. Non si cambia il valore semantico di ciò che la persona esprime, ma
si cambiano le cornici all'interno delle quali inserire tale significato. Ovviamente, cambiando
la cornice, si cambia in maniera indiretta il significato stesso. Questo perché,
ponendo uno stesso evento all'interno di diversi contesti e guardandolo da prospettive diverse,
questo cambia completamente il suo valore.
La realtà, abbiamo ripetuto molte volte nel
corso dell'esposizione, è determinata dal punto di osservazione da cui il soggetto la guarda; se si
cambia tale punto di osservazione, la realtà stessa cambia.
Nel ristrutturare
un'idea o concezione di una persona, non si mette in discussione l'idea o la
concezione ma si propongono diversi percorsi logici e diverse prospettive di
approccio a tali idee e concezioni. Non si cambia il contenuto del quadro ma solo la cornice, però, cambiando la
cornice, si altera il contenuto stesso del
quadro. Per chiarire la struttura e l'efficacia persuasiva di tale procedura,
facciamo un esempio storico. Durante il XV secolo, il potere imperante della
Chiesa cattolica si trovò di fronte al problema del culto pagano delle
acque che veniva praticato nelle campagne
toscane. La gente del luogo professava
e praticava particolari culti rivolti alle divinità delle acque di alcune sorgenti alle quali venivano attribuiti poteri soprannaturali.10 Le
autorità ecclesiastiche intervennero in maniera decisa, reprimendo
violentemente tali credenze e
distruggendo i luoghi di culto pagano sorti presso le sorgenti miracolose. Ad esempio, si narra che San
Bernardino da Siena, ali'incirca nel
1425, fece distruggere dai soldati un tempio pagano, che era sorto sul luogo in
cui si trova l'antica chiesa di Santa
Maria delle Grazie di Arezzo, dopo che le sue predicazioni contro tale culto pagano non avevano ottenuto alcun
risultato. Ma nemmeno il ricorso alla violenta repressione servì ad eliminare
il culto delle divinità delle acque. A questo
punto il santo e altri uomini di chiesa, ricordandosi, forse, ciò che
aveva fatto San Gregorio Magno qualche secolo prima trovarono la soluzione del problema, e attuarono la mossa risolutiva. Fecero costruire sulle rovine dei
templi pagani, dedicati alle divinità
delle sorgenti di acqua miracolosa, chiese consacrate al culto della Madonna (come appunto Santa Maria delle
Grazie, nei pressi di Arezzo, o la chiesetta della Madonna del Parto a Monterchi). E cominciarono
essi stessi ad incentivare il culto di
quei luoghi, affermando che le sorgenti
possedevano virtù miracolose per effetto della presenza della Vergine. Essi in
pratica ristrutturarono, in maniera veramente geniale, la percezione religiosa
e le credenze popolari, conducendo le
popolazioni al culto cristiano della Madonna.
Analizziamo questa
manovra. In una situazione nella quale non avevano prodotto alcun risultato né le
prediche né la violenta repressione, ha avuto successo una mossa strategica che ha assecondato le
credenze e i culti popolari, ma che ha inserito in essi una variabile nuova che ha
cambiato totalmente la prospettiva di percezione dei fenomeni motivo di culto.
In maniera
tale che è venuto a modificarsi completamente il tipo di culto, mutatosi da
pagano in cristiano.
Un esempio clinico di
tale manovra può essere la ristrutturazione della percezione dell'aiuto e del
sostegno da parte di un paziente fobico.11 A tale tipo di paziente
viene dichiarato che, senza dubbio, egli adesso ha bisogno e non può fare a meno dell'aiuto e del
sostegno delle persone intorno a lui. Ma si dichiara anche, mediante una
dissertazione sui doppi messaggi all'interno della comunicazione interpersonale, come
tale
sostegno, apparentemente utile, possa far aggravare le sue sintomatologie. In pratica, si dirotta la
forza della paura che lo conduce a chiedere
aiuto nella direzione della cessazione di tale comportamento di richiesta di
sostegno.
Le ristrutturazioni
possono essere atti comunicativi puramente verbali, oppure anche determinate azioni
del terapeuta che conducono la persona ad uno spostamento di prospettiva. Così come effetti di
ristrutturazione possono essere prodotti mediante prescrizioni di comportamento, delle
quali ci occuperemo più avanti.
La ristrutturazione,
inoltre, può avere vari livelli di complessità. Si va da semplici ridefinizioni
cognitive di un'idea o di un comportamento, all'uso di metafore e
suggestioni evocative, sino a complicate ristrutturazioni paradossali.
Potremmo anche
affermare, in senso generale, che ognuna delle strategie terapeutiche presentate
in questo paragrafo, rappresenta una forma di ristrutturazione in quanto tutte
tendono,
mediante procedure diverse, a modificare il punto di vista e il
comportamento del paziente. C'è, poi, chi afferma (Simon et al. 1985, 286), che la
ristrutturazione, nella sua verbale forma di dialogo, sia la manovra principe
di tutte le forme di psicoterapia, in quanto
il fatto di dover cambiare la «mappa mentale»
del soggetto in cura è ciò che accomuna tutti gli interventi psicoterapeutici.
Per quanto ci riguarda, crediamo che la ristrutturazione non abbia niente a che
vedere con le interpretazioni della realtà, o con il lavoro di attribuzione di significato alle emozioni. Questa strategia
persuasiva non lavora direttamente e
prioritariamente sugli aspetti semantici della rappresentazione della realtà, ma sulla sua struttura percettiva,
sulla quale si basano poi le rappresentazioni ed i comportamenti soggettivi.
Il terapeuta
strategico, a livello semantico, non offre spiegazioni rassicuranti sul significato
delle cose, non offre certezze interpretative, ma al contrario utilizza la
sottile arma del dubbio. Nelle manovre verbali di ristrutturazioni, infatti, si devono suscitare
dubbi che spostino l'usuale rigidità percettiva-reattiva dei pazienti, aprendo
delle falle nei loro sistemi cognitivi e comportamentali. Il maggior potere del
dubbio
rispetto alla logica spiegazione razionale, in qualità di elemento che scardina
le rigide posizioni mentali, è ben espresso da Newton Da Costa,12
emerito studioso di logica all'Università di San Paolo in Brasile. Egli sostiene
che, per far cambiare opinione ad una persona, è di gran lunga più efficace inserire dei
dubbi nella sua logica, piuttosto che dimostrare in maniera completa e
logico-razionale la non esattezza o non funzionalità delle sue idee o
comportamenti.II dubbio è un tarlo, una volta immesso, lavora da solo e lentamente cresce
divorando lo spazio delle preesistenti logiche.
Il dubbio mobilita
l'entropia del sistema, produce una lenta ma devastante reazione a catena, che può
condurre al cambiamento del sistema stesso.
Quindi riteniamo, in
accordo con Simon et al. (1985), che la ristrutturazione della «mappa
mentale» del paziente sia il fine di ogni psicoterapia; ma riteniamo anche che la
ristrutturazione, come tecnica utilizzata nell'approccio strategico, sia qualcosa di
completamente diverso dalla ricerca ddl'insight tipica di altri approcci
terapeutici.
L'arte della
ristrutturazione come tecnica di persuasione, inoltre, non è certamente una scoperta
nuova e nemmeno propria dell'ambito terapeutico; infatti, anche questa arma oratoria era ben conosciuta nell'ambito della
retorica classica e praticata soprattutto
dai sofisti che erano i maestri di tale manovra verbale persuasiva.
Tuttavia, tornando più
vicini al nostro tempo, la dimostrazione di come si possano cambiare le percezioni-reazioni di un soggetto senza lavorare direttamente sul
significato razionale che egli attribuisce alle cose, ma utilizzando forme di
ristrutturazione, ci proviene dalla
ricerca psicologica sociale.
È dimostrato
sperimentalmente, ad esempio, che esporre una merce in vetrina ad un prezzo basso e
vantaggioso rispetto al suo reale valore commerciale, utilizzare quindi come arma di persuasione
una razionale dimostrazione logica, è di gran lunga meno efficace, per la
vendita, dell'esporla con un prezzo decisamente superiore al suo valore reale (Cialdini
1984).
Ossia è più vantaggioso utilizzare come arma di persuasione, al posto
della logica razionale, l'apparente non logica del «se costa tanto deve assolutamente
possedere qualche virtù
nascosta in più rispetto a quella che costa meno». Ma ciò non è altro che un'efficace ristrutturazione,
attraverso il rialzo del prezzo, della
percezione che il compratore ha di tale merce.
Ma la dimostrazione
sperimentale più efficace di come, in effetti, certe suggestioni comunicative
possiedano una forzadirompente di cambiamento ci proviene da un esperimento di
E. Langer,
psicologa dell'Università della California.
In una coda di attesa per fare
fotocopie in biblioteca la richiesta di un favore da parte di una studentessa,
quella di non
rispettare l'ordine della fila, produce differenti effetti a seconda della sua
formulazione: «'Scusi, ho cinque pagine. Posso usare la fotocopiatrice, perché ho una
gran fretta?' L'efficacia di questa richiesta - con - spiegazione è stata quasi totale: il 95% degli
interpellati l'ha lasciata passare avanti nella fila. Si confronti questa percentuale di
successi con i risultati ottenuti con la semplice richiesta: 'Scusi, ho cinque pagine.
Posso usare la fotocopiatrice?' In questa situazione acconsentiva solo il
60%. A prima vista sembra che la differenza decisiva fra le due formule sia l'informazione aggiuntiva contenuta nelle parole 'perché ho una gran
fretta'. Ma una terza formula sperimentata
dalla Langer ha dimostrato che le cose non stanno esattamente così. A quanto
pare, a far differenza non era la serie intera di parole di senso compiuto, ma
solo la prima 'perché'. Invece di fornire una vera ragione per giustificare la richiesta, la terza formula si
limitava a usare il 'perché' senza
aggiungere nulla di nuovo: 'Scusi, ho cinque pagine. Posso usare la
fotocopiatrice, perché devo fare delle copie?'
Il risultato fu che ancora una volta quasi tutti (il 93%) acconsentirono, anche se non c'era nessuna
informazione nuova che spiegasse la
loro condiscendenza. Come il 'cip-cip' dei pulcini mette in moto la risposta
automatica della mamma tacchina, anche se proviene da una puzzola impagliata,
così la parola 'perché' faceva
scattare una risposta automatica di acquiescenza da parte dei soggetti
della Langer, anche se dopo il 'perché' non
veniva nessuna ragione particolarmente decisiva.» (Cialdini 1989, 12)
Questo esperimento
mostra chiaramente come si possano modificare le reazioni di persone mediante una
ristrutturazione della situazione per nulla logica né ragionevole, e anche il potere proprio di
certe forme suggestive di comunicazione di aggirare le resistenze e convinzioni
logico-razionali.
La ristrutturazione
non è dunque un modo diretto di attribuire significati, ma una tecnica di
scardinamento della rigida logica
di un soggetto. Essa apre nuovi orizzonti e possibilità di cambiamento all'apparente immutabilità delle cose
ingabbiate nella logica preesistente.
Il terapeuta, quando
ristruttura una realtà, deve, assecondando le modalità rappresentazionali del
paziente, condurlo a vedere le cose da punti di vista diversi da quelli
utilizzati in precedenza. Per
fare ciò, utilizza tecniche di suggestione, armi retoriche classiche e
paradossi logici. Tutte tecniche capaci, se ben
utilizzate, di alterare, anche solo momentaneamente, la percezione della realtà
del soggetto, in modo tale da aprire nuove
vie percettive e nuove possibilità di reazione nei confronti di tale realtà.
5.a.3. Evitare le forme linguistiche negative La terza strategia di
comunicazione terapeutica che andiamo ad esporre è direttamente connessa alla
prima e alla seconda, anzi possiamo dire che ne è una puntualizzazione.
La pratica clinica ha fatto evidenziare
che l'utilizzo di affermazioni negative nei
confronti del comportamento o delle idee
del paziente tende a colpevolizzarlo e a promuovere reazioni di irrigidimento e
rifiuto.
Anche nella pratica
dell'ipnosi si è notato che le formule negative producono l'irrigidimento e la
resistenza dell'ipnotizzando, ed infatti, durante un'induzione di trance, si
tende sempre a ricodificare
ogni ingiunzione negativa in forma positiva.
Su questa base, in
terapia, invece che criticare e negare l'operato del paziente, anche se questo è
assolutamente errato o disfunzionale, troviamo di gran lunga più produttivo
gratificare
la persona e, mediante tale gratificazione, dare delle ingiunzioni per la
modifica del suo comportamento. Facciamo un esempio: nei confronti di due genitori
estremamente iper-protettivi, che con le loro cure familiari castranti hanno indotto il figlio
all'insicurezza e alla labilità psicologica, la manovra del terapeuta sarà
quella di complimentarsi con loro e di gratificar/i per i grandi sforzi compiuti
nel! 'accudire un figlio così problematico, e per i loro grandi sacrifici
vissuti nel proteggerlo da tutti i possibili pericoli di questo mondo. «E siccome siete stati così bravi
fino ad ora, adesso dovrete esserlo ancora di più, e sono sicuro che sarete molto bravi nel fare in modo che egli ora si assuma le sue responsabilità» e qui
il terapeuta prescriverà azioni e
comportamenti decisamente contrari al loro precedente comportamento
genitoriale. In questo modo, invece
che colpevolizzare i due genitori per il loro errore educativo e per la loro castrante iperprotezione e
dire loro: non fate questo, non fate
quest'altro, avete sbagliato questo e quest'altro ecc, si utilizza la loro
carica interventista trasformandola, mediante una ricodificazione in forma
positiva e una prescrizione diretta, nel corretto e funzionale comportamento
educativo che condurrà alla risoluzione del problema presentato.
In questo esempio la
procedura terapeutica miscela tre tecniche diverse: evitare le forme negative, la
ristrutturazione, la prescrizione. Di solito tale manovra promuove una
partecipazione
ed una collaborazione in direzione del cambiamento anche di soggetti estremamente diffidenti
o irrigiditi nelle loro posizioni, e
soprattutto non incorre nelle reazioni negative prodotte dalla
colpevolizzazione del paziente rispetto alle proprie azioni. Il fatto che le sue azioni siano disfunzionali è un implicito della sua richiesta di aiuto, non ha
alcun bisogno di essere sottolineato
dal terapeuta.
Anche questa tecnica
di pragmatica della comunicazione viene utilizzata largamente nella persuasione
di massa e di vendita. Infatti, ogni venditore professionista conosce bene la regola del «non
contraddire mai il cliente» o del non dire assolutamente «che egli ha torto o che si
sbaglia». Ma sa che deve fare in modo invece che il cliente si senta sempre
nel giusto
e nella ragione anche quando, grazie all'attento lavoro del venditore, si
comporta in maniera opposta a quella dichiarata in precedenza. Questo, al pari di altri
esempi citati, mostra come uno strumento di persuasione possa divenire una
terribile arma nelle mani di
chi lo usi a fini di manipolazione fraudolenta.
Del resto, ogni efficace strumento può essere usato nel bene e nel male; sta all'uomo farne l'uso
migliore.
5.a.4. L'uso del
paradosso e la comunicazione paradossale
Riteniamo che il
ricorso al paradosso in terapia rappresenti una chiave di volta, spesso straordinariamente
efficace, per situazioni percettive-reattive rigide e connotate dalla presenza di
ridondanti sintomatologie comportamentali. Per questo suo potere, questa
procedura terapeutica ricopre un fondamentale ruolo nell'approccio strategico.
Il paradosso, come al
lettore è ben noto, è quel tipo di trabocchetto logico nel quale cade tutta la
logica razionalista classica.13 Esso, infatti, scardina la logica
aristotelica del «vero o falso», e l'ottica manicheista delle coppie di opposti
(bianco/nero,
bello/brutto, giusto/sbagliato) utilizzate come categorie per descrivere
la realtà. Nell'ambito della filosofia della conoscenza il paradosso logico ha
fatto crollare ogni rassicurante tentativo di ingabbiare la realtà all'interno di un
sistema logico assoluto di descrizione o interpretazione.
Applicato allo
specifico contesto terapeutico, il paradosso possiede la proprietà di
scardinare i circoli viziosi e ricorrenti di «tentate soluzioni» ostinatamente
perserverate dal paziente/i, proprio perché mette in crisi il sistema
preesistente di percezioni e reazioni nei confronti della realtà.
Storicamente, il
paradosso ha fatto il suo formale ingresso in terapia con Wiktor Frankl e la sua
formulazione della «intenzione paradossale» (1960) come strategia terapeutica. Ma coloro che
formularono sistematicamente la funzione del paradosso nella formazione e nella
soluzione dei problemi sono Bateson e il suo gruppo (1956) che, come già
riferito, rilevò come la
comunicazione paradossale fosse alla base della costituzione di sintomatologie psichiatriche e come, mediante l'uso della stessa, si potesse intervenire
efficacemente su taliproblematiche.
In altre parole essi utilizzarono quello che è un antico sapere della medicina: «Similia similibus curantur».
Esistono varie forme
di utilizzazione del paradosso in terapia che vanno dalle prescrizioni
paradossali, delle quali ci occuperemo esplicitamente in uno dei paragrafi
successivi, alle forme di azioni
e comunicazioni paradossali durante la seduta, delle quali ci occuperemo qui di seguito. Crediamo che i seguenti esempi chiariscano meglio di qualunque
dissertazione questo tipo di azioni
comunicative in terapia.
Il primo esempio
tratta del caso di un soggetto, definibile mediante i tradizionali quadri clinici
psichiatrici «ossessivo -ipocondriaco», il quale manifesta ossessivamente il
terrore di essere affetto da una gravissima ed incontrollabile malattia. A nulla sono serviti gli
esami medici diagnostici negativi, egli continua ad essere convinto della sua grave
malattia e trasforma qualunque segnale propriocettivo corporeo nel sintomo indicatore del suo
misterioso male. Ovviamente egli è terrorizzato e cerca sostegno, aiuto e
rassicurazione da tutti e in particolare dal terapeuta. Quella che segue è la
trascrizione di un breve scambio di battute all'interno di un colloquio registrato
durante un incontro con uno degli autori: Paziente Dottore sono a pezzi,
io sto male!, sono terrorizzato! C'è un male dentro di me, lo sento crescere, io
morirò presto! Nessuno mi vuole credere ma io sono gravemente malato. Sudo sempre,
sento il cuore che mi batte forte. E poi sa, io l'ho detto a mia moglie, mi hanno fatto
il «malocchio». Lei non ci crederà in queste cose, ma è vero, me lo ha detto la maga... Nessuno ci
vuole credere ma mi mangia dentro. Terapeuta Uhm!
{con atteggiamento serio e pensante) Io credo proprio che lei sia gravemente malato, anzi sono convinto
che il suo morbo sia veramente oscuro. Sa, c'è malocchio e malocchio, probabilmente a lei hanno fatto il
«malocchio a morte» {leggera
pausa).
Sì, credo proprio che
lei starà veramente molto male, sempre peggio, addirittura, a guardarla bene, mi
sembra proprio che lei stia cambiando aspetto proprio qui davanti a me.
Lei sta male, vero, la vedo come se stesse
per sentirsi molto male. Sa, questi malocchi sono terribili {leggero
sorriso).
P. Dottore, ma che mi
dice, allora io morirò! Ma allora è proprio vero! Sono gravemente malato! Ma,
dottore, possibile che tutti gli esami medici che mi hanno fatto non abbiano trovato nulla! Ma lei
è proprio convinto di quello che ha detto, che sono malato, che si vede che mi
hanno fatto il malocchio?
T.Certo, è evidente {sorridendo leggermente). P.Dottore, ma lei mi prende in giro, io qui adesso
non sto mica male, anzi, parlando con
lei, ora ho smesso anche di sudare e
mi sento più calmo. Ma mi dica dottore, è possibile che a quarant’anni il cervello ci faccia questi
scherzi?
L'esempio clinico mostra come in tali
situazioni, nelle quali nessuna forma di
rassicurazione logico-razionale funziona, il ricorso al paradosso è efficace nel rompere il meccanismo ripetitivo
delle fissazioni.
Di solito si ottiene
che il paziente prima si impressiona ed esprime sorpresa, rimanendo attonito di
fronte a tali affermazioni che confermano il suo terrore, poi è lui che
comincia a rassicurare il terapeuta sul proprio stato di salute ed afferma che gli esami medici
dimostrano che non ha nulla. In alcuni casi, dopo tali reazioni, può mettersi a
sorridere comprendendo il «benefico imbroglio» utilizzato dal terapeuta. Ma,
ciò che
è importante, in quel momento si è rotto il suo meccanismo ossessivo di
percezione e reazione distorta e il paziente può cominciare a cambiare il suo
punto di vista e le sue azioni nei riguardi del problema.
La logica su cui si
basa questo tipo di intervento paradossale viene chiarita bene dall'esempio del
suo utilizzo su atti compulsivi irrefrenabili, dei quali si prescrive
l'esecuzione.
In tal modo si crea
il paradosso di rendere volontario un sintomo che, per essere sintomo, deve essere
qualcosa di incontrollato ed involontario. Con l'effetto dell'annullamento del sintomo stesso il quale, nel momento
in cui diviene volontario, perde completamente
il suo valore sintomatico.
Nella comunicazione
terapeutica, di fronte ad una situazione mentale ostinatamente rigida e
ossessiva, invece che contrastarla la si asseconda conducendola nella sua
escalation sino alla sua
esasperazione e ad un punto tale che si annulla dasola. Il meccanismo è lo stesso presente
nell'intervento di prescrizione del sintomo.
Si mette in azione il potere destrutturante del paradosso incentivando
deliberatamente, nel colloquio, i meccanismi distorti di percezione del
paziente nei confronti della realtà. E così,
come il tentativo di essere voluta-mente
allegri genera depressione e lo sforzo di addormentarsi mantiene svegli, il condurre il paziente ad
eseguire intenzionalmente, ed in
maniera rafforzata dall'atteggiamento del terapeuta, quei processi mentali distorti e apparentemente incontrollabili, fa sì che questi, perdendo la loro
spontaneità, perdano il valore
sintomatico e scompaiano.
Il secondo esempio
esplicativo, non clinico, esprime una tipologia leggermente diversa di azione e
comunicazione paradossale ma con lo stesso potere dirompente di cambiamento.
Ciò riguarda quelle
situazioni interpersonali dove, nell'interazione, un'azione e/o messaggio
paradossale e imprevisto, perché illogico rispetto alla usuale prevedibilità
degli eventi, sconvolge la situazione. Tale azione appare né vera né falsa, apparentemente
inconciliabile con la situazione e costringe chi la riceve ad un cambiamento
repentino dei suoi schemi comportamentali. L'enorme efficacia di tali manovre
interpersonali
è descritta bene da uno strano fatto accaduto ali'incirca alla fine degli anni
trenta in Austria e del quale i giornali dell'epoca, vista la particolarità dell'evento,
dettero ampia notizia. «Un individuo candidato al suicidio si buttò nel Danubio da un ponte; un
gendarme, giunto sul luogo dell'efferato gesto attirato dalle grida delle persone
presenti, imbracciò il fucile, lo puntò contro l'aspirante suicida gridando: 'Vieni
fuori di lì altrimenti ti sparo'. Il giovane venne fuori dall'acqua rinunciando al suicidio.»
In pratica con il gesto paradossale il
gendarme ha messo l'aspirante suicida in una situazione nella quale gli
schemi di previsione logica saltano. Questa indotta ristrutturazione della realtà lo
conduce al cambiamento radicale del suo comportamento e dei suoi schemi mentali.
Anche
nell'attività clinica, come nella vita, tali tipi di mosse paradossali, apparentemente illogiche ed
assolutamente impreviste dal paziente,
producono rapidamente quel salto di livello logico indispensabile al cambiamento
concreto delle situazioni.
Sulla base di tali
esempi e riflessioni appare evidente la funzione del paradosso quale elemento scardinante
le situazioni irrigidite ed ossessive tipiche di molti pazienti. Per questa sua prerogativa il ricorso
ad esso, nelle sue molteplici varianti, è estremamente efficace soprattutto nella fase
primaria di un intervento terapeutico strategico,,quella nella quale si deve
rompere il sistema di ridondanze, di percezioni, azioni e retroazioni che
mantiene il problema operante.
5.a.5. Utilizzo della resistenza
Una delle tecniche più raffinate tra quelle
derivate dal paradosso e che ha trovato una grande applicazione anche in terapia è lo sfruttamento
terapeutico della resistenza.
Nei confronti della
resistenza, al contrario della classica interpretazione psicoanalitica crediamo sia
funzionale utilizzare la sua carica a scopi terapeutici. Ossia riteniamo vantaggioso che
la resistenza stessa venga paradossalmente prescritta e poi manipolata.
Si procede creando un «doppio legame» terapeutico, che si esprime nel mettere il paziente in una situazione paradossale nella quale la sua resistenza, o
il suo irrigidimento verso il
terapeuta, diventi una prescrizione e le sue reazioni un avanzamento nella
terapia. In modo tale che la funzione
prioritaria della resistenza venga annullata mentre viene utilizzata la sua forza per promuovere il
cambiamento; la resistenza prescritta, infatti, cessa di essere resistenza e diviene adempimento, come nel seguente caso di un
paziente difficile e sfiduciato al quale il terapeuta dice: «Vede, ci
sarebbero delle buone possibilità per
risolvere il suo problema, e ci sono
delle specifiche tecniche che potremmo utilizzare. Ma visto le attuali circostanze e le sue
caratteristiche personali io credo che
lei non sia in grado di venirne fuori.» In questo modo il paziente che si
opponeva alle cure del terapeuta è messo
in una situazione paradossale. Di solito, la reazione del paziente è
quella di una non espressa aggressività verso il terapeuta, che si manifesta nell'esecuzione di ciò
che il terapeuta ha dichiarato che lui non è in grado di fare. Ma guarda caso, tutto ciò
porta ad una promozione della collaborazione terapeutica e ad un annientamento
della resistenza stessa.
Come in alcune arti
marziali orientali si utilizza, mediante uno studio attento delle leve e della forza di
gravità, la forza dell'avversario per metterlo fuori combattimento, così in questa tecnica si dirotta
la forza della resistenza al cambiamento in direzione del cambiamento stesso.
Gli esperti ipnotisti
esprimono bene questa strategia quando «ristrutturano» la resistenza del soggetto
a lasciarsi andare in forma di suggestione all'approfondimento della trance.
Ad esempio, nei
confronti di un soggetto che esprime la resistenza ad andare in trance muovendo
le dita di una mano o muovendo una gamba, l'esperto ipnotista risponderà: «Molto bene, la sua
mano (o la sua gamba) risponde, adesso comincerà a muovere le dita sempre più
veloci, sempre più veloci,
sino a che sentirà tanta stanchezza, tanta voglia di riposo ecc.» In maniera tale da ridefinire la
resistenza e orientare la sua forza
in direzione della induzione di trance.
5.a.6. Uso di aneddoti, storie e linguaggio
metaforico Un'altra importante modalità di comunicazione terapeutica è l'uso di
metafore e il ricorso, durante il colloquio clinico, al racconto di aneddoti,
storielle o episodi accaduti ad altre persone. Tale strategia comunicativa
possiede la prerogativa di permettere la comunicazione di messaggi sfruttando
la forma indiretta della proiezione ed identificazione che di solito una persona attua nei
confronti di personaggi e situazioni di un racconto.
Questa modalità di
comunicazione terapeutica minimizza la resistenza, in quanto la persona non è
sottoposta a dirette richieste o a dirette opinioni sul suo modo di pensare e
comportarsi. Il messaggio
giunge velato e sotto forma di metafora. Ad
esempio, si può comunicare ad un soggetto fobico-ossessivo il funzionamento del
meccanismo controproducente dello
stare sempre ad ascoltarsi, incentivando così la propria ansia sino
all'attacco di panico, narrando la storiella del mille piedi «il quale, quando si fermò a pensare quant'è difficile camminare così bene ed elegantemente con mille
piedi contemporaneamente, non riuscì
più a camminare». Poi si può esortare
il soggetto a provare questo esercizio: «Ora, quando esce di qui, faccia il millepiedi, mentre scende
le scale si concentri su quanto è
difficile camminare scendendo le scale, mantenere l'equilibrio passo dopo
passo, mettere il piede nel posto giusto. Sa, di solito la persona comincia ad
inciampare e a non sapere più camminare.» Questo tipo di messaggio evocativo è di gran lunga più efficace di qualunque
precisa spiegazione scientifica nel
produrre nel soggetto sensazioni ed emozioni
che aprono un varco nella sua rigida percezione e reazione nei confronti della
realtà.
Utilizzando questa
tecnica si «disseminano» suggestioni all'interno di un racconto o le si
comunicano in forma metaforica, in modo da non coinvolgere direttamente il paziente,
ma queste
suggestioni, per il loro potere evocativo, sono vere e proprie bordate di
cannone per il ridondante sistema concettuale e comportamentale del paziente.
In termini
strettamente linguistici, si sfrutta la funzione poetica del messaggio (Jacobson 1963),
l'enfasi è sul potere evocativo di queste forme di comunicazione. Tutti noi
abbiamo
provato tale effetto leggendo una poesia particolarmente toccante, o un testo
narrativo che ci ha coinvolto oppure guardando un film. Abbiamo provato quella sensazione
di essere proprio
noi i protagonisti della poesia, del racconto o del film; pur essendo ben
consapevoli che tutto ciò è finzione, ciò nonostante proviamo determinate emozioni
evocate da quel tipo di comunicazione ricevuta, e mediante ciò viviamo una reale e concreta esperienza. Sul come
provocare questo tipo di esperienza in terapia è stato ancora Erickson a
indicare la strada; egli ha trasferito alla
psicoterapia quello che è una vecchia conoscenza
per gli ipnotisti. Infatti, per un ipnotista è usuale indurre alla trance un soggetto con narrazioni di
storie evocative, come è anche usuale
trasmettere suggestioni sotto forma di metafora.
Ma senza nulla voler togliere alla
genialità di Erickson, l'efficacia ed il
potere di questa strategia di persuasione è una conoscenza utilizzata da moltissimi secoli in vari contesti.
Il linguaggio
evocativo è da sempre il tipo di comunicazione preferito dai grandi leader religiosi, dai
rivoluzionari e dai dittatori, nonché ovviamente da scrittori e poeti; basti
pensare alle parabole di
Cristo o agli aneddoti di Budda, o, più vicino
a noi nel tempo, allo stile della propaganda di Mussolini e di Hitler.
A chi lavora nel campo
della pubblicità, per fare ancora un esempio del potere del linguaggio evocativo
nell'indurre a concezioni e comportamenti nuovi, è noto come, nel lancio pubblicitario di un
prodotto, la costruzione di uno slogan che evochi fantasie e sensazioni sia il
primo fondamentale lavoro da eseguire.
Ma se qualcuno può
essere ancora scettico riguardo al potere che possiede tale tipo di linguaggio
nell'indurre le persone a determinati comportamenti, avrà difficoltà a
resistere alla
rigorosa dimostrazione di ciò operata dal famoso sociologo David Phillips con
la formulazione dell'«effetto Werther» (1974, 1979, 1980).
Il fenomeno ha una storia lunga e interessante.
La pubblicazione del romanzo di Goethe / dolori
del giovane Werther, che narra la cocente delusione d'amore ed il
suicidio del giovane protagonista, produsse un effetto sconvolgente. Oltre al grande successo per l'autore, la
grande risonanza e divulgazione del
libro provocò un'ondata di suicidi emulativi
in tutta Europa. Tale effetto fu così potente che in diversi paesi le autorità vietarono la circolazione
del libro.
H lavoro di ricerca
di Phillips segue le tracce dell'«effetto Werther» nei tempi moderni.
La sua ricerca
dimostra che, subito dopo un suicidio da prima pagina, aumenta vertiginosamente la
frequenza di suicidi nelle zone dove il fatto ha avuto grande risonanza.
Nelle statistiche relative ai suicidi
negli Stati Uniti dal 1947 al 1968, nei due
mesi successivi a un suicidio da prima pagina, in media si sono avuti 58 suicidi in più del normale andamento. Non solo, ma dai dati anagrafici e anamnestici,
appare un'impressionante similarità
tra la condizione del primo, famoso
suicida e quella di coloro che si erano successivamente suicidati, ossia, se il
suicida famoso era anziano, aumentavano
i suicidi di anziani, se il suicida apparteneva a un certo ceto sociale o professione, aumentavano i suicidi
in quei determinati ambienti.
Ma Phillips non si è
fermato a questa constatazione; egli infatti, procedendo alla stessa analisi di
possibile «effetto Werther» non solo per i suicidi, ha dimostrato che tale
effetto funziona anche per azioni diverse come atti di violenza o, al contrario, atti
eroici. Il prerequisito è che siano pubblicizzati e che il ricevente sia una persona simile,
o si senta tale, al protagonista
dell'episodio narrato.
Appare evidente, sulla
scorta di tale ricerca, il potere evocativo del meccanismo di proiezione ed
identificazione di cui abbiamo parlato in precedenza, e la sua efficacia nel
provocare
comportamenti emulativi da parte del fruitore del messaggio che si senta simile
al protagonista dell'evento narrato.
Siccome in psicoterapia ci si interessa
del provocare il cambiamento del
comportamento e delle concezioni del paziente, ci sembra di non dover trascurare il potere straordinario che può avere il narrare aneddoti, storielle o episodi
realmente accaduti, e che calzino alla
realtà problematica del paziente. Essi indurranno il soggetto, attraverso i
meccanismi descritti, ad effettivi cambiamenti dei suoi schemi di azione nei
confronti del problema i quali a loro
volta condurranno al cambiamento consequenziale anche dei suoi schemi percettivi
e cognitivi.
5.b. he
prescrizioni di comportamento
Le prescrizioni di comportamento, da
seguire nella vita quotidiana al di fuori della seduta nell'intervallo di tempo
tra un incontro e l'altro, ricoprono un ruolo fondamentale in terapia strategica.
Come abbiamo esposto
in precedenza per «cambiare» si deve passare attraverso esperienze concrete:
le prescrizioni di comportamento ricoprono il ruolo di far vivere tali concrete esperienze di
cambiamento, al di fuori del setting terapeutico. Quest'ultimo è un fattore
che merita estrema attenzione, poiché il fatto che il paziente agisca
attivamente, senza la diretta presenza del terapeuta e nella sua usuale attività
giornaliera, è la migliore dimostrazione che egli può dare a se stesso riguardo alle proprie capacità
di cambiare la situazione problematica. Che poi egli esegua certe cose
inconsapevolmente per effetto dei «trabocchetti comportamentali» utilizzati dal
terapeuta,
non cambia tale constatazione in quanto, consapevole o non consapevole,
egli ha eseguito qualcosa che prima era incapace di eseguire. Una volta
vissuta, tale esperienza è la tangibile e ineluttabile prova, concreta e reale,
della sua possibilità di superare le proprie difficoltà.
Ciò conduce,
ovviamente, all'apertura di nuove prospettive di percezione e reazione nei
confronti della realtà problematica, in altre parole alla rottura del
meccanismo di azioni, retroazioni e «tentate soluzioni» che mantengono la
situazione
problematica.
Le prescrizioni di
comportamento possono essere suddivise schematicamente in tre tipologie:
b.1. dirette;
b.2. indirette;
b.3. paradossali.
5.b.l. Le prescrizioni dirette sono quel
tipo di indicazioni dirette e chiare di azioni da eseguire tese alla
risoluzione del problema presentato, o al raggiungimento di uno dei progressivi obiettivi del
cambiamento. Questo tipo di intervento è utile nei casi di persone molto collaborative
e che hanno una scarsa resistenza al cambiamento; alle quali è sufficiente dare la chiave di
risoluzione del problema, prescrivendo loro come comportarsi di fronte alla situazione
problematica in maniera da disinnescare i meccanismi che la mantengono operante.
Prendiamo, ad
esempio, il caso di una coppia di coniugi che litigano in continuazione e in
cui appare chiaro che la matrice dei continui litigi è il fatto che, con le
migliori intenzioni, ognuno dei due cerca di correggere i presunti errori
comportamentali dell'altro. Si può capire bene come tale situazione conduca ad
una formidabile escalation dei litigi. Infatti si stabilisce così il gioco senza
fine di azioni e reazioni tese a correggersi a vicenda. In tale situazione, se uno
dei coniugi
appare più collaborativo, sarà sufficiente, per disinnescare il gioco senza
fine delle correzioni e controcorrezioni, spiegare chiaramente la situazione a questa
persona e dargli il compito di rompere la catena rimanendo senza reazioni
oppo-sitive di fronte ai comportamenti correttivi del coniuge o dandogli addirittura
ragione.
L'altra usuale
funzione delle prescrizioni dirette è quella di far consolidare, nella fase successiva
alla rottura del sistema disfunzionale che regge il problema, attraverso
progressive azioni consapevoli, le capacità del paziente di affrontare con
successo le situazioni prima problematiche. A tal fine si prescrive direttamente ed esplicitamente al
soggetto il compito da eseguire, e si
chiarisce il programma evolutivo di prescrizioni dirette.
5.b.2. Le prescrizioni indirette sono quel tipo di
ingiunzioni di comportamento che mascherano
il loro vero obbiettivo. Ossia, si
prescrive di fare qualcosa con il fine di produrre qualcosa di diverso da ciò che è dichiarato o
prescritto. Questo tipo di
prescrizione utilizza la tecnica ipnotica dello spostamento del sintomo, di
solito si attira l'attenzione del paziente
su qualche altra cosa problematica che riduca l'intensità del problema presentato.
Per chiarire meglio
questa tecnica si può ricorrere all'analogia con la tecnica del prestigiatore, il
quale richiama l'attenzione del pubblico su alcuni suoi movimenti più evidenti,
mentre
esegue il trucco di nascosto, producendo così l'effetto spettacolare e
apparentemente magico.
Ad esempio, il
paziente fobico al quale viene prescritto di eseguire, in presenza del sintomo, un
compito ansiogeno e imbarazzante come l'annotare dettagliatamente le sue sensazioni e pensieri in
quel momento, per poi portarli in visione al terapeuta, di solito torna con un
senso di colpa per non aver seguito l'imbarazzante prescrizione. Ma riferisce anche
che stranamente, non si spiega come è successo, ma non ha avuto i sintomi
fobici in quella settimana. Ovviamente è stato tanto l'imbarazzo o l'ansia
di eseguire il compito assegnato, che egli non ha manifestato il sintomo in concomitanza
del quale avrebbe
dovuto eseguire il compito.
In altre parole, l'attenzione si è spostata dal sintomo al compito producendo la
neutralizzazione della manifestazione problematica mediante un «benefico
imbroglio».
Ma ciò che è più
importante è che si è dimostrato, mediante un'esperienza concreta, che egli può
controllare e annullare i suoi sintomi. Questi interventi, per la loro
proprietà di aggirare la resistenza al cambiamento in quanto conducono le persone a
fare qualcosa senza che, mentre lo fanno, se ne rendano conto, ricoprono
un ruolo fondamentale nella prima fase di un trattamento strategico. Essi
infatti permettono la rapida ed efficace rottura dell'irrigidita situazione di
azioni e retroazioni
disfunzionali.
5.b.3. Le prescrizioni paradossali derivano
direttamente dalle osservazioni e
riflessioni fatte in precedenza sulTutilizzo del paradosso in terapia. Nei confronti di un problema che si presenta come
spontaneo ed irrefrenabile, ad esempio coazioni a ripetere, ossessioni o comportamenti ostinati, è
molto efficace prescrivere il
comportamento sintomatico stesso, poiché in questo modo si mette la persona nella situazione paradossale di dover eseguire volontariamente ciò che è
involontario ed incontrollabile e che
ha sempre tentato di evitare. Anche in questo
caso l'esecuzione volontaria del sintomo annulla il sintomo stesso, che per essere sintomo deve essere
qualcosa di spontaneo ed incontrollabile.
Ad esempio, ad un
paziente con manifestazione di rituali pre-notturni quali il dover controllare
ripetutamente la chiusura dei rubinetti, dell'elettricità e del gas, e il
dover aggiustare in una maniera sempre uguale ed esatta la posizione delle scarpe prima di
dormire fu prescritto: a. eseguire tutte le sere, volontariamente e con estrema attenzione>
il gesto della chiusura dei rubinetti e delle manopole del gas e
dell'elettricità per un numero prefissato di
volte con ognuna delle due mani; b. mettere
le scarpe come le aveva sempre sistemate, ma invertire la direzione della punta. Con tale
prescrizione, si ottenne, nel giro di
due settimane, l'estinzione completa dei rituali pre-notturni.
Le prescrizioni
paradossali come quelle indirette possiedo-no un grande potere di evitamento della
resistenza e perciò sono
molto utili nella prioritaria fase di rottura del sistema che regge il problema.
Affinchè le
prescrizioni, in tutte le loro forme, siano effettuate e risultino efficaci,
necessitano di essere studiate attentamente e presentate al paziente come veri e
propri comandi ipnotici, ricorrendo alle tecniche di comunicazione terapeutica descritte nel
precedente paragrafo. Come abbiamo avuto modo di affermare, infatti, riteniamo
cruciale, al fine della sua efficacia in psicoterapia, l'utilizzo di un
linguaggio ipnotico o ingiuntivo." Altrimenti i pazienti eseguono raramente
le prescrizioni e in particolare quelle indirette e paradossali. Forse questo è il motivo per
cui alcuni terapeuti lamentano la non efficacia dei metodi prescrittivi e
paradossali.
Quindi le
prescrizioni devono essere ingiunte in linguaggio lento e scandito, ripetendo
varie volte l'ingiunzione, e presentate al paziente negli ultimi minuti della seduta. È evidente l'analogia con la tecnica dell'induzione alla trance
ipnotica.
In effetti, come
nell'induzione ipnotica, quanto più il terapeuta riesce a caricare di
suggestione la prescrizione, tanto meglio questa sarà eseguita e maggiore sarà
la sua efficacia.
Per quanto concerne l'efficacia di questa
strategia terapeutica e il suo funzionamento nel produrre i cambiamenti,
crediamo che
essa sia stata trattata ed evidenziata nella prima parte di questo lavoro e
riteniamo inutile ripetersi. Riguardo poi alla sua efficacia come arma di persuasione
in contesti diversi da quello terapeutico, essa possiede un'antichissima storia.
Basti pensare ai rituali di iniziazione tribale e religiosa alle cerimonie di accettazione
sociale che accompagnano da sempre la storia dell'umanità.
Se dovessimo trattare
del ricorso alle prescrizioni di comportamento nella storia della psicoterapia,
l'esposizione ci porterebbe lontano e sarebbe necessario scrivere un altro volume, quindi
soprassediamo. Infine, in merito ad esemplificazioni ulteriori di questa strategia terapeutica e dei
suoi effetti rimandiamo alla lettura del
successivo capitolo del presente volume riguardante la casistica clinica.
Tuttavia, prima di
concludere, è molto importante chiarire che, dopo l'esecuzione di ogni
prescrizione, si deve procedere sempre alla ridefinizione del risultato e alla
gratificazione del paziente per le capacità dimostrate. Egli va reso consapevole del fatto che i
problemi che gli sembravano invincibili possono essere superati in modo agevole, e che lui stesso lo ha dimostrato con le azioni eseguite. Le prescrizioni
possono essere formulate in diverse
modalità ed essere le azioni più diverse:
semplici compiti da eseguire a casa, complicati rituali, o azioni che non hanno apparentemente nulla a
che vedere con il problema presentato dal paziente. L'importante è che il terapeuta,
nel dare prescrizioni, si sforzi di trovare, con inventiva e fantasia, la
chiave giusta per aprire la porta blindata rappresentata dal sistema disfunzionale
di azioni e retroazioni nel quale il
paziente si trova.
6. La conclusione del trattamento
L'ultimo incontro in una terapia strategica
ricopre un ruolo molto importante, quello di essere l'ultima pennellata e la giusta
cornice dell'opera compiuta. L'obiettivo è quello di consolidare
definitivamente l'autonomia personale della persona curata. A questo fine
si procede ad un riepilogo e ad una spiegazione dettagliata del processo terapeutico svolto e delle strategie utilizzate. In modo tale da offrire alla
persona una chiara conoscenza anche
di certe strane tecniche usate nel trattamento (ingiunzioni indirette,
suggestioni, prescrizioni paradossali).
Si ritiene
indispensabile questa ridefinizione finale, al fine del raggiungimento da parte
del soggetto della completa autonomia personale, nella convinzione che
quest'ultima richiede, per
essere consolidata, la consapevolezza che la realtà «psichica e comportamentale» è cambiata grazie ad un
intervento sistematico e scientifico,
e non a qualche forma di strana magia.
Ma soprattutto si
mette in risalto la capacità del soggetto nell'aver eseguito con costanza e
tenacia il «duro» lavoro richiesto
dalla soluzione del problema, e la sua acquisita capacità di superare da solo, adesso, altri eventuali problemi.
Crediamo che sia
fondamentale tale incentivo al mantenimento di una propria autonomia personale
ed all'acquisizione di una corretta autostima, e pensiamo che assuma la forma
di una suggestione positiva per il futuro.
A questo fine è anche
bene ricordare che nel corso del trattamento si cerca di non creare assolutamente
dipendenza. Infatti, dopo ogni piccolo cambiamento ottenuto, si procede con cura a
gratificare il paziente per il suo impegno e la sua capacità personale nel
combattere il problema. Inoltre, il trattamento a breve termine induce sin
dall'inizio il paziente all'assunzione delle sue responsabilità anche in merito
all'esito della terapia. La manipolazione da parte del terapeuta della situazione e la sua
influenza personale nei confronti del paziente sono rivolti al fare acquisire, nel
modo più rapido possibile, la capacità di reagire correttamente nei confronti del problema
presentato. Infine, si sottolinea che durante questo intervento sono state attivate
caratteristiche e qualità già proprie del paziente, delle quali egli adesso è
diventato consapevole
ed in grado di utilizzarle. Nulla è stato aggiunto che egli già non
avesse. Egli ha imparato a percepire la realtà ed a reagire nei confronti di
essa, utilizzando positivamente le proprie doti personali, grazie ad esperienze
guidate dal terapeuta, ma adesso è completamente in grado di fare da solo.
Tratto da Paul watzlawick. L'arte del cambiamento. La soluzione dei problemi psicologici personali e interpersonali in tempi brevi. Edizioni Ponte alle Grazie, Capitolo quarto. La prassi clinica in terapia strategica: processualità e procedure.