GROUNDING INSTITUTE - Centro Studi Bioenergetica
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L’approccio strategico alla comunicazione |
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domenica 13 marzo 2011 |
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I contributi della scuola di Palo Alto divengono le colonne portanti
di un ramo della psicologia denominata “psicologia strategica”. Le
conoscenze psicologiche, spogliatesi dall’eredità dei concetti di
pulsioni ed energie, si arricchiscono dei nuovi apporti derivanti dalla
cibernetica, dal costruttivismo sociale e dalla teoria dei sistemi.
Il costruttivismo in particolare è una corrente teorica che attraversa
trasversalmente numerosi ambiti della conoscenza umana. Secondo
questo paradigma teorico, la realtà è il frutto delle costruzioni
individuali mediate dalla negoziazione della realtà di tipo sociale. Un
particolare approccio all’interno di questa corrente denominato
”costruzionismo sociale”, sostiene che la mente degli individui è il
risultato di una continua negoziazione di significati all’interno delle
interazioni con le figure che ci circondano e viene influenzata dal
particolare contesto culturale nel quale si sviluppa. Infatti, anche
durante lo sviluppo individuale, la nostra identità varia secondo il
particolare momento che attraversiamo, in base alle immagini e alle
percezioni che hanno gli altri riguardo i cambiamenti che subiamo e al
contesto culturale che definisce attraverso norme, valori e rituali il
nostro percorso evolutivo (Petruccelli, 2004).
Queste nuove correnti teoriche operano una rivoluzione
“copernicana” nell’approccio allo studio della mente. Anche discipline
da sempre considerate “scientifiche” ed inattaccabili come fisica,
matematica e biologia si ritrovano a dover fare i conti con il ruolo
dell’osservatore nella conoscenza fenomenologica della realtà. La
conclusione a cui giungono è che la certezza scientifica, l’oggettività,
non può esimersi dalle distorsioni derivanti dall’attività stessa
dell’osservatore.
I contributi della scuola di Palo Alto divengono le colonne portanti
di un ramo della psicologia denominata “psicologia strategica”. Le
conoscenze psicologiche, spogliatesi dall’eredità dei concetti di
pulsioni ed energie, si arricchiscono dei nuovi apporti derivanti dalla
cibernetica, dal costruttivismo sociale e dalla teoria dei sistemi.
Il costruttivismo in particolare è una corrente teorica che attraversa
trasversalmente numerosi ambiti della conoscenza umana. Secondo
questo paradigma teorico, la realtà è il frutto delle costruzioni
individuali mediate dalla negoziazione della realtà di tipo sociale. Un
particolare approccio all’interno di questa corrente denominato
”costruzionismo sociale”, sostiene che la mente degli individui è il
risultato di una continua negoziazione di significati all’interno delle
interazioni con le figure che ci circondano e viene influenzata dal
particolare contesto culturale nel quale si sviluppa. Infatti, anche
durante lo sviluppo individuale, la nostra identità varia secondo il
particolare momento che attraversiamo, in base alle immagini e alle
percezioni che hanno gli altri riguardo i cambiamenti che subiamo e al
contesto culturale che definisce attraverso norme, valori e rituali il
nostro percorso evolutivo (Petruccelli, 2004).
Queste nuove correnti teoriche operano una rivoluzione
“copernicana” nell’approccio allo studio della mente. Anche discipline
da sempre considerate “scientifiche” ed inattaccabili come fisica,
matematica e biologia si ritrovano a dover fare i conti con il ruolo
dell’osservatore nella conoscenza fenomenologica della realtà. La
conclusione a cui giungono è che la certezza scientifica, l’oggettività,
non può esimersi dalle distorsioni derivanti dall’attività stessa
dell’osservatore.
La psicologia viene ad essere in una posizione ancor più delicata,
in quanto esiste un paradosso: l’oggetto che indaga è allo stesso tempo
l’oggetto indagato. Questa constatazione ha creato un bivio
epistemologico e cioè: continuare a portare il fardello di conoscenze
dogmatiche credendo che esista un oggetto “reale” da indagare,
separato dal soggetto, o aprirsi alle nuove teorie della complessità che
ci dicono che la realtà è una costruzione, in cui l’apporto soggettivo è
inscindibile dalla sua conoscenza?
La psicologia strategica s’incanala sulla seconda strada, che
potrebbe sì sembrare più tortuosa, ma che si apre a significati sempre
più multidimensionali in grado di soddisfare le nuove prospettive
emerse nella teoria della conoscenza.
Infatti, dalla spinta centripeta che aveva caratterizzato il modello
psicanalitico, si passa al movimento centrifugo che profonde la teoria
dei sistemi. Pertanto, mentre prima le persone del contesto con cui
l’uomo interagiva apparivano come presenze “fantasmatiche” nel “là
ed allora”, ora vengono viste come co-attori irrinunciabili nella
costruzione della realtà nel “qui ed ora”. Nel primo caso si ha una
compressione verso l’interno dell’individuo, con il quale l’ambiente
c’entra poco o nulla, mentre nel secondo caso assistiamo ad una
decompressione dovuta all’apertura dell’individuo all’ambiente
esterno, considerato come parte integrante anche dei meccanismi che
in apparenza possono sembrare soprattutto soggettivi. Non si è mai
soli, e anche il pensiero più recondito ha un innegabile risvolto sociale.
Questa è l’eredità di Mead (1952) con la sua concezione di “altro
generalizzato”, ovvero di una struttura che si forma durante la
socializzazione e che implica la perenne presenza di un interlocutore
“esterno” anche durante la sua assenza fisica. Pensare e dialogare
divengono in questo modo sovrapponibili. Questo perché soggetto ed
oggetto abbandonano il principio di causalità lineare, in cui ad un
evento A segue un evento B, per quello di causalità circolare, nella
quale A e B divengono sincroni e con-testuali.
Ancora una volta, come abbiamo visto in precedenza, il sistema non
equivale alla somma aritmetica delle sue parti, ma è qualcosa di più, di
nuovo e di diverso.
1. Le basi teoriche dell’approccio strategico
Se l’oggetto di studio della psicologia non può essere un soggetto
dato a priori e avulso dal suo contesto, e neanche l’ambiente sociale
come determinante l’universo individuale, dove si sposta l’interesse
conoscitivo in psicologia? Questo interrogativo porta in seno una
svolta epocale. La risposta che la nuova psicologia dà in questo campo,
è né verso l’uno né verso l’altro, ma sulle relazioni tra soggetto e
ambiente circostante.
Le relazioni sono co-costruite dall’interazione con altri soggetti, e
l’interazione tra questi ultimi si fonda essenzialmente sulla
comunicazione. Qualsiasi azione, anche un semplice silenzio, è
comunque un atto comunicativo. Sembra evidente il sorpasso delle
precedenti visioni deterministiche.
La maggior parte delle terapie, infatti, partiva dal presupposto che
le persone dovevano diventare consapevoli delle cause dei propri
problemi in modo da poterli fronteggiare (dov’era l’Es, ora regna l’Io).
Nelle psicoterapie strategiche invece, il punto di partenza è “catturare”
il paziente ricalcando il suo linguaggio e, attraverso l’uso di
stratagemmi terapeutici, stravolgere l’usuale percezione della realtà
delle persone ritenuta la causa di “rigidità disfunzionali” nel sistema.
Pertanto, il sintomo non è considerato più, come nella tradizione
prettamente medica, l’effetto manifesto di una malattia sottostante.
Esso è una modalità d’interazione con il contesto, di definizione della
realtà e, come tale, un atto comunicativo. Se esistono stati ansiosi, ad
esempio, essi devono essere di una certa utilità per il soggetto, oltre
che avere una funzione comunicativa, altrimenti la loro comparsa non
avrebbe senso. La psicoterapia strategica mira non a mutamenti
profondi e alla scomparsa di questi sintomi, che il più delle volte
portano al perenne invischiarsi in “giochi senza fine”, ma all’assunto
paradossale di rivolgere il sintomo contro sé stesso. La destrutturazione
del sintomo, attraverso suggestioni e prescrizioni
comportamentali e la sua ri-strutturazione in nuove narrative e nuovi
contesti relazionali, permette ai pazienti di usare esperienze emozionali
correttive in grado di far assumere un significato diverso e funzionale
alla sofferenza psichica (Gulotta, 1997). Ciò deve avvenire prima di
tutto in modo inconsapevole, per poi, una volta ottenuto il
cambiamento, portare alla consapevolezza dei soggetti le modifiche
avvenute. Le esperienze emozionali correttive sono per lo più
pianificate dal terapeuta, e mirano ad affrontare eventi analoghi al
problema portato in terapia. Queste situazioni divengono metaforiche e
paradossali per il passaggio ad una diversa cornice interpretativa, ma
risultano utilissime al fine di trovare soluzioni “altre” per relazionarsi
all’ambiente. Il compito del terapeuta in questo senso, diviene quello di
aiutare il paziente ad aiutarsi, promovendo una crescita umana duratura
attraverso la modifica e l’arricchimento delle competenze sia
individuali che sociali, adoperando la suggestione come una forma
d’arte (Petruccelli, 1999).
Utilizzeremo una metafora adoperata da Watzlawick (1976, 1974,
1997) per rendere l’idea del ruolo del terapeuta: l’individuo durante la
sua esistenza può essere considerato come un marinaio che si trova in
mezzo all’oceano, senza l’ausilio di carte nautiche. Egli si ritrova a
dover affrontare un percorso incerto e tortuoso, e non può che
orientarsi solo con una visione parziale dei pericoli e dei problemi,
affrontandoli passo dopo passo, onda dopo onda. Solo una volta
completata la traversata, potrà avere una visione completa e globale di
quale rotta lo abbia condotto in salvo. Al terapeuta è richiesto, dunque,
il compito di saltare a bordo dell’imbarcazione al fine di catturarla,
assumerne il controllo e condurla in porti sicuri.
La differenza essenziale con gli altri approcci sta nel fatto che
nell’approccio strategico l’intervento rispecchia la visione
caleidoscopica della realtà, quindi non c’è mai un’indeformabilità
dell’intervento. Questo può essere svolto sia su un piano strettamente
individuale, che sulla coppia o sulla famiglia, con l’obiettivo di
individuare il punto del sistema che permette il cambiamento nel modo
più veloce ed efficace possibile. A differenza di quanto avviene in altri
indirizzi, non è accettabile, in quest’ottica, che siano i problemi dei
pazienti a doversi adattare alle griglie interpretative del terapeuta.
Nella psicoterapia strategica ogni situazione clinica rappresenta un
caso a sé, e l’unico elemento comune è l’utilizzo di strategie che
conducono i pazienti a percepire in modo diverso sé stessi, gli altri e
gli ambienti d’appartenenza.
Per raggiungere questi obiettivi la terapia strategica si serve di
“...ristrutturazioni, prescrizioni comportamentali dirette o indirette,
paradossi e trabocchetti comportamentali” (Nardone, 1991). Questi
interventi aprono le strade della terapia alle modifiche di secondo
ordine, e vale a dire a quell’“apprendere ad apprendere” indicato da
Bateson affinché ci sia un sostanziale cambiamento nell’approccio a sé
stessi e agli altri. Infatti, se il cambiamento di primo ordine presuppone
che non venga modificato il contesto nel quale si apprende, nel
cambiamento di secondo ordine è proprio la modalità di apprendere
nei contesti che risulta variata.
Watzlawick (1974) per rendere questi concetti, si rifà all’esempio
del vivere un sogno. Egli afferma che durante l’attività onirica noi
possiamo fare molte cose: camminare, piangere, urlare, guidare, ecc.,
ma il variare di queste attività (cambiamento di primo ordine), non può
farci uscire dal contesto del sogno. L’unico cambiamento contestuale
possibile si ha quando passiamo dal sogno alla veglia, in cui è proprio
il contesto, nel quale si svolgeva quella sequenza d’attività, ad essere
modificato (cambiamento di secondo ordine).
La terapia strategica mira proprio a modificare questi contesti in cui
il manifestarsi del sintomo rappresenta un coacervo di “tentate
soluzioni” al problema, come un circolo vizioso nel quale si
accrescono i disagi, ogni qual volta l’individuo tenta di porvi fine. Le
reazioni di fronte alle sensazioni, i pensieri, le emozioni derivanti dalle
situazioni problematiche divengono il problema stesso. Così gli stati
ansiosi, per tornare all’esempio precedente, si alimentano proprio delle
sensazioni spiacevoli provocate dalla rigidità delle risposte alle
esigenze dell’ambiente e del loro continuo perpetuarsi a discapito di
risposte diverse, adattive e funzionali.
Con quali strumenti interviene il terapeuta strategico per
raggiungere questi risultati? Essenzialmente attraverso la
comunicazione.
Tratto da Valeria Verrastro, Psicologia della comunicazione, Franco Angeli
Grounding Institute - Associazione Esalen
Via Asiago, 35 Catania
www.bioenergetic.it
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