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L’approccio strategico alla comunicazione: Il linguaggio ipnotico di Milton Erickson
domenica 13 marzo 2011

La psicoterapia strategica deve la sua nascita, oltre che il suo

sviluppo, agli originali contributi di Milton Erickson (1979, 1988). Egli

aveva implementato la tecnica psicoterapeutica con concezioni e

pratiche innovative nel campo della suggestione e dell’ipnosi.

Numerosissimi furono i pazienti da lui curati adottando tecniche

giudicate “non comuni”, a volte persino screditate e tacciate come

“interventi al limite dello sciamanico”, e numerosissimi furono i

risultati rapidi ed insperati. Il suo particolare modo di comunicare con i

pazienti, non solo attraverso l’uso della trance e dell’ipnosi, era di

un’efficacia così sorprendente da valergli l’epiteto di “
the Greatest

Communicator” (Andolfi et al., 2002).

L’attribuzione di quest’appellativo può essere giustificata tenendo

conto che Erickson comunicava in modo sincrono e contestuale su più

livelli di realtà, con un’efficacia tale che anche se veniva in contatto

con il solo paziente, era capace di mutare, attraverso di lui, l’intero

sistema d’appartenenza.

Erickson fu colpito durante la sua esistenza da un’infinità di

problemi fisici, alcuni dei quali alquanto gravi come la poliomielite,

che tuttavia non gli fecero mai perdere la gioia di vivere e la

consapevolezza di quanto vi era di bello in ciò che lo circondava.

Proprio dalle sue sofferenze ricavò quella straordinaria sensibilità e

accortezza per chi viveva disagi anche gravi. In questo i suoi pazienti

potevano sentirsi compresi durante ogni intervento che Erickson

metteva in atto, potevano vedere un uomo che, nonostante i numerosi

tormenti, trovava dentro di sé una forza smisurata. Pertanto lo stesso

terapeuta diviene, in Erickson, uno stimolo a mettere in atto le risorse

potenziali per superare le avversità che la vita presenta (Zeig, 1990).

Erickson credeva in queste smisurate capacità presenti in qualsiasi

individuo e nell’unicità d’ogni essere umano, non riducibile entro

schemi rigidi. Secondo l’autore, le terapie basate sull’analisi, la

comprensione e l’interpretazione non possono che mettere in evidenza

le carenze di un individuo poiché si focalizzano su cosa il paziente

intende comunicare “realmente”, quindi su una sua mancanza. Secondo

Erickson, invece, le risorse vengono attivate rispondendo alle

espressioni a più livelli del paziente con una comunicazione altrettanto

complessa in modo tale che il paziente può sentirsi compreso e non

forzato verso una visione monodimensionale della realtà (Zeig,1990).

La particolare visione dell’uomo determinerà anche il suo concetto

dell’intervento e del cambiamento. Infatti, per Erickson la dualità

mente-corpo era soltanto una costruzione teorica. Il modo di

avvicinarsi all’individuo deve pertanto essere olistico e

onnicomprensivo, tale da riuscir a far coincidere il linguaggio del

corpo con quello della mente. Erickson riuscì, ad esempio, mediante la

trance ipnotica a far sviluppare il seno in una ragazza che non era

capace di riappropriarsi delle sensazioni del suo corpo, dove invece

avevano fallito anni ed anni di cure ormonali (Erickson e Rossi, 1988).

Egli credeva che dovessero essere indagati i meccanismi del linguaggio

comune mente-corpo se si voleva comprendere l’essere umano
in toto,

e sfruttarne interamente le potenzialità. Uno dei maggiori limiti era

rappresentato, secondo l’autore, dal fatto che non fossero ancora

disponibili conoscenze psico-biologiche adeguate.

Le tecniche, sopra menzionate, del “ricalco” del linguaggio del

paziente, furono introdotte proprio da Erickson con l’intenzione di

irrompere nella realtà del paziente e risolvere i problemi derivanti dalla

visione disfunzionale della realtà. Tutto ciò avveniva in modo rapido e

concreto, mediante la trance ipnotica e non, con risultati strabilianti.

Vi sono alcune caratteristiche fondamentali nelle teorie di Erickson.

Prima di tutto il paziente deve essere considerato come dotato di

capacità alle quali la terapia non aggiungere nulla se non la possibilità

di utilizzarle differentemente. Pertanto, il linguaggio suggestivo ed

ipnotico non deve condurre il paziente nel “gregge” del terapeuta, ma

ridefinire le interpretazioni del paziente in modo da renderle funzionali

alla sua esistenza (Zeig, 1990). L’ipnosi, in questo senso, può essere

considerata come una tecnica eminentemente rieducativa, i cui risultati

non possono prescindere dalle capacità del soggetto. Anzi, il compito

del terapeuta non è né quello di indagare mediante l’ipnosi nelle

profondità della psiche umana, né quello di effettuare il cambiamento

al posto del paziente. L’ipnosi è piuttosto uno strumento per riattivare

le potenzialità irrigiditesi nel paziente, e guidarlo al cambiamento

(Nardone, 1991).

La comunicazione del paziente, durante la sua interazione con

l’ambiente sociale, adempie la funzione di irrigidire le risorse e le

convinzioni consapevoli del paziente. Il compito dell’ipnosi diviene

allora, attraverso la sospensione di questi meccanismi consapevoli,

quello di riappropriarsi delle risorse personali e relazionali della

comunicazione, vissute in passato come condizioni vincolanti. Questi

legami, che imbrigliano l’individuo, sono appresi durante la storia

evolutiva personale e durante l’interazione con il suo ambiente.

Attraverso la comunicazione indiretta e inconsapevole si ristrutturano

queste modalità relazionali cristallizzate. In effetti, Erickson affermava

che in terapia non arrivasse solo il paziente con la sua mente inconscia

da far emergere: con lui arrivavano anche i desideri e i pensieri consci

ed inconsci, insomma due pazienti. L’abilità di un terapeuta è non

parlare solo all’uno o all’altro, ma utilizzare la comunicazione per

arrivare ad entrambi. I livelli della comunicazione allora diventano

doppi, tripli, e così via, in modo tale da rispettare la complessità

dell’universo linguistico della mente umana. Erickson (1988) in merito

a quest’argomento dice:

“esprimo le mie osservazioni alla mente conscia usando parole a

cui la mente inconscia dà il significato opposto, oppure il

significato speciale che intendo trasmettere. La mente inconscia

è molto acuta, molto attenta, e molto, molto primitiva […].

Perciò potete parlare con molta attenzione a livello conscio con

la consapevolezza che la mente inconscia vi ascolta”.

Erickson, però, non ha lasciato un corpus teorico definito, o un

elenco di pratiche e tecniche stereotipate da adoperare come strumenti

invarianti durante l’ipnosi. L’autore era, infatti, convinto che teoria e

tecnica rappresentassero un impedimento per la relazione “vera” con i

pazienti (Zeig, 1990). Il suo modo di operare mutava di volta in volta,

affidandosi alla sua geniale creatività, e contestualizzando le sue

intuizioni in base alle persone che richiedevano il suo aiuto. Pertanto

l’ipnosi non era considerata uno strumento terapeutico come

tradizionalmente inteso, né un fenomeno che riguardava la sola sfera

soggettiva dell’individuo, ma una forma di comunicazione interattiva

che poteva avvenire tra più soggetti. Infatti, l’assunto di base anche

nelle tecniche ipnotiche odierne è che si guarisce non con l’ipnosi, ma

in ipnosi (Gulotta, 1997).

La comunicazione in ipnosi deve essere messa in atto in un clima

favorevole e sulla base di un rapporto di fiducia tra i soggetti

interagenti. Ciò veniva indicato da Erickson con il termine “rapport”.

Questo concetto, divenne una pietra miliare dell’ipnosi ericksoniana, in

quanto racchiudeva i termini di “contesto facilitante la comunicazione”

e di “osservazione responsiva”. Quest’ultima è da considerarsi come la

capacità empatica del terapeuta che, in un rapporto di fiducia, permette

di utilizzare i comportamenti dell’interlocutore al fine di instaurare un

clima favorevole al cambiamento. Osservare, quindi, diventa di

primaria importanza non per cercare interpretazioni, ma per rispondere

al paziente in base ai significati che egli stesso intende trasmettere. Ciò

permette al paziente di sentirsi compreso e aiutato, e al terapeuta di

sfruttare questo tipo di fiducia per indurre il paziente al cambiamento.

Allo scopo di instaurare il “rapport”, dopo essersi avvicinato con

estrema delicatezza all’universo personale dei suoi pazienti, Erickson

utilizzava “benevoli imbrogli” comunicativi dalle caratteristiche

paradossali. Ritornando all’esempio del caso clinico della ragazza con

problemi di sviluppo al seno, le comunicò: “Io piaccio a suo padre. A

lei piace suo padre”. La conclusione, propria di un ragionamento

sillogistico, verso cui è spinta la ragazza diviene: “il dottor Erickson

mi piace”.

Secondo Erickson, l’ipnosi rappresentava la strada preferenziale per

mettere in atto delle strategie terapeutiche sottili ed implicite, che con

l’utilizzo dei paradossi, delle manipolazioni costruttive, delle metafore

e di altre figure retoriche, promuovevano le capacità autoterapeutiche,

insite in ogni individuo, ma non sfruttate completamente, quando non

addirittura ostacolate dall’individuo stesso. Infatti, per quanto l’autore

abbia utilizzato una gran mole di suggestioni dirette, egli può essere

considerato come un pioniere nell’utilizzo delle convinzioni del

paziente e nella promozione delle sue risorse attraverso le tecniche di

suggestione indiretta. La tesi di fondo era: non è tanto ciò che dice il

terapeuta ad assumere una rilevanza centrale nel corso della terapia, ma

come le comunicazioni del terapeuta sono agite e verbalizzate dal

paziente.

Gli strumenti che Erickson utilizzava a questi fini erano la fantasia

e l’immaginazione, che prendevano corpo in argute metafore o in

geniali paradossi che inducevano il paziente ad inaspettati

cambiamenti. Questi strumenti sono comuni anche nella conversazione

quotidiana dei soggetti durante un’interazione, ma il modo di utilizzarli

attraverso l’impiego sapiente dei registri non verbali, rendeva queste

attività comuni dispositivi terapeutici (Mosconi, 1998). Tutto ciò che

veniva espresso verbalmente, era sempre accompagnato da un

linguaggio non verbale intenso e coerente con ciò che il paziente

voleva comunicare, e con le strategie che il terapeuta intendeva

seguire.

Un esempio lampante per comprendere l’importanza del registro

non verbale (Erickson, 1979), può essere quello in cui l’autore riuscì ad

ipnotizzare un paziente solo attraverso una comunicazione mimata, in

quanto la differenza di lingua non era facilmente superabile. L’uomo,

infatti, parlava solamente spagnolo ed Erickson solo inglese.

Il tono pacato, il ritmo suadente e penetrante, il calore della voce,

l’intensità dello sguardo, erano così naturali in Erickson che non lo

abbandonavano mai, neanche in situazioni non terapeutiche, radicati

come l’unico modo conosciuto di relazionarsi all’altro. Queste qualità

relazionali, umane ed empatiche, rendevano inimitabile il suo stile di

“fare” terapia e facevano di lui una “meravigliosa macchina

influenzante”(Zeig, 1990). L’abilità di un ipnotista può essere

racchiusa nella capacità di trovare la strada giusta nel momento

opportuno e con il linguaggio adeguato, nel saper suonare le “corde

giuste” in modo da evocare atteggiamenti, aspettative, motivazioni e

comportamenti che egli stesso si propone (Gulotta, 1997). Nel fare

questo difficilmente si può prescindere dalle indicazioni fornite dal

lavoro di Erickson, il quale trovava con una facilità disarmante lo

spiraglio per entrare in contatto con i suoi pazienti.

Una delle sue tecniche più utilizzate, oltre a quella già menzionata

della confusione, consisteva nel disseminare concetti e pensieri,

apparentemente senza un ordine logico, durante tutta la

comunicazione. Il compito dell’inconscio sarebbe stato quello di

raccoglierli e di utilizzarli nel modo più proficuo possibile, senza

trasformazioni interpretative da parte del terapeuta. Questa modalità

d’influenza psicologica implicita, diveniva uno strumento persuasivo

irrinunciabile ai fini dell’intervento. La suggestione rappresentava

l’unico modo per aggirare la resistenza al cambiamento e per riattivare

le risorse dell’individuo (Mosconi, 1998).

Come tali strumenti intervenivano, su quali realtà agivano, quale di

questi strumenti avesse più o meno peso, lo stesso Erickson dichiarava

di non comprenderlo pienamente. Sta di fatto però, che la loro sinergia

funzionava, e tanto bastava, perché il compito del terapeuta, come più

volte affermato anche da Haley (1977), è quello di risolvere i problemi

portati in terapia.

 

Tratto da Valeria Verrastro, Psicologia della comunicazione, Franco Angeli

 

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