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Erickson
l’uomo e la sua opera
Erickson nacque nel 1901 e crebbe in una fattoria del Middle West.
L'infanzia fu segnata da molteplici handicap. Fin dalla nascita era affetto da
cecità cromatica (daltonismo), dislessia e mancanza del ritmo, fu colpito due volte
da poliomelite. La prima volta all'età di diciasette anni fu molto grave: dopo
essere uscito dal coma rimase paralizzato. Fu curato in casa sua, nella
fattoria.
Milton scoprì da solo il fenomeno della focalizzazione ideodinamica
indiretta: "era seduto su una sedia a dondolo e sentiva un forte desiderio
di guardare dalla finestra. La sedia si mise a dondolare nonostante egli fosse
completamente paralizzato! [...] prese a utilizzare il suo metodo muscolo per
muscolo, articolazione per articolazione. L'osservazione della sorellina che
imparava a camminare gli servì da stimolo e da guida nella sua
rieducazione." (Dominique Megglé, Psicoterapie brevi, Red Edizioni,
1998 Como, p. 32)
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Con il termine focalizzazione ideodinamica ci si riferisce a un semplice fenomeno
che fa sì che quando pensiamo a una certo comportamento lo agiamo
impercettibilmente a livello inconscio.
Se ne incominciò a parlare – alla fine del '800 – alla scuola di
Nancy in questi termini:
"Abbiamo stabilito che ogni suggestione tende a realizzarsi, che ogni
idea tende a farsi atto. Tradotto in termini fisiologici, questo vuol dire
che ogni cellula cerebrale azionata da un'idea aziona le fibre nervose che
devono realizzare questa idea. [...] Se dico a qualcuno: <<Lei ha una
vespa sulla fronte>>, questo qualcuno, che non avrà alcun motivo di
credermi, sentirà più o meno distintamente la presunta vespa, e porterà la
mano alla fronte, esteriorizzando lì il prurito creato dal sensorio azionato
dall'idea della vespa. L'idea è diventata sensazione"
(Hippolyte Bernheim, L'ipnotismo e la suggestione nei loro rapporti con la
medici legale, Doin, Paris 1897)
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La moglie in una lettera a uno studente colpito da polio raccontò che
"Imparò a camminare con le stampelle e a tenersi in equilibrio sulla bicicletta;
finalmente ottenuta una canoa, alcune provviste indispensabili per un
equipaggiamento da campeggio e una manciata di dollari, progettò un viaggio per
un'intera estate, a partire dal lago vicino al campus dell'Università del
Wisconsin, per proseguire seguendo il corso del Mississipi, spingendosi a sud
oltre St. Louis, fino a ritornare indietro nello stesso modo. [...] Andò
incontro ad alcune avventure e, dopo aver affrontato molti problemi, imparando
però vari modi per affrontarli e incontrando molti personaggi interessanti,
alcuni dei quali gli furono di grande aiuto, completò il viaggio, ritornando in
condizioni di salute di gran lunga migliori, con muscoli delle spalle ben
sviluppati, pronto ad affrontare gli studi universitari di medicina."
(Jeffrey K. Zeig, Erickson. Un'introduzione all'uomo e alla sua opera,
Astrolabio, Roma 1990, p. 21)
In seguito studiò medicina specializzandosi in psichiatria (ma fu
fondamentalmente autodidatta nell'ipnosi) e insegnò nel Michigan finché per
gravi disturbi allergici si dovette spostare a Phoenix in Arizona in cerca di
un clima più asciutto. Qui decise di dedicarsi alla professione privata:
"Laggiù, lontano dai conformismi universitari, ma con il solido sostegno
del suo background scientifico, poté finalmente fare quello che voleva,
dando libero sfogo alla sua creatività. Nel paese si incominciò a parlare di un
modesto psichiatra di Phoenix che riceveva pazienti a casa propria, li faceva
attendere in salotto in mezzo ai suoi otto figli, e otteneva risultati incredibili."
(Id. ibid., p. 33)
A quanto pare la voce arrivò fino a Palo Alto dove l'antropologo Gregory
Bateson stava conducendo delle ricerche sui 'paradossi dell'astrazione nella
comunicazione' (vedi doppio legame). Beteson mandò due suoi collaboratori – Jay
Haley e Richard Weakland – da Erickson. Jay Haley rimase affascinato da questo
ipnoterapista e scrisse "Terapie non comuni" che consacrò Erickson
come un maestro di terapia strategica.
Erikson si interessò in particolare ai metodi naturalistici (senza induzione
formale), che lo portò a utilizzare l'ipnosi in modo creativo non più cioè come
una serie di rituali standard ma come un particolare stile comunicativo e una
particolare "situazione comunicativa relazionale" (Jay Haley, Terapie
non comuni, Astrolabio, Roma 1976, p. 10). Milton era capace di indurre una
trance a partire da racconti, reminiscenze, episodi della sua vita o altre
strane storie e fatti inconsueti che apparentemente non avevano nulla a che
fare con il problema specifico del paziente. Il paziente stava lì, ascoltava –
a volte rapito a volte annoiato – questi strani monologhi, e poi veniva
congedato senza accorgersi che era entrato e uscito spontaneamente dalla trance
più volte.
Scopo della sua ipnosi era quello di accedere al potenziale inconscio e alla
capacità naturale di apprendere del cliente, depotenziando al contempo i suoi
schemi limitanti. (Milton H. Erickson - Ernest L. Rossi, Ipnoterapia,
Astrolabio, Roma 1982, p. 10)
Erickson fu anche il socio fondatore dell'American Society of Clinical
Hypnosis e contribuì a adre dignità e scientificità all'ipnosi, collaborò
inoltre con Aldous Huxley nella sua ricerca intorno agli stati alterati di
coscienza.
Dopo il secondo attacco di poliomelite rimase in carrozzina con le gambe e
un braccio paralizzati e morì a 78 anni il 27 marzo 1980, nel frattempo altri
suoi allievi ospitati a Phoenix (Haley, Rossi, Zeig) continueranno il suo
insegnamento.
Al funerale il commento finale di Pearson fu: "Erickson ha affrontato
da solo l'establishment psichiatrico, e l'ha sconfitto. Ma loro ancora
non lo sanno..." (Introduzione di Sidney Rosen a La mia voce ti
accompagnerà. Racconti didattici di Milton H. Erickson, Astrolabio, Roma
1983, pp. 11-12). Rosen precisa anche che "in molte delle sue storie c'è
qualcosa di tipicamente americano, specialmente in quelle che riguardano la usa
famiglia. È per questo che Erickson è stato definito un eroe del folklore
americano" (Id. ibid., p. 19)
L’approccio di Erickson deve molto alla sua personale esperienza e alla
riabilitazione che dovette intraprendere.
Trattò gli altri così come aveva trattato se stesso insegnando alla sua
mente inconscia a recuperare le risorse perdute e a utilizzare ogni cosa
necessaria per giungere al risultato volgendola nel suo positivo:
"La famiglia Erickson viaggiò dunque in treno e in carro fino ad
arrivare nel minuscolo villaggio di Aurum, nel Nevada. Il viaggio a Ovest fu
difficile, pieno di quei disagi tipici delle avventure dei pionieri: vi furono
carenze di cibo e d'acqua, rigide notti, forti tempeste di vento da sopportare,
senza contare la resistenza fisica richiesta per il lungo tragitto.
Una volta arrivata, la famiglia si stabilì in una capanna di tronchi dal
pavimento di terra, con tre sole pareti (la quarta era costituita da una montagna!
) in una zona desolata della Sierra Nevada. Costantemente assillati da penuria
di viveri, i pionieri divennero bravissimi nel trasformare ciò che avevano a
disposizione in ciò di cui avevano bisogno. Ad Albert e Clara piaceva
raccontare di quando conservavano la gelatina nelle bottiglie di whisky - la
gelatina la si poteva tirare fuori con un coltello - perché i vasi a bocca
larga, che erano di meno, servivano per conservare altri cibi. Certamente
crescere in un ambiente di questo tipo deve aver contribuito a formare la base
é ciò che alla fine avrebbe caratterizzato gli approcci molto innovativi alla
terapia di Milton: l'utilizzare in modo creativo tutto ciò che è disponibile
nella persona al fine di ottenere cambiamento e guarigione."
Una convinzione fondamentale di Erickson fu che l'ipnosi - come aveva potuto
verificare - esiste in un gran numero di situazioni della vita quotidiana, non
è necessario quindi un rituale specifico, strano o complicato per indurla. Per
Erickson l'ipnosi era più che altro uno stile comunicativo che lo seguiva in
qualsisi approccio con il cliente. Da questa convinzione deriva l'approccio
naturalistico che lo ha reso famoso.
Inoltre Erickson era molto abile nella comunicazione multilivello proprio
perché conosceva i multipli significati di molte parole, infatti fino alla 3a
elementare era stato un grande lettore di dizionari:
"Dato che Erickson nacque e crebbe in una terra di frontiera e in
campagna, poté avvalersi di poche istituzioni sanitarie o educative. L
‘'istruzione' che si impartiva era di tipo semplice, limitata all'essenziale,
ed è forse per questo che (a quanto sembra) nessuno si accorse che il giovane
Milton percepiva il mondo in un suo modo del tutto peculiare. Molti dei primi
ricordi di Erickson riguardano il modo in cui, per via di vari problemi di
costituzione, le sue percezioni erano diverse da quelle degli altri: per
esempio, era daltonico inoltre era affetto da sordità tonale e non poteva né
riconoscere né eseguire i ritmi tipici della musica e delle canzoni; era poi a
che affetto - da dislessia un problema che indubbiamente la sua mente di
bambino non riusciva a capire e che egli riconobbe e capì solo molti, molti
anni dopo.
Le incomprensioni, le discrepanze e la confusione che derivavano da queste
differenze rispetto alla visione del mondo che era comune e normale negli altri
avrebbero potuto menomare il funzionamento mentale di un'altra persona. Nel
giovane Milton, invece, queste differenze crearono a quanto pare l'effetto
opposto: stimolarono la sua ricerca e la sua curiosità. Ma, cosa più
importante, esse portarono a una serie di esperienze inusuali che costituirono
la base di una ricerca, durata tutta una vita, sulla relatività delle
percezioni umane e sui problemi che ne derivavano, nonché sugli approcci terapeutici
riguardanti tali problemi.
"Quando aveva sei anni Erickson era un bambino che appariva
handicappato dalla dislessia. La sua maestra, per quanti sforzi facesse, non
riusciva a convincerlo che un '3 e una 'm' non erano la stessa cosa. Un giorno
ella scrisse un 3 e poi una m guidando con le proprie mani quelle del piccolo,
ma Erickson non riusciva ancora a coglierne la differenza. D'un tratto ebbe
un'allucinazione visiva spontanea in cui la percepì in un lampo di luce
accecante.
E: Puoi capire come questo sia sconcertante? Poi un giorno, c'è stato
qualcosa di sbalorditivo: uno scoppio improvviso di luce atomica. Ho visto la m
e il 3. La m stava diritta sulle gambe e il 3 poggiato su un fianco con le
gambe protese. Già, un lampo accecante! Luminosissimo! Da far dimenticare ogni
altra cosa. Un lampo accecante e, al centro di quell'esplosione di luce, il 3 e
la m.
R: Hai visto veramente un lampo accecante? C'era proprio o stai usando una
metafora?
E.: Sicuro. Oscurava ogni cosa, tranne il 3 e la m.
R.: Ti rendevi conto d'essere in uno stato alterato? Da bambino qual’eri, ti
meravigliavi di un'esperienza così strana?
E.: t, così che impariamo le cose.
R: - Penso che sia quello che chiamerei un momento creativo (Rossi, 1972,
1973).
Hai sperimentato una vera alterazione percettiva: un lampo con il 3 e la m
al centro. Avevano proprio delle gambe?
: Li ho visti com'erano. [Erickson fa lo schizzo di un effetto nube con al
centro un 3 e una m]. Escludevano ogni altra cosa!
R: Era un'allucinazione visiva? A sei anni hai effettivamente avuto un
importante insight intellettuale sotto forma di allucinazione visiva?
E: Sì, non ricordo nient'altro di quel giorno. Il lampo più accecante, più
abbagliante l'ho avuto al secondo anno di scuola secondaria. Tanto nella scuola
elementare quanto in quella secondaria mi avevano soprannominato 'Dizionario'
perché passavo un sacco di tempo sul dizionario. Un giorno, poco dopo il
segnale d'inizio dell'intervallo di mezzogiorno, me ne stavo seduto al mio
solito posto in fondo all'aula e leggevo il dizionario. D'un tratto vi fu un
lampo luminosissimo che mi abbagliò, perché avevo imparato a usarlo. Sino a
quel momento, leggevo il dizionario. D'un tratto vi fu un lampo luminosissimo
che mi abbagliò, perché avevo imparato a usarlo. Sino a quel momento, quando
dovevo cercare una parola, cominciavo dalla prima pagina e continuavo a leggere
colonna per colonna, pagina per pagina, finché non arrivavo al vocabolo
desiderato. In quel lampo accecante capii che per cercare una parola usiamo
l'alfabeto come un sistema ordinato. Gli allievi che si portavano la colazione
da casa andavano sempre a mangiarla nel piano interrato. Non so quanto tempo
rimasi al mio posto, abbagliato dalla luce accecante, ma quando scesi quasi
tutti avevano finito di mangiare. Quando mi chiesero perché arrivassi con tanto
ritardo, sapevo già che non gli avrei detto che avevo appena imparato a usare
il dizionario. Non so perché ci avevo messo tanto tempo. Non potrebbe darsi che
il mio inconscio rifiutasse di farlo proprio per la grande quantità di nozioni
che ricavavo dalla lettura integrale del dizionario? ( ... )
E: Devo avere avuto una leggera dislessia. Non avevo dubbi sul fatto che
quando dicevo: co-mick-al, vin-gar, goverment e mung, la mia pronuncia fosse
identica ai suoni prodotti quando gli altri dicevano: comical, vinegar,
government e spoon. Quando facevo il secondo anno di scuola secondaria, la
professoressa di dizione cercò inutilmente per un'ora intera di farmi dire:
government. Poi, con una improvvisa ispirazione, si servì del nome di un mio
compagno, 'La Verne', e scrisse sulla lavagna: 'govLaVemement'. Io lessi:
'govlavernement'. Lei allora me lo fece rileggere omettendo il La di La Verne.
Quando lo feci, una n accecante cancellò altro oggetto circostante compresa la
lavagna. Devo a Miss Walsh la mia tecnica di introdurre l'inatteso e il non
pertinente in uno schema fisso e rigido fino a farlo esplodere. Oggi è venuta
una paziente, tutta tremante e singhiozzante: "Sono stata cacciata via. Ne
capita sempre. Il mio capo ufficio mi strapazza. Ricevo degli insulti e piango
sempre. Oggi mi ha urlato: 'Stupida! Stupida! Fuori di qui! Fuori!'. Ed eccomi
qui". Le ho detto con estrema coscienza e serietà: "Perché non gli
dice che bastava che lui glielo facesse sapere e lei avrebbe lavorato
volentieri in un modo ancora più stupido! ". È rimasta perplessa,
sconcertata e sbigottita, poi è scoppiata in una risata. Il resto del colloquio
si è svolto bene, con risate improvvise in genere all'indirizzo di se stessa.
R: Le sue risate indicano che l'hai aiutata a far breccia nella sua visione
limitata di se stessa come vittima. In quella vecchia esperienza con Miss Walsh
è illustrato un principio fondamentale del tuo approccio di utilizzazione: lei
aveva utilizzato la tua capacità di pronunciare LaVerne per aiutarti a
irrompere fuori del tuo errore stereotipo nella pronuncia della parola
government" (Milton H. Erickson, Opere vol. I, Astrolabio, Roma
1982, pp. 138-140).
Erickson finì con lo scoprire in completa autonomia i fenomeni ipnotici
(ideodinamici) nel corso della sua riabilitazione. Sviluppo inoltre una enorme
capacità di attenzione e percezione dell’ambiente circostante, in particolare
in rapporto ai segnali non verbali quando cercò di rimparare dalla sua
sorellina piccola a camminare. In questo periodo che sviluppa la sua tecnica di
utilizzazione, cioè di recuperare le proprie risorse inconscie:
Se c'è mai stato qualcuno che ha impersonato l'archetípo del medico malato,
colui che impara a guarire gli altri guarendo innanzitutto se stesso questi fu
Milton H. Erickson.
L'esperienza più formativa nei suoi primi anni di vita fu a sua prima lotta
con la poliomielite all'età di diciassette anni (il secondo attacco lo ebbe
all'età di 51 anni). Nel seguente dialogo egli così ricorda quella crisi della
sua vita, e la propria esperienza di uno stato percettivo alterato, che
successivamente riconobbe essere una sorta di autoipnosi:
"E: Quella sera, dal mio letto, udii per caso i tre medici dire ai miei
genitori, nella stanza accanto, che il loro ragazzo non sarebbe arrivato al
mattino. Divenni furibondo all'idea che qualcuno potesse dire a una madre che
il figlio sarebbe morto entro il mattino. Poi mia madre entrò con l'espressione
più serena che le riuscì di prendere. Le chiesi di spostare il comò,
spingendolo d'angolo contro il lato del letto. Lei non capiva perché; pensava
che stessi delirando. Parlavo con difficoltà. Ma in quell'angolo, grazie allo
specchio che sormontava il comò, riuscivo a vedere attraverso la porta e la
finestra di ponente dell'altra stanza. Non volevo a ogni costo morire senza
aver visto un'ultima volta il tramonto. Se avessi qualche attitudine al
disegno, potrei ancora disegnarlo.
R: La tua rabbia e la tua voglia di vedere un altro tramonto sono state un
modo di mantenerti vivo in quel giorno critico nonostante le previsioni dei
medici. Ma perché la chiami un'esperienza autoipnotica?
E: Vedevo quel vasto tramonto che copriva interamente il cielo. Sapevo però
che fuori della finestra c'era anche un albero, ma lo avevo escluso.
R: Lo avevi escluso? Si trattava di quella percezione selettiva che ti
permette di dire che eri in uno stato alterato?
E: Sì, non lo facevo consciamente. Vedevo tutto il tramonto, ma non vedevo
né la siepe né la grande roccia rotonda che c'erano. Avevo escluso tutto, meno
il tramonto. Dopo averlo visto rimasi per tre giorni senza coscienza. Quando
tornai in me chiesi a mio padre perché avessero tolto la siepe, l'albero e la
roccia. Non mi rendevo conto d'essere stato io a cancellarli quando avevo fissato
tanto intensamente l'attenzione sul tramonto. In seguito, quando fui guarito e
divenni consapevole delle mie condizioni inabilitanti, mi chiesi come avrei
fatto a guadagnarmi da vivere. Avevo già pubblicato un articolo su una rivista
agricola nazionale: "Perché i giovani abbandonano la campagna". Non
avevo più le forze necessarie per fare l'agricoltore, ma forse avrei potuto
farcela come medico.
R: Diresti che è stata l'intensità della tua esperienza interiore, il tuo
spirito e il tuo senso di sfida, a tenerti in vita perché potessi vedere il
tramonto?
E: Certo ai pazienti con scarse prospettive diciamo: "Dovreste vivere
abbastanza per farlo il mese prossimo". E loro lo fanno." (Milton H.
Erickson, Opere vol. I, Astrolabio, Roma 1982, pp. 140-141)
Il modo in cui Milton si riprese costituisce uno dei racconti di
auto-guarigione e scoperta più affascinanti che io abbia mai sentito. Quando si
svegliò dopo quei tre giorni, si trovò quasi del tutto paralizzato: sentiva i
suoni molto bene, vedeva e poteva muovere le pupille, poteva parlare, con
grande difficoltà, ma per il resto non poteva fare nessun altro movimento.
Nella sua comunità rurale non esisteva nessuna struttura per la riabilitazione,
e a detta di tutti egli sarebbe rimasto senza l'uso degli arti per tutto il
resto della sua vita.
Ma la sua acuta intelligenza continuò a lavorare. Egli imparò, per esempio,
standosene tutto il giorno a letto, a fare dei giochi con la mente,
interpretando i suoni che gli provenivano dall'ambiente: dal suono che faceva la
porta della stalla nel chiudersi, e dal tempo che impiegavano i passi a
raggiungere la casa, lui riusciva a dire di che persona si trattava e di quale
umore era.
Poi venne il famoso giorno in cui i suoi familiari si scordarono di averlo
lasciato solo, inchiodato nella sedia a dondolo. (Gli avevano costruito una
specie di primitivo vaso da notte intagliando un foro nel sedile). La sedia a
dondolo si trovava all'incirca nel mezzo della stanza, e Milton, seduto in
essa, guardava ardentemente la finestra, col desiderio di esservi più vicino,
in modo d'avere almeno il piacere di poter guardare la fattoria lì fuori.
Mentre era lì seduto, apparentemente immobile, preso dai suoi desideri e dai
suoi pensieri, improvvisamente la sua sedia aveva cominciato a dondolare
leggermente, Che enorme scoperta! Era un caso?
Oppure il suo desiderio di essere più vicino alla finestra non aveva forse
effettivamente stimolato qualche minimo movimento del corpo, che aveva
cominciato a far dondolare la sedia?!
Questa esperienza, che probabilmente alla maggior parte di noi sarebbe
passata inosservata, portò il ragazzo diciassettenne a un periodo di febbrile
esplorazione di sé e di scoperta. Milton stava scoprendo da solo il principio
ideomotorio fondamentale dell'ipnosi esaminato da Berneim una generazione prima
che il solo pensiero o la sola -idea di un movimento potevano portare
all'effettiva esperienza di un movimento automatico del corpo. Nelle settimane
e nel mesi che seguirono, Milton andò a ripescare tutti i suoi ricordi sensoriali
per cercare di reimparare a muoversi. Per esempio, si guardava per ore e ore la
mano, e cercava di ricordare che sensazione gli avevano dato le dita quando
tenevano un forcone. A poco a poco si accorse che le sue dita cominciavano a
fare dei piccoli scatti e a muoversi leggermente in modo scoordinato. Continuò
sino a che i movimenti diventarono più ampi, e lui poté controllarli
coscientemente. E in che modo la mano afferrava un ramo d'albero? Come si
muovevano gambe, piedi e dita quando si arrampicava su un albero?
Non erano semplici esercizi di immaginazione; erano esercizi di attivazione
di reali ricordi sensoriali ricordi che ri-stimolarono la sua coordinazione
senso-motoria tanto da permettergli di guarire. Ciò appare evidente dal
seguente stralcio di colloquio:
"E: Dapprima cercai di imparare a rilassarmi e ad accrescere la mia
forza. Mi costruii dei tiranti elastici che potevo tendere contro certe
resistenze. Ogni notte facevo quest'esercizio e tutti gli altri possibili. Poi
mi accorsi che avrei potuto camminare per stancarmi e liberarmi dal dolore. A
poco a poco capii che, se fossi riuscito a pensare al fatto di camminare,
stancarmi e rilassarmi. ne avrei avuto un sollievo.
R: Il solo fatto di pensare a camminare e a stancarti riusciva ad alleviarti
il dolore allo stesso modo dell'effettivo processo fisico?
E: Sicuro, poco per volta ci riuscì.
R: Nelle tue esperienze di autorieducazione, tra i 17 e i 19 anni, ti sei
reso personalmente conto che potevi servirti dell'immaginazione per ottenere
gli stessi risultati che avresti ottenuto con uno sforzo fisico reale.
E: Di un intenso ricordo più che dell'immaginazione. Ci ricordiamo di certi
gusti, sappiamo che la menta ci dà quella certa sensazione di fresco. Da
bambino mi arrampicavo su un albero di un boschetto, poi saltavo da un albero
all'altro come una scimmia. Ho cercato di ricordare le varie contorsioni e
giravolte che facevo per scoprire quali sono i movimenti che facciamo quando
abbiamo la piena disponibilità dei nostri muscoli.
R: Attivavi dei ricordi reali dell'infanzia per capire quanta parte del
controllo muscolare avessi perduto e trovare il modo di riacquisirlo.
E: Sì, ci serviamo di ricordi reali A 18 anni cercavo di ricordare tutti i
movimenti che facevo da bambino per aiutarmi a riapprendere la coordinazione
muscolare (Milton H. Erickson, Opere vol. I, Astrolabio, Roma 1982, pp.
141-142).
Ma perché potesse guarire era necessario qualcosa di più della semplice
introspezione: l'osservazione del mondo esterno.
Fortunatamente in quel periodo la sua sorella minore, Edith Carol, stava
appena imparando a camminare. Milton iniziò una serie di osservazioni
giornaliere nelle quali notava il suo modo (soprattutto inconscio) di imparare
a camminare, in modo da poterlo copiare consapevolmente, e così costringere il
proprio corpo a fare lo stesso. In una conversazione sinora inedita, egli così
parla di quel periodo:
Imparai a stare in piedi guardando la mia sorellina che imparava a stare in
piedi:
usa le tue due mani come base, allarga le gambe, usa le ginocchia come base
larga, e poi poggia più peso su un braccio e una mano e sollevati. Ondeggia
avanti e indietro per trovare l'equilibrio. Esercitati a piegare le ginocchia e
a mantenere l'equilibrio. Dopo che il corpo è in equilibrio, muovi la testa. Dopo
che il corpo è in equilibrio muovi la mano e la spalla. Metti un piede davanti
all'altro mantenendoti in equilibrio. Cadi. Riprova.
Dopo undici mesi di questo intensivo allenamento, Mílton camminava ancora
sulle stampelle, ma stava imparando rapidamente a camminare in modo sempre meno
faticoso, in modo da sottoporre a minima tensione il suo corpo.
Scopre anche l’uso del doppio legame e dei paradossi molto presto:
"Il mio primo uso intenzionale del doppio legame che ricordi con
esattezza risale agli inizi dell'adolescenza. Un giorno invernale, con
temperatura sotto zero, mio padre fece uscire dalla stalla un vitello per
portarlo all'abbeveratoio. Dopo averlo dissetato ripresero la via della stalla,
ma quando giunsero alla porta l'animale puntò testardamente i piedi e non volle
saperne di entrare nonostante gli sforzi disperati di mio padre che lo tirava
per la cavezza. Io stavo giocando con la neve e, al vedere quella scena,
scoppiai in una gran risata. Allora mio padre mi sfidò a fare entrare il
vitello nella stalla. Visto che si trattava di una resistenza ostinata e
irragionevole da parte dell'animale, decisi di dargli la più ampia occasione di
continuarla secondo quello che era chiaramente il suo desiderio. Di conseguenza
lo posi di fronte a un doppio legame: lo presi per la coda e lo tirai fuori
dalla stalla, mentre mio padre continuava a tirarlo verso l'interno. Il vitello
decise subito di opporre resistenza alla più debole delle due forze e mi
trascinò nella stalla" (Milton H. Erickson, Opere vol. I, Astrolabio,
Roma 1982, pp. 469-470)."
Più avanti nella vita adulta le esperienze di autoipnosi spontanea lo
accompagnarono dandogli quella fiducia nell’inconscio che lo caratterizza:
"E: Continuavo a osservare sempre. Ti dirò quale è stata la cosa più
presuntuosa che abbia mai fatto. Avevo vent'anni ed ero nel primo semestre del
secondo anno di college quando cercai di ottenere un posto al quotidiano
locale, The Daily Cardinal, nel Wisconsin. Volevo scrivere articoli di fondo.
Il direttore, Porter Butz, mi accontentò e mi disse che avrei potuto
lasciarglieli nella buca delle lettere andando la mattina a scuola. Dovevo però
leggere e studiare moltissimo per compensare la mia scarsa preparazione
letteraria della campagna. Volevo farmi una vasta cultura. Un'idea di come
procedere mi venne ricordando il modo in cui, quand'ero più giovane, a volte
correggevo in sogno dei problemi di aritmetica.
Il mio piano era questo: avrei studiato la sera e sarei andato a letto alle
dieci e mezza, addormentandomi immediatamente, dopo aver caricato la sveglia
per l'una di notte. A quell'ora mi sarei alzato, avrei scritto a macchina
l'articolo, avrei messo la macchina sopra le pagine scritte e me ne sarei
tornato a dormire. Al mio risveglio, il mattino dopo, mi meravigliai moltissimo
di trovare qualcosa di scritto sotto la macchina, perché non ricordavo affatto
d'essermi alzato per scrivere. Era così che scrivevo ogni volta gli articoli.
Volutamente non li rilessi, ma ne conservai una copia a carta carbone.
Lasciai gli articoli non riletti nella cassetta delle lettere, poi diedi ogni
giorno un'occhiata al giornale, per vedere se fossero stati pubblicati, ma con
esito negativo. Alla fine della settimana esaminai le copie che avevo fatto e
constatai di avere scritto tre articoli che erano stati tutti pubblicati.
Riguardavano per lo più il college e il suo rapporto con la comunità locale.
Non avevo riconosciuto ciò che io stesso avevo scritto vedendolo stampato e
avevo dovuto controllare le mie copie per averne la prova.
R: Perché decidesti di non rileggere al mattino gli scritti della notte?
E: Mi chiesi se sarei stato capace di scrivere degli articoli. Il fatto di
non riconoscere le mie parole sulla pagina stampata significava che nella mia
mente c'erano molte più cose di quante non pensassi. Ebbi così la prova
d'essere più intelligente di quel che credevo. Quando volevo sapere qualcosa
non volevo che la conoscenza imperfetta di qualcun altro la deformasse. Il mio
compagno di stanza osservava con curiosità le mie alzate all'una di notte per
scrivere a macchina. Mi disse che sembravo non accorgermi di nulla quando mi
scuoteva la spalla, e si chiedeva se camminassi e battessi a macchina nel
sonno. Gli dissi che doveva essere proprio così, perché a quel tempo non vedevo
assolutamente altre spiegazioni. Fu solo al terzo anno di college che
frequentai i seminari di Hull e cominciai le mie ricerche sull'ipnosi.
R: Con un approccio naturalistico, pratico di questo tipo, potremmo far
apprendere ad altri l'attività sonnambulica e l'autoipnosi? Uno potrebbe
caricare la sveglia in modo da alzarsi a metà sonno e svolgere qualche attività
che poi potrebbe dimenticare. Sarebbe un modo di addestrarsi all'attività
dissociativa e all'amnesia ipnotica?
E: Sicuro, e dopo qualche tempo la sveglia non sarebbe più necessaria. Ho
istruito in questo modo molti allievi" (Milton H. Erickson, Opere
vol. I, Astrolabio, Roma 1982, pp. 143-144).
Ma per quanto, stando a questi primi esperimenti col proprio inconscio, il
giovane Mílton sembrasse avere il mondo in pugno, c'erano lezioni ancora più
importanti da imparare.
Quanto segue è un esempio di come questo giovane americano di campagna abbia
cominciato a pensare al suo futuro di medico:
"E: Quand'ero agli inizi dei miei studi di medicina ebbi un'esperienza
molto amara.
Ero stato incaricato di visitare due pazienti. Il primo era un vecchio
settantatreenne, un individuo sgradevole sotto ogni aspetto: fannullone,
alcolizzato, ladro, che era sempre vissuto a carico dell'assistenza pubblica.
Questo tipo di vita m'interessava: feci un'accurata anamnesi e mi informai di
ogni particolare. Risultò chiaro che costui aveva buone probabilità di superare
gli ottant'anni. Poi passai al secondo paziente. Era una delle più belle
ragazze che avessi mai visto: una personalità affascinante e di grande
intelligenza. Visitarla era un piacere. Poi, mentre le esaminavo gli occhi, mi
trovai a dirle che avevo scordato di fare qualcosa: mi scusasse, sarei tornato
al più presto. Andai nella sala di riunione dei medici e consideraí il futuro.
La giovane aveva il morbo di Bright e poteva dirsi fortunata se fosse riuscita
a vivere per altri tre mesi. Vidi l'ingiustizia della vita. Un vecchio
fannullone di 73 anni, che non aveva mai fatto niente di meritevole, non aveva
mai dato niente, era stato solo distruttivo. Qui invece una ragazza stupenda e
affascinante, che aveva tanto da offrire. Dissi a me stesso:
"Pensaci sopra e ricavane una visione dell'esistenza, perché come
medico ti troverai continuamente di fronte a qualcosa del genere: alla assoluta
ingiustizia della vita".
R: Come c'entra lo stato autoipnotico?
E: Lì ero solo. So che gli altri entravano e uscivano dalla sala, ma io non
ne avevo coscienza. Stavo guardando nel futuro.
R: In che modo? Avevi gli occhi aperti?
E: Li avevo aperti. Vedevo i bambini non ancora nati, quelli che dovevano
ancora crescere e diventare quel dato uomo e quella data donna, che sarebbero
morti a 20, 30 o 40 anni. Alcuni sarebbero vissuti sino a 80 o a 90 anni, e
consideravo il loro valore come individui.
Persone di ogni tipo, con le loro occupazioni, la loro vita: tutte mi
passavano davanti agli occhi.
R: Era una specie di pseudo-orientamento nel futuro? Hai vissuto
nell'immaginazione la tua vita futura?
E: Sì, non si può praticare la medicina se si è sconvolti emotivamente. Ho
dovuto imparare a riconciliarmi con l'ingiustizia della vita in quel contrasto
tra la ragazza avvenente e il vecchio fannullone settantatreenne.
R: Quando ti sei accorto di trovarti in uno stato autoipnotico?
E: Capivo di essere assorto come quando scrivevo gli articoli e lo ero
semplicemente, senza cercare di esaminare questo mio stato. Vi ero entrato per
orientarmi verso il mio futuro di medico.
R: Ti sei detto: "Ho bisogno di orientarmi sul mio futuro di
medico". Allora è subentrato il tuo inconscio e hai avuto questo profondo
sogno a occhi aperti. Perciò quando entriamo in autoipnosi diamo a noi stessi
un problema e poi lasciamo che se ne occupi l'inconscio. I pensieri venivano e
se ne andavano da soli? Erano cognitivi o espressi in immagini?
E: Tutte e due le cose. Vedevo il bambino piccolo crescere e farsi
uomo" (Milton H. Erickson, Opere vol. I, Astrolabio, Roma 1982, pp.
144-145).
A differenza delle terapie in voga Erickson non dava importanza all’insight
e promuoveva varie tecniche innovative come le suggestioni indirette, i doppi
legami, le metafore, la disseminazione di concetti, l’utilizzazione secondo il
famoso principio: "tutto ciò che il paziente ti presenta in studio, va
assolutamente utilizzato."
Chiaramente Erickson non arrivò subito a utilizzare tali tecniche, iniziò
con il classico approccio all’ipnosi per poi sviluppare un proprio stile
centrato sul cliente: nel 1973 egli disse : "... le persone vengono per
essere aiutate, ma anche per ricevere qualche giustificazione razionale del proprio
comportamento e per salvare la faccia. Io mi preoccupo molto di rispettare
questa loro necessità e cerco di parlare in modo tale da dare la sensazione che
sono dalla loro parte" (Haley, 1975)
L’inconscio descritto da Erickson non era quello di Freud, si trattava di
una forza amica dalla quale trarre risorse ma che funziona comunque secondo la
logica descritta da Freud cioè per metafora e metonimia.
Per capire come Erickson intendeva l’inconscio basta prendere alcune parti
delle sue induzioni:
"E nello stato di trance puoi lasciare che la tua mente inconscia passi
in rassegna il vasto deposito di cose che hai appreso, che hai appreso nel
corso della tua vita. Ci sono molte cose che hai imparato senza saperlo. E
molte delle conoscenze che ritenevi importanti a livello conscio sono scivolate
nella tua mente inconscia."
Erickson era capace di comunicare all’inconscio poiché utilizzava il suo
stesso linguaggio mentre al contempo distraeva e sovraccaricava la mente
cosciente. E in effetti sembra che Erickson considerasse l’Io cosciente la vera
causa dei problemi con i suoi pregiudizi, i suoi schemi rigidi e le convinzioni
limitanti.
Quindi l’ipnosi come spiega Erickson "di per sé non provoca la
guarigione, questa è ottenuta tramite una ri-associazione delle esperienze
della persona" (Opere, Vol. IV)
Si può anche dire che Erickson era un pragmatico, non arrivò a sviluppare
una teoria completa della personalità. Scrive Lankton: "[...] secondo
alcuni l’influsso di Erickson eguaglia quello avuto da Freud. Ma se Freud può
essere considerato come l’Einstein della teoria, Erickson sarà ricordato come
l’Einstein dell’intervento terapeutico."
Erickson sviluppa più che altro una teoria dell’intervento strategico che si
basa sui seguenti punti a parere di Lankton:
1. La persona agisce secondo la propria mappa interna, e non secondo la
propria esperienza sensoriale.
2. In
un qualsiasi dato momento, la scelta che la persona compie è quella per lei
migliore
3. La spiegazione, la teoria o la metafora cui si ricorre per dire qualcosa
su una persona non esauriscono la totalità della persona
4. Rispettate tutti i messaggi del cliente
5. Insegnate a scegliere, non cercate mai di limitare la scelta
6. Le risorse di cui il cliente ha bisogno risiedono nella sua storia
personale
7. Andate incontro al cliente all’interno del suo modello del mondo
8. L’elemento più forte di un sistema è la persona che dispone della
maggiore flessibilità o possibilità di scelta
9. Non è possibile non comunicare
10 Se una cosa è troppo difficile, suddividetela in pezzi
11. Il risultato è determinato a livello inconscio
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Potremmo anche aggiungere che Erickson aveva fiducia nel
processo inconscio e nelle sue risorse. Inoltre si concentrava sul positivo e
sulla soluzione piuttosto che sui problemi o sull'elaborazione di teorie
complicate.
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Proprio in riferimento al punto 10 occorre rendersi conto che Erickson era
veramente abile nel ridurre le variabili complesse in variabili semplici. Era
capace di redarre una induzione di 30 pagine per poi ridurla fino a una pagina
e mezza. Questa è una caratteristica dei grandi retori, che potremmo definire
come la conclusiva brevità ovvero la capacità di esprimere compiutamente e
concisamente il proprio pensiero. Ma questa abilità la si può trovare solo alla
fine di un lungo percorso di affinamento. Scriveva Pascal: "Mi scuso per
avere scritto una lettera così lunga, non avevo tempo per scriverne una più
breve."
Erickson era veramente meticoloso, arrivò per esempio a registrare e a
studiare gli schemi linguistici usati da uno psicotico per poi comunicare nel
suo stesso stile.
Quel caso è anche una perfetta dimostrazione del punto 7: Erickson ricalcava
e utilizzava la mente cosciente del cliente per poi comunicare nel suo stesso
stile a livello verbale e non verbale e per far ciò occorre una enorme
flessibilità e acutezza sensoriale, infatti il terapeuta deve trasformarsi in
uno strumento di biofeedback per il cliente.
Dominique Megglé spiega che l’approccio alla terapia di Erickson in realtà
ne riassume diversi: "Per la sua inclinazione alla sperimentazione (ma
solo in laboratorio!) e per l’importanza attribuita all’apprendimento, la
terapia eriksoniana si avvicina alle terapie comportamentali. Per il suo
orientamento sulle qualità del trattamento dell’informazione (differenti fra
conscio e inconscio) essa evoca le terapie cognitive. Per il suo lavoro sulle
associazioni mentali, i simboli inconsci e per l’attenzione all’economia
psichica, si situa nella corrente psicanalitica. Infine per il suo interesse
volto più alla crescita della persona che alle sue deficienze, può essere
considerata una terapia umanistica." (Dominique Megglé, Psicoterapie
brevi, Red
Alcuni esempi di
approcci Ericksoniani alla terapia
Prima di iniziare con alcuni esempi occorre tener
presente che l'approccio Ericksoniano a differenza di altri approcci
terapeutici lavora sempre con l'ipnosi anche quando la terapia è apparentemente
non ipnotica.
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Alcuni fenomeni presenti nelle trance medie e profonde
sono riscontrabili anche nella "comune trance quotidiana" così come
l'istaurazione di quel particolare sincronismo interattivo denominato
rapport.
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Alcuni pincipi base di questa forma di approccio sono:
1. Non è necessario rendere cosciente l'inconscio
2. Utilizzate in modo creativo ciò che c'è già, create nuove connessioni, nuovi
isomorfismi
3. Non è necessario che la suggestione sia diretta
4. Cominciate da poco e da vicino e poi create un campo affermativo positivo
5. L'approccio naturale è sempre il migliore
6. Create un effetto pratico e comportamentale nella vita del cliente
7. Superate le limitazioni apprese attraverso la ristrutturazione
8. Utilizzate la dissociazione
1. Non è necessario rendere cosciente l'inconscio
Erickson diceva: "Dobbiamo occuparci della mente inconscia, effettuare a
quel livello la terapia e poi trasferirla alla mente conscia." (p. 100 -
Opere Vol IV)
A questo proposito si potrebbe aprire tutto un capitolo sull'utilizzo
dell'amnesia nella terapia Ericksoniana.
L'utilizzo dell'amnesia consentiva a Erickson di aggirare le limitazioni
apprese e quindi riorganizzare il mondo psichico del paziente nel modo più
ecologico possibile per poi far emergere naturalmente e spontaneamente il
cambiamento in un modo accettabile per la mente conscia.
Erickson poteva dare delle prescrizioni terapeutiche mentre il cliente era in
trance alla stregua di comandi post-ipnotici, poi induceva un'amnesia per
proteggere le suggestioni. Uno stato di trance di questo tipo poteva essere
indotto anche tramite la conversazione, per esempio tramite un discorso lungo,
vago e generico sempre più frequentemente inframmezzato con suggestioni di
stanchezza e sonnolenza.
L'amnesia poteva essere indotta anche tramite metodi naturali quindi non
direttamente e tramite commenti casuali del tipo: "Lei ha sentito tutto
quello che ho detto perché è qui nello studio, e se lo ricorda qui anche se una
parte di lei potrebbe pensare di non poter dimenticare ma solo perché è seduta
qui in questa stanza e quindi non è necessario che non avvenga tutto
subito".
Erickson studiando le varie forme di amnesia spontanee in stato di veglia aveva
riconosciuto gli eventi che scatenavano naturalmente queste amnesie e quindi
poteva riprodurle indirettamente.
Una amnesia spontanea può essere prodotta per distrazione dell'attenzione, per
interruzione dei nessi associativi in corso o per continuazione e riaggancio a
un flusso di pensieri precendenti.
Il primo caso si verifica quando una persona si presenta e stringe la mano
all'interlocutore per poi dimenticarne il nome. Ciò accade perché l'attenzione
è distratta dal compito piuttosto coinvolgente della presentazione.
Il secondo caso accade quando veniamo interrotti dal nostro discorso con
argomenti non correlati. Ciò interrompe il flusso dei nostri pensieri e ci fa
perdere il filo. Il nesso associativo può anche essere un'ancora ambientale.
Per esempio quando usciamo dalla stanza in cui ci è sorta un'idea per attuarla
e poi strada facendo ce ne scordiamo...
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L'amnesia è facilmente strutturabile se ci rendiamo conto
di quanto le informazioni siano stato dipendenti. Col termine stato
dipendenti si intende informazioni dipendenti dalla fisiologia e dal
contesto:
"Recentemente alcuni ricercatori hanno fatto imparare a memoria delle
filastrocche senza senso a 48 soggetti volontari in stato di ubriachezza.
Quand'erano lucidi ricordavano con molta difficoltà ciò che avevano imparato,
mentre quando erano nuovamente ubriachi lo ricordavano assai meglio. [...]
Dalla natura legata allo stato dell'esperienza, e dal fatto che vi sia
amnesia tra lo stato di normale esperienza quotidiana e tutti gli altri stati
di iper- e ipoeccitamento, consegue che il cosidetto 'subconscio' altro non è
che quest'amnesia chiamata in altro modo. Pertanto, invece di postulare un
solo subcoscio, penso che vi siano tanti strati di autoconsapevolezza"
(p. 102 - Opere Vol. III).
In effetti accade che ci sia una continuità di ricordo tra una trance e
l'altra o tra una notte di sogni e l'altra così come tra uno stato di veglia
e l'altro e un'amnesia fra questi stati di consapevolezza.
Tramite l'ipnosi inoltre è possibile risalire a vari tipi di memorie
dissociate come i ricordi traumatici o le memorie coorporee. In genere per
rievocare questo tipo di memorie che non fanno parte della memoria
dichiarativa si chiede al soggetto di concentrarsi su una sensazione e
risalire al primo momento in cui si è verificata (cercando quindi di aggirare
la rammemorazione linguistica tramite un'ancora cenestesica).
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Potremmo considerare l'amnesia spontanea da trance come l'effetto di una
interruzione dello stato di consapevolezza normale e quindi dei suoi nessi
associativi. La dissociazione infatti non è altro che l'interruzione o la
mancanza di nessi associativi. Le informazioni che non si integrano nella
coscienza di veglia rimangono dissociate.
Per esempio al risveglio dal sonno con il ritorno alla consapevolezza normale
entro breve si spezzano i legami associativi e spesso ci dimentichiamo ciò che
abbiamo sognato se non lo scriviamo subito o se non ci ripensiamo durante lo
stato ipnagogico (la fase tra il sonno e il risveglio).
Anche subito dopo la trance succede qualcosa di simile: "Erickson si
attiene alla prassi di non parlare al paziente che si è appena risvegliato
dalla trance di quanto è accaduto in tale stato. Lo stato di trance persiste
per qualche istante dop il risveglio e le domande rivolte ai soggetti in questo
periodo consentono spesso la completa rammemorazione. Erickson tipicamente
intrattiene per qualche momento il paziente che è appena uscito di trance in
conversazioni casuali, aneddoti, storielle paradossali lontanissime
dall'esperienza ipnotica, per provocare un'amnesia per distrazione. Oppure a
volte lo 'caccia' dallo studio per evitare di parlare della trance. Lo distrae
e fa tutto il possibile per rendere la situazione da veglia completamente
diversa da quella di trance e provocare così l'amnesia." (pp. 86-87 -
Opere Vol. III)
A volte faceva qualcosa di più complicato tramite la tecnica dell'amnesia
strutturata. L'amnesia strutturata crea una serie di nessi associativi prima
della trance che vengono in seguito ripresi alla conclusione della trance per
dare una amnesia di tutto ciò che è accaduto "nel mezzo".
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Il nesso associativo può anche essere ambientale e
comportamentale (si riprende a fare ciò che si stava facendo un attimo prima
di indurre la trance).
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I comandi post-ipnotici sono un chiaro esempio di dissociazione fra memoria
procedurale e memoria dichiarativa a partire da una ingiunzione paradossale:
"Fai ciò che ti dico ma dimentica l'ordine". Il soggetto sarà quindi
in grado di fare quanto ordinato ma senza spiegarsi il perché.
2. Utilizzate in modo creativo ciò che c'è già, create nuove
connessioni, nuovi isomorfismi.
In effetti è da questo tipo di processo che sorgono le nuove idee artistiche e
scientifiche e si fanno delle "scoperte".
In terapia utilizzare in modo creativo ciò che c'è già vuol dire diventare
padroni del sintomo rispecchiandolo, prescrivendolo, apportando piccoli
cambiamenti, utilizzandolo o sostituendolo con un altro sintomo meno
inabilitante che tuttavia soddisfa gli stessi bisogni di fondo.
3. Non è necessario che la suggestione sia diretta
"La maggior efficacia delle suggestioni indirette può essere spiegata in
questo modo. Nella maggior parte delle trance la coscienza non è mai assente
del tutto, ma assume un atteggiamento di osservazione: in parte il soggetto si
perde nell'esperienza in atto, ma in parte l'Io osserva tranquillamente ciò che
sta succedendo, come accade a fare in sogno.
Quando si dà una suggestione diretta [...] l'Io che la osserva ne prende nota,
[...] dopo averne preso nota, l'Io ha la facoltà di scegliere se metterla in
atto oppure no. [...] Ma quando la suggestione è data indirettamente, anche
l'Io che osserva tende a non accorgersi di aver ricevuto una suggestione. Se vi
è pochissima o nessuna consapevolezza della suggestione, vi sono pochissime
possibilità di discuterla e di rifiutarla, o non ve ne sono affatto." (p.
88 - Opere, Vol. III)
4. Cominciate da poco e da vicino e poi create un campo
affermativo positivo
Erickson a una ragazzina di dodici anni che aveva avuto una paralisi e non
riusciva a muovere le braccia disse di cominciare col mettersi davanti allo
specchio a fare delle boccaccie (in questo modo contraeva indirettamente i
muscoli del petto). La ragione di questo strano intervento è presto detta, da
un lato aggira la resistenza, dall'altro inizia da un piccolo cambiamento per
diffonderlo indirettamente altrove: "Ora, quando si comincia a far muovere
un muscolo, il movimento tende a diffondersi a tutti i muscoli. Provate a
muovere solo un dito. Il movimento comincia a diffondersi, senza che lo
vogliate." (La mia voce ti accompagnerà, Astrolabio, p. 105)
Creare un campo affermativo positivo è anche dire che una anestesia può
durare 10 minuti come 11 minuti. E se ne può durare 11 potrà durarne anche 12.
E se ne dura 12 sicuramente ne potrà durare anche 14. E se ne dura 14 potrà
durare anche 17. Se ne dura 17, ne potrà certamente durare almeno 20. E così
via fino a durare ore, fino a durare un giorno. Ma se ne può durare un giorno
ne può durare anche due...
5. L'approccio
naturale è sempre il migliore
I risultati più efficaci, facili e duraturi sono quelli che si producono
naturalmente. Predisponete la situazione perché il risultato voluto ne sia una
conseguenza naturale.
6. Create un effetto pratico e comportamentale nella vita del
cliente
Potete solcate il mare all'insaputa del cielo come nell'esempio che segue
oppure creare uno schock psicologico o una esperienza emozionale correttrice
capace di rompere il vecchio schema di riferimento e avviare un processo
creativo di risintesi interiore.
"Una ragazza veniva a scuola tenendo sempre la mano sinistra sopra la
bocca. [...] Quando diceva la lezione in classe, quando camminava per strada,
quando mangiava al ristorante, aveva sempre la mano sinistra sopra la bocca.
[...] Dopo molti incitamenti mi raccontò di una terribile esperienza che aveva
avuto all'età di dieci anni. In un incidente di macchina, era stata catapultata
oltre il parabrezza. [...] Il vetro del parabrezza le aveva tagliato la bocca
[...] Così crebbe con l'idea di avere la bocca orribilmente sfregiata, ed ecco
perché la teneva sempre coperta, perché non voleva che nessuno vedesse
l'orribile cicatrice. [...] Così la persuasi ad andare a un appuntamento con uno
degli studenti. Lei doveva portarsi appresso due pesanti borse [...] A questo
appuntamento, e a tutti i successivi, scopri che se permetteva che le dessero
un bacio sulla porta di casa, l'uomo invariabilmente la baciava dalla parte
della bocca in cui c'era la cicatrice. [...] Quello che non sapeva, era che lei
era curiosa, e quando era curiosa piegava sempre la testa a sinistra, un uomo
doveva per forza baciarla sulla parte destra della bocca!" (La mia voce ti
accompagnerà, Astrolabio, p. 49)
7. Superate le limitazioni apprese attraverso la ristrutturazione
L'importante è cogliere le differenze nel modo più ecologico e creativo
possibile: "C'era uno studente universitario, che al liceo era stato
capitano della squadra di baseball, e che al liceo era stato capitano della
squadra di football. [...] Ma si riscontrò che i suoi avanbracci presentavano
una normale differenza di 2-3 centimetri. Era distrutto. Venne da me e mi
disse: "Lei non sa cosa vuol dire essere un invalido".
[...] Vedete, quando un paziente mi dice che io non so cos'è il dolore, e che
non so cosa vuol dire essere invalido, io mi permetto di dire che si sbaglia.
Proprio così. E posso dimostrare molto chiaramente che il fatto di essere
rimasto paralizzato dopo il liceo non mi è stato di alcun ostacolo. E non
potevo muovere nessuna parte del corpo, a eccezzione delle pupille. Ho imparato
il linguaggio del corpo.
E quando andavo all'Università, il primo anno andai a vedere Frank Bakon in
Lightning. Quell'attore divenne celebre, perché nel corso della commedia sapeva
dire 'no' con sedici diversi significati.
La sera dopo tornai a teatro, e contai tutti i significati diversi." (La
mia voce ti accompagnerà, p. 145)
È chiaro che se fossiamo capaci di fare distinzioni diverse della realtà
anche il nostro comportamento sarebbe diverso.
E così Erickson racconta che "Se voi aveste paura dell'altezza e non
riusciste a salire sullo Squaw Peak, io che farei? Vi disorienterei nel tempo,
anche se dovessi tornare indietro dieci o dodici anni. Vi farei andare a fare
una passeggiata come se aveste diciotto ani di meno, quando probabilmente non
avevate quella fobia. Così salireste su quella montagna, per vedere cosa c'è
dall'altra parte.
Oppure, se non riuscissi a fare questo, disorienterei la vostra percezione
delle cose in modo che la montagna vi appaia pianura, un pezzo di pianura, come
soffici zolle che potrete tranquillamente attraversare. [...] In un caldo
giorno d'estate, mentre dormite, potete andare a pattinare sul ghiaccio. Potete
pranzare a New Orleans, a San Francisco o a Honolulu. Potete volare in
aeroplano, guidare un'automobile, incontrare amici d'ogni genere, e siete
sempre a letto profondamente addormentati. [...] La trance non fa altro che
permettervi di utilizzare tutte le cose che avete già imparato. E spesso noi
diamo poco peso a tutte le cose che abbiamo imparato." (La mia voce ti
accompagnerà, p. 60-61)
È possibile tornare nel passato per recuperare le risorse e le cose
imparate, ma è anche possibile muoversi nel futuro tramite la tecnica dello
pseudo orientamento nel tempo. Tramite questa tecnica Erickson disorientava la
persona e poi la riorientava nel futuro proiettandola in qualche data dove il
suo problema sarebbe stato risolto. Da quella posizione privilegiata la persona
poteva volgersi indietro e rivedere lo svolgimento proggressivo degli eventi
che l'avrebbero condotta al successo, poteva assaporare questo successo e
questo cambiamento superando lo stato problematico presente.
Potremmo paragonare questo approccio a una tecnica "come se": credere
di aver già realizzato certi risultati determina una retroazione del futuro sul
presente tale da riorganizzare i pensieri e comportamenti come una profezia che
si autodetermina. Per lo stesso motivo le profezie e le predizioni possono essere
tanto efficaci (nel bene e nel male) perché predire qualcosa equivale a
provocarla: nel momento in cui si vede o si predice il futuro lo si sta già
modificando. Siamo profeti di noi stessi.
8. Utilizzate la dissociazione
Le tecniche finora descritte possono essere abbinate con il fenomeno della
dissociazione. Per esempio la regressione, l'amnesia, l'analgesia sono
potenziate dalla dissociazione. Anche la ristrutturazione perché la
dissociazione consente di vedere oggettivamente gli eventi semplicemente osservandoli
in modo distaccato e senza provare le risposte emotive che vi sono solitamente
associate. Tramite lo pseudorientamento nel tempo si può guardare al tempo
presente in modo oggettivo e distaccato.
Erickson faceva allucinare in delle sfere di cristallo vari episodi della vita
della persona (perché "le sfere di cristallo create per allucinazione sono
comode, facili da maneggiare e straordinariamente economiche." Opere -Vol
IV, p. 450) creando una dissociazione e una amnesia rispetto alla persona che
appariva nelle scene così da rivedere la propria vita in modo oggettivo
stimolando nuove associazioni a proposito di "quella persona":
"Puoi sognare te stessa come una bambina piccola, chiedendoti chi sia
quella bambina. E puoi guardare quella bambina diventare più grande, settimana
dopo settimana, mese per mese, anno per anno. Finché alla fine puoi riconoscere
chi sia quella bambina che sta crescendo." (Tecniche di suggestione
ipnotica, p. 64-65)
Cosa
succede durante l'ipnosi?
Nella prima fase la fase induttiva si verifica un primo cambiamento dello
stato di coscienza. Si possono riscontrare sull"EEG (Eletroencefalogramma)
un'accentuata presenza delle onde alfa tipiche degli stati di rilassamento e di
distacco dalla realtà esterna. Si comincia quindi con un passaggio dalle onde
beta (predominanti durante la veglia e gli stati di vigilanza e allerta) alle
onde alfa più lente. L'alterazione delle proprie vibrazioni cerebrali comporta
una rallentamento anche di altre attività (respiro, pulsazioni cardiache) e
viceversa.
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È bene ricordare che l'invito al rilassamento somatico e
al sonno funzionano bene perché permettono il distaccco graduale
dall'ambiente esterno, ma è possibile indurre un'ipnosi anche in altro modo
come dimostrano le pratiche autoritarie o l'ipnosi distonica. Tutto ciò che è
capace di focalizzare l'attenzione all'interno e sulla voce dell'ipnotista
può essere inteso come una manovra induttiva.
Infatti l'ipnosi non equivale al sonno, perché una persona addormentata
reagisce solo a stimoli intensi e non è in comuncazione con il mondo esterno.
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Successivamente, con l'approfondimento dell'attenzione all'interno si
manifesta un predomio delle onde theta più lente che caratterizzano la trance
vera e propria. È da notare che le onde theta si manifestano di solito nel
periodo che precede il sogno (fase ipnagogica). Questo stato, che normalmente è
vissuto passivamente o fugacemente, nell'ipnosi viene mantenuto per tutta la
seduta e utilizzato a fini terapeutici.
Durante questo passaggio l'individuo vive la destrutturazione del suo stato
di coscienza, può avvertire delle sensazioni di spersonalizzazione o irrealtà.
Lo schema del corpo può alterarsi diventando evanescente e spesso si presentano
fantasie e immagini fugaci. Il soggetto comincia a far fatica a seguire il
senso delle parole dell'ipnotista anche se sente un forte legame.
A questo livello l'ipnotista, riconoscendo i segnali fisiologici di una
trance, passa all'utilizzo di un linguaggio metaforico-allegorico proprio
dell'emisfero destro che nel frattempo si è trasformato nell'emisfero
dominante. Si possono quindi creare delle "realtà ipnotiche" dove
l'individuo, attingendo alle sue risorse profonde, e agli "apprendimenti
esperienziali" potrà sperimentare nuovi esperienze e sviluppare nuove
associazioni.
Tra l'altro si è scoperto, tramite la PET, che le realtà prodotte in ipnosi
sono virtuali solo sino a un certo punto, poiché i soggetti a cui si comandava
di pensare di correre su un prato, attivavano i medesimi percorsi neuronali di
una "vera corsa".
Per chiarire questo concetto possiamo fare l'esempio di noti campioni sportivi
che si allenano mentalmente ripetendo ogni movimento e immaginandosi
completamente la scena della gara tramite tutti i sistemi sensoriali.
Questa è la stessa tecnica che permise all'ipnoterapista Milton Erickson di
riabilitarsi.
Ci sono vari esperimenti che dimostrano la validità di questo principio:
"Uno studio ha guardato agli effetti dell'esercizio mentale opposto a
quello fisico nel tendere e rilassare un dito della mano sinistra. Questo
piccolo esercizio muscolare venne ripetuto per cinque sessioni alla settimana
su di un periodo di quattro settimane - per un totale di venti sessioni
d'allenamento. Metà dei partecipanti eseguì fisicamente l'esercizio, mentre un
secondo gruppo ne immaginò soltanto l'esecuzione per lo stesso numero di sedute
d'allenamento. Al termine delle quattro settimane, la forza del dito di ogni
partecipante venne confrontata con quella degli appartenenti ad un gruppo di
controllo che non avevano praticato lo stesso allenamento. Per il gruppo che
aveva eseguito fisicamente l'esercizio la potenza del dito era aumentata del
30%, mentre il gruppo di controllo fece registrare un incremento di potenza del
tutto trascurabile. [...] Ma cosa era successo agli individui che si erano
esercitati soltanto nella palestra della mente? - La forza nel loro dito era
aumentata del 22%, quasi quanto in seguito all'allenamento fisico! [...]
l'incremento osservato nella forza era dovuto unicamente a variazioni a livello
cerebrale, le quali a loro volta erano state causate dalla stimolazione del
circuito di neuroni interconnessi che controllano i movimenti delle dita.
Attivandosi insieme ripetutamente, questi circuiti cerebrali si erano
irrobustiti ed espansi, proprio come nel cervello dei violinisti e dei lettori
Braille." (Ian H. Robertson, Il cervello plastico, Rizzoli, 1999, pp.
53-54)
Alcune precisazioni
Secondo lo schema classico di Erickson e Rossi il procedimento ipnotico
passerebbe attraverso queste fasi:
1. Fissazione dell'attenzione.
tramite qualsiasi cosa che attragga e mantenga l'attenzione del soggetto.
2. Depotenziamento degli abituali schemi di riferimento e sistemi di
credenze
tramite distrazione, schock, sorpresa, dubbio, paradossi, confusione,
destrutturazione...
3. Ricerca inconscia.
tramite implicazioni, domande, linguaggio analogico, metafore, racconti,
aneddoti...
4. Processo inconscio.
tramite la creazione di nuove associazioni
5. Risposta ipnotica.
tramite l'espressione di potenzialità comportamentali e cognitive che vengono
sperimentate come se avvenissero da sé
Tra i fenomeni che si possono produrre spontaneamente o indurre ci sono:
- Regressione o avanzamento
di età
- Amnesia
- Analgesia
- Anestesi
- Comportamento automatico
- Dissociazione
- Catalessi
- Allucinazione
- Ipermnesia
- Identificazione
- Risposte Ideomotorie
- Risposte Ideosensorie
- Suggestione post-ipnotica
- Distorsione del tempo
Secondo Erickson questi fenomeni sono indipendenti dalla profondità della
trance mentre nell'ipnosi classica si usa suddividere la trance in diversi
stati a ognuno dei quali vengono associate determinate fenomenologie:
1. Stati ipnoidi caratterizzati da chiusura delle palpebre, rilassamento,
pesantezza, calore, leggera sonnolenza
2. Trance leggera retroversione oculare, catalessi oculare, catalessi degli
arti
3. Trance media amnesia parziale, anestesia o accresciuta consapevolezza a
livello sensoriale, suggestioni post-ipnotiche
4. Trance profonda amnesia e anestesia completa, sonnambulismo, allucinazioni
positive e negative.
La natura dell'ipnosi
Molti pensano che l'ipnosi sia pericolosa perché fa perdere il contatto con la
realtà.
A questo proposito potrebbe essere interessante chiedersi se "c'è qualcuno
che vive nel mondo reale?" Non avete mai visto come le persone vivano in
una loro trance? Come continuino ad esperire fenomeni ideodinamici? Come
proiettino contenuti interni sul mondo esterno? Come immaginano e rappresentano
nello spazio le loro esperienze interne? Come siano schiave di monoideismi
(vedi disturbi ossessivo/compulsivi)? e le suggestioni post-ipnotiche come le
profezie che si autodeterminano e gli schemi stimolo risposta delle fobie? E
quante volte siamo regrediti davanti a qualche figura autoritaria? e come
abbiamo osannato quel particolare leader politico o quel particolare cantante?
L'ipnosi ci consente di superare un pregiudizio piuttosto radicato*, ci
consente di studiare il modo in cui il "mondo reale" viene costruito
tramite i nostri processi neurofisiologici mentali e sociali. Tramite l'ipnosi
possiamo utilizzare coscientemente tali "regole" per definire una
nuova realtà condivisa in cui superare le limitazioni apprese.
|
*Il pregiudizio a cui stavo facendo riferimento consiste
nella convinzione che tutti noi viviamo in un medesimo stato di coscienza e
quindi nell'identica realtà. A questo pregiudizio si affianca la finitezza,
determinata una volta per tutte, degli stati di coscienza.
|
Piero Priorini (Attività estreme e stati alterati di coscienza) seguendo le
orme di Tart definisce la trance ipnotica come quel particolare stato di
coscienza caratterizzato dalla dissociazione psichica dell'Io e in particolare
da fenomeni di ideoplasia auto o eteroindotta. Si distingue quindi da tutti gli
altri stati di coscienza alterati (per esempio l'innamoramento, la tensione mistica,
l'ebrezza, le peak experiences, la possessione, il sonno, il sogno, lo
svenimento, etc...)
L'ipnosi consente di evocare nel soggetto un'ampia gamma di risposte
psicofisiche. Funziona un po' come un'amplificatore.
Come abbiamo visto, tra le fenomenologie possibili ci sono la completa
immobilità catalettica oppure il rilassamento profondo, l'ipersensibilità
oppure l'anestesia, l'ipermnesia oppure l'amnesia, etc...
In effetti se si analizza una induzione si può verificare come questa eliciti
una vastissima gamma di risposte neurofisiologiche:
"Ora semplicemente ti chiederò di guardare fissamente un punto proprio lì
di fronte a te, e mentre guardi quel punto le tue palpebre cominciano a farsi
più pesanti e si vogliono chiudere, e quando si chiudono completamente tu puoi
rilassare le gambre e le braccia sentendoti come cullato molto gentilmente....
e non so se ti sta già rendendo conto di quanto puoi sentirti felice e in pace
con te stesso in questo particolare stato, perché mentre assapori ogni particolare
sensazione prendendoti tutto il tempo necessario tu cominci a immaginarti di
galleggiare su una barca.. su un fiume molto calmo... così come la tua mente è
distesa... e puoi sentire la tua mano galleggiare mollemente, completamente
abbandonata, come lo è il tuo corpo, nell'acqua piacevolmente calda... sai cosa
intendo dire, non è vero? e mentre sei in questa situazione possiamo sentire
delle anatre in lontananza... ma è così piacevole lasciarsi trasportare dal
suono che quasi non te ne curi perché è come se stessi per addormentarti..
anche se sai che la mia voce sarà con te mentre ti accompagna in una trance
sempre più profonda e così cominci a sentire il calore del sole sul tuo stomaco
e la fresca brezza sulla tua fronte... e ti lasci andare a tutto ciò, perché
non c'è bisogno di fare, non c'è bisogno di sapere, neanche bisogno di
ascoltare... perché le tue orecchie udranno e capiranno proprio tutto ciò che è
necessario. E ora puoi assaporare il benessere di una trance sempre più
profonda, e voglio che ne asssapori ogni istante perché tu puoi avere un
mucchio di piacere nel divenire consapevole di tutte le comodità che puoi avere
in te stesso... "
La realtà dell’illusione
“l’ipnosi non è una risposta stabile a
stimoli dati, ma muta col mutare delle attese e dei preconcetti di una
particolare epoca”
Jaynes, J. (1996), Il crollo della mente
bicamerale e l’origine della coscienza
Effetto
placebo, trance, illusionismo, teatro,
leggende, miti, racconti e linguaggio sono solo alcuni dei fenomeni che
si manifestano allorché creiamo una rappresentazione del ‘reale’ e nella
intersezione fra mente e corpo generiamo una mappa del mondo, la quale ci
consente di ‘interfacciarci’ e di entrare in relazione con esso. Chiameremo
questo fenomeno la realtà dell’illusione; esso si trova al confine, al limitare
e nella intersezione tra mente e corpo, tra l’ombra e la luce... sul filo del crepuscolo lo andiamo a cercare,
laddove ciò che è immaginario produce effetti concreti.
Ma è bene ricordare che tutto ciò nasce da un bisogno biologico primario,
dell’uomo e del quale egli non può fare a meno. Infatti l’uomo dall’inizio dei
tempi non può fare a meno di creare in continuazione narrazioni e racconti a
proposito del ‘reale’ senza tuttavia conoscerlo mai a fondo, nella sua essenza.
Paradolia, ricerca transderivazionale, sono solo alcune parole per definire
questo strano fenomeno che è la trance quotidiana. Siamo come un cieco che si muove in una stanza a tentoni
e solo inciampando e tastando il terreno cerca di arriva dall’altra parte. La
realtà della stanza si manifesta solo quando inciampiamo e ci scontriamo con un
ostacolo. Solo quando le nostre illusioni falliscono qualcosa si manifesta e si
nasconde al tempo stesso, quasi che la ricerca della verità possa essere raggiunta
solo per via apofantica... ma forse l’unica verità che possiamo scoprire è la
verità della nostra illusione.
Placebo e Magnetismo animale
In questa esplorazione vorrei partire dal ‘caso Mesmer’.
Mesmer viene riconosciuto da molti come il precursore dell’ipnotismo. In
realtà egli inizialmente elaborò le sue
idee a partire dalla medicina magica del medioevo - in particolare la figura di Paracelso fu essenziale - secondo la quale esisterebbe un fluido
astrale che permea l’universo e che influisce sull’uomo, tale forza si
manifesta in modo mirabile nel magnete.
Apprese tutto ciò dal gesuita e astronomo padre Maximilian Hell che gli insegnò
come utilizzare i magneti a scopo curativo. Ma uno spiacevole incidente - non
aveva con sé i magneti e pose allora le sue mani sulle parti malate - lo portò
a rivedere le sue teorie e a trovare una nuova relazione causa-effetto: se
l’imposizione delle mani sulla parte malata è capace di produrre un effetto
curativo deve esistere un magnetismo
animale insito nell’uomo - in particolare in alcuni uomini più dotati - capace di
provocare la guarigione.
Nella pratica del magnetismo troviamo alcuni assiomi di particolare interesse:
1.
La creatura umana e la relazione medico-paziente portano con sé un potenziale
di cura piuttosto che un semplice materiale inerte.
2. Il potenziale curativo viene amplificato quando agiscono collettivamente più
persone nello stesso istante.
3.
Il sintomo va portato – come nell’esorcismo – all’estremo sino alla crisi, in
una sorta di prescrizione del sintomo. Una volta allo “scoperto” può venire
risolto tramite il ‘rituale magnetico’.
Purtroppo la ‘realtà’ di questo fluido rimane in ultima analisi indimostrabile.
La
commissione che studiò il fenomeno nel lontano 1784 arrivò a una conclusione
paradossale: il magnetismo animale è da ritenersi immaginario e quindi non
esistente; ma nonostante ciò non si possono negare alcuni effetti
concreti; per questo motivo è da
ritenersi altresì pericoloso.
Questa identica questione ritorna ancora oggi sotto altro nome: “effetto
placebo”. Il fatto che siamo abituati a identificare come placebo un finto
farmaco è solo perché la società attuale è farmacocentrica, ma “l’effetto
placebo” può scatenarsi come effetto di un qualsiasi comportamento e interazione
umana, per questo le parole continuano a conservare la loro magia originaria….
Il
placebo, infatti come i trattamenti di Mesmer sarebbe da ritenersi una
qualsiasi “sostanza inerte e inattiva” che viene “spacciata” come la cura.
Grazie a questa credenza, all’effetto profezia e ad altri fenomeni psicologici
come i condizionamenti pre-esistenti, il placebo risulta capace di produrre
effetti positivi o negativi (in questo caso viene chiamato nocebo).
Esistono ormai un certo numero di studi che ne accertano l’esistenza. Talora
alcune di queste scoperte sono sorprendenti, perché mostrano come il placebo
possa comportarsi in modo simile a un farmaco reale.
A questo proposito riporto quanto scritto nel libro “Placebo e dintorni” di
Giorgio Dobrilla (Il Pensiero Scientifico Editore): “il placebo può mimare i
comportamenti che sono considerati una caratteristica esclusiva degli agenti
farmacologici attivi quali l’effetto building
up o curva tempo-effetto (raggiungimento
progressivo del massimo dell’effetto), l’effetto
cumulativo (effetto maggiore per dosi ripetute), e l’effetto carry-over (persistenza dell’effetto
dopo la sospensione del trattamento) […] il maggiore effetto ottenuto
aumentando le dosi di placebo. In letteratura si segnalano casi di idiosincrasia
al placebo e casi di dipendenza sovrapponibile a quella osservata con i veri
farmaci, con tendenza del soggetto ad aumentare la dose per stare meglio, con
incapacità di sospendere il placebo se non assistiti dal medico […] e infine
sindrome di astinenza”. (pag. 23)
Ora è bene chiarire che qui non si vuole proporre il placebo come un sostituto
della medicina, infatti la sua efficacia è stata dimostrata più che altro sul
piano psicosomatico e per esempio i falsi interventi di guaritori filippini
possono produrre solo un temporaneo effetto sollievo; quindi quello che ci
interessa realmente è comprendere il più possibile il funzionamento e fare
attenzione alle variabili intervenienti.
Per
variabile interveniente intendiamo le sottigliezze e i parametri essenziali che
presuppongono il fenomeno, e che sembrano essere : il setting (il contesto nel
quale viene assunto il placebo), il rapport (la relazione medico-paziente), gli
apprendimenti stato-dipendenti (esperienze personali e condizionamenti
pre-esistenti con trattamenti simili), le profezie che si autodeterminano (le
aspettative e l’effetto suggestione).
Ciascuno
di questi elementi meriterebbe un libro a parte...
Condizionamento e apprendimento stato
dipendente
L’esito
di un trattamento precedente sembra un elemento molto importante perché crea
una aspettativa positiva e consente di attingere a una risposta già appresa
dall’organismo.
Così se somministro un placebo e lo ‘spaccio’ per lo stesso farmaco che è stato
particolarmente efficace in passato ho maggiori probabilità di successo. Questo
effetto è simile al condizionamento classico pavloviano. Esistono infatti
riflessi innati patrimonio di tutta l’umanità e riflessi condizionati creati
durante la propria vita à in questo modo determinati stimoli sono associati
automaticamente a una determinata risposta.
Prendiamo il tennis, all’inizio fatichiamo coscientemente ma col tempo, si crea
un comportamento automatico e di riflesso sappiamo già come rispondere alla
pallina che arriva velocemente. Tutti gli apprendimenti acquisiti e i
condizionamenti sono integrati a un livello profondo nella nostra neurologia.
E’ questo il modo attraverso il quale la mente codifica a livello
psicofisiologico le informazioni.
Torniamo così alla intersezione mente-corpo che nell’ipnosi viene anche
chiamata risposta ideodinamica, una risposta che si realizza senza un
intervento cosciente.
Pavlov quando parlava di condizionamenti faceva riferimento a due tipi di
segnali quelli di primo grado che derivano dalla pura eccitazione sensoriale e
quelli di secondo grado che derivano dalle parole. La magia delle parole
dell’ipnotista (ma anche dell’attore, il
venditore etc…) è quella particolare
capacità di evocare risposte fisiologiche, capace di utilizzare la capacità
della mente umana di trasformare le idee in atti, anche se a volte a livello di
minuta risposta involontaria sia essa motoria, sensoriale o emotiva. Ciò non
potrebbe accadere se i vari sistemi non fossero intrecciati tra loro in modo
tale da creare una struttura multistrato dove le informazioni fluiscono
dall’alto al basso e dal basso all’alto.
Ora l’intervento della mente, e quindi della corteccia risulta essenziale
(anche se viene aggirata la parte razionale e critica), infatti il meccanismo
non può funzionare su una persona
incosciente. In altre parole il soggetto deve sapere che sta ricevendo
una sostanza o qualsiasi altra cosa che viene classificata come curativa
altrimenti non si crea l’aspettativa di risposta e quindi la profezia
autodeterminantesi. Se poi esiste un condizionamento pre-esistente tanto
meglio. Comunque la risposta inconscia si attiverà sempre a partire dal sistema
nervoso autonomo (non volontario).
La sequenza è: corteccia cerebrale à ipotalamo (area del
cervello più antica sottostante la corteccia e dove viene attivato il sistema
nervoso autonomo) à ipofisi e
surrene che producono ormoni à risposta immunitaria.
Così si è visto che se a una medicina efficace si associa un certo sapore
(stimolo condizionato), si può dare in seguito un placebo (mantenendo solo il
sapore originario e togliendo il principio attivo) e i soggetti sicuri di prendere la medicina
rispondono per la maggior parte positivamente.
Tra
l’altro la risposta ha un carattere oggettivo, accade infatti che i soggetti
condizionati all’uso di un analgesico come la morfina, rispondano a un finto
analgesico con la produzione di reali endorfine e l’uso di un altro farmaco
vero come il naloxone (un antagonista oppiaceo) causa l’inibizione della
risposta placebica.
(Vedi
“Placebo e dintorni”. Giorgio Dobrilla. Il Pensiero Scientifico Editore – pag
82)
Suggestione e profezia che si autodetermina
L’effetto
suggestione può essere riassunto in “una aspettativa di risposta”. Se
nell’effetto di apprendimento stato-dipendente è il passato che influenza la
risposta presente, in questo caso è una rappresentazione futura, una sorta di
profezia che si ritiene reale e che produce un effetto sul presente. Il
classico ed eclatante caso di profezia che si autodetermina viene riportata in
letteratura antropologica: il caso dei riti vudù. Quando la persona sa ed è
convinta di essere stata colpita da una maledizione, si lascia andare e viene
anche allontanata dal gruppo che la vede come spacciata, in una relazione
circolare causa-effetto, comportamenti e aspettative di risposta determinano in
breve tempo la morte.
Uno
studio di Kirsch e Weixel dimostra quanto le aspettative siano importanti.
Vennero formati 3 gruppi A-B-C.
Il
Gruppo B riceveva caffè con caffeina, il gruppo A caffè decaffeinato, il gruppo
C placebo.
La
logica farebbe pensare che i maggiori effetti a livello cardiaco dovrebbero
essere riscontrati nel gruppo B. In realtà l’aumento più significativo (in
termini di frequenza cardiaca, tensione e pressione arteriosa) fù riscontrato
nel gruppo C che era il gruppo convinto di riceve caffè normale.
I
gruppi A e B vennero invece informati che avrebbero potuto riceve a caso caffè
normale o placebizzato, quest’unico presupposto era sufficiente e andava a
minare le sicurezze e le aspettative dei soggetti tanto da produrre effetti
fisici.
“Placebo
e dintorni”. Giorgio Dobrilla. Il Pensiero Scientifico Editore – pag 77 -78)
Un'altra
cosa curiosa che viene definita come predittiva dell’effetto placebo è la
cosiddetta compliance (aderenza nei confronti delle direttive del medico). Si
verifica così un effetto apparentemente assurdo: se il paziente prende il
placebo sempre, ogni giorno, avrà una percentuale di successo potenzialmente
maggiore. La compliance risulta quindi essere indice di una buona relazione tra
il medico e il paziente (uno dei parametri essenziali). Inoltre ci si può
aspettare un’alta fiducia nel trattamento da parte di un soggetto diligente.
(Vedi
“Placebo e dintorni”. Giorgio Dobrilla. Il Pensiero Scientifico Editore – pag
26-27)
Setting e relazione medico-paziente
Abbiamo
visto quanto sia importante la credenza del paziente, ma risulta altrettanto
importante la credenza da parte del medico. Se il medico non crede nell’effetto
placebo, non potrà fare a meno di comunicare la sua credenza attraverso il suo
linguaggio non-verbale e tale convinzione sarà recepita a livello inconscio o
pre-conscio dal paziente.
A questo proposito cito un esperimento tratto dal libro “Placebo e dintorni” di
Giorgio Dobrilla riguardo a pazienti schizofrenici di un reparto psichiatrico:
“i
medici parlano tra loro e poi conversando con le infermiere comunicano che
hanno deciso di cambiare terapia all’insaputa dei pazienti: gli schizofrenici
da quel giorno riceveranno, invece che la cloropromazina, un farmaco-placebo.
Nella settimana successiva, senza che nessuna informazione sia apparentemente
filtrata dallo staff paramedico ai pazienti, i disturbi comportamentali
risultano raddoppiati e ciò non meraviglia data l’avvenuta sospensione dello
psicofarmaco. A questo punto, i medici decidono di sostituire il placebo e di
ritornare alla cloropromazina, senza avvertire le infermiere. Risultato? Nei
giorni successivi non viene registrata alcuna variazione di comportamento”
(Vedi
“Placebo e dintorni”. Giorgio Dobrilla. Il Pensiero Scientifico Editore – pag
60)
A
proposito delle reazioni a livello non verbale e di quanto queste siano
importanti rimando a due piccoli capitoli in appendice (La comunicazione Facilitata - Il cavallo Hans).
Altre sottigliezze
Raccolgo
qui una serie di sottigliezze che contribuiscono all’efficacia del placebo.
L’aspetto
delle capsule, il loro colore e grandezza. La grandezza e il numero di
compresse prese sono un altro parametro non indifferente. Il colore può
cambiarne l’interpretazione: generalmente una pastiglia rossa verrà vissuta
come stimolante, mentre una pastiglia blue come calmante. Inoltre le iniezioni
vengono percepite come più efficaci delle capsule.
(Vedi
“Placebo e dintorni”. Giorgio Dobrilla. Il Pensiero Scientifico Editore – pag
25)
Illusionismo e ipnosi. Due metodi efficaci
per esperimenti scientifici nella creazione del reale.
Considero
ipnosi e illusionismo come due discipline essenziali ed istruttive per
dimostrare anche tramite esperimenti scientifici la realtà dell’illusione nella
quale viviamo ciascun giorno. Tra l’altro è stato già da altri indicato quanto
le due pratiche siano simili tra loro (Terapie
apparentemente magiche. L’analisi illusionistica dello stratagemma terapeutico.
Matteo Rampin. McGraw-Hill Editore). Quindi non mi dilungherò se non per
ricordare che gli effetti dei prestigiatori sono per la maggior parte dovuti
non alla destrezza (altrimenti sarebbe solo giocoleria) quanto alla conoscenza
del ruolo dell’attenzione, delle aspettative e dei vari “bias cognitivi” nel
costruire la realtà..
Proprio
perchè stiamo parlando dell’effetto placebo e del ruolo delle aspettative mi
preme ricordare che le aspettative sono manipolate dal performer gestendo aree
di maggiore e minore attenzione attraverso la suspance. Questo è il vero motivo
che porta l’illusionista a non ripetere mai il gioco (se non utilizzando un
trucco completamente diverso).
Ecco un passo veramente interessante a questo proposito, tratto dal Numero 9 di
Magia (collana gestita dal CICAP):
“Ricerche
nell’ambito della scienza della capacità visiva hanno dimostrato come molta
parte della visione sia essenzialmente una forma di allucinazione intelligente.
Per percepire la profondità, il sitema visivo deve recuperare la terza
dimensione da una immagine 2D ... Tuttavia a causa delle molte soluzioni
normalmente disponibili ... il risultato deve essere ottenuto tramite
l’applicazione di alcuni assunti di qualche tipo. Questo approccio, nondimeno,
può portare a errori, che prendono la forma di illusioni [...] E’ interessante
che gli spettatori spesso riportino di aver osservato un evento “reale””, anche
se questo evento non ha mai avuto luogo [...] la velocità finita della
trasmissione neurale causa un ritardo tra l’arrivo dello stimolo e la
percezione cosciente. Un modo di compensare questo ritardo è quello di ‘predire
il presente’ (ovvero predire l’esito di un evento prima che questo sia
completamente elaborato). Questa strategia è particolarmente utile in
situazioni che richiedono reazioni rapide
[...] ma tali predizioni possono anche renderci vulnerabili
all’inganno.”
Psicologia: La magia come scienza. Pag
99-100
E
qui ci fermiamo per descrivere un effetto di illusionismo basato proprio su
questo principio. Prima il mago lancia in aria e riprende più volte la pallina,
creando una sorta di condizionamento (aspettativa di risposta nell’audience)
poi finge ancora di lanciarla in aria (con lo stesso identico movimento) mentre
in realtà la tiene impalmata nella mano. Si è visto che molti tra i presenti
vedevano una pallina salire in aria e poi scomparire. L’illusione ha maggiore
efficacia se il mago segue con lo sguardo la pallina, entra qui infatti un
altro condizionamento sociale ben appreso.
Leggende Metropolitane e Crop Circle
Quando parliamo di leggende e miti ci spostiamo dal piano del singolo
soggetto a rappresentazioni a livello collettivo. Così come accade per il
singolo ci sono alcuni miti difficili a cadere (credenze e schemi radicati)
anche a livello di gruppo ciò accade e la smentita di un fatto non provoca necessariamente
l’estinzione dello stesso. Quando le persone ‘vogliono credere’ è veramente
difficile smontare il mito. Un classico
della letteratura su questo tema fu lo studio di Leon Festinger su un culto
ufologico che credeva nella fine del mondo. Quando la fine del mondo non arrivò
il gruppo - come accade in altre situazioni simili – piuttosto che disgregarsi
trovò maggiore motivo di coesione ed elaborò una serie di spiegazioni per
mantenere intatta la loro visione della realtà. Quindi per gli adepti la
profezia non era fallita, arrivarono
anche a rilanciare il credo nel tentativo di espandere il più possibile il
movimento. Infatti, se si riesce a convincere abbastanza persone che è vero
allora lo deve veramente essere!. Si creade a queste leggende non perché vere
ma perché si vuole credere. La leggenda soddisfando un bisogno nascosto o palese, in relatà si accorda alle esigenze,
valori, desideri, paure dei sostenitori.
Questa
è una caratteristica delle cosiddette “leggende metropolitane”, esse cercano di sopravvivere come un virus, si
replicano ed eventualmente si trasformano per attecchire meglio.
La mutazione serve per renderle più plausibili e appetibili nei confronti di un
certo gruppo di riferimento. Altre volte
invece, un determinato tema ritorna e si ripropone attraverso i secoli sotto
forma diversa, aggiornandosi alla realtà
sociale nel frattempo modificata. Così fate, elfi e gnomi si trasformano in UFO a partire dal secolo
scorso.
Lorenzo
Montali cita un classico esempio di
mutazione che rende una leggenda ancora più plausibile, addirittura espandibile
in altri contesti. E’ il caso dei vitelli geneticamente modificati di
McDonald’s: “è interessante notare che la prima versione di quella storia,
originariamente diffusa negli Stati Uniti, prendeva di mira un’altra catena di
fast-food, la Kfc, il cui prodotto principale è costituito da pollo fritto. Ma
a differenza della McDonald’s, Kfc non è presente nel nostro Paese, per cui la
leggenda avrebbe avuto ben poca speranza di circolare da noi. Sostituendo polli
con hamburger, però, e una catena di ristorazione con l’altra, ecco che la
storia è subito diventata interessante e si è rapidamente diffusa, soprattutto
via mail.”
(Leggende
Tecnologiche. Lorenzo Montali. Avverbi Edizioni. Pag . 49)
La
creazione e la diffusione di una leggenda quindi è opera di un gruppo di
persone che la ritiene significativa. La causa scatenante sembra comunque la
presenza - come nel fenomeno della paradolia
- di stimoli ambigui: la mancanza
di informazioni certe o di stimoli indecifrabili e contraddittori porta alla
ricerca di un significato. Un po’ come quando guardando delle macchie sul muro
e alla fine si produce la visione di un viso, una volta che quel viso viene
identificato anche altre persone possono cominciare a vederlo e la leggenda
comincia a diffondersi.
E qui ritorniamo a quanto già accennato, la necessità dell’uomo di costruirsi
una rappresentazione del reale per quanto illusoria essa sia.
Inoltre
come spiega bene Lorenzo Montali: “Le leggende sono quindi gruppo-specifiche,
nel senso che vengono costruite e diffuse all’interno di un gruppo sociale, che
le utilizza per veicolare la propria visione della realtà. […]”.
Un altro esempio sono Crop Circle…
I crop circle (cerchi nel grano), come ogni
forma d’arte sono capaci di interagire con coloro che ne entrano in contatto,
li studiano, li interpretano o semplicemente ne fruiscono. Ancor più
interessanti sono i resoconti di strani
fenomeni o guarigioni nelle vicinanze del sito, quasi fosse un luogo sacro.
Le varie spiegazioni del fenomeno spaziano dal misticismo all’ufologia sino a
spiegazioni scientifiche considerate “oggettive”. Quest’ultimo è il caso delle
interpretazioni del Dr. Maiden che, – sulla base del suo background di
metereologo – ‘inventa’ una spiegazione fisica e conia il termine di “plasma
vortex” catalogandoli come fenomeno naturale di natura elettromagnetica. In
seguito quando dai cerchi si cominciò a passare a pittogrammi, Meiden,
contrariamente a ogni evidenza dei fatti riaggiornò la teoria rendendola via
via più complicata e astrusa nel tentativo di farla calzare alla spiegazione
originale.
Infine nel 1991 si assistette all’uscita
allo scoperto dei primi creatori (Doug Bower e Dave Chorley). Malgrado la
rivelazione, le convinzioni di base di tutti i sostenitori della origine
non-umana non furono destabilizzate,
venne solo introdotta una nuova distinzione fra crop-circle autentici e
crop circle creati da burloni, questo nel caso migliore, mentre nel caso
peggiore veniva attribuita l’opera ad agenti pagati dal governo per confondere
l’opinione pubblica.
Appendice
Nota:
il primo tema è tratto dal libro di Martin Gardner: “Scienza, imposture e
abbagli”. Hoepli.
Mentre il secondo da “Ipnosi: realtà o fantasia” a cura di Matteo Rampin.
Quaderno 8 del CICAP
La comunicazione Facilitata
La
CF (Comunicazione Facilitata). Tecnica pseudoterapeutica per bambini autistici-
“Un
bambino autistico siede davanti a una macchina per scrivere o alla tastiera di
un computer.. Accanto a lui c’è un terapista, in genere una donna, che viene
chiamato ‘facilitatore’. Il terapista pone al bambino una domanda, quindi gli
stringe la mano, il polso o il gomito – mentre il bambino allunga il dito
indice e comincia a digitare. Questo metodo si basa sulla convinzione che il
bambino riesca a comunicare i propri pensieri scrivendo sulla tastiera. Poiché
però non dispone della coordinazione muscolare necessaria per trovare i tasti
giusti, il facilitare lo assiste in questa operazione aiutandolo a individuare i
tasti che è certo il bambino intende premere…I bambini arrivavano addirittura a
formulare per iscritto intere frasi dotate di senso logico…Erano completamente
all’oscuro della forza del cosiddetto ‘effetto ouija’ o ideomotore. Sia pure in
modo del tutto inconsapevole, guidavano il dito del bambino verso i tasti che
immaginava stesse cercando. In parole povere, erano loro stessi, non i pazienti
a scrivere. Come prevedibile, visto che è difficile guidare con precisione un
dito verso un determinato tasto, i messaggi dei bambini pullulano di errori
ortografici…. NON SNO A UTISTIBVCO QUANO SCRIV ”
“In
uno dei primi test eseguiti a tale scopo il bambino e il facilitatore
indossavano delle cuffie. Se una data domanda veniva udita da entrambi, il
bambino digitava una risposta ragionevole. Ma nel caso in cui era solo il
bambino a sentire la domanda, mentre il facilitatore ascoltava della musica, la
risposta del bambino non aveva alcuna attinenza con la domanda…. Un’immagine
veniva mostrata sia al bambino che al facilitarore. Il bambino digitava con
precisione il nome dell’oggetto da riconoscere quando era aiutato dal
terapista. In seguito lo sperimentatore mostrava un’immagine al facilitatore,
ma questa volta, nel girare la cartellina in modo che solo il bambino potesse
vedere l’immagine, copriva di nascosto la prima immagine, esponendone una
diversa… il bambino non scriveva il nome dell’immagine che aveva visto, bensì
il nome di quella che era stata mostrata al facilitatore….
Nel 1992 un gruppo di facilitatori si convinsero che alcuni pazienti fossero
dotati di poteri psichici. Per esempio, mentre questi bambini digitavano sulla
tastiera il terapista teneva loro la mano, le frasi che componevano rivelavano
spesso ciò che il facilitatore stava pensando…. Mostravano a un bambino una
immagine, per esempio un elefante. Ed ecco che un altro bambino, in una stanza
distante, digitava la parola ‘elefante’ quando gli veniva chiesto cosa avesse
visto il suo compagno. Naturalmente entrambi i facilitatori coinvolti
nell’esperimento sapevano che l’oggetto da riconoscere era un elefante…
.
Esperimento con Randi: Mescolava un gruppo di carte con immagini differenti,
scegliendone una a caso. A un facilitatore veniva chiesto di uscire dalla
stanza, mentre Randi mostrava l’immagine al paziente e alle persone presenti.
Quando il facilitatore rientrava, prendeva il bambino per mano e gli chiedeva
di scrivere il nome dell’immagine che aveva visto, il bambino digitava solo
nomi errati.
Il cavallo Hans
Nei
primi del 900 raggiunse fama mondiale. Sapeva fare le quattro operazioni
aritmetiche.
Leggere:
se si ponevano una serie di parole scritte davanti a lui, batteva lo zoccolo su
quella pronunciata. Alla domanda 15 + 18 batteva lo zoccolo per 33 volte a
terra.
Alle
domande che richiedevano un si o un no muoveva il capo verticalmente o
orizzontalmente.
Nel
1904 lo psicologo Oskar Pfungst, studiò Hans.
Gli
venne mostrato un numero scritto del quale lo sperimentatore poteva essere o no
a conoscenza.
Nel
primo caso rispondeva correttamente nel 98%
dei casi, nel secondo caso nell’8%.
Oppure
c’erano due sperimentatori. Uno sussurrava un numero in un orecchio e l’altro
nell’altro orecchio e poi gli veniva chiesto di sommare. La risposta era
corretta solo se entrambi erano a conoscenza dei numeri sussurrati. Pfungst
riuscì a ottenere risposte corrette anche senza formulare la domanda. Se però
non poteva vedere la persona rispondeva a caso o non rispondeva affatto. Alla
fine Pfungst si rese conto dei cenni minimi della testa da parte di chi poneva
la domanda. Dopo aver posto la domanda la persona spostava la testa e il tronco
in avanti e quando arrivava al numero corretto faceva un leggero movimento
indietro. Imparando quali erano i segnali involontari Pfungst riuscì a controllarli volontariamente e a guidare la
riposta del cavallo facendolo sbagliare.
Poi
allenandosi raggiunse anche tale abilità chiedeva al soggetto per esempio, di
immaginare un numero e poi cominciava a battere la mano, riuscendo ad arrestare
i battiti raggiunto il numero pensato dal soggetto.
http://ipnosi.interfree.it/
Grounding Institute
dr. Maurizio D'Agostino
Via Asiago, 35 Catania
www.bioenergetic.it
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