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Erickson in
linea con un approccio pragmatico e comportamentale dava delle direttive
e dei compiti a casa al cliente.
Secondo Haley
tale pratica assolve vari scopi:
"1. Il
principale fine della terapia è di fare in modo che le persone
si comportino in maniera diversa e che diverse siano le esperienze vissute.
Le direttive sono una maniera di rendere possibili questi cambiamenti.
2. Le direttive
vengono usate per intensificare il rapporto con il terapeuta [...] Se
la direttiva è qualcosa che le persone sono chiamate a svolgere
durante la settimana, il terapeuta in certo modo rimane nelle loro vite
per tutto questo periodo di tempo. [...]
3. Le direttive
vengono usate per avere informazioni. [...] che facciano o meno ciò
che il terapeuta ha detto di fare, che se lo dimentichino o che ci provino
senza riuscirci, il terapeuta riceve informazioni che altrimenti non otterrebbe"
(Jay Haley, La terapia del problem-solving, Nuova Italia Scientifica,
1985 Roma, p. 56)
Chiaramente
in caso il cliente non metta in atto la direttiva, l’atteggiamento
migliore del terapeuta è quello di considerare ciò come
una sconfitta del cliente: non ha fatto uno sgarbo al terapeuta ma a lui
stesso perché ha perso una opportunità di cambiamento (anche
se a volte può essere utile la posizione down: dichiarare apertamente
la propria sconfitta).
Alcuni terapeuti
potrebbero non ritenere opportuno o etico un’approccio eccessivamente
direttivo. Secondo Haley la questione non si pone poiché tutto
ciò che accade in terapia può essere inteso come una direttiva.
Il terapeuta se non vorrà dirigere in maniera esplicita lo farà
in maniera implicita:
"Ci possono
essere occasioni in cui il terapeuta non vuole assumersi la responsabilità
di dirigere il comportamento altrui. Per esempio, qualcuno potrebbe chiedere:
"dovrei lasicare il mio lavoro?" o "dovrei divorziare da
mia moglie?"; in questo caso è bene rispondere: "questo
è qualcosa che devi scegliere da solo". Tuttavia, se il terapeuta
ha delle opinioni su simili decisioni, queste vengono in ogni caso comunicate
attraverso ciò che il terapeuta dice apertamente o implicitamente,
con il tono di voce e il modo in cui si muove." (Id. ibid., p. 57)
La terapia
breve strategica secondo Haley è come una partita a scacchi nella
quale occorre conoscere le regole del gioco, le tattiche dell’avversario
e avvalersi di una serie di strategie consolidate al fine di dare scacco
matto.
La differenza
fondamentale da una partita di scacchi è che la terapia è
un gioco a forma diversa da 0, vale a dire che non prevede un vincitore
o un vinto: i giocatori perdono o vincono insieme.
Terapia
breve strategica
Tramite lo
studio del lavoro di Erickson – inizialmente da parte di Jay
Haley e John Weakland – si poté constatare come l’approccio
terapeutico di Erickson consistesse nell’applicazione pragmatica
delle idee che si stavano sviluppando a Palo Alto con il progetto di ricerca
promosso da Bateson intorno ai "paradossi dell’astrazione nella
comunicazione".
In effetti
le prescrizioni paradossali utilizzate da Erickson erano in linea con
i principi matematici della teoria dei tipi logici da cui si sviluppò
il modello di doppio legame, con la teoria dei sistemi e con la cibernetica.
Per esempio Erickson comunicava a più livelli, prescriveva il sintomo
o incoraggiava paradossalmente la resistenza, entrava in contatto con
un solo paziente e finiva per curare l’intera famiglia, faceva ampiamente
ricorso all’"effetto valanga" ecc.
In seguito,
grazie allo studio dell’approccio Ericksoniano e grazie agli ulteriori
contributi di Paul Watzlawick, Richard Fisch e Don Jackson, si è
messo a punto un modello di terapia breve strategica.
Le basi teoriche
della terapia strategica le troviamo nel libro Change nel quale si
integrano brillantemente i modelli del cambiamento umano con modelli
matematici presi a prestito dalla teoria dei tipi logici di Russell
e Whitehead e dalla teoria dei gruppi.
(Paul Watzlawick, John H. Weakland, Richard Fisch,Change, Astrolabio,
1974 Roma) |
La terapia
breve parte dal presupposto che il problema si regge sulle "tentate
soluzioni" del paziente e delle persone che gli stanno intorno che,
piuttosto che risolvere la questione, finiscono per retroagire sul problema
complicandolo. Il primo passo della terapia è la comprensione del
funzionamento del sintomo – inteso come un sistema cibernetico autopoietico
– nella situazione attuale della persona piuttosto che
ricercare le sue cause originarie in un lontano passato.
Trovato il
modo in cui si mantiene il problema si può passare a un intervento
paradossale e indiretto che contribuisca alla "rottura del sistema
percettivo-reattivo "rigido" del soggetto attraverso la rottura
del meccanismo contorto di "tentate soluzioni" che mantengono
il problema, e del groviglio di retroazioni interpersonali che si vengono
a costruire su questa base." (Giorgio Nardone, Paul Watzlawick, L’arte
del cambiamento, Ponte alle Grazie, Milano 1999, p. 36)
Se si segue
un approccio di questo tipo il cambimento può anche essere improvviso
così come accade spesso in natura. L’importante è individuare
le regole fondamentali che governano il sistema per poi modificarle: "I
teorici del sistema hanno parlato di ps come di quel punto nodale su cui
converge il massimo coefficiente di funzioni essenziali al mantenimento
proprio di un dato sistema. Essi definiscono il ps come il punto, mutando
il quale si ha il massimo cambiamento del sistema con un minimo dispendio
energetico." (M. Selvini Palazzoli, L. Boscolo, G. Cecchin, G. Prata,
Paradosso e controparadosso, Feltrinelli, 1975 Milano, p. 59)
| Se vogliamo trovare
il punto nodale occorre fare particolare attenzione alle ridondanze
del sistema. Per ridondanze si intende tutte quelle sequenze interattive
aventi carattere ripetitivo. Se un ridondanza diventa prevedibile
e si verifica in stretta relazione con un altro evento (per esempio
soluzione-problema-soluzione) possiamo star certi che abbiamo trovato
una regola che governa il sistema. |
La persona
non riesce a risolvere la sua problematica perché cerca la soluzione
all’interno del modello del mondo che ha prodotto il problema.
Costui potrà
dirvi che ha cercato di risolvere il problema in tutti i modi possibili.
A un’analisi più attenta si troverà che le tentate
soluzioni facevano parte della stessa classe di risposte (per esempio
punire con il silenzio, con le botte oppure sgridando). Queste soluzioni,
in quanto appartenenti allo stesso livello logico, non erano sufficientemente
diverse fra di loro e quindi non producevano quella differenza che fa
una differenza.
Quando la soluzione
non sortiva i risultati desiderati, il cliente, il più delle volte
si impelagava in una sorta di escalation simmetrica con il problema impiegando
maggiori dosi dello stesso rimedio.
In tal senso
più cerca di cambiare e di migliorare la situazione e più
questa tende a rimanere la stessa. Si dice che la persona è presa
in un gioco senza fine. È come se fosse vittima di in una sorta
di incantesimo. Simile a all’ubriaco della barzelletta cerca la chiave
sotto il lampione perché lì c’è luce piuttosto
che cercarla altrove. In altre parole il sistema è prigioniero
delle sue regole e non è in grado di produrre dal suo interno una
regola per il cambiamento delle sue regole (una metaregola).
Le origini
di questo atteggiamento sono da ritrovarsi nella logica binaria del tipo
o/o (doverizzazioni, catastrofizzazioni, assolutizzazioni) che non consente
quella "visione multioculare" del problema necessaria a risolverlo.
A questo punto
occorre distinguere due tipi di cambiamento.
Un cambiamento
di tipo 1 che fa riferimento alle premesse del sistema. Tale tipo di cambiamento
una volta messo in atto lascia il sistema invariato.
Poi vi è
un cambiamento di tipo 2 che non fa riferimento alle premesse del sistema
e quindi dall’interno del sistema può apparire paradossale,
illuminante o assurdo. Tale cambiamento cambia il sistema stesso:
"Facciamo
un esempio di tale distinzione in termini più comportamentistici.
Una persona che ha un incubo può fare molte cose nel suo sogno:
correre, nascondersi, lottare, strillare, saltare da un dirupo, ecc. ma
nessun cambiamento da uno qualunque di tali comportamenti a un altro porrebbe
mai fine all’incubo. D’ora in poi ci riferiremo a questo
tipo di cambiamento come al cambiamento 1. L’unico modo di uscir
fuori da un sogno implica il cambiamento dal sognare all’esser desti.
L’esser desti, evidentemente, non fa più parte del sogno,
ma è un cambiamento a uno stato completamente diverso. D’ora
innanzi ci riferiremo a questo tipo di cambiamento come al cambiamento
2." (Paul Watzlawick, John H. Weakland, Richard Fisch,Change,
Astrolabio, 1974 Roma, p. 27)
Si potrebbe
pensare che occorra una ridefinizione cognitiva della realtà del
cliente per compiere il salto di livello logico neccesario a uscire dalla
gabbia nella quale si è imprigionato. In effetti, un risultato
finale del cambiamento di tipo 2 è la creazione di un sistema di
punteggiatura alternativo della realtà. Tuttavia un intervento
cognitivo anche se orientato all’hic et nunc può essere
estremamente lungo e laborioso.
Anche una terapia
di tipico esclusivamente comportamentale seppur breve può incontrare
notevoli resistenze, poiché ogni sistema ha una tendenza naturale
all’omeostasi e quindi a rifuggere dal nuovo. A questo punto entra
in gioco l’intervento indiretto e suggestivo alla Milton Erickson
che può scardinare le premesse epistemologiche del soggetto a partire
da un intervento di tipo comportamentale che, tramite trabocchetti o benefici
imbrogli permette di "solcare il mare all’insaputa del cielo".
La resistenza
tra l’altro, ci insegna Erickson, non va considerata un nemico poiché
contiene quella pulsione che, se canalizzata in modo diverso, provoca
la risoluzione del sintomo.
Potremmo definire
questa terapia una terapia comportamentale che fa tesoro del costruttivismo,
della cibernetica, della terapia sistemica e dell’ipnosi.
Si può
anche qualificare come una ipnoterapia senza trance (Giorgio Nardone,
L’arte del cambiamento, Ponte Alle Grazie, p. 75).
Anche se a mio parere risulta corente con l’approccio Ericksoniano
definirla come una terapia ipnotica senza un’induzione formale
di trance. |
Se consideriamo
uno stato di coscienza come la risultate dell’interazione di diverse
variabili: pensieri, emozioni, fisiologia, comportamento, ambiente; ci
rendiamo conto che agendo su una o più di queste variabili noi
possiamo cambiare uno stato di coscienza e quindi anche la realtà
percepita – considerando che la realtà psichica è funzione
dello stato di coscienza.
Così
è possibile cambiare la mappa del mondo a partire dal comportamento
innescando le cosidette "esperienze emozionali correttrici".
|
Il
termine "esperienze emozionali correttrici" è frutto
del lavoro pioneristico sulla terapia breve sviluppato da Franz
Alexander e il suo collaboratore French ed è descritto nell’opera:
Psychoanalytic therapy: principles and applications" del 1946.
Gli
autori ritengono inutile un’analisi lunga e laboriosa poiché
il paziente sta "soffrendo non tanto per i propri ricordi quanto
per la sua incapacità di fronteggiare i problemi reali del
momento."
Il
fondamento di questa forma di terapia consiste nell’intensità
del laovoro in tempi brevi e nella famosa esperienza emozionale
correttrice: "questa nuova esperienza correttiva può
essere fornita, dalla relazione di transfert, da nuove esperienze
di vita, o da entrambe".
|
Queste esperienze
vengono indotte attraverso prescrizioni comportamentali costruite su misura
per il cliente (utilizzazione e distrazione dell’emisfero dominante)
e tramite una logica isomorfa alla sintomatologia stessa (utilizzando
il linguaggio dell’emisfero non dominante).
Troviamo così
una serie di ingiunzioni e prescrizioni paradossali del tipo: "Sii
spontaneo!".
| Se un comportamento
sintomatico viene prescritto comincia a perdere la sua qualità
spontanea. A questo proposito si racconta in un’antica storiella
che una volta una formica chiese ad un millepiedi ‘Mi vuoi dire
come fai a camminare così bene con mille piedi insieme, mi
spieghi come riesci a controllarli tutti contemporaneamente?’
Il millepiedi cominciò a pensarci su e non riuscì più
a muoversi e a camminare. |
Tali prescrizioni
"devono essere ingiunte in un linguaggio lento e scandito, ripetendo
varie volte l’ingiunzione, e presentate al paziente negli ultimi
minuti della seduta. È evidente l’analogia con la tecnica
dell’induzione alla trance ipnotica.
In effetti,
come nell’induzione ipnotica, quanto più il terapeuta riesce
a caricare di suggestione la prescrizione, tanto meglio questa sarà
eseguita e maggiore sarà la sua efficacia." (Giorgio Nardone,
L’arte del cambiamento, Ponte Alle Grazie, p. 98)
I "benefici
imbrogli" per quanto semplici possano apparire riescono a scardinare
il sistema percettivo e reattivo perché lo attaccano indirettamente
su più punti (comportamentale, emotivo ed infine cognitivo). In
effetti perché un cambiamento possa essere realizzato in tempi
brevi occorre una ristrutturazione non solo cognitiva ma anche e sopratutto
emotiva.
L’importanza
delle emozioni sembra essere confermata anche dalle ricerche neurologiche.
In passato
si credeva che i segnali provenienti dagli organi di senso giungessero
alle aree della neocorteccia deputate all’elaborazione delle informazioni,
per poi – una volta decodificati e classificati – venir
inviati al sistema limbico e produrre una risposta. In realtà le
ricerche del neuroscienziato Joseph LeDoux sembrano dimostrare che esistano
delle vie neuronali capaci di aggirare la neocorteccia. Tali vie dal talamo
raggiungono immediatamente l’amigdala per elicitare delle risposte
emotive che non passano il vaglio della elaborazione cognitiva.
C’è
da dire che fortunatamente la corteccia e in particolare i lobi frontali
hanno – in virtù di una serie di fibre connettive che
li collegano all’amigdala – la possibilità di controllare
le reazioni emotive disfunzionali, infatti la terapia cognitiva si occupa
principalmente di questo. Rimane comunque il fatto che "ci sono molte
più connessione dall’amigdala alla corteccia che viceversa.
Così, mentre le parti più sofisticate del cervello sono
in grado di esercitare un qualche controllo sui loro compatrioti spesso
sfrenati, il cervello emotivo ha molte più possibilità di
condizionare i centri cerebrali superiori." (Ian H. Robertson, Il
cervello plastico, Rizzoli, 1999, p. 227)
Così
una esperienza traumatica o una esperienza emozionale correttrice ha un
impatto maggiore sulla rete neuronale poiché attiva una porzione
più vasta di tessuto nervoso.
Anche la teoria
della scuola psicanalitica di San Francisco è in linea con quanto
affermato finora. I fondatori Joseph Weiss e Harold Sampson sono giunti
alla conclusione che un cambiamento analitico può intervenire anche
senza una specifica interpretazione secondo i dettami dell’analisi
classica. Per esempio, una particolare esperienza relazionale all’interno
della terapia può funzionare come una sorta di ristrutturazione
nei confronti delle credenze disfunzionali del cliente.
Stabilità/cambiamento
È la
richiesta di piccoli e quasi insignificanti cambiamenti che caratterizza
la terapia breve. Al contrario, la richiesta di grandi e definitivi cambiamenti
porta la persona a impelagarsi in una terapia a lungo termine (un gioco
senza fine).
Secondo il
modello cibernetico stabilità e cambiamento, come qualsiasi altra
coppia di opposti, si genera a partire da una relazione complementare
e ricorsiva poiché ogni cosa esiste assieme al suo opposto.
Se il terapeuta
si concentra solo sulla stabilità o solo sul cambiamento rischia
di lasciare il sistema invariato orientandosi verso un cambiamento di
tipo 1. In natura non esiste l’immobilità assoluta o il cambiamento
assoluto. Per esempio un ‘ciclo omeostatico’ è un processo
ricorsivo che prevede una continua autocorrezzione: il funambolo mantiene
il suo equilibrio (la stabilità) dondolandosi continuamente (il
cambiamento):
"Prescrivere
il sintomo fissando contemporaneamente un’altra seduta per lavorare
sul problema, per esempio, è un modo per richiedere tanto la stabilità
quanto il cambiamento.
D’altra
parte, è anche possibile proporre ambedue i messaggi a una famiglia
che riferisce la scomparsa del sintomo: ossia metterla in guardia contro
una ricaduta, offrendo contemporanemente un periodo di vacanza dalla terapia."
(Bradford P. Keeney, La Mente nella terapia, Astrolabio, Roma 1986,
p.56)
La cosa curiosa
è che le tecniche paradossali usate in ipnosi per superare la resistenza
del cliente sono particolarmente utili anche per risolvere dei sintomi.
La resistenza
in ipnosi presenta analogie con il comportamento sintomatico: la persona
dice che non riesce ad andare in trance anche se vorrebbe farlo.
| È proprio
la natura paradossale del sintomo ("vorrei non farlo eppure sono
io a farlo") che ha reso l’ipnosi (con le sue varie mosse
controparadossali del tipo "Sii spontaneo" - "Disubbidiscimi")
lo strumento di indagine privilegiato e il laboratorio per la creazione
di sintomi nevrotici e psicotici "artificiali" e per la
loro risoluzione. |
Erickson con
la terapia strategica trasporta queste tecniche dalla seduta ipnotica
all’interazione terapeutica senza induzione formale di trance.
La tecnica
molto schematicamente è questa: accettare la resistenza del cliente
e incoraggiarla in modo da porla sotto il proprio controllo. A quel punto
Erickson introduce dei piccoli cambimenti nel comportamento sintomatico
fino al momento in cui non si verifica una trasformazione.
Secondo Haley
questo metodo funziona in base a questo principio: "Se si descrive
il comportamento sintomatico come una modalità appresa dal paziente
per limitare il comportamento degli altri, il fatto che il terapista glielo
imponga gli impedisce di utilizzarlo in tal senso." (Jay Haley, Le
strategie della psicoterapia, Sansoni, 1974 Firenze, p. 93)
La prima mossa
strategica consiste nella connotazione positiva del sintomo (ricalco)
che permette l’accesso al sistema e la possibilità di prescrivere
il sintomo (guida) poiché non sarebbe possibile prescrivere qualcosa
che sino allora era stato criticato (M. Selvini Palazzoli, L. Boscolo,
G. Cecchin, G. Prata, Paradosso e controparadosso, Feltrinelli,
1975 Milano, p. 65).
Se il sistema
venisse connotato negativamente l’attenzione verrebbe posta prematuramente
sul cambiamento con il rischio di resistenza, chiusura o boicattamento
nei confronti della terapia.
In effetti,
un atteggiamento di questo tipo sarebbe sconsiderato poiché "si
traccerebbe una linea arbitraria di demarcazione fra due caratteri ugualmente
funzionali in ogni sistema [...] quasi si trattasse di antinomie, laddove
la tendenza omeostatica sarebbe di per sé "cattiva" e
la capacità di trasformazione di per sé "buona""
(M. Selvini Palazzoli, L. Boscolo, G. Cecchin, G. Prata, Paradosso
e controparadosso, Feltrinelli, 1975 Milano, p. 66)
Dalla reciproca
interazione di queste due tendenze (Eros e Thanathos) sorge la vita
organica. Ogni stabilità prevede una buona quota di trasformazione
così come la trasformazione non può prescindere da una
certa tendenza omeostatica altrimenti non sarebbe altro che una rivoluzione:
"La loro combinazione si svolge circolarmente secondo un continuum,
sostituendo al modello lineare dell’"o/o" quello circolare
del "più o meno" (p. 66)
Occorre invece riconoscere al sistema un suo bisogno elementare: la
stabilità. Un sistema sollecitato troppo pesantemente e prematuramente
rischia di andare in pezzi.
Un cambiamento di tipo 1 è un cambiamento che ragiona per poli
di opposti escludentesi.
Così nelle terapie si può verificare l’intervento
drastico che vuole il cambiamento a tutti costi anche con l’uso
della forza, l’elettroschock, la catarsi, l’internamento
o altro oppure si trovano gli interventi che hanno come unico scopo
il ristabilimento dell’equilibrio, in altre parole la guarigione
consiste nel riportare la calma, la stasi originaria, la restitutio
in pristino.
Dal mesmerismo si diramano due culture per la "cura" dell'uomo: la
prima si fonda sulla catarsi, e si trasforma in seguito nell'elettroshock,
nelle droghe eccitanti e nella musica techno.
L'altra si fonda sul sonnambulismo, si manifesta in seguito con i
calmanti, gli psicofarmaci, la musica New Age e le droghe come l'eroina.
Invece che la morte realizzata tutta in un colpo solo (vedi Heaven's
Gate, Tempio del Sole, The Family...) ci si può dare la morte
lentamente con la droga oppure con la meditazione, anestetizzandoci
al dolore e al disagio della civiltà. |
Ricapitolando:
La prima fase consiste nell’accoglimento della famiglia o del cliente.
il cliente sta fuggendo dal dolore poiché il suo equilibrio è
minacciato e avverte una grossa distonia. Il terapeuta viene incontro
al cliente definendosi non solo un alleato della tendenza omeostatica
ma anche colui che la prescrive e che finirà quindi per regolarla
introducendo degli elementi che producano un rumore significativo (una
differenza che fa una differenza).
| Il terapeuta
assume il ruolo di regolatore del sistema. Se prendiamo l’esempio
di una macchina autocorrettiva come la macchina a vapore notiamo che
"Il regolatore è, essenzialmente, un organo di senso o
trasduttore che riceve una funzione della differenza tra la
velocità effettiva della macchina e una velocità ideale
o prestabilita. Quest’organo di senso trasforma queste differenze
in differenze contenute in qualche messaggio efferente, diretto ad
esempio all’alimentazione di carburante o al freno. Il comportamento
del regolatore, in altre parole, è determinato dal comportamento
delle altre parti del sistema e, indirettamente, dal suo stesso comportamento
precedente." (Gregory Bateson, Verso un’ecologia della
mente, Adelphi, Milano 1976, p. 347) |
Questo metodo
è particolarmente efficace con un soggetto che fa resistenza, perché
non c’è nulla a cui resistere. In un certo senso questa procedura
è simile a una terapia estremamente non direttiva; il paziente
viene in seduta per essere aiutato e il terapista non fa e non dice nulla.
Uno dei due deve pur fare qualcosa, così il paziente attua un cambiamento.
(Jay Haley, Le strategie della psicoterapia, Sansoni, 1974 Firenze,
p. 54) Anche la terapia non direttiva per esempio di Carl Rogers è
una modo molto efficace di persuasione – il famoso miroring che viene
utilizzato anche in ipnosi: "Per esempio, Milton Erickson una volta
invitò un soggetto sul podio da dove egli parlava per una dimostrazione.
Quando la donna gli si avvicinò, Erickson non si mosse e la donna
entrò in trance. Quando gli chiesero come poteva essere successo,
Erickson spiegò:"Era venuta sul podio di fronte a tutta quella
gente per essere ipnotizzata e io non facevo e dicevo niente. Chiaramente
uno dei due deve fare qualcosa, così lei entrò in trance".
| La mossa del
mirroring proposta da Carl Rogers si può intendere anche in
questo modo: il terapeuta diventa uno strumento di biofeedback per
il cliente, se questi vuole una risposta differente deve cominciare
a cambiare. |
A questo proposito
è curiosa la prescrizione paradossale di Erickson ai clienti –
in fase diagnostica – di tacere qualcosa: "Molti ritengono che
consigliare al paziente di tacere potrebbe incoraggiarlo in tal senso.
Ma col paziente psichiatrico non è necessariamente così:
se è vero infatti che egli può avere più di un motivo
per non dare informazioni sui suoi problemi, ciò che non deve mai
essere dimenticato è che una delle ragioni principali del suo silenzio
è il vantaggio che gliene deriva nel rapporto col terapista. [...]
Questa manovra non risulta più utile se il terapista gli suggerisce
proprio quel comportamento. [...] (Jay Haley, Le strategie della psicoterapia,
Sansoni, 1974 Firenze pp. 78-79)
L’Hybris
simmetrica
I giochi patologici
si fondano su una errata epistemologia definita dal Centro per lo studio
della famiglia di Milano l’Hybris simmetrica: la presunzione di arrivare,
prima o poi, al controllo unilaterale della relazione sino al dominio
del sistema. Tale espistemologia lineare non tiene conto della natura
circolare della relazione: "Infatti nessuno può avere il controllo
lineare in una interazione che di fatto è circolare" (M. Selvini
Palazzoli, L. Boscolo, G. Cecchin, G. Prata, Paradosso e controparadosso,
Feltrinelli, 1975 Milano, p. 38)
|
Per
il principio dell’interazione non istruttiva, un essere umano,
in quanto sistema autopoietico (capace di organizzarsi autonomamente)
non può essere controllato unilateralmente dall’esterno.
Per esempio, gli effetti di una terapia ipnotica restano comunque
al di fuori del controllo del terapeuta. L’interazione fra
due organismi viventi, in questo caso fra ipnotista e ipnotizzato,
comporta l’induzione di una perturbazione nel soggetto ipnotico
che finisce col rispondere secondo la sua particolare struttura.
Il soggetto ipnotico risponderà positivamente solo a quegli
stimoli per lui significativi e integrabili nei cicli che definiscono
la sua organizzazione.
Da ciò deriva la particolare importanza delle tecniche di
ricalco e guida per garantire l’"accoppiamento strutturale"
fra le due parti interagenti.
Se l’induzione è stata efficace è possibile che
il sistema vada incontro a una sua ristrutturazione che consente
l’emergere di nuove proprietà.
|
I due partners
del gioco, in realtà, per quanto continuino a lamentarsi sono vincolati
da una lealtà segreta, essi non vogliono che il gioco finisca:
"I due partners [...] sono ugualmente inseparabili, vittime complici
di uno stesso gioco, uniti insieme da una stessa paura: non quella di
perdere l’altro come persona, ma come partner del gioco" (M.
Selvini Palazzoli, L. Boscolo, G. Cecchin, G. Prata, Paradosso e controparadosso,
Feltrinelli, 1975 Milano, p. 38)
La persona
è affezionata al gioco, se perde il partner farà di tutto
per trovarne un altro e alla fine ci riuscirà.
In effetti,
"il doppio legame non può essere – per la natura della
comunicazione umana – un fenomeno unidirezionale".
Un’ingiunzione
paradossale elicita una serie di risposte altrettanto paradossali che
gettano anche il "doppio-legatore" in una situazione insostenibile.
Per esempio,
colui che si dichiara pazzo e chiede di essere aiutato per poi ogni volta
frustrare il soccorritore è a sua volta – malgrado l’apparente
condizione di potere e controllo nella relazione – schiavo del gioco,
perché diventò pazzo proprio per lealtà estrema al
gioco che ora vorrebbe vincere.
Anche la parte
che per giungere al controllo della relazione impone delle ingiunzioni
paradossali alla fine viene impelagata nella stessa trappola che aveva
creato e non riuscirà a districarsene, in quanto riceverà
da parte dell’altro giocatore una risposta uguale e contraria, un
controparadosso. Per esempio la moglie insiste gridando che il marito
deve imparare a essere una persona che si fa valere. Il marito allora
comincia a sentirsi depresso e chiede l’aiuto della moglie perché
da solo proprio non ce la fa. Poi per ogni consiglio che riceve risponde:
che peccato non è ancora abbastanza..., Si... ma.
Oppure prendiamo
il caso del genitore che ingiunge al figlio di cambiare spontaneamente;
il figlio in risposta a tale comunicazione paradossale comincia con l’apparire
assente facendo intendere che non è lì per ricevere le sue
critiche perché si trova altrove. Il fatto è che "Le
comunicazioni paradossali tendono a ""legare" tutti coloro
che vi partecipano" (Camillo Loriedo, Angelo Picardi, Dalla teoria
generale dei sistemi alla teoria dell’attaccamento, Franco Angeli,
Milano 2000, p. 94)
Nelle interazioni
di questo tipo si avverte – in virtù dell’hybris simmetrica
– una continua e sotterranea ostilità e tesione che viene
continuamente disconfermata dalle parti.
La terapia
paradossale invita il cliente a lasciare la presa per uscire dal gioco
senza fine nel quale si era impelagato. Quando il cliente finirà
di ostinarsi a voler giocare e vincere questi giochi patologici (impegnandosi
sempre più) e si orienterà verso nuovi orizzonti potrà
dirsi guarito.
Il sintomo
(la stabilità disfunzionale), era solo la spia di un cambiamento
necessario al sistema. Secondo Bradford Keeney è possibile riformulare
il sintomo come uno sforzo del sistema verso livelli di autocorrezzione
più elevati. (Bradford P. Keeney, L’estetica del cambiamento,
Astrolabio, 1985 Roma, p. 179) Il Piano inconscio è arrivare a
dimostrare che l’autocontrollo è inefficace e assurdo e il
terapeuta si allea con questo piano inconscio volto alla "guarigione".
Il paradosso
"Sii spontaneo" insegna al cliente che il controllo non è
possibile (determinare volontariamente un sintomo così come tentare
di eliminarlo con la forza della volontà) perché il sintomo
è come un gatto dentro a un sacco, che più lo tieni dentro
e più questo graffia, si divincola e alla fine rompe il sacco ed
esce fuori veramente imbestialito.
Pietra miliare
di questo approccio è il saggio di Bateson sull’alcolismo
("La cibernetica dell’’io’: una teoria dell’alcolismo")
Secondo Bateson
l’intossicazione da alcool non è altro che la spia di un problema
epistemologico: l’ubriacatura è un tentativo maldestro (potremmo
dire una falsa soluzione) per tentare di cambiare il modo di essere sobrio.
Grazie all’alcool l’alcolista cambia momentaneamente la sua
epistemologia fondata sul dualismo – quindi sulla simmetria – e
le tensioni, le paure possono svanire così come la sua ossessione
per il controllo: "Egli si sente nelle vene il calore fisiologico
dell’alcool e, in molti casi, sente anche un corrispondente calore
psicologico verso gli altri [...] cioè l’alcool gli permette
la complementarietà nei rapporti che lo circondano" (Gregory
Bateson, Verso un’ecologia della mente, Adelphi, Milano 1976,
p. 363)
Secondo la
filosofia dell’A.A. (Alcolisti Anonimi) l’alcolizzato che ritiene
di potersi controllare e di convivere con la sua patologia non ha ancora
toccato il fondo e quindi non è ancora pronto al cambiamento.
Se l’alcolista
si presenta ma non vuole ancora ammettere la sua malattia e il suo stato
di impotenza viene invitato a continuare pure a bere e a provare a controllarsi.
Le numerose sconfitte che seguiranno hanno in realtà un proposito,
un Piano inconscio del sistema – volto alla "guarigione"
– tramite la dimostrazione che l’autocontrollo è inefficace
e assurdo, perché semplicemente non funziona (Gregory Bateson,
Verso un’ecologia della mente, Adelphi, Milano 1976, p. 361).
Si tratta di una sorta di reductio ad absurdum della epistemologia simmetrica.
Solo a quel
punto l’alcolizzato sarà pronto per un mutamento di paradigma
che consiste sostanzialmente nell’accettare e fare propri i due principi
fondamentali dell’A.A.:
1. Abbiamo
ammesso di essere impotenti di fronte all’alcool, che la nostra vita
era ingovernabile.
2. Siamo giunti
a credere che un Potere più grande di noi potrebbe renderci la
salute.
Si tratta dell’ammissione
di essere parte di un sistema più ampio che non possiamo controllare.
Il sintomo
come manovra strategica
L’opera
di Haley (Le strategie della psicoterapia, Sansoni, 1974 Firenze)
è particolarmente interessante il filone delle terapie brevi perché
tratta delle strategie utilizzate dal cliente e dallo psicoterapeuta per
manovrarsi reciprocamente e quindi introduce il concetto di terapia strategica.
Così facendo posta il focus dell’attenzione: il sintomo non
è più una difesa contro un contenuto mentale ma un modo
per relazionarsi con una altra persona (p. 34)
"Quale
è la struttura di un sintomo indipendentemente dal suo contenuto?"
Secondo Haley
un sintomo è caratterizzato da una comunicazione paradossale: "Il
paziente fa qualcosa in modo eccessivo, o evita di fare qualcosa, e segnala
che non dipende dalla sua volontà perché non può
fare altrimenti" (p. 35)
In questa affermazione
troviamo una incongruenza tra il livello di contenuto (faccio o non faccio
qualcosa) e il livello della metacomunicazione (ma bada, non sono io a
farlo!).
Per esempio
una moglie che soffre d’ansia, attraverso il suo comportamento definisce
la relazione col marito in questi termini: "Prenditi cura di me!"
Impone cioè
una ingiunzione paradossale:
1. Dimmi cosa
devo fare
2. Ubbidisci
al mio ordine
Malgrado la
moglie sembri porsi in una posizione passiva è lei che ha impostato
la relazione tramite l’ingiunzione paradossale anche se nega di aver
il controllo.
Si può
quindi giungere a formulare l’ipotesi che "la psicopatologia
è un metodo per ottenere il controllo di una relazione" (p.
43)
Attraverso
una serie di comunicazioni implicite ed esplicite, verbali e non verbali
le parti giungono a una collusione in buona parte inconscia.
Questo accordo
segreto fra le parti si perpetua perché garantisce un certo equilibrio
del sistema: attraverso il sintomo entrambi posso giungere a una formazione
di compromesso.
L’ipnotista
e il soggetto ipnotico
La domanda
che si pone Haley e: "Quali sequenze comunicative tra l’ipnotista
e il soggetto producono il comportamento comunicativo tipico di una persona
in trance?" (Jay Haley, Le strategie della psicoterapia, Sansoni,
1974 Firenze, p. 57)
Un determinato
comportamento (la trance) può essere compreso solo se viene situato
nel contesto più ampio nel quale esso si manifesta: il sistema
ipnotizzatore-ipnotizzato. A nulla serve porre l’attenzione su un
solo polo evidenziando magari i "poteri" dell’ipnotista
oppure la suggestionabilità dell’ipnotizzato.
Analizzando
la sequenza di questa interazione troviamo che una caratteristica tipica
dell’induzione è il passaggio progressivo da richieste di
risposte volontarie del tipo: siediti, metti le mani sulle ginocchia,
fissa un punto a richieste di risposte involontarie del tipo pesantezza
degli occhi, rilassamento, levitazione del braccio mediante ingiunzioni
paradossali che si possono riassumere in "Sii spontaneo".
In seguito,
la relazione si evolve sino a stabilizzarsi in una interazione di tipo
complementare con l’ipnotista che assume il ruolo up.
L’ipnotista
usa una serie di strategie per giungere a ciò: a un certo punto
per ratificare la trance può sfidare apertamente il soggetto a
tentare di fare qualcosa che gli è stato detto che non sarà
in grado di fare o tentare di non fare qualcosa che comunque avverrà.
(Jay Haley, Le strategie della psicoterapia, Sansoni, 1974 Firenze,
p. 58)
Per esempio
"Prova ad aprire gli occhi", l’ordine di aprire gli occhi
è commentato da un ulteriore messaggio (digitale oppure analogico)
trasmesso sullo stesso canale o su uno differente: "tienili chiusi"
- "non riuscirai ad aprirli"
Può
accadere che a questa "apertura" il cliente risponda con un
contromossa ponendosi simmetrico.
L’ipnotista
normalmente risponde con una ulteriore ingiunzione paradossale: incoraggia
la resistenza: "Resistimi!" - "Disubbidiscimi". In
questo modo ridefinisce la resistenza: se il cliente resiste sta obbedendo.
Tramite questa abile ristrutturazione la manovra del cliente viene trasformata
da simmetrica a complementare.
A partire da
queste premesse si può arrivare a definire "l’pnosi come
"uno stile particolare di comunicazione".
In altre parole,
la costante nella relazione ipnotizzatore-ipnotizzato è lo sforzo
da parte dell’ipnotista di definire la relazione come complementare
(Jay Haley, Le strategie della psicoterapia, Sansoni, 1974 Firenze,
p. 61).
Tale risultato
viene realizzato tramite una serie di ingiunzioni paradossali (riassumibili
in "Sii spontaneo" e "Disubbidiscimi").
Ricordiamo
che: "Quando due persone tentano di controllare il tipo di relazione
limitando il comportamento l’uno dell’altro, è evidente
che la persona che pone le direttive paradossali "vince". L’altra
persona non può definire la relazione ubbidendo agli ordini o rifiutando
di ubbidire, perché gli si chiede di fare le due cose contemporaneamente"
(Jay Haley, Le strategie della psicoterapia, Sansoni, 1974 Firenze,
p. 49)
Il soggetto
posto in una "situazione impossibile" è portato anch’esso
a rispondere in modo paradossale col comportamento tipico della trance:
L’ipnotista
dice "Fà ciò che ti dico, ma non fare ciò che
ti dico" e il soggetto risponde: "Faccio ciò che mi dici,
ma non sono io a farlo" (Jay Haley, Le strategie della psicoterapia,
Sansoni, 1974 Firenze, p. 71)
A un ulteriore
analisi della situazione si evince che, a differenza di altre relazioni
in cui una parte ordina e l’altra esegue in questo caso l’ipnotista
impedisce al soggetto non solo di porsi simmetrico ma anche complementare:
se il soggetto risponde prontamente alle suggestioni egli sta manifestando
una resistenza velata, a questo punto l’ipnotista chiede al cliente
di porsi simmetrico con l’ingiunzione paradossale: "Disubbidiscimi":
"In realtà,
il paradosso impedisce sia il comportamento simmetrico che quello complementare.
Così come non è possibile rifiutarsi di rispondere a delle
istruzioni paradossali (rispondere cioè in un modo simmetrico),
non è possibile nemmeno rispondere in modo complementare perché
una delle istruzioni è quella di non rispondere" (Jay Haley,
Le strategie della psicoterapia, Sansoni, 1974 Firenze, p. 72)
Il paradosso
è per sua natura irrisolvibile, tale irrisolvibilità arriva
a interrompere l’attività pianificatrice del soggetto che
lascia il controllo della relazione nelle mani dell’ipnotista. (Jay
Haley, Le strategie della psicoterapia, Sansoni, 1974 Firenze,
p. 73)
|
George
Miller, Eugene Galanter, Karl Pribram, nell'opera Piani e struttura
del comportamento descrivono l'attività pianificatrice
dell'uomo secondo degli schemi d'azione che possono essere scomposti
e analizzati a più livelli come il linguaggio:
"Questo
tipo di organizzazione del comportamento è senza dubbio più
evidente nel comportamento verbale umano. I fonemi individuali sono
organizzati in morfemi, i morfemi vengono uniti per formare i sintagmi
(phrases), questi in sequenza appropriata formano una frase (sentence),
e una stringa di frasi forma l'enunciato (utterance). La completa
descrizione dell'enunciato implica tutti questi livelli." (George
A. Miller, Eugene Galanter, Karl H. Pribram, Piani e struttura
del comportamento Franco Angeli Editore, 1973 Milano, p. 29)
Secondo
gli autori l'uomo crea una "organizzazione gerarchica del comportamento"
e un Piano è l'equivalente di un programma di un calcolatore
capace di determinare una particolare strategia d'azione: "Un Piano
è ogni processo gerarchico nell'organismo che può
controllare l'ordine in cui deve essere eseguita una serie di operazioni."
(Id., Ibid., p. 32)
L'uomo non potrebbe
neanche alzarsi dal letto senza piani cioè senza una serie
di schemi comportamentali. Infatti i Piani sono inerenti alal conoscenza
normativa e pragmatica della vita quotidiana che mi permettono di
orientarmi nel mondo attraverso una serie di routines che si sono
cristallizzate grazie alla ripetizione. Una volta "cablati"
questi schemi di comportamento possono essere riprodotti senza lo
sforzo cognitivo originario.
Nell'ipnosi
si pone proprio questa questione, come fare in modo che una persona
smetta di fare i propri Piani e accetti di eseguire il Piano suggerito
dall'ipnotista.
Secondo
gli autore in ipnosi avviene qualcosa di simile al sonno profondo:
il soggetto elimina il proprio linguaggio interno col quale elabora
normalmente i suoi Piani d'azione e a questo subentra la voce dell'ipnotizzatore.
E per avvalorare la loro tesi riportano le descrizioni di Weitzenhoffer
circa l'incapacità o la difficoltà a parlare dei soggetti
in trance profonda (p. 130).
Per far
smettere a una persona di elaborare Piani occorre impegnarla su
argomenti particolarmente noiosi o insignificanti come la concentrazione
continuata su un punto luminoso, oppure si possono dare una serie
di istruzioni particolarmente difficili e in contraddizione fra
loro per indurre uno stato di confusione. Sovraccaricando il sistema
cognitivo, l'ipnotista riesce a interrompere la capacità
del soggetto di pianificare adeguatamente e quindi può suggerire
una serie di istruzioni che vengono accettate come rimedio allo
stato confusionale (p. 125). È curioso il fatto che il Piano
sostitutivo deve essere presentato al soggetto come se fosse suo,
come se stesse nascendo autonomamente al suo interno; in altre parole
non deve essere percepito come una imposizione inculcata dall'operatore
(p. 125).
Questi
concetti vengono applicati anche nel lavaggio del cervello:
"Il primo
passo dovrebbe presumibilmente essere quello di far smettere alla
persona di far Piani da solo. Ciò si può realizzare
frustrando deliberatamente ogni Piano fatto autonomamente che tenti
di eseguire, anche quelli rivolti alle sue funzioni coorporee più
personali. L'obiettivo è fargli credere che possono essere
eseguiti solo i Piani che originano da chi li tiene prigioniero.
Gli si può assegnare il compito di confessare, ma senza dargli
la più vaga idea di ciò che deve confessare. Qualunque
cosa confessi sarà errata o insufficiente.." (p. 132)
|
Ricapitolando
il tutto:
L’ipnotista dice:
"Voglio che lei non muova la mano, deve solo concentrarsi sulle sensazioni
che prova" ("non muovere la mano") al contempo nella natura
della relazione ("questa è un’ipnosi") è
presupposto che presto, quella mano comincerà veramente a muoversi
("muovi quella la mano").
In questa situazione
la persona ha tre possibili risposte:
1. Si rifiuta
i muovere la mano e si pone simmetrico. A quel punto l’ipnotista
ribatte con un’ulteriore paradosso: "disubbidiscimi" ridefinendo
la resistenza come una comunicazione complementare.
2. Muove la
mano negando di essere lui stesso a muoverla e stupendosi per questo (trance:
interruzione dell’attività pianificatrice)
3. Muove la
mano commentando esplicitamente o implicitamente che lui stesso la sta
muovendo.
A questo punto
l’ipnotista gli ricorda al soggetto che in origine gli era stato
proibito di muovere volontariamente la mano
Così
il procedimento ricomincia da capo sino a quando si otiene il secondo
tipo di risposta.
Nella situazione
che ho appena descritto sono assolte tutte le condizioni necessarie secondo
l'accezione originaria di doppio legame (Gregory Bateson, Don D. Jackson,
Jay Haley, John Weakland, Verso una teoria della schizofrenia,
1956.):
1. Due o più
persone
2. Esperienza
ripetuta
3. Una ingiunzione
negativa primaria: "Non fare così o io ti punirò" oppure
"Se non fai così io ti punirò"
4. Una seconda
ingiunzione secondaria in conflitto con la prima a un livello più
astratto: "Essa può essere trasmessa su un canale diverso
da quello della prima, come nel caso in cui sia espressa da un atteggiamento
o da un gesto, mentre la prima è trasmessa sul canale vocale. Oppure
può venire trasmessa sul medesimo canale, ma mediante una diversa
codificazione: ad esempio, qualora sia trasmessa sul canale vocale con
una codifica del tipo non verbale, come il tono della voce o un’inflessione
vocale. O ancora, può essere trasmessa sullo stesso canale e con
il medesimo codice, ma tropvarsi a un livello logico differente: ad esempio,
può essere trasmessa sul canale vocale tramite il codice verbale,
ponendosi però a un livello di linguaggio superiore a quello della
prima ingiunzione, in quanto asserisce qualcosa su di essa, ad esempio
"non ubbidire ai miei divieti" o "non devi credere che
ciò sia una punizione"
5. Un'ingiunzione
terziaria negativa che proibisce alla vittima di abbandonare il campo
né di metacomunicare.
6. Infine,
la serie completa di questi ingredienti non è più necessaria
quando la vittima ha imparato a percepire il suo universo in termini di
doppio legame. Può essere allora sufficiente una parte qualsiasi
di una successione di doppio legame a scatenare l’effetto finale.
Infatti nell’ipnosi il soggetto nelle sedute successive diventa sempre
più suggestionabile.
Psicanalisi
e altre terapie non direttive per la presa di coscienza (insight)
Lo studio comparato
– a livello di struttura – delle varie forme di psicoterapia
spinge Haley a ritenere possibile elaborare un’unica strategia terapeutica
generale che tenga conto della dinamica sottesa al cambiamento spontaneo
(Jay Haley, Le strategie della psicoterapia, Sansoni, 1974 Firenze,
p. 131)
Secondo Haley
il cambiamento si realizza quando una persona viene posta in una situazione
paradossale per uscire dalla quale è costretta a operare un cambiamento
di tipo 2.
In altre parole,
alla persona non è data la possibilità di fare ricoso alle
vecchie soluzioni almeno secondo le modalità usate sino ad allora
(per controllare gli altri). È costretta a elaborare una risposta
che non aveva mai dato in precedenza rompendo così il circolo vizioso
soluzione/problema.
Tale cambiamento
si riverbera sulla mappa cognitiva del cliente producendo il famoso insight.
Nelle forme
di terapia paradossali si trova che al sintomo del cliente, il terapeuta
risponde con un ulteriore paradosso secondo il principio similia similibus
curantur.
Se per esempio
analizziamo l’interazione in uno studio di psicanalisi vediamo che
il cliente giunge dal terapeuta al fine di ottenere un sollievo e per
essere guidato fuori dalla situazione problematica. Scopre ben presto
che il terapeuta non può dare consigli è invece lui che
deve parlare per quasi tutto l’arco della seduta. E lo deve fare
in un modo particolarmente strano: tramite associazioni libere ("Sii
spontaneo") che alla fine non si rivelano tali. Non solo, lo psicanalista,
a differenza delle persone intorno al paziente, non proibisce al cliente
di comportarsi in modo sintomatico, e la resistenza viene prontamente
ridefinita come collaborazione (si dice che la resistenza è il
motore della cura).
D’altra
parte il terapeuta nega continuamente il carattere direttivo dei suoi
comportamenti e resta impassibile. Qualsiasi comportamento con cui il
cliente cerca di ottenere controllo nella relazione (resistenza, rabbia,
critiche, controinterpretazioni, risate o altro) riceverà come
risposta l’impassibilità. Nel caso in cui il cliente si rifiuta
di parlare o manca all’appuntamento lo psicanalista sottolinea che
ciò è dovuto a problemi intrapsichici del cliente e quindi
non è ancora guarito dovrà continuare a pagare le sedute.
Si può
dire che il terapeuta è in pieno controllo della relazione: stabilisce
le regole del trattamento, la sua conclusione, egli è anche colui
che può osservare il cliente disteso sul lettino mentre il cliente,
al contrario, non ha alcun tipo di feedback se non le interpretazioni
sporadiche dello psicanalista, che, proprio in virtù di ciò
acquistano maggiore importanza come elementi chiave a cui aggrapparsi
per risolvere la propria confusione e distonia.
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La
"mossa del lettino" "dà al paziente quel genere
di sensazione di disorientamento che prova una persona che deve
lottare bendata; impossibilitato a vedere quale reazione provocano
i suoi "ploys", non sa quando è "one-up"
e quando è "one-down"." (p. 267)
Anche
l’arma del silenzio e della impassibilità è assai
efficace: "È impossibile vincere una lotta con un avversario
impotente poiché, anche se si vince, non si vince niente.
Tutti i colpi rimangono senza risposta così che tutto quello
che si può provare è solo un senso di colpa per aver
colpito." (p. 268)
Mentre
l’approccio non direttivo è in realtà una sorta
di influenza indiretta così che il cliente non possa dire
di non essere arrivato da solo all’aquisizione dell’insight:
"Dare degli ordini e negare nello stesso tempo di dare degli
ordini richiede un particolare modo di parlare. Se io chiedo ad
un’altra persona una sigaretta, praticamente gli ordino di
darmela; ma se io dico: "Vorrei proprio una sigaretta",
non la sto chiedendo e tuttavia l’altro non può rifiutarmela.
La sigaretta deve essere "volontariamente" offerta oppure
si deve ignorare la mia richiesta. Generalmente il terapista di
tipo non direttivo non dice: "Mi parli di più di questa
cosa", perché così il paziente può obbedire
o rifiutarsi di farlo. Dirà piuttosto: "Mi chiedo perché
lei dice questo"; oppure: "Mi sembra che lei senta questo
fatto molto intensamente"; oppure ripete con tono interrogativo
quello che il paziente ha appena detto." (p. 119)
|
Lo psicanalista
con le interpretazioni arriva a definire per il cliente ciò di
cui egli sta realmente parlando. Se il cliente critica direttamente l’analista
questi può mantenere il controllo della definizione del cliente
dicendo che in realtà sta definendo un’altra relazione (sta
per esempio criticando suo padre).
In queste manovre
si può rilevare una squalifica di status per cui si fa scivolare
l’attenzione dal contenuto del messaggio all’emittente stesso
e al suo status inadeguato: "l'argomento in discussione viene spostato
dal contenuto all'interlocutore (sia A che B), con l'aggiunta di un riferimento
al suo status che viene chiamato in causa; cioè, b implica che
a (il messaggio) non è valido o a causa di A (la persona) o a causa
di una superiorità di conoscenza, competenza, o altro, di B." (Carlos
E. Sluzki, Janet Beavin, Alejandro Tarnnopolsky, Eliseo Veròn,
Squalificazione transazionale, 1967, in Carlos E. Sluzki, Donald
C. Ransom, Il doppio legame, Astrolabio, Roma 1979, p. 273)
Quando lo psicanalista
fa intendere che il paziente stava riferendosi a qualcosa di diverso egli
invia una "risposta tangenziale", in altre parole non si risponde
all’affermazione del mittente ma cambia argomento o si mette in luce
un aspetto incidentale e tangenziale del contenuto del messaggio.
È chiaro
che alla fine il cliente preso dalla frustrazione comincerà a utilizzare
varie tecniche di manipolazione per riottenere il controllo della relazione,
alcune delle quali non utilizzava da anni (fenomeno della regressione).
Ma nessuna
di essa sortirà l’effetto voluto.
Se il cliente
usa misure estremamente drastiche come per esempio la minaccia di suicidio,
il terapeuta potrebbe dire: "Bene, mi dispiacerebbe se si ammazzasse,
ma andrei avanti lo stesso con il mio lavoro".
La "guarigione"
si realizza solo con una cambiamento di tipo 2 definibile all’interno
del sistema come una illuminazione (insight).
Secondo Haley
l’interazione fra terapeuta e paziente ricalca per certi versi quella
fra discepolo e maestro Zen: "Il maestro Zen intrappola lo studente
in una situazione paradossale che è esattamente la stessa situazione
che abbiamo indicato, in questo libro, parlando dei vari tipi di psicoterapia.
Lo psicoterapista
infatti a) crea un contesto benevolo definito dal fatto che in quel contesto
si deve ottenere un cambiamento, b) promette o incoraggia il paziente
a mantenere lo stesso comportamento e c) crea una situazione di prova
che continuerà per tutto il tempo in cui il paziente non modificherà
il suo comportamento." (p. 252)
http://ipnosi.interfree.it/direttive.htm
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