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2. La scuola di Palo Alto: i cinque assiomi della comunicazione
domenica 13 marzo 2011
Un passo fondamentale nello studio della comunicazione si ebbecon la pubblicazione di “Pragmatica della comunicazione umana” diWatzlawick (1967). Per “funzione pragmatica della comunicazione”,egli intendeva la capacità del linguaggio d’avere conseguenze sul pianocomportamentale nei contesti in cui l’uomo interagisce. Qualsiasifenomeno resta inspiegabile senza una cornice contestuale che locomprenda o, nel migliore dei casi, un individuo potrebbe attribuire alfenomeno in questione qualità che non gli appartengono. In questosenso non esiste comunicazione senza un comportamento, né uncomportamento senza che esso veicoli un qualche significato.Secondo l’autore bisogna indagare le due modalità attraverso cui lacomunicazione espleta questa funzione e cioè la comunicazioneverbale e non verbale.Secondo Watzlawick, esistono all’interno di questi due canali, delleregole, dei principi, consapevoli o inconsapevoli, che nel caso fosseroviolati, potrebbero trasformare una comunicazione efficace in unadisturbata. Gli assiomi formalizzano queste regole con la conseguenzache quando uno di essi viene contravvenuto, la comunicazione stessapuò esserne deviata a tal punto, da provocare comportamentipatologici.

Non si può non comunicare

Non esiste azione o parola umana che non ci metta incomunicazione con le persone che ci circondano. E’ impensabile ilconcetto di non-comportamento. Se una persona con la sua passività, isuoi silenzi, esplicita la volontà di non comunicare con un altroindividuo, egli sta comunque inviando un messaggio, e quindi, siperdoni il gioco di parole, comunica di non voler comunicare. Per comunicare inoltre non è necessario che ci sia una logica razionale che pervada il testo. E’ il caso della modalità comunicativa deglischizofrenici: essi tendono a squalificare la comunicazione attraversodeliri, l’opporsi all’interlocutore, il rinchiudersi in prolungati silenzi.Questi sono comunque atti comunicativi, anche se non seguono iprincipi di razionalità delle modalità d’espressione “normale”. Ilsintomo, in questo senso, assume il carattere di un disturbocomunicativo, più che di un deficit da far scomparire come lo si erainteso in precedenza, esso è l’unico modo possibile di relazionarsi alcontesto vissuto come ostile.

I messaggi possiedono un aspetto di contenuto ed uno di relazione

In quest’assioma si ritrova il punto di maggior distacco dalle teorieprecedenti. I messaggi scambiati tra gli esseri umani non possonoessere considerati, sic et simpliciter, mere trasmissioni d’informazioni.La complessità delle interazioni umane deve far supporre che oltre alcontenuto oggettivo del linguaggio, ovvero le informazioni che essotrasmette in superficie, vi sia anche un aspetto che definisce larelazione stessa dei soggetti interagenti.I disturbi provocati dalla contravvenzione di quest’assioma possonoessere facilmente immaginabili. Se il capoufficio chiede ad un suosottoposto di svolgere un lavoro, egli con questo messaggio stabilisceuna relazione caratterizzata dal potere che egli esercita su un altroindividuo. Pensate quale possa essere invece la reazione del nostroimpiegato se quella richiesta gli venisse da uno sconosciuto o da unpari grado.Le distinzioni però non sono sempre così evidenti. Allora ciritroviamo spesso durante la nostra esistenza ad intraprendere vere eproprie lotte, consapevoli o non, per stabilire quale sia la natura dellarelazione intercorrente tra noi e i nostri interlocutori. Questo aspettorelazionale del messaggio è definito “metacomunicazione” in quanto,sincronicamente o addirittura prima ancora di analizzare il contenutomanifesto dei sistemi verbali, esiste questo continuo “tendere a” codefinirele regole del gioco, questa sottile e implicita comunicazionesulla comunicazione. Se questo processo non viene condiviso da entrambi gliinterlocutori, ci si ritrova a giocare una partita a scacchi senzacomprendere le regole e l’obiettivo del gioco.

Il flusso comunicativo è espresso secondo la punteggiatura deglieventi

La comunicazione comprende diverse versioni della realtà, che sicreano e ristrutturano durante l’interazione tra più individui. Questediverse verità dipendono dalla punteggiatura della sequenza deglieventi, ossia dal modo in cui ognuno tende, “arbitrariamente” ed inmodo unilaterale, a credere che l’unica interpretazione possibile dellarealtà sia quella costruita da egli stesso. Ciò però comporta, qualoranon si pervenga ad un accordo tra chi dialoga, ad una riduzione dellacomplessità del reale. La conseguenza è che può sorgere un conflittotra ciò che si ritiene essere la causa o l’effetto dei comportamentidurante un’interazione perpetuandone le forme di azioni econtroreazioni durante la comunicazione. Per esempio, le liti coniugalisi fondano essenzialmente su queste dinamiche poiché, spesso, ognunodi loro crede che i problemi nascano a causa ed in risposta a quellidell’altro (Gulotta, 1995).La punteggiatura dirige, dunque, il flusso comunicativo e lemodalità di interpretarlo; l’influsso della cultura su di essa, ci permettedi ottenere almeno la condivisione degli aspetti basilari che servono adorganizzare e codificare esperienze comuni e frequenti.Questo gioco relazionale che coinvolge i comunicanti saràfondamentale nel discriminare una comunicazione efficace da unadisturbata. Classico è l’esempio di chi ritiene d’essere antipatico agliocchi degli altri. Questa tipologia d’individui riesce a considerare cosìreale tale punteggiatura degli eventi, che qualsiasi atteggiamento,azione o parola, insomma ogni atto comunicativo, diviene quello diuna persona antipatica, con il risultato di ottenere proprio quello chepensava: essere antipatico agli occhi degli altri.L’eccesso a cui la psicologia potrebbe spingersi in questo senso è,ad esempio, convincersi che i terapeuti, che si considerano persone

“normali”, vedrebbero la sola realtà giusta, quella “vera”, mentre le

persone che soffrono di disagi mentali, la vedrebbero in modo distorto,“sbagliato” (Watzlawick, Nardone, 1997). Le nefaste conseguenze diuna convinzione del genere sono facilmente prevedibili. Nel prossimocapitolo prenderemo in esame come quest’assioma, queste “tentatesoluzioni” che divengono il problema stesso, saranno di rilevanzavitale ai fini della psicoterapia strategica.

Comunicazione analogica e digitale

La comunicazione avviene attraverso i canali verbali e non verbali.Il primo utilizza modalità digitali, l’altro criteri eminentementeanalogici.Con il linguaggio digitale si veicolano gli aspetti di contenuto citatiin precedenza. Ciò che caratterizza questa modalità comunicativa èl’arbitrarietà e l’alto grado di convenzione tra le parole e ciò cherappresentano. L’unione, ad esempio, delle lettere c-a-s-a riproducononella nostra mente ciò che tutti sappiamo: una casa. Ma avrebberoanche potuto rappresentare un albero, un fiume o quant’altro, senzamodificare le qualità originarie della casa. Insomma, non esisteun’analogia strutturale tra la casa reale e la sequenza arbitraria dellelettere c-a-s-a., il fatto che essa rievochi un’abitazione è il risultato diun accordo convenzionale.Con il linguaggio analogico si veicolano prevalentemente gli aspettidi relazione ed esiste un’esatta corrispondenza tra il significato ed ilsignificante. Quest’ultimo mantiene con il primo una relazione nonarbitraria, cioè risulta connesso al significato da un’analogia. In essi siritrova un’elevata corrispondenza tra espressione e realtà che s’intendeevocare. Il ridere di gioia (comunicazione non verbale) ad esempio sisuppone non sia una convenzione, ma l’espressione non arbitraria diuna realtà sottostante (l’emozione provata).L’ osservazione della congruenza tra i due sistemi è uno degli indicia cui facciamo continuo riferimento durante le nostre interazioni. Seuna persona afferma di essere interessata ad ascoltarci e poi evita intutti i modi di instaurare un contatto oculare, questa discrepanza puòinfluire sull’esito stesso della comunicazione. Inoltre, le nostre

relazioni sono continuamente alla presa con la conversione di messaggi

analogici in digitale, e viceversa. Un’errata decodifica, ad esempio diciò che osserviamo (analogico) in ciò che pensiamo (digitale) delnostro interlocutore, può provocare l’errata interpretazione della realtàrelazionale e contestuale in cui siamo immersi. Spesso ifraintendimenti durante una conversazione nascono proprio dall’erratadecodifica dei segnali inviatici dall’interlocutore e dalla lorointerpretazione distorta (Gulotta, 1995).

Le relazioni simmetriche e complementari

Watzlawick suddivide due tipologie di relazioni che si possonoinstaurare tra individui che comunicano, e che riguardano la posizionedi leadership assunta nel dispiegarsi dell’interazione. Pertanto nellerelazioni simmetriche si ha un rapporto paritario tra i due poli dellacomunicazione, in quanto nessuno dei due attori accetta un ruolo didipendenza. Siccome quest’atteggiamento non assume un tono neutroin cui le due forze si annullano, ma piuttosto i connotati di una vera epropria disputa, si assiste ad un’escalation d’aggressività, paragonabilead una corsa agli armamenti, un processo che Bateson (1999) definì“schismogenesi”. Nelle relazioni complementari invece, uno dei duesoggetti in un momento specifico dell’interazione riconosce leposizioni e l’interdipendenza dell’altro. L’ effetto è in questo caso ilconsolidamento e l’efficacia della comunicazione, in quanto i diversicomportamenti dei partecipanti rispecchiano i ruoli che ognuno haall’interno del contesto. Ciò, ovviamente, non significa che dominare osottomettere l’avversario sia la conditio sine qua non dellacomunicazione efficace, tutt’altro. Infatti, Watzlawick prevede che cisia anche una forma di relazione simmetrica sana, dove l’aspettodell’accettazione dei ruoli porta alla fiducia reciproca ed alla confermadelle aspettative che si hanno verso l’altra persona. Lacomplementarità diviene disfunzionale solo quando irrigidisce ecristallizza l’altro in forme immutevoli, soffocandone la personalità ecostringendolo in una posizione di “dipendenza emotiva edintellettuale” (Gulotta,1995). I ruoli non sono maschere che una voltaindossate restano in eterno sul volto degli individui. Il riconoscimento

dei ruoli varia da momento a momento, da comunicazione a comunicazione,

da contesto a contesto. Quest’assioma ribadisce dunque che non si può

comunicare efficacemente se si oscurano le caratteristiche dell’altro, e

 che solo ad avvenuto ri-conoscimento e allo stabilirsi dell’interdipendenza,

all’alternarsi sapiente di complementarità e parità, la nostra realtà s’integra

con quella delle persone che ci circondano (Gulotta, 1995).  

 

Tratto da Valeria Verrastro, PSICOLOGIA DELLA COMUNICAZIONE, Franco Angeli 

 

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