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All’inizio del ritiro anglofono di una
settimana ad Hanoi, Thich Nhat Hanh ha offerto un quadro inedito degli
inizi della sua attività. Questo testo è una sintesi di due discorsi di
Dharma e rivela Thây come insegnante, attivista sociale, scrittore
prolifico e rivoluzionario sostenitore del Buddhismo Impegnato, detto
anche Buddhismo Applicato.
Nel
1949, insieme ad altri, fondai l’Istituto di Studi Buddhisti An Quang, a
Ho Chi Minh City. Io insegnavo ai novizi del primo anno. Il tempio era
molto semplice, fatto di bambù e paglia, e in realtà si chiamava Ung
Quang. Da Danang era arrivato un insegnante di Dharma, il Venerabile Tri
Huu; insieme costruimmo il tempio Ung Quang. C’era in corso la guerra
tra i francesi e il movimento di resistenza vietnamita.
Cinque
anni più tardi, nel 1954, con la firma dell’Accordo di Ginevra il Paese
fu diviso in due parti: il Nord era comunista, il Sud anticomunista.
Più di un milione di persone emigrò dal Nord al Sud e fra loro molti
cattolici. Il paese era in preda alla confusione.
Al tempio Ung Quang ogni tanto accoglievamo i soldati francesi che venivano da noi. Dien Bien Phu
aveva messo fine alla guerra contro i francesi; gli accordi erano che
il Paese sarebbe stato diviso in due e che in francesi se ne sarebbero
andati. Ricordo di aver parlato più volte con i soldati francesi; ne
erano arrivati tanti, in Vietnam, e in tanti vi erano morti.
Uno sguardo nuovo sul buddhismo
Nel
1954 i vietnamiti erano molto disorientati, specialmente i giovani –
laici, monaci e monache. Il Nord si ispirava all’ideologia
marxista-leninista. Nel Sud il Presidente Ngo Dinh Diem, un cattolico,
cercava di governare il Paese con un altro genere di ideologia detta
“personalismo”. A quanto pare era iniziata la guerra ideologica.
In
Vietnam il buddhismo è una tradizione molto antica e la maggior parte
della gente si porta dentro semi di buddhismo. Il signor Vu Ngoc Cac,
dirigente di un quotidiano, mi chiese di scrivere una serie di articoli
sul buddhismo: voleva che offrissi una certa visione profonda riguardo
alla direzione spirituale da prendere per fronteggiare il gran
disorientamento che c’era nel Paese. Così scrissi una serie di articoli
dal titolo “Uno sguardo nuovo sul buddhismo”.
Fu
in quella serie di dieci articoli che proposi l’idea del Buddhismo
Impegnato: buddhismo nel campo dell’istruzione, dell’economia, della
politica e così via. Il Buddhismo Impegnato, dunque, risale al 1954.
A quell’epoca non usavo la macchina da scrivere ma scrivevo a mano, all’antica. Arrivavano quelli
del giornale, prendevano l’articolo e poi lo stampavano sempre in prima
pagina con un gran titolo rosso. Il giornale incrementò di molto le
vendite: la gente era davvero assetata di guida spirituale, data
l’enorme confusione che regnava.
Il tè alla rosa e il grano fresco
Quella
serie di articoli in seguito fu raccolta in un libro. Non molto tempo
dopo andai a visitare Hue; Duc Tam, mio compagno di corsi all’Istituto
Buddhista, era direttore di una rivista buddhista. Il suo tempio era in
un isolotto nel fiume Huong Giang (“Fiume profumato”), dove si coltivava
una varietà di granturco molto saporita. Duc Tam mi invitò a fermarmi
alcune settimane nel suo tempio. Ogni mattina mi offriva il tè con
dentro un tipo particolare di rosa – è una rosellina minuscola che dà un
buon profumo quando la si mette nel tè. Ogni giorno facevamo
meditazione camminata attraverso il vicinato e compravamo un po’ di
granturco fresco. Duc Tam mi nutriva di tè alla rosa e granturco fresco,
e voleva che scrivessi un’altra serie di articoli sul Buddhismo
Impegnato! [risate]
Difatti
scrissi un’altra serie di dieci articoli intitolata “Buddhismo oggi”,
anch’essi sul tema del Buddhismo Impegnato. Quella serie fu poi tradotta
in francese da Le Vinh Hao, uno studioso residente a Parigi; se ne fece
un libro, intitolato Aujourd’hui le Bouddhisme.
Nel
1964, quando andai in America a tenere una serie di conferenze,
incontrai il monaco trappista Thomas Merton; gli diedi una copia di Aujourd’hui le Bouddhisme, in seguito lui ne scrisse una recensione.
Un buddhismo che entra nella vita
Nel
1963-64 tenni alcune conferenze sul buddhismo alla Columbia University.
La lotta portata avanti dai buddhisti in favore dei diritti umani aveva
messo fine al regime del Presidente Diem. Forse avete sentito parlare
del Venerabile Thich Quang Duc, che si immolò con il fuoco attirando
così l’attenzione del mondo intero sulla violazione dei diritti umani in
Vietnam. Il suo era un movimento per diritti umani totalmente
nonviolento. Quando cadde il regime di Diem io e i miei colleghi fummo
invitati a rientrare in patria per dare il nostro contributo al
movimento.
E così tornai a casa, fondai l’Università Van Hanh e pubblicai un libro dal titolo Buddhismo Impegnato in cui erano raccolti svariati articoli scritti in precedenza.
Penso che sia la prima volta che ricevete questa informazione. [risate]
Era l’inizio del 1964. Quegli articoli li avevo scritto in precedenza; li raccolsi insieme e li pubblicai con il titolo Buddhismo impegnato, Dao Phat di vao cuoc doi. Cuoc doi qui significa “vita” o “società”, di vao significa “entrare”: ecco, erano questi i termini usati in Vietnam per indicare il buddhismo impegnato: di vao cuoc doi, “entrare nella vita”, nella vita sociale.
Sei mesi dopo feci uscire un altro libro, Dao Phat hien dai hoa, “Buddhismo
aggiornato” o “Buddhismo rinnovato”. Questi sono gli ideogrammi cinesi:
[significano] “buddhismo reso attuale”, “attualizzazione del
buddhismo”. Tutti questi termini, e tutti questi documenti, si
riferiscono a quello che chiamiamo “buddhismo impegnato”. In seguito ho
scritto molti altri libri – per esempio “Buddhismo di domani”. [risate]
All’epoca,
però, il mio nome era già stato bandito dal governo del Sud, il governo
anticomunista, per via delle mie attività in favore della pace, dei
miei appelli alla riconciliazione fra il Nord e il Sud. Divenni persona non grata: non potevo più tornare a casa, ero in esilio.
E così iI mio libro Buddhismo di domani non poteva uscire in Vietnam con il mio nome; usai quindi uno pseudonimo montagnard:
Bsu Danlu. Vi chiederete da dove venga questo nome. Nel 1956 avevamo
fondato un centro di pratica nella zona montana del Vietnam e l’avevamo
chiamato Phuong Boi, “Monastero delle foglie di palma profumate”. Avevamo comprato il terreno da due montagnards, K’Briu e K’Broi. Il nome del villaggio accanto al quale si trovava il “monastero delle foglie di palma profumate” era proprio Bsu Danlu.
Saggezza qui e ora
Ho
continuato poi a pubblicare i miei libri in Vietnam con svariati altri
pseudonimi. Ho scritto una storia del buddhismo vietnamita in tre grossi
volumi, firmati Nguyen Lang. Anche se sono rimasto lontano dal mio
paese per trentanove anni ho continuato a scrivere libri, alcuni dei
quali sono usciti anche in Vietnam sotto pseudonimo.
Come già detto, il primo significato del termine Buddhismo Impegnato è
“quel genere di buddhismo che è presente in ogni momento della nostra
vita quotidiana”. Mentre ti lavi i denti, il buddhismo dovrebbe essere
presente. Mentre guidi l’auto, il buddhismo dovrebbe essere presente.
Mentre percorri il supermercato, il buddhismo dovrebbe essere presente –
in modo che tu possa sapere che cosa comprare e che cosa no!
Il
buddhismo impegnato, dunque, è quel genere di saggezza che dà una
risposta a ogni cosa che accade qui e ora: il riscaldamento globale, i
cambiamenti climatici, la distruzione dell’ecosistema, la mancanza di
comunicazione, la guerra, il conflitto, il suicidio, il divorzio. In
quanto praticanti di consapevolezza dobbiamo essere consapevoli di ciò
che ci accade nel corpo, nelle sensazioni, nelle emozioni, nell’ambiente
che ci circonda. È questo il Buddhismo Impegnato. Buddhismo Impegnato è quel genere di buddhismo che risponde a ciò che sta accadendo qui e ora.
Uno sguardo nuovo sulle Quattro Nobili Verità
Possiamo parlare di Buddhismo Impegnato in termini delle Quattro Nobili Verità. La prima Nobile Verità è dukkha,
il malessere. I maestri buddhisti della tradizione ne hanno parlato
così: la vecchiaia è sofferenza, la morte è sofferenza, la separazione
dalle persone amate è sofferenza; è sofferenza lasciare tutti coloro che
si ama, è sofferenza desiderare qualcosa e non ottenerlo mai. Ma questi
sono modi antiquati di descrivere la prima Nobile Verità: oggi, quando
pratichiamo la prima Nobile Verità dobbiamo identificare il genere di
malessere presente nella realtà. Prima di tutto sappiamo che nel corpo
c’è un tipo di tensione, una quantità di stress. Possiamo dire che oggi
con sofferenza si indica anche tensione, stress, ansia, paura,
violenza, famiglie spezzate, suicidi, guerra, conflitto, terrorismo,
distruzione dell’ecosistema, riscaldamento globale eccetera.
Dovremmo essere pienamente presenti qui e ora e riconoscere la vera faccia del malessere.
La
nostra tendenza naturale è quella di rifuggire dalla sofferenza, dal
malessere: non vogliamo confrontarci con loro, dunque cerchiamo di
scappare. Il Buddha però ci consiglia di non farlo, anzi, di fatto ci
incoraggia a osservare a fondo la natura della sofferenza per imparare
da essa. Il suo insegnamento è questo: se non comprendi la sofferenza
non puoi vedere il sentiero della trasformazione, il sentiero che
conduce alla cessazione della sofferenza.
Noi tutti sappiamo che la Prima Nobile Verità è il malessere e che la Quarta è il sentiero che conduce alla cessazione del malessere. Se non si comprende la prima, non si ha mai l’opportunità di scoprire il sentiero che conduce alla cessazione del malessere.
Dovreste
imparare a tornare a casa nel momento presente per riconoscere il
malessere così com’è. Poi praticando l’osservazione profonda della Prima
Nobile Verità, il malessere, scopriremo la Seconda Nobile Verità: le
radici del processo che genera il malessere.
Ognuno
di noi deve scoprire da sé la causa della propria sofferenza. Mettiamo
per esempio che si stia parlando della nostra vita frenetica: abbiamo
così tanto da fare, così tanto da realizzare! Se siamo uomini politici,
persone impegnate nel mondo degli affari o perfino artisti, vogliamo
fare di più e ancora di più, sempre di più. Bramiamo il successo; non
siamo capaci di vivere in profondità ogni attimo della vita quotidiana.
Non diamo al nostro corpo la possibilità di rilassarsi e di guarire.
Se
sappiamo vivere come vive un Buddha, dimorando nel momento presente e
permettendo agli elementi rasserenanti e risananti di penetrare in noi,
non cadremo vittime di stress, tensione e di malattie di vario genere.
Si può dire che una delle radici del malessere sia la nostra incapacità di vivere a fondo la nostra vita, attimo per attimo.
Quando
siamo pieni di tensione e di irritazione non possiamo ascoltare l’altra
persona, non possiamo usare la parola amorevole. Non riusciamo a
rimuovere le percezioni erronee, che danno origine quindi a paura, odio,
violenza e così via. Dobbiamo identificare le cause del malessere: è un
lavoro davvero importantissimo.
Per
esempio, parliamo di suicidio o di famiglie spezzate. Sappiamo che
quando la comunicazione fra marito e moglie, padre e figlio, madre e
figlia si fa difficile, le persone non sono più felici. Molti giovani
cadono nella disperazione e pensano al suicidio: non sanno gestire le
proprie emozioni o la disperazione e pensano che l’unico modo per
smettere di soffrire sia uccidersi. In Francia, ogni anno, si suicidano
circa dodicimila giovani solo perché non riescono a gestire le proprie
emozioni, come la disperazione. E non ne sono capaci neanche i loro
genitori, che non insegnano ai figli come si tratta con quei sentimenti;
nemmeno gli insegnanti a scuola sanno aiutare i loro studenti a
riconoscere le proprie emozioni e a sostenerle con tenerezza.
Quando
le persone non riescono a comunicare, non si comprendono: potranno
anche vedere la sofferenza dell’altro ma in loro non c’è amore, non c’è
felicità.
Anche
la guerra e il terrorismo nascono dalle percezioni erronee. I
terroristi pensano che la controparte cerchi di distruggerli – di
distruggere la loro religione, il loro stile di vita, le loro nazioni.
Se siamo convinti che l’altro stia cercando di ucciderci allora
cercheremo il modo di uccidere l’altro noi per primi, per non farci
uccidere a nostra volta.
Paura,
fraintendimenti e percezioni erronee stanno alla base di tutti questi
atti di violenza. La guerra in Iraq, che è stata definita “guerra al
terrorismo”, non è servita a far diminuire di numero i terroristi; anzi,
di fatto il numero dei terroristi aumenta di continuo proprio a causa
della guerra. Per rimuovere il terrorismo occorre rimuovere le
percezioni erronee. Sappiamo benissimo che gli aerei, i fucili e le
bombe non sono in grado di rimuovere le percezioni erronee; solo la
parola amorevole e l’ascolto compassionevole possono aiutare le persone a
correggere le proprie percezioni erronee. I nostri governanti però non
sono formati a queste discipline e per rimuovere il terrorismo fanno
affidamento soltanto sulle forze armate.
Così,
osservando in profondità, riusciamo a vedere l’insorgere del malessere,
le sue radici, riconoscendo il malessere come una verità e osservandone
a fondo la natura.
La Terza Nobile Verità è la cessazione del malessere, il che significa la presenza del benessere – proprio
come l’assenza di oscurità significa presenza di luce. Quando non è più
presente l’ignoranza, c’è la saggezza. Quando rimuovi l’oscurità, c’è
la luce. La cessazione del malessere dunque significa il benessere, ossia il contrario della Prima Nobile Verità.
L’insegnamento
del Buddha conferma la verità che il benessere è possibile. Poiché c’è
il malessere è possibile il benessere. Se inizialmente si è descritto il
malessere in termini di tensione, stress, pesantezza, allora il
benessere sarà descritto come leggerezza, pace, rilassamento,
distensione. Puoi ridurre la tensione e generare rilassamento,
leggerezza e pace con il tuo stesso corpo, respiro, coi tuoi piedi, con
la tua consapevolezza.
Possiamo
parlare delle Quattro Nobili Verità in termini molto concreti. I metodi
di pratica ci mettono in grado di ridurre la tensione, lo stress,
l’infelicità, come si vede nella Quarta Nobile Verità, il sentiero [che
conduce alla cessazione del malessere]. Forse oggi i Maestri di Dharma
lo chiameranno volentieri “la via al benessere”. La cessazione del
malessere significa l’inizio del benessere – è così semplice!
Da “molti dèi” a “nessun dio”.
Ora vorrei tornare un po’ alla storia del Buddhismo Impegnato.
Negli
anni Cinquanta ho cominciato a scrivere perché la gente aveva bisogno
di guida spirituale per riuscire a superare la confusione. Un giorno ho
scritto della relazione che intercorre tra la fede religiosa e il nostro
modo di organizzare la società, descrivendo la storia dell’evoluzione
della società.
All’inizio la nostra società era organizzata in gruppi di persone, le tribù. Col
tempo svariate tribù si sono unite e alla fine sono state instaurate
monarchie, che erano governate da un re. Poi è arrivato il tempo in cui
ne avevamo abbastanza dei re e abbiamo voluto far nascere repubbliche
democratiche.
Nel
frattempo nostre sono cambiate anche le nostre fedi religiose.
All’inizio avevamo qualcosa di parallelo alle istituzioni tribali: il
politeismo, ossia la convinzione che ci siano molti dèi ognuno dei quali
ha un determinato potere. La persona era libera di scegliersi un dio da
adorare, e quel dio la proteggeva dagli altri dèi e dalle altre tribù.
Quando
abbiamo istituito i regni è cambiata anche la nostra fede: ecco il
monoteismo. C’è un solo Dio, il Dio più potente, e dovremmo adorare
soltanto lui e non molti dèi.
Quando
infine siamo approdati alle democrazie, ecco che non c’era più un re:
[nella democrazia] ognuno è pari a tutti gli altri; per vivere facciamo
affidamento gli uni sugli altri. Per questa ragione il monoteismo si sta
trasformando nella fede nell’interdipendenza – nell’interessere – che
non contempla più un Dio. Siamo pienamente responsabili della nostra
vita, del nostro mondo, del nostro pianeta.
Era questo il genere di cose che scrivevo all’epoca in cui cercavo di costruire il Buddhismo Impegnato.
La nascita dell’Ordine dell’Interessere
Nel
1964 abbiamo istituito l’Ordine dell’Interessere. La nascita
dell’Ordine dell’Interessere è molto significativa. Basta studiare i
Quattordici Precetti o Addestramenti alla Consapevolezza per comprendere
perché e come è stato fondato l’Ordine dell’Interessere.
All’epoca
la guerra imperversava con violenza. Era un conflitto fra ideologie:
sia il Nord che il Sud avevano la propria ideologia: una era il
marxismo-leninismo, l’altra il personalismo e il capitalismo. Da noi si
combatteva non solo con le ideologie importate dall’estero ma anche con
armi importate dall’estero, con fucili e bombe che venivano dalla
Russia, dalla Cina e dall’America. Noi buddhisti, che pratichiamo la
pace e la riconciliazione, la sorellanza e la fratellanza, non volevamo
accettare una guerra del genere. Non si può accettare una guerra in cui
ci si uccide tra fratelli con ideologie e armi importate dall’estero!
L’Ordine dell’Interessere è nato dunque come movimento di resistenza spirituale fondato completamente
sugli insegnamenti del Buddha. Il Primo Addestramento alla
Consapevolezza – non attaccamento alle opinioni, libertà da ogni
ideologia – era una risposta diretta a quella guerra in cui tutti erano
pronti a morire e a uccidere per le proprie convinzioni.
Ecco il Primo Addestramento alla Consapevolezza: “Consapevole
della sofferenza creata dal fanatismo e dall’intolleranza siamo
determinati a non idolatrare e a non vincolarci a nessuna alcuna
dottrina, teoria o ideologia, neppure a quelle buddhiste. (…)”
È il ruggito del leone, questo!
“Gli insegnamenti buddhisti sono guide che ci aiutano a imparare a guardare in
profondità e a sviluppare comprensione e compassione. Non sono dottrine per cui combattere, uccidere o morire.”
L’insegnamento
del Buddha dal Sutta Nipata che parla delle opinioni è chiarissimo: non
dovremmo attaccarci ad alcuna opinione; dobbiamo trascenderle tutte.
“Retta
visione” significa innanzitutto assenza di ogni opinione.
L’attaccamento alle opinioni è fonte di sofferenza. Mettiamo che stiate
salendo una scala e al quarto gradino pensiate di essere già arrivati in
cima: vi bloccate! Dovete abbandonare il quarto gradino per poter
salire il quinto. Gli scienziati, per agire da scienziati, se vogliono
raggiungere una verità superiore devono abbandonare ciò che hanno
scoperto in precedenza. È questo l’insegnamento del Buddha: quando
considerate una certa cosa come la verità e vi ci attaccate, per
procedere oltre dovete abbandonarla.
Lo
spirito fondamentale del buddhismo è il non attaccamento alle opinioni.
La saggezza non è fatta di opinioni. La visione profonda non è fatta di
opinioni. Se vogliamo che sia possibile una vera visione profonda,
dobbiamo essere pronti ad abbandonare le nostre idee. Ipotizziamo che tu
abbia una certa idea dell’impermanenza, del non sé, dell’interessere,
delle Quattro Nobili Verità: potrebbe essere pericoloso, per te, perché
sono soltanto opinioni. Tu sei orgogliosissimo di sapere qualcosa delle
Quattro Nobili Verità, dell’interessere, dell’originazione
interdipendente, della consapevolezza, della concentrazione e della
visione profonda; quegli insegnamenti, però, sono soltanto mezzi con i
quali raggiungere la visione profonda: se ti ci attacchi, sei perduto.
Gli insegnamenti sull’impermanenza, sul non sé, sull’interessere servono
ad aiutarti a raggiungere la visione profonda dell’impermanenza, del non sé e dell’interessere.
Il
Buddha ha detto: “Il mio insegnamento è come un dito puntato verso la
luna. Dovreste essere abili: guardate nella direzione indicata dal mio
dito e potrete vedere la luna. Se però scambiate il mio dito per la
luna, non la vedrete mai.” Così neanche il Buddhadharma è la verità: è
soltanto uno strumento con il quale la si può raggiungere. Per il
buddhismo, questa è una cosa davvero fondamentale.
La
guerra è il risultato dell’attaccamento alle opinioni, del fanatismo.
Se osserviamo a fondo la natura della guerra in Iraq possiamo vedere che
anche quella è una guerra di religione. La gente sta usando i credo
religiosi per sostenere quella guerra. Il signor Bush ha avuto il
sostegno della destra cristiana evangelica; i combattenti della
resistenza irachena e i terroristi in Iraq hanno alle spalle il sostegno
della propria fede mussulmana. Dunque in qualche modo si tratta di una
guerra di religione. Non può esserci pace se restiamo fanaticamente
attaccati alle nostre opinioni.
Un loto in un oceano di fuoco
Nel 1965 ho scritto un libretto sulla guerra nel Vietnam: Vietnam: un loto in un mare di fuoco, che fu pubblicato in America dalla Hill and Wong.
La guerra infuriava, era un oceano di fuoco. Ci stavamo ammazzando a
vicenda; lasciavamo che i bombardieri americani venissero a distruggere
le nostre foreste, la nostra gente; lasciavamo entrare nel Paese armi
provenienti dalla Cina e dalla Russia. Il Buddhismo, però, stava
cercando di fare qualcosa: quelli fra noi che non accettavano la guerra
volevano far qualcosa per opporle resistenza. In alcuni casi dovemmo
arrivare a bruciarci vivi per far sapere alla gente che non volevamo
quella guerra.
I buddhisti non avevano stazioni radio o televisive, non avevano modo di far sentire la propria voce.
Chiunque mi ascolti, mi sia testimone:
io non accetto questa guerra,
lasciatemelo dire ancora una volta prima di morire.
Sono versi di mie poesie.
I nostri nemici non sono gli uomini.
I
nostri nemici sono l’odio, il fanatismo, la violenza. Non sono gli
uomini, i nostri nemici. Se uccidiamo gli uomini con chi vivremo in
futuro?
Il
movimento di pace in Vietnam aveva un gran bisogno del sostegno
internazionale, ma voi qui non potevate sentirci, dunque a volte ci fu
bisogno che ci bruciassimo vivi per farvi sapere che non volevamo questa
guerra. “Per favore mettete fine a questa guerra, a questi massacri di
fratelli per mano di fratelli!” Il buddhismo era come un fiore di loto
che cercava di sopravvivere in un oceano di fuoco.
Tradussi
il libro in vietnamita e un amico americano del movimento pacifista mi
aiutò a farlo arrivare in Vietnam. Fu stampato clandestinamente e molti
giovani cercarono di farlo circolare, come atto di resistenza.
Sister
Chan Khong, professoressa di biologia all’Università di Hue, ne portava
con sé una copia a Hue per un amico e fu arrestata e imprigionata
proprio perché trovata in possesso di una copia di quel libro. In
seguito la trasferirono in un carcere di Saigon.
La “Scuola dei giovani per il servizio sociale” (SYSS)
Alcuni
giovani amici vennero a chiedermi di pubblicare le mie poesie che
parlavano di pace. Le chiamavano “poesie contro la guerra”. Dissi loro:
“Va bene, se volete fatelo pure”. Raccolsero una sessantina di mie
poesie su quell’argomento e le sottoposero all’approvazione del Governo
del Vietnam del Sud. La censura ne respinse cinquantacinque: ne
restavano proprio poche! I nostri amici però non si scoraggiarono e
stamparono le poesie clandestinamente. Il libro andò esaurito quasi
subito. Piacque anche a qualche membro dei servizi segreti – la guerra
faceva soffrire anche loro! Ai librai che esponevano il libro dicevano:
“Ma non dovrebbe esporlo così! Almeno lo nasconda dietro il banco!”
[risate]
Alcune
stazioni radiofoniche di Saigon, di Hanoi e di Pechino si misero ad
attaccare le poesie perché invocavano la pace: volevano che si
combattesse fino alla fine.
Nel 1964 fondammo anche la “Scuola dei giovani per il servizio sociale” (School of Youth for the Social Service).
Demmo formazione a migliaia di giovani, sia laici che monaci, perché
potessero andare nelle campagne ad aiutare i contadini a ricostruire i
loro villaggi. Gli ambiti di quell’aiuto erano quattro: istruzione,
sanità, economia e organizzazione. I nostri operatori sociali andavano
in un villaggio e si mettevano a giocare con i bambini, insegnando loro a
leggere e scrivere e a cantare. Quando la gente del
villaggio li prendeva a benvolere, loro suggerivano di costruire una
scuola per i bambini. Una famiglia magari dava alcuni bambù, un’altra
portava foglie di palma da cocco per fare il tetto, e così si costruiva
la scuola. I nostri operatori insegnavano senza ricevere alcun salario.
Dopo aver costruito la scuola nel villaggio, mettevamo su un dispensario
nel quale distribuivamo le medicine più comuni per aiutare la gente.
Portavamo al villaggio studenti di medicina o dottori per un giorno o
due e cercavamo di renderci utili. Organizzavamo anche cooperative e
cercavamo di insegnare alla gente lavori di artigianato, quelli che
potevano fare, con cui incrementare le entrate della famiglia.
Dovevamo
cominciare da noi stessi, partendo da zero. La Scuola dei giovani per
il servizio sociale fu fondata nello spirito dell’autonomia: “non
occorre che aspettiamo l’aiuto del Governo”.
Una nuova organizzazione giovanile in Europa
Nella
SYSS demmo formazione a molti giovani di entrambi i sessi, laici e
monaci, finendo per avere più di diecimila operatori in azione da Quang
Tri al Sud. Durante la guerra riuscimmo a far sostenere a distanza più
di diecimila orfani. I giovani sono una parte importante, nel Buddhismo
Impegnato.
Quest’anno intendiamo dar vita a un’organizzazione di giovani in Europa: I giovani buddhisti per una società sana e compassionevole.
Sono numerosissimi i giovani che vengono da noi e che partecipano ai
nostri ritiri in Europa, America e Asia; ora vogliamo organizzarli. Come
pratica adotteranno i Cinque Addestramenti alla Consapevolezza e si
impegneranno nella società; contribuiranno a creare una società più sana
e dotata di maggiore compassione.
Un mese fa siamo andati in Italia e abbiamo praticato un giorno con i giovani nella città di Napoli.
I cinquecento fra ragazzi e ragazze che si sono riuniti a praticare con
noi l’hanno apprezzato molto! Sono pronti a impegnarsi nella pratica
della pace e a contribuire a generare una società più sana e più
compassionevole.
Anche i più giovani fra i nostri monaci e monache prenderanno parte a quell’organizzazione.
La fondazione di un Istituto di Buddhismo Applicato
Abbiamo anche istituito un “Istituto europeo di Buddhismo Applicato” (European Institute of Applied Buddhism). Spero che durante questo ritiro Sister Annabel, Chan Duc, ve ne farà una presentazione. Avremo dei campus
anche in America e in Asia. Chi abbia completato con successo il ritiro
di tre mesi a Plum Village o al Deer Park riceverà un attestato di
studio rilasciato dall’Istituto Europeo di Buddhismo Applicato.
L’Istituto
offrirà molti corsi interessanti. Potreste dare una mano a organizzare
un corso nella vostra zona, noi manderemmo gli insegnanti di Dharma. Un
esempio è il corso di ventun giorni per giovani che stanno per formare
una famiglia, con il quale imparano a portare avanti con successo la
propria vita coniugale.
Ci
saranno corsi per persone a cui è stato diagnosticato l’AIDS o il
cancro, perché imparino a vivere con la loro malattia. Chi sa accettare
la propria malattia e ci sa convivere, riesce a vivere altri venti o
trent’anni.
Si terranno corsi per uomini e donne d’affari, per insegnanti di scuola eccetera.
Quel
genere di attestato vi aiuterà a diventare ufficialmente Insegnanti di
Dharma. Un giorno forse sentirete l’impulso di diventare un insegnante
di Dharma, di andare nel mondo ad aiutare le persone, di essere una
continuazione del Buddha.
Di questi tempi stiamo utilizzando il termine “buddhismo applicato”, che è solo un altro modo di riferirsi al buddhismo impegnato.
8 luglio 2008
Trascrizione di Greg Sever, editing di Janelle Combelic e Sister Annabel.
Il libro era in vietnamita e non è mai stato tradotto in lingue occidentali. Da non confondere con l’antologia Engaged Buddhist Reader, uscita in Italia nel 1999 appunto con il titolo di Buddhismo Impegnato, che contiene oltre a scritti di Thây anche del Dalai Lama, di J. Macy, S. Suzuki, S. Batchelor, G. Snyder e altri autori. (NdT)
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