Home arrow Gruppo di meditazione zen di Catania arrow Intervista a Phap Khi del Luglio 2009
Intervista a Phap Khi del Luglio 2009
martedì 14 dicembre 2010

Domanda: Quali sono le ricchezze e le difficoltà del vivere in una comunità a prevalenza vietnamita.

Phap Khi: Sono 8 anni che vivo in questa comunità e ho fortuna di condividere la mia vita in una comunità interculturale. Mi sono reso conto fin dai primi anni qui che una ricchezza del vivere coi nostri fratelli e sorelle di cultura vietnamita, di cultura asiatica, era proprio l’aspetto comunitario. E’ molto più naturale per loro di quanto non lo sia per noi. Penso che nel passato anche i nostri avi avevano questo spirito comunitario, per esempio nelle campagne si viveva assieme e ci si aiutava gli uni gli altri nei vari lavori, si era solidali. Ora con l’industrializzazione, l’urbanizzazione e gli spostamenti nelle grandi città, si è sviluppato l’individualismo, così che abbiamo un po’ perduto tutto questo. Ma i paesi come il Vietnam, o altri paesi in Africa e in Asia, hanno ancora un modo di vita molto semplice, poco sviluppato anche dal punto di vista materiale. Per me, e credo per un gran numero di fratelli e sorelle occidentali, è una forma di guarigione: essendo cresciuti in società occidentali moderne, abbiamo spesso famiglie disgregate, o comunque abbiamo ricevuto un’educazione individualista che ci separa e ci isola e per questo abbiamo perso molto il valore del legame sociale. Con i nostri fratelli e sorelle di cultura vietnamita possiamo ritrovare questo legame: per loro è molto più spontaneo e naturale, si trovano spesso a bere il thé, a suonare, a ridere. Quando questo accade, ci guarisce. Noi l’abbiamo perduto, parlo di noi francesi, non so per gli italiani e gli spagnoli, forse in Italia e Spagna è rimasto un po’ di più questo legame sociale……

Condividere in questo modo la vita quotidiana con i nostri fratelli e sorelle fa bene ai nostri cuori.

C’è poi l’aspetto familiare in questo legame sociale, il rapporto fraterno che ben si adatta alla tradizione monastica. Thay ci incoraggia a sviluppare la fratellanza, l’armonia tramite la nostra vita insieme. Per questo abbiamo delle pratiche che ci aiutano a gestire le difficoltà, i conflitti e le tensioni, per andare sempre verso una maggiore comprensione ed armonia.

E’ interessante notare che in una comunità multiculturale come la nostra si ha una cultura comune che è quella monastica, è il denominatore comune di tutte le culture: vi sono pratiche specifiche, codici comportamentali, precetti.

Vivendo assieme ognuno vive la sua cultura, è interessante poter coabitare, non è giusto fondere le differenze, bisogna trovare il modo di convivere ognuno con la sua cultura, la sua personalità, i suoi bisogni. Abbiamo modi di pensare, mentalità diverse, gusti differenti, anche dal punto di vista del cibo. Quindi bisogna che ci sia un certo grado di comfort culturale. All’inizio della comunità poteva essere difficile se c’era una minoranza culturale troppo minoritaria. Qui all’Upper Hamlet c’è stato un po’ di anni fa un fratello che se n’è andato, che era il solo fratello (non ho capito la nazionalità). Dal punto di vista culturale non era facile.

E’ importante un contesto culturale in cui esprimersi liberamente. E’ importante che ci sia un equilibrio. In questi anni la cultura dominante della comunità è certamente quella vietnamita, ma la cultura occidentale comincia a diventare più importante: questo ci rende la vita più facile. Questo per quanto riguarda i monaci e le monache, ma c’è anche sempre più gente dall’Europa che viene a Plum Village. Ci sono sempre più francofoni e questo aiuta la cultura francofona nella comunità. Credo che valga anche per la cultura italiana, spagnola; è un fenomeno che inizia ad aumentare. A mio avviso questo è bene, perché crea più equilibrio. Se ci sono individui nella comunità che sono i soli a rappresentare quella cultura, allora possono sentirsi culturalmente isolati.

Poi abbiamo una lingua comune che è l’inglese, quindi possiamo comprenderci, ma non è mai una lingua del cuore, lo è solo per gli americani. Le difficoltà fra l’altro possono nascere da qui: per esempio possono venire da mancanza di riconoscimento della cultura dell’altro. Non è volontario, certamente è inconsapevole, ma una persona che è sola a rappresentare la sua cultura, non la manifesterà, non la condividerà, non oserà rivendicarla. Questa può essere una fonte di sofferenza per la persona, può valere per un singolo, ma anche per 2,3,4 persone se il resto della comunità è per l’80% di un’altra cultura, ci può essere uno prevaricazione culturale. Quindi il ruolo del sangha è di condurre le persone ad esprimere la loro cultura e i loro talenti, che sono strettamente connessi alla loro cultura, con la lingua innanzitutto perché la lingua è una delle prime modalità di espressione della cultura. Anche l’arte culinaria, la musica, le canzoni, l’arte. Credo che la lingua sia la prima forma espressiva, perché è quella che mette in comunicazione. Certo, si può comunicare in tanti modi, ma come esseri umani il primo modo è la parola. Se la persona è sola non può. Già essere in due è meglio.

Domanda: Hai parlato di un processo di guarigione nell’incontro con l’altra cultura. Puoi dire qualcosa di più di questo processo di guarigione in relazione alla pratica, ai momenti di condivisione. Penso che questo posto possa essere un laboratorio per dei processi di guarigione per la società.

Phap Khi: Fra le pratiche che ci offre Thay per aiutarci a vivere in armonia come fratelli e sorelle nella comunità, la pratica di base è , da un lato, saper ascoltare, saper parlare con la parola amorevole e dall’altro nutrire la gioia. Per gli amici che arrivano qua c’è un libretto che si chiama “Come nutrire la gioia a Plum Village” e che comprende tutte le pratiche di Plum Village, quindi si capisce che queste pratiche sono per nutrire la gioia. Nutrire la gioia vuol dire essere capaci di riconoscere le qualità positive in noi e invitare queste qualità ad esprimersi, a essere comunicate. Questo farà del bene a noi e all’altro e quindi alla comunità. Se i membri della comunità sono felici, la comunità è felice. Al contrario, se noi soffriamo, è la comunità che soffre, soffriamo insieme, siamo felici insieme. Quindi, per risolvere le difficoltà, cerchiamo di ascoltarci gli uni gli altri, ognuno ha uno spazio per esprimere le sue gioie e le sue difficoltà. Dopo aver ascoltato cerchiamo di innaffiare le qualità positive nei membri della comunità: queste pratiche si possono fare in modo formale, ma anche in modo più abituale. Piuttosto che concentrarsi sempre sulla sofferenza, e abbattere il morale di tutti, aiuta molto bere del thé assieme, suonare un po’ assieme, queste cose quotidiane aiutano molto la comunità e il livello di consapevolezza della comunità si alza e si lascia meno spazio per le piccole cose, i piccoli conflitti, che altrimenti diventerebbero molto importanti. Sovente ci si ferisce perché non si è abili. Se una persona non riesce a condividere la sua cultura, rischia di soffrire in silenzio, non mangerà mai il cibo a cui era abituato, il cibo che i suoi antenati hanno mangiato. Si trova in un contesto culturale completamente diverso dal suo, può volerci del tempo prima che si abitui al nuovo contesto: non c’è nessuno che parli la sua lingua, non può condividere canzoni del suo paese. Bisogna essere consapevoli di questo e fare attenzione. La difficoltà che ho incontrato in questa comunità è stata la predominanza della cultura vietnamita: ci sono qualità (è ricca a livello culturale, come poesia, musica, semplicità) ma c’è il fatto di sentire sempre parlare vietnamita e può essere difficile se non ci sono altre persone. Ascoltare troppo la lingua e la cultura dell’altro che tu non capisci, che non puoi parlare, può essere difficile; anche se ti trovi bene, dopo un po’ possono nascere delle difficoltà. Mangiare ogni giorno un cibo che è molto diverso dal tuo…. e che a volte non hai voglia di mangiare perché….è tutti i giorni la stessa cosa. Va bene le prime volte, è esotico, è carino, ma a lungo andare, tutti i giorni, ti stanchi. Anche il modo di essere assieme e i bisogni sono diversi: noto che in genere, i nostri fratelli e le nostre sorelle vietnamiti, hanno questa qualità e al tempo stesso questo bisogno di ritrovarsi, di essere gioiosi insieme, e a volte sono un po’ rumorosi, mentre molti fratelli e sorelle occidentali vengono qui spesso in cerca di silenzio e di calma. Ciò crea un contrasto: a volte gli opposti vanno bene insieme, a volte no, cioè si fa fatica ad armonizzare i bisogni. Allora si deve parlare e dire le cose, non per sgridare o accusare, ma per indurre una consapevolezza.

Come francese in questa comunità che vive in Francia, in diverse tappe del mio percorso, c’è stata a volte una gran rabbia, perché Plum Village non è molto francofono, ci sono molti anglofoni. Tutte le scritte qui sono in inglese: bookshop in francese non si dice, si dice boutique,il programma della giornata è sempre scritto in inglese, molte pratiche sono in inglese o vietnamita, anche i canti….manca un riconoscimento della cultura francese. A mio avviso non è un’azione abile da parte della comunità: non è abile rispetto al contesto culturale nel quale viviamo, non è abile rispetto alle persone che abitano qui intorno, e non è abile rispetto ai fratelli e sorelle che ci sono nella comunità. Può essere una sofferenza e il mio ruolo è di saperla comunicare senza rabbia e allo scopo di indurre una consapevolezza al riguardo. Questo è il mio primo ruolo: dire, ma non attendermi che vi sia una soddisfazione immediata. Io dico, comunico, ma non posso obbligare la comunità ad andare verso un cambiamento che non viene da lei, deve essere la comunità. Io posso aiutare, il mio ruolo come francofono è di parlare. Parlo per i francesi, ma quanto dico può essere vero anche per altre culture europee. Piano piano ci si rende conto che la comunità va in questo senso, c’è più integrazione delle diverse culture europee. E’ vero però che per adesso, lo sforzo è sullo sviluppo dell’anglofonia perché è la lingua internazionale. Ne ho parlato ai fratelli qui: ascoltano, ma non si sentono abbastanza coinvolti, perché non sono francesi. Quando si difende la propria cultura si è in una posizione sensibile, perché ci può essere attaccamento o la percezione per gli altri che vi sia attaccamento. Quindi sarebbe più facile che qualcuno di non francese dica: “Sapete, sarebbe bene parlare un po’ più di francese, perché siamo in Francia.” So che devo trovare la giusta misura: non devo dire troppo, né troppo poco. Ne ho parlato alla comunità.

La pratica del “Toccare la Terra”, se ci sono dei francofoni, si dovrebbe fare in francese, la si fa troppo in inglese e in vietnamita, questo riguarda anche i canti e le letture dei sutra. Ma la maggior parte dei membri della comunità sono di lingua inglese o vietnamita e i fratelli vietnamiti che vengono qui imparano l’inglese. Perciò, quando qualcuno facilita la pratica, non può farlo in francese. Ci mancano strumenti. Ne ho parlato a Thay 2 o 3 mesi fa, per me l’importante era di essere ascoltato. Sono stato molto sorpreso che Thay mi abbia detto: “Ma la comunità è anglofona, è normale che si parli inglese”. La mia preoccupazione non è d’imporre la cultura francese perché essa domini, ma è che vi sia un po’ d’equilibrio, un po’ più di riconoscimento, perché io sento che non si riconosce abbastanza la cultura. Penso che sia vero per i francesi, ma non solo. Penso si debba andare di più verso la cultura tedesca, italiana, spagnola, quelle culture da cui provengono i praticanti che frequentano Plum Village. Penso che piano piano lo si stia facendo. Il Dharma infatti fiorisce in Italia, Spagna e Germania. Nella comunità ci stiamo muovendo verso questa direzione, ma ci vuole tempo. E poi io devo accettare e lasciare andare, credo che sia il miglior servizio che posso rendere a me stesso e alla comunità: dire, e poi lasciar andare. Vuol dire accettare la realtà così com’è. Mi ha molto aiutato fare il passo di accettare che la comunità sia di lingua inglese e vietnamita. E da questo punto è più facile andare verso un atteggiamento positivo e costruttivo, con meno tensione.

Domanda: Credo che sia importante ciò che dici, perché Plum Village è in Francia, ed è importante avere un buon rapporto coi vicini. Volevo chiederti quanti fratelli francesi siete.

Phap Khi: Francesi siamo 8. Tre sono alla Maison de l’Inspir a Parigi. Poi ci sono anche le sorelle. In questi ultimi anni abbiamo cominciato ad averne di più: con le due ultime ordinazioni abbiamo avuto nuovi fratelli e sorelle francesi. Poi ci sono i francesi-vietnamiti che hanno avuto un’educazione francese: ci sono persone che hanno una doppia cultura. Poi ci sono i fratelli e le sorelle che conoscono la lingua francese, così come alcuni di noi parlano lo spagnolo o il tedesco.

Nonostante quanto ho detto, bisogna essere consapevoli che Thay ha sempre incoraggiato la comunità a parlare francese, anche i fratelli e le sorelle che vengono dal Vietnam. Ha detto loro per scherzare, ma anche per indurli ad una consapevolezza: “Non si può mangiare la baguette se non si parla francese.” E’ un po’ uno scherzo per portare gioia, ma è anche simbolico. Però bisogna capire che non è facile imparare una lingua, e poi quando si viene dal Vietnam imparare il francese…non è una lingua facile. Il vietnamita non è facile da imparare per un occidentale, anch’io non parlo vietnamita, solo qualche parola, quindi non mi posso aspettare che i miei fratelli e sorelle imparino il francese. Il mio sentire è che la base per una comunità sana e armoniosa è imparare le lingue gli uni degli altri. Penso che ne guadagneremmo molto se mettessimo i nostri sforzi nel creare dei corsi di lingua per apprendere le lingue gli uni degli altri. Ma non lo facciamo molto. Le sorelle se la cavano meglio di noi. Il problema è anche che molti di noi sono impegnati nei ritiri, oppure se cominciamo un corso, viene subito interrotto, quindi diventa tutto difficile. Ci sono poi alcuni, qualche eccezione, che imparano da soli, ma io non sono in grado, non ho una giusta motivazione per farlo, oppure preferisco fare altro, ho bisogno di un corso, degli altri. Non mettiamo abbastanza attenzione a questo proposito, è molto importante, non c’è solo questo, ma credo che sia una delle basi quella di comprendersi bene. Nel complesso comunque ce la caviamo, viviamo bene insieme.

Domanda: Consideri inglese, francese e vietnamita le tre lingue ufficiali?

Phap Khi: Sì, ma il francese ha il posto del fratello minore o della sorella minore. Le lingue veramente ufficiali sono l’inglese e il vietnamita. Nella comunità monastica le due lingue sono l’inglese, il vietnamita e basta. Non si comunica in francese. Quando siamo insieme e Thay offre un insegnamento, è in inglese o in vietnamita. Questo facilita molto le traduzioni. Se ci fosse una terza lingua la comunicazione nelle riunioni sarebbe più difficile. E’ essenzialmente un problema pratico. Io sono contento di vedere che c’è un’evoluzione positiva ed i ritiri che facciamo aiutano ad andare verso una maggiore apertura, vedo che è una questione di pazienza, di tempo e, ancora una volta, di lasciare andare, ma d’altro canto devo riuscire a vedere qual è il mio ruolo, e il mio ruolo non è necessariamente quello della comunità. Per esempio, nel mio caso il mio ruolo è di permettere al Dharma francofono di ampliarsi. Ho un ruolo principale con i fratelli e le sorelle francofone, ma questo non è necessariamente il ruolo della comunità. Nella comunità ci sono fratelli e sorelle che s’impegnano a far fiorire il Dharma di lingua inglese o vietnamita, o italiana. E’ normale. Poco a poco si trovano dei modi di convivenza, di completarsi gli uni gli altri.

Domanda: E’ positivo che ognuno possa esprimere le sue capacità. Siamo diversi ed ognuno ha il suo campo d’azione in cui può dare il meglio.

Phap Khi: Penso che sia un arricchimento. Credo che la difficoltà nasca quando ci si identifica troppo con la propria cultura e nasce un attaccamento, un amore troppo grande per la propria cultura, un amore esagerato che può schiacciare le altre culture. Credo che stiamo evolvendo positivamente, riconoscendo di più le altre culture. Questo è dovuto molto al fatto che i nostri amici laici vengono qui e che altri diventano monaci, aggiungendosi alla comunità. L’aspetto culturale è differente per noi che veniamo qui per diventare monaci e monache. Noi veniamo qui per dei bisogni spirituali e quando arriviamo troviamo l’aspetto culturale. Ecco perché possono sorgere conflitti o difficoltà. La nostra pratica di base è di ascoltarci: ci ascoltiamo per avere una migliore comprensione dell’insieme, e per giungere ad un’armonia, per armonizzare le differenze, i bisogni.

Domanda: Come si integrano le differenze dei vari laici che vengono qui?

Phap Khi: Una cosa che piace molto a chi viene qui è l’incontro con la cultura asiatica, in particolare quella vietnamita: il cibo, il modo d’essere, i vestiti, i cappelli di paglia…Si mangiano cose che di solito non si mangiano, c’è questo aspetto di esotismo. Piace la lingua vietnamita, vedere il modo in cui i vietnamiti sorridono….Ma poi c’è la difficoltà di non comprendere, di non riuscire a comunicare, non tutti gli europei parlano inglese, per esempio molti francesi non lo parlano, per cui c’è anche una frustrazione. Quando manca un traduttore, o la traduzione è incompleta, nasce la frustrazione. E’ frustrante non trovare un legame culturale, ecco l’importanza di avere qui fratelli e sorelle di diverse culture, così chi viene ha subito un legame. Ma a volte ciò non accade e ci si sente persi, se non si parla inglese o almeno un’altra lingua. Manca un sentimento di appartenenza e ci si può sentire esclusi, perché si è in un gruppo gioioso e non si hanno mezzi di comunicazione. Ma questo succede sempre meno, perché ci sono fratelli e sorelle di diverse provenienze. Adesso ci sono anche parecchi francesi e italiani. Aspettiamo sorelle italiane.

Domanda: Dopo 3 settimane qui fatico a mangiare questo cibo e non amo neanche queste statue di Buddha dappertutto. Preferisco essere in una chiesa romanica, sento che mi connette di più con le mie radici. Però trovo molto bello ed utile l’insegnamento di Thich Nhat Hanh, per me è uno strumento importante.

Phap Khi: Le cose sono vive e cambiano. La comunità cambia, la sua dimensione culturale, ma anche il Buddhismo stesso. Qui a Plum Village ci si sta adattando sempre più alla cultura occidentale: si va verso una riduzione dei rituali e della connotazione buddhista. Quello che ci arriva è un Buddhismo orientale, ci vuole un po’ di tempo perché prenda il colore occidentale, italiano, francese, etc.

Domanda: Ieri sera alla Festa della Pace ci sono state performances molto diverse a seconda dei vari gruppi culturali. Mi chiedevo se ci deve essere sempre uno stile meditativo e basta, e se questo è più vicino allo stile asiatico, o ci può essere un altro stile, se ci può essere più vivacità.

Phap Khi: Penso che sia importante esprimere la cultura. Se si tratta di esprimere una cultura con ciò che ha di più bello, va bene. Se esprime gioia, fraternità, pace, va bene. E’ vero che spesso si è più nutriti da cose calme, che suscitano pace. Non credo che calma e silenzio siano caratteristiche della cultura asiatica. Credo sia una dimensione universale. Tutti noi cerchiamo pace, calma e silenzio, sono bisogni fondamentali. Con il silenzio e la calma potremo stare insieme meglio, ascoltarci meglio. Abbiamo tutti bisogno di questo, ma certo lo scopo è quello di dare la possibilità ad ogni cultura di esprimersi, ad esempio con l’arte culinaria. Siamo molto contenti quando i nostri fratelli fanno la pizza. I primi a essere contenti sono i fratelli vietnamiti, che non sono abituati a mangiare la pizza, o la pasta, ma quella fatta dagli italiani, che è molo diversa da quella fatta dai francesi. Penso comunque che vi sia un adattamento progressivo, ad esempio in Francia non mangiamo mai muesli, credo sia una tradizione americana.

Per me il cibo non è un grosso problema, mi sono subito abituato al cibo asiatico e a mangiare riso tutti i giorni. Ci sono altri piatti che mi piacciono un po’ meno, per esempio certe minestre, soprattutto se fatte troppo spesso.

Domanda: La meditazione può diventare uno strumento interculturale, visto che bastano un’ inspirazione ed un’ espirazione?

Phap Khi: Sì, penso possa esserlo, perché in effetti è uno strumento universale. Nella meditazione non ci sono le caratteristiche e le forme culturali, la meditazione è il momento presente, è il silenzio, è la respirazione, non c’è il superfluo. Tutti possono ritrovarsi nel silenzio e in questo spazio di calma. L’espressione culturale assomiglia ad una respirazione: si può esprimere la propria cultura senza imporla, proprio come in una respirazione: inspiro ed espiro, è qualcosa che si esprime, ma non per troppo tempo. Cominciano ad esserci problemi quando una cultura s’impone nello spazio e nel tempo e schiaccia le altre culture, dando a queste minori possibilità di espressione. Il senso delle serate come la Festa della Pace è quello di esprimere la propria cultura accanto ad altre, senza volerla imporre. Sicuramente la meditazione è un lavoro di mediazione fra le culture e le religioni.

Domanda: C’è un interesse qui a Plum Village, o nel Buddhismo in genere, per l’incontro con altri cammini spirituali? Qui a Plum Village c’è qualche rappresentante di altre religioni di tradizione monastica? Quali sono le difficoltà, i frutti, il processo di questo dialogo che sarà molto importante nel futuro dell’umanità, così come il dialogo interculturale?

Phap Khi: C’è un’associazione per il dialogo interreligioso. C’era Thay Doji, che ha lasciato la comunità, lui faceva parte di quest’ associazione. Lui aveva investito nel dialogo interreligioso. Un anno Thay Doji ha proposto all’associazione di trovarsi qui , credo fosse il 2001. C’è stato un incontro sul tema della presenza. Thay era in Cina, ma era molto contento che qui a Plum Village ci fosse quest’incontro. C’erano rappresentanti di diverse religioni, cristiani, hindu, musulmani, e anche differenti tradizioni buddhiste. Bisogna che vi siano persone che mettono energia in questo dialogo. A volte ci è difficile, per via dei tanti ritiri che teniamo qui o all’estero: tutte le tradizioni cercano il dialogo, ma si è spesso presi dai propri impegni comunitari. Da qualche anno siamo legati ad un’abbazia benedettina, l’abbazia di Soleme (?), nell’ovest della Francia. E’ particolarmente riconosciuta per la qualità del canto gregoriano. Siamo legati in particolare con due fratelli che sono venuti più volte qui e ci hanno accolto da loro. Uno di loro è il maestro del coro e ci ha aiutato con un canto qui. Sono molto interessati a mantenere questo legame e sono impegnati nel dialogo interreligioso, perché questo è stato l’invito della chiesa di Roma. E’ un bene, le cose stanno evolvendo, ma chiede molto tempo lavorare sui punti comuni e sulle divergenze. E’ particolarmente utile a noi fratelli e sorelle occidentali e buddhisti, perché il nostro retroterra è cattolico. Noi ci riconosciamo in questa ricchezza spirituale, dalla quale ci siamo allontanati per venire nel Buddhismo, ma che è sempre presente da qualche parte in noi. Dunque questa è una forma di guarigione e di completezza, ci sentiamo più completi. Quindi cerchiamo di impegnarci in questo processo, ma sono necessarie persone che ci investano energia. Spesso durante il ritiro invernale di tre mesi, riceviamo monaci di tradizione cristiana o anche buddhista, ma diversa dalla nostra (tibetani, theravada). Vengono qui per imparare da Thich Nhat Hanh.

Credo che sempre più Occidente ed Oriente s’incontrino ad un livello spirituale. Ci sono sempre più preti cattolici che iniziano un lavoro di meditazione, alcuni diventano insegnanti di meditazione, pur restando preti cattolici.

L’incontro fra Buddhismo e Cristianesimo è in primo piano nel dialogo interreligioso. Thich Nhat Hanh ha mostrato molto presto un’apertura per le altre culture, naturalmente venendo in Occidente. Ha partecipato a conferenze, incontri interreligiosi fino a 15-20 anni fa. Ha scritto anche dei libri al riguardo. Molte persone trovano sempre più corrispondenze fra Buddhismo e Cristianesimo, fra Buddha e Cristo.

Domanda: Questa pratica mi ha aiutato a riscoprire il Cristianesimo ad un livello più profondo.

Phap Khi: E’ meraviglioso questo.

Domanda: Ci sono dei libri di Thich Nhat Hanh che parlano del ritorno alle proprie radici culturali?

Phap Khi: Thay parla spesso del ritorno alle proprie radici. Il culto degli antenati è molto presente in Vietnam, ecco perché è molto presente anche nell’insegnamento di Thay. Non sono sicuro se è altrettanto presente nel Buddhismo thailandese. Thay fa spesso riferimento a questo ritorno e ci invita a praticare considerandoci una continuazione dei nostri antenati. Ho trovato molto interessante un libro di un africano educato da bambino dai missionari, ma che ha fatto centinaia di chilometri per ritrovare il suo villaggio. Anche lui parla di guarigione degli antenati e di continuazione: noi siamo la loro continuazione. Questo libro mi ha molto aiutato a comprendere il senso della comunità e ciò che facevo io all’interno della comunità.

La pratica che riguarda questo tema è quella del “Toccare la Terra”. Ce ne sono tre: una riguarda i nostri antenati genetici, l’altra quelli spirituali e l’ultima quelli della terra in cui viviamo. E’ un modo anche di superare l’idea di un sé separato: se io ci sono è anche grazie a tutti quelli che mi hanno preceduto e a tutto quello che ho ricevuto in eredità fisica, biologica, affettiva, emozionale. Siamo il frutto di un insieme.

Domanda: Non sono troppo faticose per te tutte queste persone durante il ritiro estivo? Non c’è troppo rumore? Non trovi che a volte i tempi per le varie attività siano un po’ stretti? Mi chiedo se l’invito a frequentare in nuovo centro di Buddhismo applicato in Germania non sia per distribuire un po’ gli Europei nei vari centri…

Phap Khi: No, è soprattutto per sostenere il nuovo centro tedesco. L’intenzione è di aprire le porte al maggior numero di persone. Per noi va bene, perché è solo per un periodo limitato dell’anno, se fosse così sempre sarebbe faticoso. Così va bene, dopo ci si riposa in molti altri periodi. Siamo nutriti anche noi, non tanto dalla pace, dalla calma e dal silenzio, ma dalla gioia delle famiglie e dei bambini. Non bisogna venire solo d’estate, ma anche in periodi in cui si può praticare con un’altra qualità. Comunque durante il ritiro estivo, ci si abitua, le prime volte è un po’ difficile. Bisogna vivere giorno per giorno, senza dirsi: “Oh no bisogna fare 4 settimane!” Poi è anche importante sapersi gestire ogni giorno, trovare momenti per riposarsi. Qualche volta, se è necessario, si può saltare un’attività per riposarsi, così poi si è più disponibili.

Domanda: Pensi che sia possibile avere una doppia appartenenza spirituale? E’ possibile per un monaco buddhista essere cristiano?

Phap Khi: Sì, credo che sia possibile, a patto di saper gestire questo, perché nella forma, nell’espressione esterna, c’è per forza una delle due religioni che s’impone. Ma l’altra può esserci ad un altro livello: forse nell’intimità della propria pratica. Penso che ad un certo momento si sia obbligati ad impegnarsi in una forma o in un’altra, per avere un percorso più chiaro, più preciso, altrimenti ci può essere confusione. Bisogna trovare il posto per ogni religione. Ad esempio bisogna sapere qual è il posto che occupa la fede cristiana nella mia vita e allo stesso tempo so qual è l’impegno buddhista: così sono complementari e non si danno fastidio. Quindi ci saranno monaci cristiani che hanno interesse per la meditazione buddhista: sono cristiani, questo è molto chiaro, ma usano la filosofia di Buddha, la pratica buddhista per sostenere ed arricchire la loro fede e la loro pratica cristiana. E anche il contrario può essere vero. Ma si è impegnati chiaramente. La doppia nazionalità, la doppia cultura è una ricchezza anche per la comunità. Le persone con doppia appartenenza sono ricche, hanno un piede in ognuna delle due culture. Devono però saperle integrare, perché può essere pure una difficoltà. Questo è un problema ad esempio per i bambini figli di vietnamiti, ma cresciuti in Occidente: hanno ricevuto un’educazione occidentale, ma i genitori sono legati ad un’altra cultura, quindi c’è uno scarto culturale fra le generazioni ed è difficile gestirlo. Talvolta il bambino non si sente né americano, né vietnamita e può volerci del tempo per trovare la giusta posizione per ogni cultura. E’ vero per una cultura e anche per una religione. Quindi credo che due culture o due religioni possano convivere, a condizione di essere chiari sulla posizione di ognuna.

Domanda: Penso che un monaco con una doppia appartenenza possa essere molto importante per i laici che vengono qui, perché credo che vi siano molti laici con ferite provocate dal cristianesimo. Persone molto ricche ed interessanti, ma con delle ferite. E’ importante aiutarle a guarire queste ferite.

Phap Khi: Sì, è vero. Cerchiamo di essere abili in questo. Una volta i 5 addestramenti alla consapevolezza si chiamavano “precetti”. Thay ha proposto di sostituire questa parola con “addestramenti”, perché la parola “precetti” feriva molte persone ed impediva di impegnarsi nella pratica dei 5 addestramenti. La parola “addestramenti” ha portato subito più morbidezza rispetto a “precetti” che evoca qualcosa di rigido. Rispetto alle ferite (non necessariamente legate alla religione), si può trovare quest’apertura anche in altre pratiche. Per fare un esempio concreto e personale, ciò che mi ha portato in questa comunità è stata innanzitutto una ricerca di Dio. Sono cresciuto con una fede cristiana, andavo in chiesa, ma non molto. Non ho avuto un’educazione dal punto di vista religioso. Ho avuto il battesimo, la comunione, la confessione, ma ho sviluppato una fede cristiana che era un po’ ai margini di un percorso personale. Sono cresciuto senza papà, l’ho incontrato quando ero già grande, quindi penso che la mancanza di un padre mi abbia condotto alla ricerca di un padre, un padre più grande, Dio padre. Non mi vedevo in questa società: i miei studi, una carriera, una famiglia, queste cose non avevano senso. Avevo una sete di una vita etica, sana anche per il corpo e poi desideravo relazioni sane. Quindi a un bel momento sono partito. A quel tempo avevo una certa sete spirituale, avevo un’aspirazione, avevo anche fatto esperienza e capito alcune cose, ma allo stesso tempo non sapevo cosa fare, c’era un gran vuoto davanti a me. Quindi sono partito senza direzione, senza sapere dove andare. Sono stato in Africa, ma ad un certo punto non vedevo più ragioni per stare laggiù. Quando sono tornato qui ho incontrato la meditazione zen e per me è stato un modo concreto di vivere la presenza di Dio, un modo più efficace che la preghiera. Già in Africa e ancora prima avevo avuto delle esperienze. Quando sono partito per l’Africa è stata veramente una grande partenza: ho lasciato tutto, famiglia, amici e sono partito senza sapere per quanto tempo….1 anno, 10 anni, tutta la vita? Prima di conoscere il Buddhismo avevo fatto esperienza della meditazione camminata senza sapere che era una meditazione camminata. Camminavo da solo e sentivo che c’era veramente Dio con me e ogni passo era veramente nel regno di Dio, come dice Thay. Quando sono venuto qui ho riconosciuto cose che già conoscevo. Sono diventato monaco buddhista dopo un lungo percorso personale. L’essenza di quello che vivevo prima e che vivo adesso è la stessa: è cambiato il contesto culturale.

 

Gruppo di meditazione zen

Via Asiago, 35 Catania

Tratto da  www.zenquieora.org 

 

Grounding Institute

www.bioenergetic.it

 
englishitalian

Login Form






Password dimenticata?
Nessun account? Registrati

Libri Consigliati

amore_e_orgasmo.jpg
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
CORSO DI IPNOSI - TECNICHE DI INDUZIONE E APPLICAZIONE CLINICHE -

per laureati e laureandi in Medicina e Chirurgia, Psicologia, Scienze dell’Educazione, Sociologia, e ai diplomati con laurea triennale in Psicologia, nonché a tutti gli operatori sanitari con laurea. Profilo di uscita: Esperto in Tecniche di Induzione Ipnotica.

Il corso prevede 40 ore di attività didattica teorico-pratica, ed è articolato in 2 week-end.

CORSO BASE TECNICHE RAPIDE DI INDUZIONE IPNOTICA -

Per psicologi, medici, counsellors, pedagogisti, infermieri ed altri esperti nella relazione d'aiuto e a tutti gli appassionati. Numero massimo 20 persone. Per Info 3923800864.



Corso di formazione in Spagyria del dr. Alessandro Arena - In preparazione -

 Durata: 1 week end

Corso di formazione per psicologi, medici, counsellors, naturopati, educatori, pedagogisti, infermieri e a tutti gli interessati ad utilizzare la fitoterapia spagyrica su se stessi e nella relazione d'aiuto.



CORSO DI PREPARAZIONE AL PARTO E ALLA NASCITA - Un’occasione per le mamme e papà in attesa di affrontare insieme la gravidanza e prepararsi ad accogliere il bambino in modo sereno e consapevole. 

Corso di Formazione in PSICOGENEALOGIA -

La Psicogenealogia si rivela come un ottimo strumento per indagare nel nostro inconscio famigliare che, molto spesso inconsapevolmente, si proietta su di noi influenzando la nostra psiche.
Lo studio del nostro albero genealogico ci aiuta a capire meglio la nostra storia famigliare per riappropriarci in parte della memoria ancestrale che è all’origine del nostro nucleo più profondo.

Fin dal momento del nostro concepimento ci troviamo al confluire di due fiumi costituiti dai rami materno e paterno, entrambi portano con sé, oltre a valori diversi che abbiamo il compito di unificare, anche l’eredità di fardelli che sono di ostacolo alla nostra realizzazione.

Il percorso comprenderà dieci seminari ripartiti su due anni, con la particolarità di renderlo accessibile anche a coloro che, non interessati alla Formazione, preferiscono partecipare ad uno o a più seminarii a loro scelta, in base agli argomenti trattati.

E’ utile per ogni partecipante avere a disposizione il massimo delle informazioni possibili sulle generazioni, la propria, quella dei genitori, dei nonni e dei bisnonni con una rappresentazione del proprio albero genealogico per permettere ai partecipanti di “esperire l’esperienza”.

Per info chiamare il 3923800864 (dr. Maurizio D'Agostino)



CORSO DI MASSAGGIO BIOENERGETICO DOLCE NEONATALE per mamme, papà e bambini... -

SOSTEGNO ALLA NASCITA -

INFO: 3923800864

INTENSIVI di REBIRTHING/VIVATION - Sabato e/o domenica ore 10.00-18.30 conduttore M. D'Agostino - In questo ciclo di Workshops intensivi non residenziale si farà un lavoro col respiro (rebirthing e vivation) integrato se opportuno con la terapia bioenergetica.Verranno sperimentate varie modalità di lavoro col respiro ( a secco, eyegaze vivation, vivation allo specchio ecc.).Gli orari di lavoro saranno sabato e/o domenica dalle 10 alle 18.30.

Corso di formazione professionale in REBIRTHING BIOENERGETICO-TRANSPERSONALE -

In programmazione. 1° modulo in Vivation (o Rebirthing integrativo), 2° modulo Rebirthing bioenergetico, 3° modulo Rebirthing bioenergetico-transpersonale. info: 3923800864



Calendario degli incontri -

Gruppo di Analisi Bioenergetica condotti dal dr. Maurizio D’Agostino

10 giugno

8 luglio

23 settembre

16-17-18 novembre – Maratona Terapeutica

2 dicembre

 

Intensivi di Rebirthing o Classi di Esercizi Bioenergetici condotti dal dr. Maurizio D’Agostino

7 luglio Intensivo di Classi di Esercizi Bioenergetici

22 settembre Intensivo di Rebirthing ad approccio bioenergetico-transpersonale

 

Corsi di Pranic Healing

14-15 luglio CORSO DI PRANIC HEALING  Base (1° LIVELLO) conduttore: Maurizio Parmeggiani

15-16 settembre CORSO DI PRANIC HEALING Avanzato (2° LIVELLO) conduttore: Maurizio Parmeggiani (per chi ha già partecipato al Corso di 1° livello)

 

 

Grounding Institute – Associazione Esalen

Direttore: dr. Maurizio D’Agostino

Cell.  3923800864

Via Asiago, 35 Catania

Via Contea, 9 Linera (CT)

www.bioenergetic.it

 



CORSO BASE DI IPNOSI CON TECNICA DI INDUZIONE RAPIDA conduttore Dr. Giuseppe Regaldo * - Corso base di 4 giorni in due week end. Adatto ai principianti o a chi vuol ripartire da zero. Si porta il partecipante a padroneggiare la tecnica di induzione, sempre in tempi inferiori ai 3 minuti.


Numero massimo partecipanti: 25

Date da definire.

Sede del corso: GROUNDING INSTITUTE Via Asiago, 35 Catania

Per informazioni e prenotazioni chiamare: dr. Maurizio D'Agostino 3923800864



GRUPPI DI BABY MASSAGGIO -

Contattare la dr.ssa Lucia Malandrino cell. 393.3018935 o il dr. Maurizio D'Agostino cell. 392.3800864

 



GRUPPO DI MEDITAZIONE ZEN - Ogni mercoledì alle ore 20.30 -

secondo la tradizione di Thich Nhat Hanh. Ingresso libero.

Sede: Grounding Institute Via Asiago, 35 1° Piano a sinistra.



Corso di formazione in Reiki - In programmazione.

Realizzazione Siti Web | Insight Design Web Agency
pagine viste: