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Domanda: Quali sono le ricchezze e le difficoltà del vivere in una comunità a prevalenza vietnamita.
Phap
Khi: Sono 8 anni che vivo in questa comunità e ho fortuna di
condividere la mia vita in una comunità interculturale. Mi sono reso
conto fin dai primi anni qui che una ricchezza del vivere coi nostri
fratelli e sorelle di cultura vietnamita, di cultura asiatica, era
proprio l’aspetto comunitario. E’ molto più naturale per loro di quanto
non lo sia per noi. Penso che nel passato anche i nostri avi avevano
questo spirito comunitario, per esempio nelle campagne si viveva assieme
e ci si aiutava gli uni gli altri nei vari lavori, si era solidali. Ora
con l’industrializzazione, l’urbanizzazione e gli spostamenti nelle
grandi città, si è sviluppato l’individualismo, così che abbiamo un po’
perduto tutto questo. Ma i paesi come il Vietnam, o altri paesi in
Africa e in Asia, hanno ancora un modo di vita molto semplice, poco
sviluppato anche dal punto di vista materiale. Per me, e credo per un
gran numero di fratelli e sorelle occidentali, è una forma di
guarigione: essendo cresciuti in società occidentali moderne, abbiamo
spesso famiglie disgregate, o comunque abbiamo ricevuto un’educazione
individualista che ci separa e ci isola e per questo abbiamo perso molto
il valore del legame sociale. Con i nostri fratelli e sorelle di
cultura vietnamita possiamo ritrovare questo legame: per loro è molto
più spontaneo e naturale, si trovano spesso a bere il thé, a suonare, a
ridere. Quando questo accade, ci guarisce. Noi l’abbiamo perduto, parlo
di noi francesi, non so per gli italiani e gli spagnoli, forse in Italia
e Spagna è rimasto un po’ di più questo legame sociale……
Condividere in questo modo la vita quotidiana con i nostri fratelli e sorelle fa bene ai nostri cuori.
C’è
poi l’aspetto familiare in questo legame sociale, il rapporto fraterno
che ben si adatta alla tradizione monastica. Thay ci incoraggia a
sviluppare la fratellanza, l’armonia tramite la nostra vita insieme. Per
questo abbiamo delle pratiche che ci aiutano a gestire le difficoltà, i
conflitti e le tensioni, per andare sempre verso una maggiore
comprensione ed armonia.
E’
interessante notare che in una comunità multiculturale come la nostra
si ha una cultura comune che è quella monastica, è il denominatore
comune di tutte le culture: vi sono pratiche specifiche, codici
comportamentali, precetti.
Vivendo
assieme ognuno vive la sua cultura, è interessante poter coabitare, non
è giusto fondere le differenze, bisogna trovare il modo di convivere
ognuno con la sua cultura, la sua personalità, i suoi bisogni. Abbiamo
modi di pensare, mentalità diverse, gusti differenti, anche dal punto di
vista del cibo. Quindi bisogna che ci sia un certo grado di comfort
culturale. All’inizio della comunità poteva essere difficile se c’era
una minoranza culturale troppo minoritaria. Qui all’Upper Hamlet c’è
stato un po’ di anni fa un fratello che se n’è andato, che era il solo
fratello (non ho capito la nazionalità). Dal punto di vista culturale
non era facile.
E’
importante un contesto culturale in cui esprimersi liberamente. E’
importante che ci sia un equilibrio. In questi anni la cultura dominante
della comunità è certamente quella vietnamita, ma la cultura
occidentale comincia a diventare più importante: questo ci rende la vita
più facile. Questo per quanto riguarda i monaci e le monache, ma c’è
anche sempre più gente dall’Europa che viene a Plum Village. Ci sono
sempre più francofoni e questo aiuta la cultura francofona nella
comunità. Credo che valga anche per la cultura italiana, spagnola; è un
fenomeno che inizia ad aumentare. A mio avviso questo è bene, perché
crea più equilibrio. Se ci sono individui nella comunità che sono i soli
a rappresentare quella cultura, allora possono sentirsi culturalmente
isolati.
Poi
abbiamo una lingua comune che è l’inglese, quindi possiamo
comprenderci, ma non è mai una lingua del cuore, lo è solo per gli
americani. Le difficoltà fra l’altro possono nascere da qui: per esempio
possono venire da mancanza di riconoscimento della cultura dell’altro.
Non è volontario, certamente è inconsapevole, ma una persona che è sola a
rappresentare la sua cultura, non la manifesterà, non la condividerà,
non oserà rivendicarla. Questa può essere una fonte di sofferenza per la
persona, può valere per un singolo, ma anche per 2,3,4 persone se il
resto della comunità è per l’80% di un’altra cultura, ci può essere uno
prevaricazione culturale. Quindi il ruolo del sangha è di
condurre le persone ad esprimere la loro cultura e i loro talenti, che
sono strettamente connessi alla loro cultura, con la lingua innanzitutto
perché la lingua è una delle prime modalità di espressione della
cultura. Anche l’arte culinaria, la musica, le canzoni, l’arte. Credo
che la lingua sia la prima forma espressiva, perché è quella che mette
in comunicazione. Certo, si può comunicare in tanti modi, ma come esseri
umani il primo modo è la parola. Se la persona è sola non può. Già
essere in due è meglio.
Domanda:
Hai parlato di un processo di guarigione nell’incontro con l’altra
cultura. Puoi dire qualcosa di più di questo processo di guarigione in
relazione alla pratica, ai momenti di condivisione. Penso che questo
posto possa essere un laboratorio per dei processi di guarigione per la
società.
Phap
Khi: Fra le pratiche che ci offre Thay per aiutarci a vivere in armonia
come fratelli e sorelle nella comunità, la pratica di base è , da un
lato, saper ascoltare, saper parlare con la parola amorevole e
dall’altro nutrire la gioia. Per gli amici che arrivano qua c’è un
libretto che si chiama “Come nutrire la gioia a Plum Village” e che
comprende tutte le pratiche di Plum Village, quindi si capisce che
queste pratiche sono per nutrire la gioia. Nutrire la gioia vuol dire
essere capaci di riconoscere le qualità positive in noi e invitare
queste qualità ad esprimersi, a essere comunicate. Questo farà del bene a
noi e all’altro e quindi alla comunità. Se i membri della comunità sono
felici, la comunità è felice. Al contrario, se noi soffriamo, è la
comunità che soffre, soffriamo insieme, siamo felici insieme. Quindi,
per risolvere le difficoltà, cerchiamo di ascoltarci gli uni gli altri,
ognuno ha uno spazio per esprimere le sue gioie e le sue difficoltà.
Dopo aver ascoltato cerchiamo di innaffiare le qualità positive nei
membri della comunità: queste pratiche si possono fare in modo formale,
ma anche in modo più abituale. Piuttosto che concentrarsi sempre sulla
sofferenza, e abbattere il morale di tutti, aiuta molto bere del thé
assieme, suonare un po’ assieme, queste cose quotidiane aiutano molto la
comunità e il livello di consapevolezza della comunità si alza e si
lascia meno spazio per le piccole cose, i piccoli conflitti, che
altrimenti diventerebbero molto importanti. Sovente ci si ferisce perché
non si è abili. Se una persona non riesce a condividere la sua cultura,
rischia di soffrire in silenzio, non mangerà mai il cibo a cui era
abituato, il cibo che i suoi antenati hanno mangiato. Si trova in un
contesto culturale completamente diverso dal suo, può volerci del tempo
prima che si abitui al nuovo contesto: non c’è nessuno che parli la sua
lingua, non può condividere canzoni del suo paese. Bisogna essere
consapevoli di questo e fare attenzione. La difficoltà che ho incontrato
in questa comunità è stata la predominanza della cultura vietnamita: ci
sono qualità (è ricca a livello culturale, come poesia, musica,
semplicità) ma c’è il fatto di sentire sempre parlare vietnamita e può
essere difficile se non ci sono altre persone. Ascoltare troppo la
lingua e la cultura dell’altro che tu non capisci, che non puoi parlare,
può essere difficile; anche se ti trovi bene, dopo un po’ possono
nascere delle difficoltà. Mangiare ogni giorno un cibo che è molto
diverso dal tuo…. e che a volte non hai voglia di mangiare perché….è tutti
i giorni la stessa cosa. Va bene le prime volte, è esotico, è carino,
ma a lungo andare, tutti i giorni, ti stanchi. Anche il modo di essere
assieme e i bisogni sono diversi: noto che in genere, i nostri fratelli e
le nostre sorelle vietnamiti, hanno questa qualità e al tempo stesso
questo bisogno di ritrovarsi, di essere gioiosi insieme, e a volte sono
un po’ rumorosi, mentre molti fratelli e sorelle occidentali vengono qui
spesso in cerca di silenzio e di calma. Ciò crea un contrasto: a volte
gli opposti vanno bene insieme, a volte no, cioè si fa fatica ad
armonizzare i bisogni. Allora si deve parlare e dire le cose, non per
sgridare o accusare, ma per indurre una consapevolezza.
Come
francese in questa comunità che vive in Francia, in diverse tappe del
mio percorso, c’è stata a volte una gran rabbia, perché Plum Village non
è molto francofono, ci sono molti anglofoni. Tutte le scritte qui sono
in inglese: bookshop in francese non si dice, si dice boutique,il
programma della giornata è sempre scritto in inglese, molte pratiche
sono in inglese o vietnamita, anche i canti….manca un riconoscimento
della cultura francese. A mio avviso non è un’azione abile da parte
della comunità: non è abile rispetto al contesto culturale nel quale
viviamo, non è abile rispetto alle persone che abitano qui intorno, e
non è abile rispetto ai fratelli e sorelle che ci sono nella comunità.
Può essere una sofferenza e il mio ruolo è di saperla comunicare senza
rabbia e allo scopo di indurre una consapevolezza al riguardo. Questo è
il mio primo ruolo: dire, ma non attendermi che vi sia una soddisfazione
immediata. Io dico, comunico, ma non posso obbligare la comunità ad
andare verso un cambiamento che non viene da lei, deve essere la
comunità. Io posso aiutare, il mio ruolo come francofono è di parlare.
Parlo per i francesi, ma quanto dico può essere vero anche per altre
culture europee. Piano piano ci si rende conto che la comunità va in
questo senso, c’è più integrazione delle diverse culture europee. E’
vero però che per adesso, lo sforzo è sullo sviluppo dell’anglofonia
perché è la lingua internazionale. Ne ho parlato ai fratelli qui:
ascoltano, ma non si sentono abbastanza coinvolti, perché non sono
francesi. Quando si difende la propria cultura si è in una posizione
sensibile, perché ci può essere attaccamento o la percezione per gli
altri che vi sia attaccamento. Quindi sarebbe più facile che qualcuno di
non francese dica: “Sapete, sarebbe bene parlare un po’ più di
francese, perché siamo in Francia.” So che devo trovare la giusta
misura: non devo dire troppo, né troppo poco. Ne ho parlato alla
comunità.
La
pratica del “Toccare la Terra”, se ci sono dei francofoni, si dovrebbe
fare in francese, la si fa troppo in inglese e in vietnamita, questo
riguarda anche i canti e le letture dei sutra. Ma la maggior parte dei
membri della comunità sono di lingua inglese o vietnamita e i fratelli
vietnamiti che vengono qui imparano l’inglese. Perciò, quando qualcuno
facilita la pratica, non può farlo in francese. Ci mancano strumenti. Ne
ho parlato a Thay 2 o 3 mesi fa, per me l’importante era di essere
ascoltato. Sono stato molto sorpreso che Thay mi abbia detto: “Ma la
comunità è anglofona, è normale che si parli inglese”. La mia
preoccupazione non è d’imporre la cultura francese perché essa domini,
ma è che vi sia un po’ d’equilibrio, un po’ più di riconoscimento,
perché io sento che non si riconosce abbastanza la cultura. Penso che
sia vero per i francesi, ma non solo. Penso si debba andare di più verso
la cultura tedesca, italiana, spagnola, quelle culture da cui
provengono i praticanti che frequentano Plum Village. Penso che piano
piano lo si stia facendo. Il Dharma infatti fiorisce in Italia, Spagna e
Germania. Nella comunità ci stiamo muovendo verso questa direzione, ma
ci vuole tempo. E poi io devo accettare e lasciare andare, credo che sia
il miglior servizio che posso rendere a me stesso e alla comunità:
dire, e poi lasciar andare. Vuol dire accettare la realtà così com’è. Mi
ha molto aiutato fare il passo di accettare che la comunità sia di
lingua inglese e vietnamita. E da questo punto è più facile andare verso
un atteggiamento positivo e costruttivo, con meno tensione.
Domanda:
Credo che sia importante ciò che dici, perché Plum Village è in
Francia, ed è importante avere un buon rapporto coi vicini. Volevo
chiederti quanti fratelli francesi siete.
Phap Khi: Francesi siamo 8. Tre sono alla Maison de l’Inspir
a Parigi. Poi ci sono anche le sorelle. In questi ultimi anni abbiamo
cominciato ad averne di più: con le due ultime ordinazioni abbiamo avuto
nuovi fratelli e sorelle francesi. Poi ci sono i francesi-vietnamiti
che hanno avuto un’educazione francese: ci sono persone che hanno una
doppia cultura. Poi ci sono i fratelli e le sorelle che conoscono la
lingua francese, così come alcuni di noi parlano lo spagnolo o il
tedesco.
Nonostante
quanto ho detto, bisogna essere consapevoli che Thay ha sempre
incoraggiato la comunità a parlare francese, anche i fratelli e le
sorelle che vengono dal Vietnam. Ha detto loro per scherzare, ma anche
per indurli ad una consapevolezza: “Non si può mangiare la baguette
se non si parla francese.” E’ un po’ uno scherzo per portare gioia, ma è
anche simbolico. Però bisogna capire che non è facile imparare una
lingua, e poi quando si viene dal Vietnam imparare il francese…non è una
lingua facile. Il vietnamita non è facile da imparare per un
occidentale, anch’io non parlo vietnamita, solo qualche parola, quindi
non mi posso aspettare che i miei fratelli e sorelle imparino il
francese. Il mio sentire è che la base per una comunità sana e armoniosa
è imparare le lingue gli uni degli altri. Penso che ne guadagneremmo
molto se mettessimo i nostri sforzi nel creare dei corsi di lingua per
apprendere le lingue gli uni degli altri. Ma non lo facciamo molto. Le
sorelle se la cavano meglio di noi. Il problema è anche che molti di noi
sono impegnati nei ritiri, oppure se cominciamo un corso, viene subito
interrotto, quindi diventa tutto difficile. Ci sono poi alcuni, qualche
eccezione, che imparano da soli, ma io non sono in grado, non ho una
giusta motivazione per farlo, oppure preferisco fare altro, ho bisogno
di un corso, degli altri. Non mettiamo abbastanza attenzione a questo
proposito, è molto importante, non c’è solo questo, ma credo che sia una
delle basi quella di comprendersi bene. Nel complesso comunque ce la
caviamo, viviamo bene insieme.
Domanda: Consideri inglese, francese e vietnamita le tre lingue ufficiali?
Phap
Khi: Sì, ma il francese ha il posto del fratello minore o della sorella
minore. Le lingue veramente ufficiali sono l’inglese e il vietnamita.
Nella comunità monastica le due lingue sono l’inglese, il vietnamita e
basta. Non si comunica in francese. Quando siamo insieme e Thay offre un
insegnamento, è in inglese o in vietnamita. Questo facilita molto le
traduzioni. Se ci fosse una terza lingua la comunicazione nelle riunioni
sarebbe più difficile. E’ essenzialmente un problema pratico. Io sono
contento di vedere che c’è un’evoluzione positiva ed i ritiri che
facciamo aiutano ad andare verso una maggiore apertura, vedo che è una
questione di pazienza, di tempo e, ancora una volta, di lasciare andare,
ma d’altro canto devo riuscire a vedere qual è il mio ruolo, e il mio
ruolo non è necessariamente quello della comunità. Per esempio, nel mio
caso il mio ruolo è di permettere al Dharma francofono di ampliarsi. Ho
un ruolo principale con i fratelli e le sorelle francofone, ma questo
non è necessariamente il ruolo della comunità. Nella comunità ci sono
fratelli e sorelle che s’impegnano a far fiorire il Dharma di lingua
inglese o vietnamita, o italiana. E’ normale. Poco a poco si trovano dei
modi di convivenza, di completarsi gli uni gli altri.
Domanda:
E’ positivo che ognuno possa esprimere le sue capacità. Siamo diversi
ed ognuno ha il suo campo d’azione in cui può dare il meglio.
Phap
Khi: Penso che sia un arricchimento. Credo che la difficoltà nasca
quando ci si identifica troppo con la propria cultura e nasce un
attaccamento, un amore troppo grande per la propria cultura, un amore
esagerato che può schiacciare le altre culture. Credo che stiamo
evolvendo positivamente, riconoscendo di più le altre culture. Questo è
dovuto molto al fatto che i nostri amici laici vengono qui e che altri
diventano monaci, aggiungendosi alla comunità. L’aspetto culturale è
differente per noi che veniamo qui per diventare monaci e monache. Noi
veniamo qui per dei bisogni spirituali e quando arriviamo troviamo
l’aspetto culturale. Ecco perché possono sorgere conflitti o difficoltà.
La nostra pratica di base è di ascoltarci: ci ascoltiamo per avere una
migliore comprensione dell’insieme, e per giungere ad un’armonia, per
armonizzare le differenze, i bisogni.
Domanda: Come si integrano le differenze dei vari laici che vengono qui?
Phap
Khi: Una cosa che piace molto a chi viene qui è l’incontro con la
cultura asiatica, in particolare quella vietnamita: il cibo, il modo
d’essere, i vestiti, i cappelli di paglia…Si mangiano cose che di solito
non si mangiano, c’è questo aspetto di esotismo. Piace la lingua
vietnamita, vedere il modo in cui i vietnamiti sorridono….Ma poi c’è la
difficoltà di non comprendere, di non riuscire a comunicare, non tutti
gli europei parlano inglese, per esempio molti francesi non lo parlano,
per cui c’è anche una frustrazione. Quando manca un traduttore, o la
traduzione è incompleta, nasce la frustrazione. E’ frustrante non
trovare un legame culturale, ecco l’importanza di avere qui fratelli e
sorelle di diverse culture, così chi viene ha subito un legame. Ma a
volte ciò non accade e ci si sente persi, se non si parla inglese o
almeno un’altra lingua. Manca un sentimento di appartenenza e ci si può
sentire esclusi, perché si è in un gruppo gioioso e non si hanno mezzi
di comunicazione. Ma questo succede sempre meno, perché ci sono fratelli
e sorelle di diverse provenienze. Adesso ci sono anche parecchi
francesi e italiani. Aspettiamo sorelle italiane.
Domanda:
Dopo 3 settimane qui fatico a mangiare questo cibo e non amo neanche
queste statue di Buddha dappertutto. Preferisco essere in una chiesa
romanica, sento che mi connette di più con le mie radici. Però trovo
molto bello ed utile l’insegnamento di Thich Nhat Hanh, per me è uno
strumento importante.
Phap
Khi: Le cose sono vive e cambiano. La comunità cambia, la sua
dimensione culturale, ma anche il Buddhismo stesso. Qui a Plum Village
ci si sta adattando sempre più alla cultura occidentale: si va verso una
riduzione dei rituali e della connotazione buddhista. Quello che ci
arriva è un Buddhismo orientale, ci vuole un po’ di tempo perché prenda
il colore occidentale, italiano, francese, etc.
Domanda:
Ieri sera alla Festa della Pace ci sono state performances molto
diverse a seconda dei vari gruppi culturali. Mi chiedevo se ci deve
essere sempre uno stile meditativo e basta, e se questo è più vicino
allo stile asiatico, o ci può essere un altro stile, se ci può essere
più vivacità.
Phap
Khi: Penso che sia importante esprimere la cultura. Se si tratta di
esprimere una cultura con ciò che ha di più bello, va bene. Se esprime
gioia, fraternità, pace, va bene. E’ vero che spesso si è più nutriti da
cose calme, che suscitano pace. Non credo che calma e silenzio siano
caratteristiche della cultura asiatica. Credo sia una dimensione
universale. Tutti noi cerchiamo pace, calma e silenzio, sono bisogni
fondamentali. Con il silenzio e la calma potremo stare insieme meglio,
ascoltarci meglio. Abbiamo tutti bisogno di questo, ma certo lo scopo è
quello di dare la possibilità ad ogni cultura di esprimersi, ad esempio
con l’arte culinaria. Siamo molto contenti quando i nostri fratelli
fanno la pizza. I primi a essere contenti sono i fratelli vietnamiti,
che non sono abituati a mangiare la pizza, o la pasta, ma quella fatta
dagli italiani, che è molo diversa da quella fatta dai francesi. Penso
comunque che vi sia un adattamento progressivo, ad esempio in Francia
non mangiamo mai muesli, credo sia una tradizione americana.
Per
me il cibo non è un grosso problema, mi sono subito abituato al cibo
asiatico e a mangiare riso tutti i giorni. Ci sono altri piatti che mi
piacciono un po’ meno, per esempio certe minestre, soprattutto se fatte
troppo spesso.
Domanda: La meditazione può diventare uno strumento interculturale, visto che bastano un’ inspirazione ed un’ espirazione?
Phap
Khi: Sì, penso possa esserlo, perché in effetti è uno strumento
universale. Nella meditazione non ci sono le caratteristiche e le forme
culturali, la meditazione è il momento presente, è il silenzio, è la
respirazione, non c’è il superfluo. Tutti possono ritrovarsi nel
silenzio e in questo spazio di calma. L’espressione culturale assomiglia
ad una respirazione: si può esprimere la propria cultura senza imporla,
proprio come in una respirazione: inspiro ed espiro, è qualcosa che si
esprime, ma non per troppo tempo. Cominciano ad esserci problemi quando
una cultura s’impone nello spazio e nel tempo e schiaccia le altre
culture, dando a queste minori possibilità di espressione. Il senso
delle serate come la Festa della Pace è quello di esprimere la propria
cultura accanto ad altre, senza volerla imporre. Sicuramente la
meditazione è un lavoro di mediazione fra le culture e le religioni.
Domanda:
C’è un interesse qui a Plum Village, o nel Buddhismo in genere, per
l’incontro con altri cammini spirituali? Qui a Plum Village c’è qualche
rappresentante di altre religioni di tradizione monastica? Quali sono le
difficoltà, i frutti, il processo di questo dialogo che sarà molto
importante nel futuro dell’umanità, così come il dialogo interculturale?
Phap
Khi: C’è un’associazione per il dialogo interreligioso. C’era Thay
Doji, che ha lasciato la comunità, lui faceva parte di quest’
associazione. Lui aveva investito nel dialogo interreligioso. Un anno
Thay Doji ha proposto all’associazione di trovarsi qui , credo fosse il
2001. C’è stato un incontro sul tema della presenza. Thay era in Cina,
ma era molto contento che qui a Plum Village ci fosse quest’incontro.
C’erano rappresentanti di diverse religioni, cristiani, hindu,
musulmani, e anche differenti tradizioni buddhiste. Bisogna che vi siano
persone che mettono energia in questo dialogo. A volte ci è difficile,
per via dei tanti ritiri che teniamo qui o all’estero: tutte le
tradizioni cercano il dialogo, ma si è spesso presi dai propri impegni
comunitari. Da qualche anno siamo legati ad un’abbazia benedettina,
l’abbazia di Soleme (?), nell’ovest della Francia. E’ particolarmente
riconosciuta per la qualità del canto gregoriano. Siamo legati in
particolare con due fratelli che sono venuti più volte qui e ci hanno
accolto da loro. Uno di loro è il maestro del coro e ci ha aiutato con
un canto qui. Sono molto interessati a mantenere questo legame e sono
impegnati nel dialogo interreligioso, perché questo è stato l’invito
della chiesa di Roma. E’ un bene, le cose stanno evolvendo, ma chiede
molto tempo lavorare sui punti comuni e sulle divergenze. E’
particolarmente utile a noi fratelli e sorelle occidentali e buddhisti,
perché il nostro retroterra è cattolico. Noi ci riconosciamo in questa
ricchezza spirituale, dalla quale ci siamo allontanati per venire nel
Buddhismo, ma che è sempre presente da qualche parte in noi. Dunque
questa è una forma di guarigione e di completezza, ci sentiamo più
completi. Quindi cerchiamo di impegnarci in questo processo, ma sono
necessarie persone che ci investano energia. Spesso durante il ritiro
invernale di tre mesi, riceviamo monaci di tradizione cristiana o anche
buddhista, ma diversa dalla nostra (tibetani, theravada). Vengono qui
per imparare da Thich Nhat Hanh.
Credo
che sempre più Occidente ed Oriente s’incontrino ad un livello
spirituale. Ci sono sempre più preti cattolici che iniziano un lavoro di
meditazione, alcuni diventano insegnanti di meditazione, pur restando
preti cattolici.
L’incontro
fra Buddhismo e Cristianesimo è in primo piano nel dialogo
interreligioso. Thich Nhat Hanh ha mostrato molto presto un’apertura per
le altre culture, naturalmente venendo in Occidente. Ha partecipato a
conferenze, incontri interreligiosi fino a 15-20 anni fa. Ha scritto
anche dei libri al riguardo. Molte persone trovano sempre più
corrispondenze fra Buddhismo e Cristianesimo, fra Buddha e Cristo.
Domanda: Questa pratica mi ha aiutato a riscoprire il Cristianesimo ad un livello più profondo.
Phap Khi: E’ meraviglioso questo.
Domanda: Ci sono dei libri di Thich Nhat Hanh che parlano del ritorno alle proprie radici culturali?
Phap
Khi: Thay parla spesso del ritorno alle proprie radici. Il culto degli
antenati è molto presente in Vietnam, ecco perché è molto presente anche
nell’insegnamento di Thay. Non sono sicuro se è altrettanto presente
nel Buddhismo thailandese. Thay fa spesso riferimento a questo ritorno e
ci invita a praticare considerandoci una continuazione dei nostri
antenati. Ho trovato molto interessante un libro di un africano educato
da bambino dai missionari, ma che ha fatto centinaia di chilometri per
ritrovare il suo villaggio. Anche lui parla di guarigione degli antenati
e di continuazione: noi siamo la loro continuazione. Questo libro mi ha
molto aiutato a comprendere il senso della comunità e ciò che facevo io
all’interno della comunità.
La
pratica che riguarda questo tema è quella del “Toccare la Terra”. Ce ne
sono tre: una riguarda i nostri antenati genetici, l’altra quelli
spirituali e l’ultima quelli della terra in cui viviamo. E’ un modo
anche di superare l’idea di un sé separato: se io ci sono è anche grazie
a tutti quelli che mi hanno preceduto e a tutto quello che ho ricevuto
in eredità fisica, biologica, affettiva, emozionale. Siamo il frutto di
un insieme.
Domanda:
Non sono troppo faticose per te tutte queste persone durante il ritiro
estivo? Non c’è troppo rumore? Non trovi che a volte i tempi per le
varie attività siano un po’ stretti? Mi chiedo se l’invito a frequentare
in nuovo centro di Buddhismo applicato in Germania non sia per
distribuire un po’ gli Europei nei vari centri…
Phap
Khi: No, è soprattutto per sostenere il nuovo centro tedesco.
L’intenzione è di aprire le porte al maggior numero di persone. Per noi
va bene, perché è solo per un periodo limitato dell’anno, se fosse così
sempre sarebbe faticoso. Così va bene, dopo ci si riposa in molti altri
periodi. Siamo nutriti anche noi, non tanto dalla pace, dalla calma e
dal silenzio, ma dalla gioia delle famiglie e dei bambini. Non bisogna
venire solo d’estate, ma anche in periodi in cui si può praticare con
un’altra qualità. Comunque durante il ritiro estivo, ci si abitua, le
prime volte è un po’ difficile. Bisogna vivere giorno per giorno, senza
dirsi: “Oh no bisogna fare 4 settimane!” Poi è anche importante sapersi
gestire ogni giorno, trovare momenti per riposarsi. Qualche volta, se è
necessario, si può saltare un’attività per riposarsi, così poi si è più
disponibili.
Domanda:
Pensi che sia possibile avere una doppia appartenenza spirituale? E’
possibile per un monaco buddhista essere cristiano?
Phap
Khi: Sì, credo che sia possibile, a patto di saper gestire questo,
perché nella forma, nell’espressione esterna, c’è per forza una delle
due religioni che s’impone. Ma l’altra può esserci ad un altro livello:
forse nell’intimità della propria pratica. Penso che ad un certo momento
si sia obbligati ad impegnarsi in una forma o in un’altra, per avere un
percorso più chiaro, più preciso, altrimenti ci può essere confusione.
Bisogna trovare il posto per ogni religione. Ad esempio bisogna sapere
qual è il posto che occupa la fede cristiana nella mia vita e allo
stesso tempo so qual è l’impegno buddhista: così sono complementari e
non si danno fastidio. Quindi ci saranno monaci cristiani che hanno
interesse per la meditazione buddhista: sono cristiani, questo è molto
chiaro, ma usano la filosofia di Buddha, la pratica buddhista per
sostenere ed arricchire la loro fede e la loro pratica cristiana. E
anche il contrario può essere vero. Ma si è impegnati chiaramente. La
doppia nazionalità, la doppia cultura è una ricchezza anche per la
comunità. Le persone con doppia appartenenza sono ricche, hanno un piede
in ognuna delle due culture. Devono però saperle integrare, perché può
essere pure una difficoltà. Questo è un problema ad esempio per i
bambini figli di vietnamiti, ma cresciuti in Occidente: hanno ricevuto
un’educazione occidentale, ma i genitori sono legati ad un’altra
cultura, quindi c’è uno scarto culturale fra le generazioni ed è
difficile gestirlo. Talvolta il bambino non si sente né americano, né
vietnamita e può volerci del tempo per trovare la giusta posizione per
ogni cultura. E’ vero per una cultura e anche per una religione. Quindi
credo che due culture o due religioni possano convivere, a condizione di
essere chiari sulla posizione di ognuna.
Domanda:
Penso che un monaco con una doppia appartenenza possa essere molto
importante per i laici che vengono qui, perché credo che vi siano molti
laici con ferite provocate dal cristianesimo. Persone molto ricche ed
interessanti, ma con delle ferite. E’ importante aiutarle a guarire
queste ferite.
Phap
Khi: Sì, è vero. Cerchiamo di essere abili in questo. Una volta i 5
addestramenti alla consapevolezza si chiamavano “precetti”. Thay ha
proposto di sostituire questa parola con “addestramenti”, perché la
parola “precetti” feriva molte persone ed impediva di impegnarsi nella
pratica dei 5 addestramenti. La parola “addestramenti” ha portato subito
più morbidezza rispetto a “precetti” che evoca qualcosa di rigido.
Rispetto alle ferite (non necessariamente legate alla religione), si può
trovare quest’apertura anche in altre pratiche. Per fare un esempio
concreto e personale, ciò che mi ha portato in questa comunità è stata
innanzitutto una ricerca di Dio. Sono cresciuto con una fede cristiana,
andavo in chiesa, ma non molto. Non ho avuto un’educazione dal punto di
vista religioso. Ho avuto il battesimo, la comunione, la confessione, ma
ho sviluppato una fede cristiana che era un po’ ai margini di un
percorso personale. Sono cresciuto senza papà, l’ho incontrato quando
ero già grande, quindi penso che la mancanza di un padre mi abbia
condotto alla ricerca di un padre, un padre più grande, Dio padre. Non
mi vedevo in questa società: i miei studi, una carriera, una famiglia,
queste cose non avevano senso. Avevo una sete di una vita etica, sana
anche per il corpo e poi desideravo relazioni sane. Quindi a un bel
momento sono partito. A quel tempo avevo una certa sete spirituale,
avevo un’aspirazione, avevo anche fatto esperienza e capito alcune cose,
ma allo stesso tempo non sapevo cosa fare, c’era un gran vuoto davanti a
me. Quindi sono partito senza direzione, senza sapere dove andare. Sono
stato in Africa, ma ad un certo punto non vedevo più ragioni per stare
laggiù. Quando sono tornato qui ho incontrato la meditazione zen e per
me è stato un modo concreto di vivere la presenza di Dio, un modo più
efficace che la preghiera. Già in Africa e ancora prima avevo avuto
delle esperienze. Quando sono partito per l’Africa è stata veramente una
grande partenza: ho lasciato tutto, famiglia, amici e sono partito
senza sapere per quanto tempo….1 anno, 10 anni, tutta la vita? Prima di
conoscere il Buddhismo avevo fatto esperienza della meditazione
camminata senza sapere che era una meditazione camminata. Camminavo da
solo e sentivo che c’era veramente Dio con me e ogni passo era veramente
nel regno di Dio, come dice Thay. Quando sono venuto qui ho
riconosciuto cose che già conoscevo. Sono diventato monaco buddhista
dopo un lungo percorso personale. L’essenza di quello che vivevo prima e
che vivo adesso è la stessa: è cambiato il contesto culturale.
Gruppo di meditazione zen
Via Asiago, 35 Catania
Tratto da
www.zenquieora.org
Grounding Institute
www.bioenergetic.it
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