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Ogni volta che vedo una persona senza radici, mi appare come uno
spirito affamato. Nella mitologia buddhista, il termine 'spirito
affamato' è usato per descrivere un'anima vagabonda che soffre
tremendamente per la fame e la sete, ma la cui gola è troppo stretta
perché cibo e bevande possano passarci. In occasione della luna piena
del settimo mese lunare, in Vietnam, siamo soliti offrire cibo e bevande
agli spiriti affamati. Sappiamo che è molto difficile che possano
ricevere le nostre offerte, e quindi cantiamo il Mantra per Espandere la
Gola degli Spiriti Affamati. Ci sono tantissimi spiriti affamati, e le
nostre case sono piccole, perciò disponiamo tutte le offerte nel
cortile.
Gli spiriti affamati desiderano ardentemente di essere
amati, eppure è possibile che non riescano a ricevere il nostro amore e
le nostre premure, nonostante tutti i nostri sforzi. È probabile che si
rendano conto che la vita è magnifica, ma non sono in grado di toccare
questa bellezza. Sembra che ci sia qualcosa che impedisca loro di
toccare gli elementi benefici e salutari della vita. Non riescono a fare
altro che dimenticare la vita, e si dedicano all'alcol, alle droghe o
al sesso per riuscirci meglio. Se diciamo: "Non fate così", non
reagiscono. Ne hanno abbastanza delle ammonizioni. Hanno bisogno di
qualcosa in cui credere, qualcosa che possa dimostrare che la vita ha un
senso. Tutti noi ne abbiamo bisogno. Per aiutare uno spirito affamato,
dobbiamo ascoltarlo in consapevolezza, creare un'atmosfera famigliare e
fraterna, e quindi permettergli di sperimentare qualcosa di buono, bello
e vero, in cui possa credere.
Un pomeriggio al Plum Village ho
visto una donna che sembrava proprio uno spirito affamato. Il Plum
Village era stupendo in quella stagione: i fiori sbocciavano e tutti
sorridevano, ma quella donna non poteva entrare in contatto con niente.
Potevo percepire il suo dolore, la sua sofferenza. Camminava per conto
suo, e sembrava morire di solitudine a ogni passo. Era venuta al Plum
Village per stare con gli altri, ma da quando era arrivata non era
riuscita ad aggregarsi a nessuno.
La nostra società produce
milioni di spiriti affamati, persone di ogni età che sono completamente
prive di radici: ho visto degli spiriti affamati che non avevano nemmeno
dieci anni. Non si sono mai sentiti felici a casa propria, e non hanno
niente in cui credere o a cui appartenere. Questa è la peggiore malattia
della nostra epoca. Come puoi sopravvivere se non hai niente in cui
credere? Come puoi trovare l'energia per sorridere o toccare un bel
tiglio o il cielo splendido? Sei perduto, e vivi senza alcun senso di
responsabilità. L'alcol e le droghe completano la distruzione del tuo
corpo.
Il governo crede che per risolvere il problema della droga
si debba impedire che queste sostanze vengano contrabbandate nel paese, e
arrestare chi le vende o ne fa uso. Però la disponibilità delle
sostanze stupefacenti è solo una causa secondaria del problema. La causa
principale è la mancanza di un senso, un significato, nella vita di un
gran numero di persone: la mancanza di qualcosa in cui credere. Se siete
dediti alle droghe o all'alcol, è perché non siete felici, non
accettate voi stessi, la vostra famiglia, la vostra società e
tradizione, e volete fare a meno di tutto ciò.
Dobbiamo trovare il
modo di ricostruire le fondamenta delle nostre comunità e offrire agli
altri qualcosa in cui credere. Quanto vi è stato offerto in passato
forse era troppo astratto, e magari vi è stato imposto con violenza.
Forse eravate certi che la scienza avrebbe portato il benessere e il
marxismo avrebbe prodotto giustizia sociale, e le vostre ideologie sono
andate in frantumi. Era troppo piccolo persino il Dio a cui vi
rivolgevate nelle vostre preghiere, lo stesso Dio invocato dal
presidente Bush per aiutare gli Stati Uniti a sconfiggere l'Iraq. Molti
tra quanti rappresentavano la vostra tradizione non l'avevano
approfondita a sufficienza per sperimentarne gli aspetti più profondi:
non potevano fare altro che parlare in suo nome e spingervi a credere, e
vi siete sentiti soffocare.
La consapevolezza è qualcosa in cui
si può credere. È la nostra capacità di essere attenti a ciò che sta
accadendo nel momento presente. Credere nella consapevolezza è sicuro, e
nient'affatto astratto. Quando beviamo un bicchier d'acqua sapendo che
stiamo bevendo un bicchier d'acqua, ecco la presenza della
consapevolezza. Quando sediamo, camminiamo, stiamo in piedi o respiriamo
e siamo consapevoli di quello che stiamo facendo, tocchiamo i semi
della consapevolezza in noi e, dopo qualche giorno, la consapevolezza
sarà già diventata molto forte. La consapevolezza è quella luce
interiore che ci rivela il sentiero. È il Buddha vivente in ognuno di
noi. La consapevolezza dà origine alla comprensione, al risveglio, alla
compassione e all'amore.
Non solo i buddhisti, ma anche i
cristiani, gli ebrei, i musulmani e i marxisti possono accettare che in
ognuno di noi ci sia la capacità di essere consapevoli, che in ogni
essere sia presente il seme della consapevolezza. Se sappiamo come
innaffiare questo seme, tornerà a vivere e crescerà e ci consentirà di
godere di tutte le meraviglie della vita. So di molte famiglie che
stavano per spaccarsi e nelle quali la pratica della consapevolezza ha
permesso di recuperare l'armonia. Per questo, se mi chiedeste in che
cosa io creda, risponderei che credo nella consapevolezza. La fede è il
primo dei cinque poteri insegnati dal Buddha. Il secondo è l'energia, il
terzo la consapevolezza, il quarto la concentrazione e il quinto la
comprensione. Se non avete fiducia, se non credete in niente, siete
privi di energia. Per questo la fede produce energia. Un buon amico è
qualcuno in grado di ispirare fiducia.
Toccando il terreno,
possiamo percepire la stabilità della Terra. Possiamo anche sentire la
stabilità della luce del sole, dell'aria, degli alberi: possiamo essere
certi che il sole domattina sorgerà e che gli alberi saranno qui, per
noi. Dobbiamo riporre la nostra fiducia in qualcosa di stabile. Se
intendiamo costruire una casa, cerchiamo un terreno solido su cui
edificarla. Pronunciando la frase: "Prendo rifugio nel Sangha",
intendiamo che riponiamo la nostra fiducia in una comunità di amici
praticanti che possiedono la qualità della solidità. Un insegnante può
essere importante e così l'insegnamento, ma gli amici sono l'elemento
più importante della pratica. Senza un Sangha praticare diventa
difficile, quasi impossibile.
Guardando in profondità per poter
scoprire il nostro vero sé, ci rendiamo conto che ciò che chiamiamo 'io'
è costituito interamente di elementi di non-io. Il nostro corpo e la
nostra mente hanno le loro radici nella società, nella natura e in
coloro che amiamo. Tra noi c'è qualcuno che forse non ama parlare o
pensare riguardo alle proprie radici, perché ha sofferto molto a causa
della violenza presente nella famiglia e nella società. Vorrebbe
lasciarsi tutto ciò alle spalle e cercare qualcosa di nuovo. È facile
comprendere perché si senta così, ma, praticando il guardare in
profondità, può rendersi conto che gli antenati e le tradizioni sono
ancora presenti. Possiamo provare rabbia nei loro confronti, ma le
radici sono sempre là, e ci chiedono di tornare indietro e di
condividere le loro gioie e i loro dolori. Non abbiamo scelta: dobbiamo
entrare in contatto con le radici presenti in noi stessi. Nell'istante
stesso in cui le ritroviamo, avviene in noi una trasformazione, e i
nostri dolori cominciano a sciogliersi e scomparire. Ci rendiamo conto
di essere un elemento di continuazione dei nostri antenati e anche il
sentiero per le future generazioni.
Non è possibile gettare via
qualcosa e correre appresso a qualcos'altro. Che la nostra tradizione
sia cristiana, giudaica, islamica o altro ancora, siamo comunque tenuti a
studiare la cultura degli antenati e a trarne il meglio per noi stessi e
per i nostri bambini. Dobbiamo vivere in modo tale da permettere agli
antenati presenti in noi di essere liberati. Nel momento in cui
riusciamo a offrire gioia, pace, libertà e armonia ai nostri antenati,
offriamo contemporaneamente gioia, pace, libertà e armonia a noi stessi,
ai nostri figli e alle future generazioni.
Molte persone hanno
subito ferite e violenze dai loro genitori, e molti di più sono coloro
che sono stati duramente criticati e persino ripudiati. Ora nella
coscienza deposito di queste persone c'è un numero tale di semi di
infelicità che non vogliono nemmeno sentir nominare il nome del padre o
della madre. Quando incontro un essere umano in queste condizioni, gli
offro sempre la meditazione del bambino di cinque anni, che è un
massaggio di consapevolezza. "Inspirando, io mi vedo come un bambino di
cinque anni. Espirando, sorrido al bambino di cinque anni che è in me".
Durante questa meditazione, cercate di vedervi come un bambino di cinque
anni. Se guardate in profondità in quel bambino, scoprite che siete
vulnerabili e che potete essere feriti molto facilmente. Un'occhiata
severa o un urlo possono creare delle formazioni psichiche nella vostra
coscienza deposito. Se i genitori litigano e sbraitano uno contro
l'altro, il vostro bambino di cinque anni riceve un bel po' di semi di
sofferenza. Molti giovani mi hanno detto: "Il miglior regalo che i miei
genitori possono farmi è la loro stessa felicità". Vivendo
nell'infelicità, vostro padre vi ha causato molta sofferenza. Ora vi
state visualizzando come un bambino di cinque anni. Quando sorridete a
quel bambino, sorridete con compassione: "Ero così giovane e fragile, e
ho ricevuto molto dolore".
Per il giorno dopo consiglierei
quest'altra pratica: "Inspirando, vedo mio padre come un bambino di
cinque anni. Espirando, sorrido a quel bambino con compassione". Non
siamo abituati a vedere nostro padre come un bambino di cinque anni.
Pensiamo che sia sempre stato un adulto, austero e autoritario. Non ci
siamo presi la briga di vederlo come un giovane fragile che poteva anche
lui essere facilmente ferito dagli altri. Quindi la pratica consiste
nel visualizzare vostro padre come un bambino di cinque anni che può
essere facilmente ferito, fragile e vulnerabile. Potete cercare
nell'album di famiglia una foto di vostro padre da piccolo e studiarla,
se ciò può esservi d'aiuto. Quando sarete in grado di vederlo come un
essere vulnerabile, comprenderete che può essere stato vittima di suo
padre. Se ha ricevuto troppi semi di sofferenza dal proprio padre, è
ovvio che non abbia saputo quale fosse il modo migliore di comportarsi
col proprio figlio. Quindi a sua volta vi ha fatto soffrire, e il ciclo
del samsara continua. Se non praticate la consapevolezza siete pronti a
ripetere gli stessi errori con i vostri figli. Nel momento in cui vedete
vostro padre come una vittima, nel vostro cuore nasce la compassione.
Sorridendogli con compassione, iniziate ad abbracciare il vostro dolore
con consapevolezza e comprensione. Praticate in questo modo per più ore,
o giorni, e la rabbia nei suoi confronti si dissolverà. Un giorno, gli
sorriderete di persona e lo abbraccerete, dicendogli: "Ti capisco, papà.
Hai sofferto molto durante la tua infanzia".
Attraverso la
meditazione, riscopriamo il valore delle nostre famiglie e delle nostre
radici, compresi quei tesori che sono stati sepolti da anni di
sofferenza. Ogni tradizione possiede delle gemme, il frutto di migliaia
di anni di pratica. Ora ci sono state trasmesse, e non possiamo
ignorarle o negarle. Anche il cibo di cui ci nutriamo ha in sé i nostri
antenati e i nostri valori culturali. Come possiamo affermare che non
abbiamo niente a che vedere con la nostra cultura? Possiamo invece
trovare delle forme per onorare la nostra tradizione, così come tutte le
altre. La meditazione ci insegna a rimuovere le barriere, i limiti e le
discriminazioni che ci impediscono di vedere gli elementi di non-sé
contenuti nel sé. Con la pratica, riusciamo a superare il pericolo della
disgregazione e quindi a creare un mondo di pace per i nostri figli. Le
divisioni tra i popoli, le nazioni e le religioni hanno contribuito
molto alla nostra sofferenza durante i secoli. Siamo tenuti a praticare
in modo da sciogliere le tensioni in noi e tra i popoli, così che si
produca quell'apertura necessaria per potere godere della presenza
reciproca come fratelli e sorelle. Quale che sia la vostra tradizione di
pratica, se arrivate a comprendere la natura dell'inter-essere, questa è
vera meditazione.
Qualcuno, qualche spirito affamato, è così
sradicato che non è più possibile chiedergli di ritornare alle proprie
radici, almeno non subito. Dobbiamo aiutarlo offrendogli un'alternativa,
una seconda possibilità. Le persone di questo tipo vivono ai margini
della società e, come alberi senza radici, non possono assorbire il
nutrimento. Ho incontrato dei praticanti che meditano da vent'anni,
eppure non sono ancora capaci di trasformarsi perché sono così
sradicati. La nostra pratica consiste nell'aiutarli a produrre qualche
radice, a creare un ambiente in cui ciò possa accadere.
In Asia ci
siamo sforzati di modellare le comunità di pratica sulla base delle
famiglie. Tra di noi ci chiamiamo fratelli e sorelle nel Dharma, zii e
zie nel Dharma, inoltre chiamiamo il nostro maestro padre o madre nel
Dharma. I bambini del Plum Village mi chiamano 'Nonno Maestro'. Mi
comporto con loro come un nonno, non come qualcuno estraneo alla
famiglia. In un centro di pratica dovrebbe esserci questo tipo di
calore, questa specie di atmosfera famigliare che potrà continuare a
nutrirci. Nel contesto di una famiglia spirituale abbiamo una reale
opportunità, una seconda possibilità di radicarci. I membri del Sangha
sanno che siamo in cerca di amore e ci trattano nel modo migliore per
aiutarci a stabilirci in questa seconda famiglia. Fanno del loro meglio
per prendersi cura di noi, comportandosi come se fossero nostra sorella o
nostro fratello. Dopo tre, forse sei mesi, nel momento in cui può
essere percepita e riconosciuta una vera amicizia tra noi e un altro
membro del Sangha, nasce un sorriso sulle nostre labbra: tutti sanno
allora che stiamo cominciando a fare dei progressi e che la
trasformazione ora è possibile. Stiamo iniziando a produrre nuove
radici.
Le relazioni interpersonali sono una chiave per il
successo nella pratica. La trasformazione è improbabile senza una
relazione intima e profonda con almeno una persona. Dall'aiuto di una
persona ricevete stabilità e sostegno, e in seguito potrete stabilire
una relazione con una terza persona, fino a diventare fratello o sorella
di ogni membro del Sangha. Dimostrate la vostra volontà e capacità di
vivere in pace e armonia con tutto il Sangha.
È un mio desiderio
profondo che le comunità di pratica in Occidente siano organizzate in
questo modo, costruite come famiglie in un'atmosfera amichevole e calda,
tale da permettere alle persone il successo nella pratica. Un Sangha in
cui ogni persona è un'isola, priva di comunicazioni con gli altri, non è
di nessun aiuto. Non è che una serie di alberi senza radici. In
quest'atmosfera non è possibile produrre la trasformazione e la
guarigione. Dobbiamo essere radicati se vogliamo avere la possibilità di
imparare a praticare la meditazione.
La famiglia nucleare è
un'invenzione piuttosto recente. Oltre al padre e alla madre ci sono
solo uno o due bambini. Talvolta, in una famiglia così piccola, non c'è
abbastanza aria per respirare. Quando ci sono dei problemi tra il padre e
la madre, tutta la famiglia ne subisce le conseguenze. L'atmosfera in
casa diventa pesante e non ci sono vie di scampo. Qualche volta il
figlio può chiudersi in bagno per starsene in pace, ma questa non è una
soluzione: l'atmosfera pesante permea anche il bagno. In questo modo il
bambino cresce accumulando molti semi di sofferenza che poi trasmetterà
ai suoi figli.
Una volta zii e zie, nonni e cugini vivevano tutti
insieme. Le case erano circondate da alberi ai quali si potevano
appendere le amache, c'era lo spazio per organizzare qualche picnic, e
le persone non avevano tutti quei problemi di cui soffrono oggi. Quando
sorgeva qualche problema tra i genitori, i bambini potevano sempre
sfuggire alla situazione rifugiandosi da una zia o uno zio. C'era sempre
qualcuno in grado di occuparsi di loro e l'ambiente non era mai così
minaccioso. Credo che una comunità che pratica un vivere consapevole
possa sostituire le grandi famiglie di una volta, perché quando ci
trasferiamo in queste comunità vediamo molti zii, zie e cugini disposti
ad aiutarci.
È davvero meraviglioso avere una comunità dove le
persone si riuniscono come fratelli e sorelle nel Dharma e dove i
bambini hanno molti zii e zie. Dobbiamo imparare a creare questa specie
di famiglia. Dobbiamo considerare nostri fratelli e sorelle tutti i
membri della comunità. Questo fa già parte della tradizione orientale, e
può essere appreso dagli occidentali. Possiamo prendere il meglio dalle
due culture.
Qui in Occidente ci sono molti genitori single.
Anche un genitore single può trarre beneficio da una comunità di
pratica. Potrebbe forse pensare che per avere più stabilità sia
necessario risposarsi, ma io non sono d'accordo. Può darsi che abbiate
più stabilità ora, per conto vostro, che non quando stavate con il
vostro partner. L'irrompere di un'altra persona nella vostra vita
potrebbe distruggere il vostro equilibrio attuale. È estremamente
importante che vi rifugiate in voi stessi e che riconosciate la
stabilità che già possedete. Così facendo, acquisite maggiore stabilità,
e vi trasformate in un rifugio per vostro figlio e per i vostri amici.
Quindi, per prima cosa rendetevi stabili e abbandonate l'idea di non
poter essere voi stessi se non state con qualcuno. Bastate a voi stessi.
Trasformandovi in un eremitaggio confortevole, con aria, luce e ordine,
cominciate a sperimentare pace, gioia e felicità; diventate inoltre
qualcuno su cui gli altri possono fare affidamento. Vostro figlio e i
vostri amici possono contare su di voi.
Quindi, per prima cosa,
tornate al vostro eremitaggio e mettetelo tutto in ordine all'interno.
Potete trarre beneficio dalla luce del sole, dagli alberi e dalla Terra.
Aprite le finestre in modo che questi elementi salutari e stabili
possano entrare, e fondetevi col vostro ambiente. Quando elementi di
instabilità provano a entrare nel vostro eremitaggio, chiudete le
finestre e non lasciate che si intrufolino. Se tuoni, venti impetuosi o
un gran calore vogliono disturbarvi, sbarrategli l'accesso. Essere un
rifugio per se stessi è una pratica fondamentale. Non fate affidamento
su persone che non conoscete abbastanza, su chi potrebbe essere
instabile. Tornate a voi stessi e rifugiatevi nel vostro stesso
eremitaggio.
Se sei una madre che sta allevando il proprio figlio
da sola, devi imparare come farlo. Devi saper essere anche un padre,
altrimenti continuerai ad aver bisogno di qualcuno che ricopra questo
ruolo per tuo figlio, e perderai la tua sovranità, il tuo eremitaggio. È
un buon segno se puoi dire: "Posso imparare a essere sia il padre sia
la madre di mio figlio. Posso riuscirci da sola, con il sostegno degli
amici e della comunità".
L'amore del padre è diverso da quello
della madre. L'amore di una madre in un certo senso è incondizionato.
Siete il figlio di vostra madre, e lei vi ama per questo. Non c'è
nessun'altra ragione. Una madre si sforza di usare il proprio corpo e la
propria mente per proteggere quella parte delicata e vulnerabile di se
stessa. Tende a considerare il proprio figlio un'estensione di se
stessa, uguale a se stessa. Ciò è positivo, ma può creare problemi nel
futuro. Gradualmente, una madre deve imparare che suo figlio o sua
figlia sono individui separati.
L'amore di un padre è un po'
diverso. Il padre sembra dire: "Se fai così, riceverai il mio amore. Se
non lo fai, non lo avrai". È una specie di accordo. È qualcosa che ho
dentro anch'io. Sono capace di disciplinare i miei studenti, e sono
anche capace di amarli come una madre. So che per una madre non è facile
essere un padre, ma se avete un buon Sangha e buone relazioni con i
membri del Sangha, questi saranno uno zio o una zia per vostro figlio.
Un solo genitore può essere sufficiente nell'ambito di una comunità di
pratica. Può essere in grado di svolgere entrambi i ruoli del padre e
della madre, e può inoltre beneficiare dell'aiuto di qualcuno degli
altri adulti.
I genitori single sono molto comuni in Occidente.
Abbiamo bisogno di ritiri e seminari per stabilire i migliori metodi per
educare i nostri bambini. Non accettiamo il modo tradizionale di essere
genitori, ma allo stesso tempo non è ancora stato pienamente elaborato
un nuovo modello. Dobbiamo attingere alle nostre esperienze e alla
pratica, per poter delineare un'altra dimensione della vita del nucleo
famigliare. Può essere davvero positivo mescolare la vita del nucleo
famigliare alla vita della comunità di pratica, e cioè del Sangha.
Potete portare spesso vostro figlio al centro di pratica, e beneficiare
entrambi di quell'atmosfera positiva. Anche il centro di pratica trarrà
vantaggio dalla vostra presenza. I bambini sono gioielli che ci aiutano a
praticare. Se i bambini sono felici, tutti i genitori e i non genitori
gioiranno nella pratica.
Trovarsi in un Sangha nel quale le
persone praticano bene insieme è meraviglioso. Il modo nel quale ogni
individuo cammina, mangia e sorride può essere veramente un sostegno per
gli altri. Lei sta camminando per me, io sto sorridendo per lei, e lo
facciamo insieme, come Sangha. Praticando insieme così, possiamo
aspettarci una reale trasformazione interiore. Non c'è bisogno di
praticare intensivamente o di sforzarci. Semplicemente, ci concediamo di
stare in un buon Sangha, una comunità nella quale le persone sono
felici e vivono profondamente ogni istante; così facendo la
trasformazione si compirà naturalmente, senza troppa fatica.
Credo
che l'arte più importante che possiamo apprendere sia quella del
costruire il Sangha. Possiamo essere meditatori abili, esperti nei
sutra, ma se non sappiamo come costruire un Sangha non siamo in grado di
aiutare gli altri. Dobbiamo costruire un Sangha che sia felice, nel
quale la comunicazione sia aperta. Dobbiamo prenderci cura di ogni
persona, prestare attenzione al suo dolore, alle sue difficoltà, alle
sue aspirazioni, alle sue paure e speranze, in modo da permetterle di
sentirsi a proprio agio e felice. Per fare questo ci vuole tempo,
energia e concentrazione.
Tutti noi abbiamo bisogno di un Sangha.
Se non possiamo fruire della presenza di un buon Sangha, dovremmo
impiegare il nostro tempo e la nostra energia per crearne uno. Che tu
sia uno psicoterapeuta, un medico, un assistente sociale, un pacifista o
un ambientalista, hai bisogno di un Sangha. Senza un Sangha non potrai
trovare l'aiuto di cui hai bisogno, e molto presto le tue energie
saranno esaurite. Uno psicoterapeuta può scegliere tra i suoi pazienti
che hanno superato le loro difficoltà, e che riconoscono in lui un
amico, un fratello o una sorella con il quale formare un gruppo di
persone che possa praticare insieme come un Sangha, che possa stare
insieme in pace e gioia, creando un'atmosfera famigliare. Avete bisogno
di fratelli e sorelle nella pratica per poter ricevere nutrimento e
sostegno. Un Sangha può aiutarvi nei momenti difficili. La vostra
capacità di aiutare gli altri può essere misurata osservando chi vi sta
intorno.
Ho incontrato alcuni psicoterapeuti che non sono felici
nelle loro famiglie, e dubito seriamente che questi terapeuti possano
esserci d'aiuto in caso di bisogno. Ho proposto che formino un Sangha.
Tra i membri del Sangha ci sono persone che hanno tratto profitto dalla
terapia, che sono guarite e sono diventate amiche del terapeuta. Sangha è
incontrarsi e praticare insieme: respirare, vivere in consapevolezza,
in pace, gioia e gentilezza amorevole. Questa potrebbe essere una
sorgente di energia e di conforto per il terapeuta. Ognuno di noi deve
imparare l'arte del costruire il Sangha, non solo i meditatori e i
terapeuti. Non credo che possiate fare molta strada senza un Sangha. Io
ricevo nutrimento dal mio Sangha. Ogni conquista del mio Sangha mi
sostiene e mi da più forza.
Per costruire il Sangha, iniziate col
trovare un amico che sia disposto a unirsi a voi nella meditazione
seduta o camminata, nel recitare i precetti, nel praticare la
meditazione del tè oppure nel discutere un argomento di dharma. Alla
fine altri chiederanno di aggregarsi, e il vostro piccolo gruppo potrà
incontrarsi una volta alla settimana o al mese in casa di qualcuno.
Alcuni Sangha finiscono per trovare un terreno e trasferirsi in campagna
per avviare un centro di ritiri. Naturalmente il vostro Sangha
comprende anche gli alberi, gli uccelli, il cuscino di meditazione, la
campana e persino l'aria che respirate: tutte cose che vi sostengono
nella pratica. Trovarsi con persone che praticano profondamente insieme è
un'opportunità rara. Il Sangha è un gioiello.
Si parte dall'idea
di organizzare le cose nel miglior modo possibile per tutti. Non
troverete mai un Sangha perfetto. È sufficiente un Sangha imperfetto.
Invece di lamentarvi troppo del vostro Sangha, fate del vostro meglio
per trasformarvi in un buon elemento del Sangha. Accettate il Sangha e
costruite su queste fondamenta. Quando praticate insieme alla vostra
famiglia cercando di vivere in consapevolezza, siete già un Sangha. Se
vicino a casa c'è un parco nel quale potete portare i bambini per la
meditazione camminata, quel parco fa parte del Sangha.
Un Sangha è
anche una comunità che pratica la resistenza: resistenza alla fretta,
alla violenza e ai modi malsani di vita che prevalgono nella nostra
società. La consapevolezza è protezione di noi stessi e degli altri. Un
buon Sangha può guidarci nella direzione dell'armonia e della
consapevolezza.
L'essenza della pratica è di estrema importanza.
La forma può essere adattata. Durante un ritiro al Plum Village, un
sacerdote cattolico mi ha chiesto: "Thay, comprendo il valore della
pratica della consapevolezza. Ho assaporato la gioia, la pace e la
felicità che scaturiscono dalla pratica. Mi piacciono le campane, la
meditazione del tè, il pranzo in silenzio e la camminata. La mia domanda
è: come posso continuare a praticare una volta tornato alla mia
chiesa?".
Gli ho risposto: "C'è una campana nella tua chiesa?".
Ha detto: "Sì".
"Suoni quella campana?".
"Sì".
"Allora
suona la campana nello stesso modo nel quale la suoniamo qui. Fate un
pranzo in comune nella tua parrocchia? Prendete il tè con i biscotti?".
"Sì".
"Allora, fatelo come lo facciamo qui, in consapevolezza. Non c'è nessun problema".
Tornando
alla vostra tradizione, tornando al vostro Sangha, oppure anche
iniziando con un nuovo Sangha, potete godervi qualsiasi cosa stiate
facendo in consapevolezza. Non è necessario che rinneghiate la vostra
tradizione o la vostra famiglia. Mantenete ogni cosa e introducetevi la
consapevolezza, la pace e la gioia. I vostri amici capiranno il valore
della pratica grazie a voi, non attraverso le vostre parole, ma
attraverso il vostro essere.
Tratto da: Thich Nhat Hanh, Toccare la pace, Ed. Ubaldini
Gruppo di meditazione zen
Via Asiago, 35 Catania
Tratto da
www.zenquieora.org
Grounding Institute
www.bioenergetic.it
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