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All’inizio della
vita umana, non essendo presente nei bambini l’attività del pensiero,
non possiamo parlare di una presenza mentale ma di un substrato emozionale,
di un “sentire indistinto” che pone le basi per lo sviluppo della
mente.
La relazione
esistente tra madre e figlio come base fondante
All’inizio della
vita umana, non essendo presente nei bambini l’attività del pensiero,
non possiamo parlare di una presenza mentale ma di un substrato emozionale,
di un “sentire indistinto” che pone le basi per lo sviluppo della
mente.
Gli studi in campo psicologico
e psicobiologico affermano infatti la presenza alla nascita di predisposizioni
e attività riflesse e istintuali.
In particolare, gli studi
condotti dalla psicologia prenatale in questi ultimi anni hanno sottolineato
l’importanza della relazione esistente fra la madre e il bambino fin dai
primissimi stadi di vita fetale (ma anche embrionale). Secondo alcuni ricercatori
che si sono interessati dell’argomento, le emozioni della madre in attesa
costituiscono le basi fondanti per lo sviluppo delle prime reazioni comportamentali
dei nascituri.
In seguito, gli studi nell’ambito
della psicologia neonatale hanno confermato l’importanza di un sano e
corretto rapporto madre-bambino.
In particolare, Melanie
Klein ha riferito sull’importanza dei meccanismi dell’introiezione
e della proiezione attraverso i quali il bambino, rispettivamente, “manderebbe
dentro di sé” porzioni di mondo esterno e “proietterebbe
fuori” parti del suo mondo interno. Questo significherebbe che il bambino
nel momento in cui “manderebbe fuori” il suo “sentire indistinto”,
costituito da suoi sentimenti ed emozioni riguardo il suo mondo esterno (es.
rabbia se mamma non c’è), nel contempo, introietterebbe l’immagine,
di questo mondo esterno, influenzata dalle sue emozioni.
L’ambiente circostante,
secondo questo approccio, se viene avvertito dal bambino carico di sensazioni
negative potrebbe diventare “cattivo”, dal quale egli dovrebbe imparare
a difendersi. Il bambino piccolo crede che egli stesso, compreso i desideri
che prova, abbia un “potere magico”, causa di eventi significativi
della vita.
Questo processo che viene
definito anche con il termine di “acquisizione cognitiva” rimarrebbe
presente sempre nel corso della vita umana, anche nella psicologia dell’adulto.
Margaret Mahler ha messo
in rilievo il fatto che la relazione è il contrario della simbiosi. Questa
studiosa ha introdotto il concetto di “fase simbiotica” che è
una caratteristica normale nel bambino piccolo il quale è dipendente
totalmente ed esclusivamente dalla madre.
Per lei questa fase è
fisiologica e alla sua assenza sarebbero da imputare le varie forme di autismo.
Questa tesi è ancora oggi tenuta in considerazione anche da studiosi
che sottolineano l’importanza delle cause organiche nella genesi dell’autismo.
Secondo questo approccio,
il bambino non sarebbe messo in condizione di sperimentare l’autonomia
e l’indipendenza se ha avuto difficoltà nel momento in cui avrebbe
dovuto sentirsi “tutt’uno” con la madre e sperimentare la
dipendenza simbiotica.
Bowlby, un altro studioso, elaborò le sue ipotesi grazie anche agli studi
degli etologi secondo i quali i piccoli dei mammiferi sono predisposti a mantenere
la vicinanza con un individuo particolare. Tale comportamento, definito dall’etologia
con il termine di imprinting, si verifica in una fase limitata dello sviluppo
e molte osservazioni inducono a pensare che un meccanismo analogo sia presente
anche nell’uomo.
Tale comportamento di “attaccamento”,
secondo questo studioso, può svilupparsi anche negli esseri umani indipendentemente
dalla soddisfazione dei bisogni biologici. A tal proposito egli fa riferimento
anche agli studi dei coniugi Harlow che hanno dimostrato nei piccoli di scimmia
una preferenza per il soddisfacimento dei bisogni di contatto fisico e calore
legati all’affettività e alla qualità della relazione piuttosto
che ai bisogni biologici legati dell’alimentazione.
“I risultati di questo
esperimento smentirono addirittura la spiegazione tradizionale secondo cui il
legame di attaccamento era collegato al piacere della suzione e al soddisfacimento
della fame. In realtà la soddisfazione di un bisogno fisico amorevole,
quale la tenerezza, nelle prime fasi della vita risultò essere un bisogno
molto forte, anzi il fattore più importante nel legame di attaccamento.
I piccoli di scimmia si affezionavano alla loro madre di pezza, cosa che non
si verificava per le madri di ferro.
Nella formazione del senso
di sicurezza e nell’adattamento del piccolo giocano anche altri fattori
come una madre che si muove, che abbraccia, che risponde ai movimenti del piccolo
e che lo stimola in tanti modi diversi” (A.O.Ferraris 2003).
Per Winnicott, la madre
“sufficientemente buona” si preoccupa non solo di fornire cibo ma
anche di soddisfare i bisogni di relazione, il “genitore quasi perfetto”
di Bettelheim, è il genitore che commette degli errori, perché
non è infallibile ed è in grado di imparare dagli errori, riflettere
e riparare, sapendo che il suo lavoro è destinato a molteplici frustrazioni.
Per questo autore, l’errore
è un elemento importante della nuova genitorialità è dall’errore
che bisogna ripartire quando si incontrano ostacoli, l’errore in questo
senso è risorsa e forma di apprendimento che serve per “riprogrammare”
altre scelte.
L’ipersensibilità materna primaria di cui ci riferisce Winnicott
è quella sorta di preoccupazione sana della madre che nutre lo sviluppo
della mente del suo bambino.
La madre “sufficientemente
buona”, avverte questo autore, è quella madre che sa concedersi
di “regredire”, di diventare “piccola, piccola”, come
il suo bambino, per meglio potersi sintonizzare su di lui, sul suo mondo interno
e sui suoi bisogni.
In questo senso, la mamma “sciocca” è la mamma che gioca
con il suo bambino godendo del gioco che lei fa con lui, e più questo
atteggiamento è presente, maggiormente ella è in empatia con suo
figlio e lui in sintonia con lei.
Questa sensibilità
materna, secondo molti autori, andrebbe a nutrire lo sviluppo della mente dei
bambini; è chiaro che, allora, in questo contesto, lo sviluppo di “una
mente che pensa”, di una mente, cioè, capace di cogliere e sviluppare
un apprendimento di tipo cognitivo ha inevitabilmente bisogno di “una
mente emozionale”, capace di sentire le esperienze della vita intorno
a sé e di godere del piacere di un ambiente a lei esterno.
Nel bambino in età
precoce (ma non solo) lo sviluppo di una mente emozionale è fondamentale
per lo sviluppo di una mente capace di pensare.
Da ciò si evince che molte forme di ritardo cognitivo o di difficoltà
di apprendimento, presenti nei bambini potrebbero essere “curate”
meglio se fosse presente, o di sviluppare, qualora non fosse presente, la capacità
materna di prendersi cura dei bisogni emozionali dei figli.
In questo senso si parla
oggi di interventi rivolti alla genitorialità, al prendersi cura, da
parte dei genitori, del soddisfacimento dei bisogni dei figli.
All’inizio della vita
umana l’essere nutriti equivale all’essere amati, il bisogno biologico
legato all’alimentazione è presente insieme a un altro bisogno,
anch’esso fondamentale, quello di essere amati, nutriti di amore, di essere
desiderati, voluti, accettati per quello che si è.
Una madre che è
capace di godere delle gioie dell’allattamento, di comunicare amore al
suo bambino mentre fornisce a lui il latte, che lo guarda con uno sguardo particolare
che solo lei sa quanto amore esso esprima, è una madre che sta creando
le basi affinché avvenga lo sviluppo della “mente emozionale”,
garanzia per uno sviluppo di una “mente cognitiva”.
Dice Winnicott che una
madre “sufficientemente buona” permette al bambino di esprimere
le sue angosce, le tollera e le contiene senza angosciarsi a sua volta, in questo
modo ella restituisce al figlio le emozioni di lui, filtrate dall’operazione
di contenimento e di conseguente bonifica che lei ne fa.
Ekstein afferma che il seno
materno è il primo programma di apprendimento del lattante e base fondante
per gli apprendimenti successivi.
L’importanza
della relazione educativa
La relazione docente–discente
non è immediatamente sovrapponibile alla relazione della madre con suo
figlio ma “ripete” in qualche modo la situazione genitoriale e si
possono rilevare dimensioni emotive, affettive e cognitive che riguardano entrambi
i contesti educativi.
In questo senso, l’attività
educativa successiva, esercitata da parte della scuola, in ogni suo ordine e
grado, sarebbe, secondo Blandino e Granirei (1995), evocatrice della relazione
emotiva primaria avuta con la figura materna.
D’altra parte, il
rapporto madre-bambino, se visto da vicino, può essere descritto come
il rapporto di insegnamento-apprendimento per eccellenza e prima forma di interazione
che il bambino ha con il mondo.
“Se l’obiettivo
del lavoro dell’insegnante è l’apprendimento, la funzione
docente evoca la funzione genitoriale di contenimento e mentalizzazione. Da
questo punto di vista la funzione docente è una funzione di pensiero
che non ha a che fare solo con le competenze disciplinari e didattiche o con
la quantità e qualità dei contenuti trasmessi alla classe, bensì
si sviluppa all’interno di uno spazio relazionale in cui è necessario
cogliere e pensare soprattutto le emozioni, i vissuti e i sentimenti che sostanziano
le modalità di apprendimento di chi apprende” (Blandino, Granieri
1995).
I nostri allievi, i nostri
figli, ma anche i nostri utenti potranno imparare da noi, “apprendere”,
come si dice a scuola, “digerire”, “assimilare”, “incorporare”,
come si direbbe con un linguaggio più vicino alla psicobiologia, a patto
che noi siamo per loro delle “persone credibili”, individui che
si sappiano rapportare con loro all’interno di relazioni sane e significative.
Solo in questo modo, bambini e ragazzi, potranno imparare da noi e la qualità
del loro apprendimento sarà durevole e destinato a “segnarli dentro”,
perché fondato su una relazione partecipata e sentita dentro.
Come il genitore, anche
il docente prepara il cibo (lezione) che arriverà a destinazione solo
se sarà fornito nel modo giusto e che lo studente “assimilerà/interiorizzerà/digerirà”
se sarà “calato/calibrato” sulla sua realtà di allievo,
in generale, sul suo mondo interno,
Un tipo di apprendimento
così raggiunto, sarà “nutritivo” perché destinato
a far crescere. Spesso, invece, sia i genitori che gli insegnanti, a scuola,
sono concentrati verso il raggiungimento di un apprendimento di tipo “prescrittivo”,
basato su regole esterne che non si possono mettere in discussione, imposte
dall’esterno piuttosto che conquistate attraverso un sano rapporto dialogico
centrato sull’incontro fra “due menti che pensano”.
Un apprendimento così
concepito, sarà allora meramente “restituivo”, funzionale
al risultato, e i ragazzi saranno portati a concentrarsi esclusivamente sulla
“performance”, e una volta superata la prova metteranno senza difficoltà
nel cassetto del dimenticatoio gli apprendimenti così ottenuti.
L’apprendimento significativo,
che “lascia traccia”, si realizza – ed è di migliore
qualità perché contiene la parte emozionale – quando c’è
l’incontro tra “menti che pensano”.
In questo contesto, quindi,
tutta l’attività educativa sarà tale solo quando, insieme
alla crescita dei ragazzi si potrà realizzare la crescita di noi adulti
e questo potrà avvenire solo se gli adulti sapranno concedersi la possibilità
di imparare da chi per definizione deve solo apprendere.
Peraltro, secondo gli ultimi
studi in campo neurofisiologico, lo sviluppo delle funzioni cognitive dipenderebbe
dalle funzioni emotive e affettive, se queste ultime trovano un ambiente realizzante
potranno far crescere nel bambino la possibilità di aprirsi al mondo
e alla curiosità, di apprendere dall’esperienza.
Le emozioni
a scuola
L’adulto che insegna
attraverso la considerazione delle emozioni dei suoi allievi, pone attenzione
alla cura degli aspetti relazionali legati alla sua attività, egli avrà
più possibilità di arrivare a far parlare “da dentro”
il mondo dei ragazzi e a dar voce al loro mondo interno.
Così, ad esempio,
un insegnante che si dovesse trovare a spiegare la profondità emozionale
del pensiero di Giacomo Leopardi, non potrà fare a meno di domandarsi
(e, forse, anche domandare) che tipo di emozioni stanno provando gli allievi.
Non è possibile promuovere
un apprendimento senza capire cosa succede dentro, emotivamente, nel momento
in cui si interagisce con allievi o figli.
Nella pratica didattica
attuale, non raramente, purtroppo, i fattori emotivi vengono considerati un
ostacolo al lavoro delle funzioni cognitive, privando in tal modo i ragazzi
di pervenire ad un apprendimento significativo.
Secondo Carl Rogers, la
scuola non sarebbe capace di occuparsi della crescita globale di bambini e ragazzi
ed educare la persona intera, ma si occuperebbe dell’allievo solo “dal
collo in su” come se questi fosse una testa vagante e non una persona.
Se l’insegnante in questo caso avrà le caratteristiche di un “insegnante
sufficientemente buono”, potrà arrivare a relazionarsi con la parte
profonda dei suoi allievi, se invece egli non ne sarà capace sarà
destinato a svolgere il suo lavoro senza passione e forse anche senza soddisfazione
esponendo se stesso al rischio di cadere in burn-out.
L’insegnante che pone
cura non solo riguardo allo sviluppo di competenze cognitive e razionali, ma
anche all’aspetto relativo alle emozioni è un adulto che pone le
basi per un apprendimento globale dove il ruolo dei sentimenti è senz’altro
significativo per una comprensione più profonda.
Peraltro, il pensare con
razionalità, e quando l’attività del pensiero è dissociata
dal sentire, può generare mostri e non è possibile promuovere
un apprendimento senza sapere che cosa succede dentro nel momento in cui si
interagisce con gli allievi. Facendo riferimento alla doppia funzione della
madre, che nutre con il latte e con tutta se stessa (emozione e trasporto partecipativo)
il suo bambino, potremmo dire che una scuola attenta non dovrebbe privilegiare
un aspetto a scapito dell’altro poiché questo potrebbe provocare
una scissione tra emozione e intelletto che dovrebbero invece andare sempre
d’accordo e a braccetto.
La scuola attuale, invece,
privilegiando un apprendimento di tipo intellettuale riprodurrebbe la scissione
tra sentimento e cognizione, tra cuore e ragione, tra mente e corpo e sarebbe
diventata come quella madre che si prende cura del suo bambino solo attraverso
la somministrazione del suo latte senza preoccuparsi della qualità della
relazione che ha con lui e dei bisogni emotivi del suo bambino.
Tra l’altro, non dimentichiamo
che l’apprendimento riuscito non è tale quando si hanno più
conoscenze ma quando si è aumentata la capacità di riceverle;
non si tratta cioè di un fatto quantitativo ma di una realtà qualitativa;
arrivare insieme a costruire una “mente che pensa” è più
importante che arrivare a costruire una “mente che riproduce”.
Un vero apprendimento non
produce “sapere restituivo” e nozionistico ma conoscenza autentica.
Diceva Kant ai suoi allievi
“Da me non imparerete filosofia, imparerete a filosofare, non a ripetere
pensieri, ma a pensare” nel senso che non è importante, secondo
questo autore, la quantità delle nozioni immagazzinate ma la disponibilità
ad apprendere, ad essere curiosi e motivati, aperti all’esperienza.
Ascoltare, ascoltare
e … ascoltare
La funzione della mente
del docente e dell’adulto, anche del genitore, è quindi, secondo
questo modo di vedere, una funzione di ascolto, di consapevolezza di ciò
che accade nella relazione, ma anche dentro di noi in un rapporto continuo fra
noi e l’altro, con noi e con l’altro, costantemente centrati su
quello che si sente, su quello che si fa, su come lo si fa; questa strada risulta
percorribile solo se si è capaci di sentire e di ascoltare, ascoltarsi
e dirsi sempre la verità.
Compito dell’adulto
è quindi quello di sollecitare nell’allievo o nel figlio l’accesso
“alla meraviglia” e accompagnarlo, assisterlo in questo cammino
di crescita che lui poi percorrerà autonomamente.
Se le dinamiche emotive
possono essere verbalizzate, espresse, mandate fuori dal mondo interno di bambini
e ragazzi, queste potranno essere vissute come meno opprimenti e condivise con
altri che hanno potuto provare sentimenti simili.
Meltzer e Harris ( ), assegnano
a genitori e insegnanti, sia pure con valenza diversa, il compito di cercare
di farsi strada “dentro il mondo in cui abita l’individuo”.
Si tratta di poter ascoltare
che cosa, spesso, gli allievi e i figli comunicano riguardo al proprio mondo
interno. Così comportamenti aggressivi, incapacità a concentrarsi,
tentativi di evadere il compito, possono, se non respinti o condannati moralisticamente,
condurre a comprendere che le difficoltà di apprendimento spesso non
sono altro che difficoltà di relazione con sé e con gli altri.
Non serve, quindi etichettare
come “pigri”, “indisciplinati”, “svogliati”,
ragazzi che effettivamente si comportano come tali.
La psicologia del profondo, al contrario della psicologia del comportamento,
si interroga sulle dinamiche sottese, che stanno dietro a comportamenti ritenuti
disadattivi; secondo questo approccio, questi comportamenti non sono altro che
modalità difensive che l’individuo mette in atto per relazionarsi
con se stesso e con gli altri.
Apparire svogliati, chiusi
in se stessi, indisciplinati o aggressivi, possono essere i diversi e personali
tentativi di risolvere il proprio disagio personale.
Ovviamente questi tentativi
sono improduttivi e rischiano di reiterarsi all’infinito in una prospettiva
di insuccesso, tanto più se l’insegnante o il genitore collude
identificando l’allievo o il figlio con le sue modalità difensive.
Genitori e insegnanti potrebbero,
allora, impegnarsi a stabilire con i loro ragazzi o figli, interazioni sane
e significative ponendosi come mediatori tra essi e i loro disagi esistenziali,
aiutandoli ad elaborare i contenuti emotivi della frustrazione, riconoscere
le ansie e aiutarli ad interagire con esse affinché non possano sovrapporsi
fra loro e l’apprendimento quali elementi inquinanti il pensiero.
Secondo Blandino e Granieri,
una qualunque attività finalizzata alla crescita delle persone ottiene
dei risultati quando è organizzata in modo da promuovere l’integrazione,
nella mente, delle sue varie parti e in particolare quelle problematiche o “cattive”
che invece, usualmente, nella scuola vengono espunte o stigmatizzate moralisticamente.
L’adulto “sufficientemente
buono” – di winnicottiana memoria – potrà, allora,
essere capace di “ascoltare” se saprà concedersi la possibilità
di poter prendere qualcosa dall’altro, anche se quest’ultimo è
suo figlio o un suo allievo o un utente.
Questa modalità di
ascolto è possibile solo se l’adulto è aperto a compiere
“l’ascolto di sé”, l’ascolto del suo mondo interno.
“Cosa mi succede dentro”, “cosa si sta muovendo dentro di
me”, “quali emozioni mi suscita l’ascolto delle emozioni dell’altro?”,
sono solo pochi esempi che illustrano una verità fondamentale: la verità
che per ascoltare in profondità abbiamo bisogno di “fare silenzio
dentro”, per ascoltare l’altro abbiamo bisogno di “ascoltarci”,
abbiamo bisogno di “fare spazio”, “essere dentro di noi”;
solo dopo questa operazione, questo primo filtro, possiamo concederci di tentare
di effettuare un ascolto significativo.
L’ascolto così
inteso si apre all’incontro, ad un incontro di tipo particolare dato dalle
profondità di mondi interni diversi, personali, che insieme possono incontrarsi
per condividere pensieri, emozioni, sentimenti ed esperire affetti.
L’ascolto dell’altro
è realizzabile solo se c’è dentro di noi la possibilità
di incontrare il mondo dell’altro (la sua visione, personale, del mondo,
il suo mondo interno, le sue emozioni) e, spesso, l’ascolto profondo è
possibile se siamo capaci ascoltare “quello che gli altri non dicono”
attraverso le parole ma comunicano attraverso altri canali.
Va da sé che questo
tipo di ascolto non si può improvvisare, né è di facile
realizzazione. Non a caso Freud ammoniva che l’attività educativa
così concepita è difficilissima e soggetta ad errori, egli diceva
che ci sono tre operazioni costituzionalmente “impossibili” da svolgere:
educare, governare, psicoanalizzare.
Per ascoltare non basta
“aprire orecchie” e percepire parole, dobbiamo compiere lo sforzo
di metterci nei panni dell’altro cercando di sentire dentro di noi il
messaggio e le emozioni che l’altro ci vuole comunicare. Dobbiamo renderci
disponibili a sentire dentro di noi l’esperienza dell’altro al fine
di entrare in una relazione profonda con lui, in modo autentico.
In questo senso, quindi,
ascoltare non vuol dire solo raccogliere stimoli sonori, ma vuol dire soprattutto
rielaborare questi stimoli per comprenderli in profondità e questa attività
coinvolge la persona nella sua totalità.
“L’uomo ha
due orecchie e una bocca sola perché dovrebbe più ascoltare che
parlare” così recita un vecchio proverbio danese. Ascoltare non
è percepire solo parole, ma anche i pensieri, lo stato d’animo,
il significato personale e più nascosto del messaggio che ci viene trasmesso.
Per ascoltare bisogna esser-ci,
“essere con noi insieme all’altro”, per ascoltare è
necessario che ci si stacchi dai propri interessi e dai propri schemi di pensiero
e di vita per avvicinarsi gradualmente e con rispetto e umilità nel mondo
dell’altro.
Il conflitto
innegabile
Con questo non si vuole
però sottovalutare o negare la realtà del conflitto, esso esiste
nei rapporti umani ed è inevitabile; anch’esso si contraddistingue
come una forma di relazione con l’altro ed è anch’esso risorsa
in quanto permette di apprendere un nuovo modello educativo basato sulla negoziazione
che permette, dopo certo impegno, di migliorare le nostre capacità relazionali.
D’altra parte, dove
esiste una relazione può esserci anche conflitto, dove non c’è
conflitto non esiste neanche una relazione ma conformismo e mancanza di confronto.
Questo articolo, in formato integrale, è contenuto nel volume:
Luigi Di Giuseppe (a cura di), L'infanzia. Aspetti e problemi psicologici. Editore: Edizioni Psiconline
Grounding Institute
Via Asiago, 35 Catania
www.bioenergetic.
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