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ATTI DEL CONVEGNO INTERNAZIONALE ABSTRACT DELLE RELAZIONI
A cura di Imbasciati A., Dabrassi F., Manfredi P.
Psicologia e Psicopatologia della Perinatalità. Cure materne e sviluppo del futuro individuo
I SESSIONE: FARE UN FIGLIO
Moderatore: prof.ssa Loredana Cena
Professore Associato di Psicologia Clinica - Università di Brescia
Cure materne e sviluppo del futuro individuo - prof. Antonio Imbasciati
Professore Ordinario di Psicologia Clinica, direttore della Sezione di Psicologia - Università di Brescia
L’Autore presenta l’intreccio delle ricerche di differenti discipline
che da diverso vertice convergono nello studio di come si sviluppi la
mente, a cominciare dalle prime esperienze fetali e neonatali. Gli studi
convergono nell’indicare il basilare rilievo del dialogo non verbale
gestante/feto e madre/neonato-bambino. La qualità di tale dialogo (o
pseudodialogo) determina uno sviluppo ottimale piuttosto che difettoso o
patologico. Questa qualità dipende dalla qualità della relazione e
questa consiste in ciò che viene veicolato nelle interazioni, cioè nelle
cosiddette cure materne. A tal proposito l’Autore illustra le
misconoscenze regnanti anche in ambito sanitario su cosa si intenda per
“relazione” e in cosa consistano e cosa trasmettano le “cure materne”.
La relazione, attraverso la comunicazione non verbale costituisce la
matrice dello sviluppo mentale del futuro individuo. È, infatti,
dimostrato che le prime strutture mentali, costruitesi nelle interazioni
perinatali, condizionano in misura rilevante ogni ulteriore sviluppo
mentale.
Psichiatria Perinatale
- dott. Lenio Rizzo
Direttore S.C. Neuropsichiatria Infantile AULSS 9-Treviso
Nei Paesi ad economia sviluppata, ha assunto negli ultimi anni sempre
maggiore interesse ed importanza, sia per il sistema socio-sanitario che
per la popolazione tutta, la cura all’infanzia e, insieme a questa,
anche alla gravidanza, della quale si è colta con sempre maggiore
precisione la portata di periodo fondamentale, anche per l’equilibrio
psichico dei tre soggetti coinvolti. In questa opera di raccolta di
documentazione e di studio si sono impegnati esponenti di diverse
discipline, con formazioni ed orientamenti anche molto diversi tra loro,
tutti però interessati al benessere psichico dei componenti della
triade. Si è così configurato un nuovo campo settoriale e specifico
della “Salute mentale”: campo che in alcuni Paesi ha preso un certo
sviluppo sotto la denominazione di “Psichiatria Perinatale” e in altri
sotto la denominazione di Psicologia Clinica Perinatale: la nozione di
perinatale si allarga dall’inizio della gravidanza fino alla fine del
secondo anno di vita del figlio. Si tratta dunque di un rinnovato campo
d’incontro tra specialisti della psiche del bambino e dei genitori, con
gli specialisti del corpo del bambino e ovviamente con i suddetti
componenti della triade stessa. Nella mia relazione affronterò la
questione del concetto di psichiatria (o psicologia) perinatale,
accennerò ad alcuni sviluppi storici e pratici e anche a qualche
osservazione teorica. Proporrò inoltre alcuni argomenti clinici che in
questo ambito sono stati individuati, riflettendo anche
sull’organizzazione dei servizi chiamati ad operare.
Come ci cambia la genitorialità
- prof.ssa Paola Manfredi
Professore Associato di Psicologia Clinica - Università di Brescia
La mente, intesa come un processo dinamico emergente dalle attività del
cervello è potenzialmente sempre esposta a cambiamenti - dalla vita
fetale fino alla morte - dal momento che le esperienze interpersonali
plasmano e modificano le connessioni neuroanatomiche, le strutture e le
funzioni del cervello (Siegel, 1999. La mente relazionale. Neurobiologia
dell’esperienza interpersonale). Per quanto attiene alla dimensione
strettamente psicologica questo era da tempo noto, fin da quando Bion
scrisse dell’Apprendere dall’esperienza (1962).
La genitorialità è un’esperienza pregnante, tanto sul piano
fantasmatico quanto su quello concreto; giocata dentro di sé ed espressa
nella relazione, nei corpi; in un rapporto di solito intenso,
prolungato e in evoluzione. Sembrerebbe quindi porsi come esperienza
capace di incidere, di mutare, corroborare e forse di trasformare il
funzionamento mentale di quegli adulti che divengono genitori.
La letteratura da tempo ha messo a fuoco alcuni cambiamenti che
occorrono nella donna che diviene madre; basti pensare ai contributi di
Winnicott con il concetto di preoccupazione materna primaria (1958), di
Bion con quello di rêvérie (1959); più recentemente si collocano gli
studi sulla costellazione materna (Stern, 1995) e sull’attivazione del
circuito cerebrale materno (Ammaniti, 2008. Pensare per due. Nella mente
delle madri. - Craig H.Kinsley, Kelly G.Lambert )
Meno indagati - ed è questo il focus di questo studio - sono invece i
cambiamenti più ampi, al di là della relazione di cura, a cui vanno
incontro sia la donna che l’uomo, dal momento che nella loro vita entra
l’esperienza della genitorialità.
Attraverso uno strumento, che è ancora in corso di revisione, si è
cercato di cogliere alcuni cambiamenti in varie aree, dall’immagine di
sé, al modo di affrontare le difficoltà, al rapporto di coppia, al
rapporto con i propri genitori, dalla gestione dei propri interessi alle
relazioni oggettuali, ecc.
Dal questionario proposto a genitori con figli minori di tre anni,
emerge un quadro sostanzialmente positivo, sebbene con qualche spunto di
incertezza o preoccupazione. La maggioranza dei soggetti ad esempio si
ritiene un genitore fortunato (71%) appagato ( 63%) felice (55%), ma non
mancano coloro che si definiscono preoccupati (29%) o riscontrano
inadeguatezze (15%); inoltre solo lo 0,8 % sceglie l’aggettivo capace.
Per quanto concerne il legame di coppia viene percepito più forte
(60%), nonostante un minore appagamento nell’intesa sessuale (40%).
Il 49% del campione avverte la mancanza di qualcosa, che in gran parte
viene individuata nel tempo – da spendere per sé, per la famiglia, per i
figli, per la coppia – nella mancanza di voglia, di energia o in un
aiuto per i figli.
Ci sembra utile mettere in rilievo che tutti i soggetti abbiano
individuato dei cambiamenti in sé successivamente all’esperienza della
genitorialità e che dato più condiviso sia la percezione di un
accresciuto sentimento di tenerezza (76%).
Sognare un figlio
- prof.ssa Monique Bydlowski
Psichiatra, psicoterapeuta, responsabile del Laboratorio di Ricerca sulla Maternità - Ospedale Tarnier Parigi
La maternité est une étape essentielle de l’accomplissement de la
sexualité féminine dont le succès dépend à la fois des avatars des liens
premiers de l’attachement à la mère de l’origine et aussi du
développement de la thématique œdipienne. Pendant la grossesse, le
psychisme de la femme enceinte subit une transformation par levée
partielle du refoulement habituel. La transparence psychique ainsi créée
se caractérise par une grande perméabilité aux fantasmes et au souvenir
des traumatismes de l’enfance. Leurs récits sont recueillis
immédiatement et sans réticence au cours des entretiens
psychothérapiques. Ces entretiens prennent alors une grande valeur
thérapeutique préventive.
II SESSIONE: PSICOSOMATICA DELLA GRAVIDANZA,
DEL PARTO E DEL POSTPARTUM
Moderatore: dott.ssa Marisa Farinet
SIPPO Società Italiana di Psicoprofilassi Ostetrica, direttrice rivista Nascere - Milano
Fattori psichici dell’infertilità
- prof.ssa Monique Bydlowski
Psichiatra, psicoterapeuta, responsabile del Laboratorio di Ricerca sulla Maternità - Ospedale Tarnier Parigi
La fertilité humaine est en déclin dans le monde moderne globalisé et
se stabilise autour de deux enfants par femme. La question se pose
ainsi: que reste-t-il du désir d’enfant à l’époque de la limitation
volontaire des naissances?
L’infertilité féminine, très souvent sans cause organique décelable,
est un avatar du développement normal de la sexualité psychique
féminine. Le retard à la décision de la première conception (pour des
raisons multiples autant névrotiques que socio-économiques) est un
facteur d’infertilité important. En outre, il faut distinguer les
infertilités primaires chez des femmes qui n’ont jamais conçu, des
infertilités secondaires survenant après une première conception souvent
malheureuse jouant le rôle d’un facteur traumatique. Ces infertilités
post traumatiques sont les plus accessibles au traitement relationnel.
Sintomi d’ansia e depressione in gravidanza
- dott.ssa Anna Della Vedova
Ricercatore Confermato di Psicologia Generale - Università di Brescia
La letteratura evidenzia come la prevalenza di sintomatologia ansiosa e
depressiva in gravidanza sia similare, quando non superiore, a quella
del post partum. Essa si associa a rischio di parto pre termine,
complicanze ostetriche, scarsa attenzione materna alla salute fetale e
persiste in un elevato numero di casi di depressione post partum. Mentre
i disturbi dell’umore del post partum sono stati studiati e
classificati solo recentemente è stato considerato anche il periodo
della gravidanza. A tale proposito, la letteratura evidenzia come la
prevalenza di sintomi depressivi in gravidanza sia pari o superiore a
quella del post partum ed un analogo andamento rivela la sintomatologia
ansiosa. Questi dati rivestono una particolare importanza dal momento
che studi recenti hanno potuto evidenziare le conseguenze degli stati
emotivi materni, in particolare ansia e depressione, sullo sviluppo del
sistema nervoso fetale, sul decorso della gravidanza, sulle complicanze
ostetriche e sullo sviluppo psicomotorio del bambino. La gravidanza
rappresenta una fase psicologicamente complessa nella vita della donna.
Oltre alle trasformazioni sul piano biologico, la maternità implica
nuovi equilibri riguardo all’identità di coppia e sociale nonché una
ri-definizione dell’identità individuale. L’esperienza della donna come
figlia viene rivisitata e mobilita aspetti di identificazione con il
bambino atteso, mentre le modalità attraverso le quali la madre della
gestante ha vissuto le gravidanze e la maternità influenzano il come la
donna vive la propria maternità. Ogni gravidanza mette in discussione
gli equilibri precedenti e porta con sé il pericolo di uno scompenso,
configurandosi come una fase di potenziale vulnerabilità. Studi
sull’animale da esperimento ed osservazionali sull’uomo hanno
evidenziato una relazione tra stress materno e danno del sistema nervoso
fetale dovuta all’esposizione al cortisolo materno. Il presente lavoro
riguarda uno studio trasversale sulla prevalenza di stati di ansia e
depressione in gravidanza considerando anche fattori relazionali e di
contesto della gestante. Ad un campione di 241 gestanti italiane è stata
somministrata una batteria di questionari per valutare: la
sintomatologia depressiva (CES-D) e ansiosa (STAI), la presenza di
alessitimia (TAS-20), la qualità del legame genitoriale (PBI), il
sostegno sociale (MSPSS), l’attaccamento prenatale (PAI), l’andamento
della gravidanza, lo stato di salute, gli eventi di vita e le relazioni
interpersonali. I risultati richiamano l’attenzione sulla rilevanza di
programmi di screening e di interventi di supporto in gravidanza.
Dolore del parto, allattamento e relazionalità
- prof. Antonio Imbasciati*, dott.ssa Francesca Dabrassi**
* Professore Ordinario di Psicologia Clinica, direttore della Sezione di Psicologia - Università di Brescia
** Dottore di ricerca in Psicologia Clinica, Assegnista di ricerca - Università di Brescia
Gli autori discutono il problema del dolore nel parto, su quanto esso
possa essere fisiologico e per modulazioni ormonali utile al parto
stesso, e quanto invece fattore negativo; nonché quanto soggetto alle
condizioni psichiche della donna percipiente e quanto invece a quelle
dell’entourage familiare-sociale-assistenziale. Di qui si valuta
l’utilità del ricorso alle varie forme di analgesia. Si sottolinea come
l’allattamento costituisca una situazione unica per favorire piuttosto
che deprimere le interazioni madre/neonato, che la ricerca ha dimostrato
fondamentale per lo sviluppo psichico del bimbo. In tal quadro
l’allattamento al seno favorisce le interazioni. Sia il primo che il
secondo problema vanno però valutati nel contesto globale della
relazione che si è strutturata fin dalla gravidanza tra la madre e il
suo bimbo, intendendo con relazione il complesso strutturarsi di
funzionalità del cervello emotivo, che avviene in seguito a elaborazione
delle comunicazioni non verbali che intercorrono durante tutto il
periodo perinatale.
III SESSIONE: ASSISTENZA E FORMAZIONE
Moderatore: dott. Lenio Rizzo
Direttore S.C. Neuropsichiatria infantile AULSS 9-Treviso
Psicologia clinica e ostetricia: un’esperienza applicata di intervento in una maternità ospedaliera
- dott.ssa Monica Grigio
Psicoterapeuta ambulatoriale - Ospedale Buzzi di Milano
La relazione si basa sull’esperienza di trent’anni di lavoro clinico
presso il Servizio di Psicologia Clinica dell’Unità Operativa di
Ostetricia e Ginecologia dell’Ospedale “V. Buzzi” di Milano. La presenza
della psicologa in questa maternità nasce dal presupposto che la
gravidanza, il parto e il puerperio sono eventi psicosomatici che
implicano un importante cambiamento nella vita della donna e della
coppia e l’occasione per un profondo lavoro di ristrutturazione della
propria identità (“non nasce solo un figlio ma si nasce anche come
genitori”). Il processo di elaborazione mentale individuale del
diventare genitori è un rito di passaggio, il risultato di una lunga
evoluzione a più livelli, che attraversa emotivamente l’infanzia,
l’adolescenza e l’età adulta, tenendo conto anche dei legami
generazionali, di quelli sociali nonché culturali. La gravidanza
psichica ha quindi i suoi copioni consci e inconsci e può essere anche
l’occasione per l’emergere di un’intensa conflittualità inaspettata. Le
attività del Servizio prevedono quindi interventi sia a livello
preventivo che di presa in carico psicoterapeutica in caso di
psicopatologia e si articolano in diversi ambiti: conduzione dei Corsi
di accompagnamento alla nascita e al puerperio, assistenza psicologica
nei reparti, attività psicoterapeutica ambulatoriale, assistenza
psicologica in Diagnosi Prenatale, formazione psicologica per gli
operatori che operano in ambito perinatale, attività di ricerca, ecc.
L’intervento terapeutico in ambito perinatale in ospedale richiede un
contatto emotivo molto intenso e una tecnica che sia in grado si
sostenere anche le situazioni più acute. Lo psicologo deve essere in
grado di modulare in maniera flessibile il classico setting terapeutico:
alla consuetudine di uno studio chiuso deve saper contrapporre il
colloquio al letto della donna o in piedi davanti all’incubatrice del
bambino, deve poter favorire e accompagnare cambiamenti rapidi,
alternare occasioni di sostegno psicologico ad interventi di clinica
classica, prestarsi ad un ascolto analitico come anche a momenti di
semplice informazione, confrontarsi da sola con la donna o con il futuro
padre, o dover intervenire in una dinamica di coppia o, ancora, nella
relazione della madre con il neonato che magari richiede di essere
allattato o cambiato durante la seduta.
Verrà riportata la casistica del lavoro clinico svolto in questi ultimi anni.
Gli effetti sullo sviluppo del bambino: modelli di intervento e di presa in carico a livello territoriale
- dott.ssa Maria Beatrice Gattoni*, dott.ssa Maria Gabriella Desideri**, dott. Maurizio Brighenti*
* Neuropsichiatra Infantile; ** Psicologo
Dipartimento di Neuropsichiatria Infantile e Psicologia dell’Età Evolutiva Ulss 20 Verona
La depressione post partum si riscontra in maniera altamente frequente
nei bambini che accedono al Servizio NPI per una valutazione delle
condizioni psicologiche. Si possono distinguere varie situazioni. Nei
casi di richieste entro i primi 24 mesi i genitori, per lo più mamme,
chiedono una visita per prevalenti problemi del ritmo sonno-veglia. Dal
2° al 4° anno invece le richieste vertono per lo più su problemi dello
sviluppo, quasi esclusivamente di linguaggio, che rappresentano un 30%
delle richieste di visita in questa fascia d’età. Successivamente nel
periodo dai 5 ai 7 anni si rende più evidente il disturbo da deficit di
attenzione de iperattività (ADHD) e il disturbo di apprendimento. Negli
anni successivi si organizzano due aree di disturbo, o l’area del
disturbo esternalizzato, con disturbo della condotta o disturbo
oppositivo-provocatorio, o quella del disturbo internalizzato, con
disturbo di tipo depressivo. In adolescenza, poi, si rende più evidente
il disturbo di personalità o disturbo bipolare. Il comune denominatore
di queste condizioni, così diversificate sul piano clinico, è la
presenza di depressione nella madre, o, come sta emergendo, anche nel
padre, nei primi mesi di vita del bambino. E’ evidente che la condizione
di depressione nella madre impedisce alla stessa di attivarsi
efficacemente nella relazione con il bambino in modo da organizzare e
strutturare la maturazione neuronale, andando ad inficiare la
costituzione di quei circuiti mentali di tipo associativo,
principalmente le aree associative prefrontali deputate alla
costituzione del senso di sé e del controllo esecutivo. Segue la
trattazione di alcuni casi clinici per dare esemplificazione di quanto
esposto.
Il Servizio di NPI dell’Ulss20 di Verona ha attivato da poco un
ambulatorio per mamma e bambino all’interno del distretto sanitario di
base n°3, proprio per facilitare l’accesso a quelle mamme che
sperimentano un disagio ed una preoccupazione circa le loro capacità di
caregiving subito dopo la nascita del bambino. L’obiettivo è quello di
rendere più agevole l’accesso ad un servizio specialistico, collocandolo
nella stessa sede delle vaccinazioni obbligatorie.
Tavola rotonda sulla formazione degli operatori della nascita
prof. Antonio Imbasciati – Professore Ordinario di Psicologia Clinica, Università di Brescia
prof.ssa Miriam Guana – Professore Associato di Ostetricia, Università di Brescia
prof.ssa Elisa Fazzi – Professore Associato di Neuropsichiatria Infantile, Università di Brescia
dott. Gaetano Chirico – Primario del Reparto di Neonatologia, Spedali Civili di Brescia
dott. Marco Margiotta – Ricercatore Confermato di Psicologia Clinica, Università di Brescia
dott.ssa Cristina Curtolo – Ricercatore di Psicologia Clinica, Università di Macerata
La ricerca di queste ultime decadi ha dimostrato quanto la relazione
madre/neonato sia fondante del futuro sviluppo del bimbo e come questa
dipenda dal grado di salute psichica della donna nonché dal supporto che
essa può ricevere dal contesto familiare e assistenziale. La donna
pertanto, per la sua stessa salute e per il futuro psichico del bimbo,
ha bisogno di essere psichicamente aiutata durante tutto il periodo
perinatale. Di qui l’importanza della formazione di tutti gli operatori
addetti alla nascita. Poiché l’aiuto che può essere effettivamente utile
alle donne viaggia sui canali non verbali della comunicazione emotiva,
si profila come indispensabile un tipo di formazione degli operatori
che, esulando dai canali didattici tradizionali, incida sulla loro
funzionalità emotiva profonda.
SESSIONE POSTER
Moderatori: prof.ssa Paola Manfredi*, dott.ssa Francesca Dabrassi**
* Professore Associato di Psicologia Clinica - Università di Brescia
** Dottore di ricerca in Psicologia Clinica, Assegnista di ricerca - Università di Brescia
Da una lettura trasversale dei contributi proposti in questa sessione
possiamo mettere in luce come elemento comune sia la proposta di uno
spazio di informazione/elaborazione intorno alla nascita e al suo
desiderio. Destinatari di questo spazio sono, nei vari lavori proposti,
le madri, le coppie (sia in percorsi distinti per uomini e per donne che
in incontri con entrambi i genitori). Più sullo sfondo e come ipotesi
di lavoro rimane l’idea di una rete più allargata di sostegno alla
genitorialità. Rispetto ai contenuti colpisce il poco spazio accordato
alla sessualità nella sua dimensione fisiologica di componente
coniugale. L’accesso a questo spazio avviene a partire da due percorsi
molto differenti: in una dimensione di benessere come può essere quello
delle gestanti che frequentano i corsi di preparazione al parto, o in
una condizione di patologia, quale espressa nei disturbi del bambino
(come in caso di disabilità) o in disturbi somatici legati a situazioni
di infertilità, marcati disturbi gravidici. Rimane aperto
l’interrogativo su come poter raggiungere una popolazione più ampia,
portatrice di bisogni differenti, sia nella forma di disagi più sfumati
(e.g., psicologici) o di prevenzione primaria a più largo spettro che in
quella di più marcati disturbi (e.g., marginalità sociale). Un altro
quesito che ci si può porre a partire da un’utenza diversificata è se la
proposta di uno spazio di informazione/elaborazione basato sul canale
verbale (narrazione) sia proprio l’unica e più efficacia proposta o se
non vadano pensati progetti differenti e innovativi, fermo restando che
per le persone in grado di utilizzare lo strumento narrativo, esso
risulta assolutamente rilevante.
Per quanto riguarda gli operatori coinvolti nei progetti presentati
sono presenti un ampio spettro di professionalità: ostetrica/o,
ginecologo, neuropsichiatra infantile, neonatologo, pediatra,
infermiere, assistente sanitario, psicologo/psicoterapeuta, educatore,
assistente sociale. La pluralità dei soggetti coinvolti rende ragione
della complessità dell’area perinatale che forse richiederebbe - per gli
operatori e per gli utenti - la costruzione di un’immagine maggiormente
condivisa e rispettosa delle diverse professionalità. Siamo convinti
che per raggiungere questo obiettivo la via maestra sia quella della
formazione degli operatori, una formazione che prenda in considerazione
anche la dimensione affettiva di chi opera in questo settore.
Prevenire la psicopatologia e i comportamenti aggressivi nelle mamme
- Alessandra Bramante*, Antonino Calogero**
* Centro di Scienze Cognitive, Università degli Studi di Torino; Centro
Psiche Donna, Ospedale Fatebenefratelli e Oftalmico Milano
** Direttore Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Castigliane delle Stiviere
“Quando nasce un bambino il mondo non è mai pronto…”
Wislawa Szymborska Nel 1980 Elizabeth Badinter nel suo libro “L’Amore
in più, Storia dell’Amore Materno”, sosteneva che non esiste un istinto
che guida la donna alla cura di un figlio, ci può essere ma anche non
essere un amore, un sentimento che si manifesta e si sviluppa nei
confronti della prole. Tesi questa “sposata” anche da Sarah Blaffer Hrdy
nel suo libro del 2001 intitolato “Istinto Materno”. E forse si deve
partire proprio da qui per capire quelle madri che faticano ad accettare
il nuovo nato così come quelle che, in casi estremi, arrivano a
togliere la vita ai loro figli. Esiste, infatti, una resistenza
collettiva ad accettare che l’amore materno non è innato e tantomeno
incondizionato.
Non si deve sopravvalutare la maternità, non è vero che fare la mamma è
un’attitudine innata anzi si impara ad allevare un figlio, a conoscerlo
e ad amarlo. E’ importante sapere che avere un figlio può essere
spiazzante e che non c’è nulla di male o di sbagliato nell’ammetterlo.A
portare avanti tale filosofia la Francia è sicuramente più avanti
dell’Italia, dove si crede ancora troppo che essere madre sia
esclusivamente fonte di gioia e felicità.
Secondo Delassus non si nasce madre ma lo si diventa attraverso un
lungo percorso interiore. La maternità riporta la donna ad uno stato
primario in cui il bambino diventa teatro delle mancanze e delle paure
della propria infanzia. Ecco che il bambino può diventare suo malgrado
“il persecutore”, quello che con le sue richieste, le sue lacrime e le
sue grida va a risvegliare l’esperienza traumatica di abbandono,
negligenza e solitudine della madre. Credo che il problema dell’istinto
materno non sia quanto esista o quanto sia potente ma che da solo non è
sufficiente a produrre un comportamento materno accudente ed adeguato.
Un comportamento materno accudente ed adeguato deriva, infatti, da una
sufficiente integrazione tra quel istinto e tutte le altre istanze di
vita. A questo punto il problema dell’adeguatezza della maternità
diventa un problema da leggersi in termini di capacità di integrazione
nelle persone che hanno un figlio, non di potenza del loro istinto
materno. Qui si inserisce molto bene la teoria dell’attaccamento perché,
come sostiene Ruberti, le capacità di integrazione della coscienza sono
fortemente legate al grado di sicurezza dell’attaccamento, dato
scientificamente validato. Allora capiamo anche perché in molti disturbi
psicopatologici troviamo una frequenza maggiore di comportamenti lesivi
della propria prole rispetto all’assenza di tali disturbi.
Probabilmente non perché questi disturbi ledono l’istinto materno ma
perché ledono le capacità di integrazione delle persone che ne sono
affette.
Diversi studi in letteratura parlavano del periodo della gravidanza
come una epoca “protettiva” nei confronti dei disturbi psichiatrici,
contrariamente studi recenti condotti da Nonacs (2004) pongono in
evidenza come la gravidanza risulti un periodo ad “alto rischio” per
disturbi affettivi. Si capisce allora quanto sia importante agire
preventivamente e, al fine di poter fare prevenzione, è necessario
sapere quale comportamento vogliamo evitare e quali sono i segni
premonitori, i fattori di rischio.
La prevenzione è lo scopo primario della ricerca, nella convinzione
che, cercare di anticipare i comportamenti omicidiari o individuare gli
stati di sofferenza cui una donna può andare incontro durante la
maternità, potrebbe “salvare” non solo una relazione tra mamma e bambino
ma forse anche la vita stessa di un bambino.
Tale convinzione nasce dallo studio di 50 anni di neonaticidio e
figlicidio materno in Italia e dallo studio approfondito di 80 casi di
figlicidio materno tra i quali vi erano storie in cui, per evitare la
tragedia, qualcosa si sarebbe potuto fare, altre in cui qualcosa si
sarebbe dovuto fare ed infine altre ancora in cui è incomprensibile come
nulla sia stato fatto, casi in cui la cecità ambientale è stata davvero
sconcertante.
Dallo studio di 80 casi di figlicidio materno (studio dei fascicoli
processuali con particolare attenzione al materiale clinico) emerge che
il movente primario che spinge una madre ad uccidere il proprio figlio è
la presenza di una patologia psichiatrica (61% dei casi). Ecco che la
fonte del rischio su cui ci dobbiamo maggiormente concentrare è quella
individuale, in particolare la condizione emotivo psicologica della
madre (disturbo dell’umore nel postpartum, psicosi nel postpartum,
familiarità psichiatrica, abuso di sostanze, storia di tentativi di
suicidio e/o ricoveri psichiatrici).
Infatti se la maternità felice, spontanea e senza problemi esiste, il
suo rovescio è quel lato oscuro e lasciato volontariamente nell’ombra
perché troppo ci spaventa e preoccupa. Una madre può restare insensibile
davanti alla culla del suo bambino, provare solo freddezza, disgusto ed
angoscia nel relazionarsi con lui. Una madre può rimanere paralizzata
davanti al proprio bambino ed essere incapace di rispondere anche ai
suoi più semplici bisogni, può non codificarne le lacrime, le grida e la
mimica. Può rimanere così turbata da sentimenti che non si immaginava
che potessero esistere ed ancora meno che possano manifestarsi proprio
verso il suo piccolo. Queste donne, poiché non sono state avvertite,
visto che si preferisce tacere questo lato oscuro della maternità, si
sentono morire dentro in silenzio, abbandonandosi alla depressione o
alla follia, i due sintomi della difficoltà materna. Perché molto spesso
la depressione è la conseguenza di un disturbo relazionale tra mamma e
bambino, della sofferenza e delle difficoltà del non riuscire ad essere e
a sentirsi madre.
Da tutto ciò si evince dapprima l’importanza di iniziare a vedere la
maternità come una condizione psicologica specifica e non solo come un
processo fisico di competenza ostetrica, di individuare i principali
fattori di rischio sia del figlicidio che della psicopatologia nelle
madri. Questi sono gli scopi principali della ricerca nazionale che
stiamo svolgendo, ponendo anche molta attenzione a tutto il “mondo
relazionale” che gravita intorno alla donna (partner, famiglia
d’origine, etc.).
Il sostegno psicologico in gravidanza: dalla narrazione all’intervento - Virginia Federico
Psicologo, dottore di ricerca in Psicologia di Comunità e Modelli Formativi, Università degli Studi di Lecce
Il periodo della gravidanza e la preparazione al parto sono eventi che
concorrono a dare vita non solo a un nuovo essere umano ma anche a
un’altra nascita, di natura più psicologica, riguardante la nuova
identità della futura madre. Da un punto di vista evolutivo, la
gravidanza si configura come un processo fondamentale nella formazione
dell’identità femminile e, nello specifico, ne segna un punto di svolta
importante. All’interno del life span questa fase può essere reputata
non soltanto una semplice “fase di sviluppo” ma anche un’esperienza di
“crisi”. Questa visione viene rinforzata dal concetto di crisi
maturativa proposto da Bribing (1959, cit. in Ammaniti et al., 1995)
secondo cui la gravidanza porta a un livello evolutivo più elevato che
implica una ristrutturazione della propria identità. Quindi, come tutte
le fasi che mettono fortemente in discussione la propria identità anche
gestazione e maternità non sono esenti da conflitti e nodi problematici
in cui la donna dovrà far fronte a nuove richieste psicologiche e
sociali rispolverando e integrando, in un continuum evolutivo, il
passato ruolo di figlia alla luce di quello nuovo di madre. L’intera
personalità della futura madre viene messa in gioco e si espone a
continui aggiustamenti e adattamenti, in un incessante processo di
valutazione e trasformazione delle componenti psichiche che si sono
sviluppate durante le esperienze precedenti. In questa fase intermedia
la donna comprende che per raggiungere un’immagine più definita di sé
deve necessariamente integrare queste due componenti; per cui se da un
punto di vista fisico è chiamata ad affrontare cambiamenti repentini,
psicologicamente deve metabolizzare la nuova situazione. Ciò spiega
anche la comparsa di alcuni meccanismi psichici che accompagnano il
periodo della gravidanza. Uno di questi riguarda la concentrazione verso
il mondo interiore. Infatti, la gestante si trova assorbita dal proprio
spazio interno, verso una dimensione più intima e, intenta a
salvaguardare ciò che avviene in lei, si mostra piuttosto distaccata
verso le attività esterne. Ne consegue che cominciano a sorgere nuove
fantasie, aspettative, nuove immagini mentali che spingono la donna a
proiettarsi verso un nuovo ruolo; iniziano a crearsi, soprattutto dal
terzo a settimo mese, immagini mentali sul bambino che nascerà e,
soprattutto, su come verrà impostata la relazione con lui. Oltre alle
fantasie e alla produzione di immagini mentali, i cambiamenti fisici
favoriscono la nascita di stati d’ansia e un forte senso di
responsabilità per le condizioni di salute del bambino e soprattutto il
timore che i propri comportamenti, stati d’animo e le situazioni di
stress possano avere ripercussioni e arrecare danni al feto. Si
consideri inoltre, che nel tempo, è notevolmente migliorata la qualità
dell’intervento medico che ha portato a esiti molto meno rischiosi sia
per la madre che per il bambino. D’altro canto, però, lo sviluppo delle
conoscenze mediche e l’aumento di controllo tramite tecniche più o meno
invasive hanno trasferito il potere dalla donna al medico (cfr. Scopesi,
2003). Spesso, infatti, l’intervento è focalizzato solo sulle
componenti fisiologiche mentre la gestante, che necessita di un
“contenitore” per dare voce ad ansie e bisogni, si trova ad essere
considerata solo una “paziente”.
Date queste premesse, la presente ricerca si è proposta di evidenziare
le aspettative, le ansie, le emozioni e soprattutto le reali esigenze
delle gestanti; il tentativo è di dare la giusta importanza e analizzare
attentamente i vissuti al fine di offrire uno spazio in cui il
confronto, il supporto emotivo e cognitivo facciano vivere l’esperienza
della maternità pienamente e serenamente, dando voce sia alle esigenze
della madre che alle emozioni della donna. Tra le domande di ricerca ci
si è posti la necessità, inoltre, di comprendere se vi sono differenze,
sul versante emotivo, tra coloro che hanno frequentato e coloro che non
hanno frequentato un corso di preparazione alla nascita; infine è stata
considerata anche l’ipotesi di estrapolare direttamente dalla narrazione
delle gestanti precisi indicatori per la creazione di servizi e la
realizzazione di interventi efficaci.
È stata utilizzata una metodologia qualitativa, che ha previsto
l’utilizzo di interviste semi-strutturate. Il modello teorico cui ci si è
riferiti è, infatti, quello narrativo in quanto, come Stern (1985) ha
evidenziato, la narrazione si lega, in una prospettiva evolutiva, al
costituirsi di un Sé narrativo che consente di tradurre in termini
linguistici la propria esperienza personale, sedimentata nel mondo
rappresentativo. Sono state coinvolte 53 primipare incontrate in tutti
gli ospedali della città di Palermo. L’analisi dei dati, che
metodologicamente va ricondotta all’approccio qualitativo della grounded
theory, si è concentrata sul contenuto delle interviste attraverso il
supporto informatico ATLAS.TI e ha consentito di appurare che la
gestazione è attraversata da una miscellanea di emozioni e sentimenti
che oscillano da condizioni di intensa preoccupazione per qualsiasi cosa
potenzialmente nociva per la salute del nascituro a momenti di gioia e
tenerezza dovuti alle fantasie e le rappresentazioni sul proprio
bambino. Non mancano certamente le differenze tra chi frequenta e chi
non partecipa invece ai corsi di preparazione alla nascita; in generale
la possibilità di analizzare direttamente “sul campo” i bisogni di chi
vive la gravidanza in prima persona ha permesso di tracciare in maniera
certamente più puntuale le linee guida per l’implementazione di servizi
in grado di accogliere sotto più aspetti le esigenze delle future madri,
sia dal punto di vista informativo e di sensibilizzazione che sul
versante emotivo e psicologico.
Il corpo della donna e la “medicina del desiderio”. Una riflessione storico-culturale
- Rubén Araya Krstulovic*, Elena Garritano**
* Dottorando presso il Laboratoire de “Psychopathologie Clinique et Psychanalyse”, Université de Provence Aix-Marseille I
** Dottoranda in “Studi di Genere”, XXIII ciclo, Scuola di Dottorato in
“Scienze Psicologiche e Pedagogiche”, Università degli Studi di Napoli
“Federico II”
Negli ultimi anni, le tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita
(PMA) hanno conosciuto un rapido sviluppo, che ha radicalmente
modificato il senso simbolico profondo della procreazione umana
(Nunziante Cesàro, 2000). L’inserimento all’interno di una cornice più
ampia che tenga conto delle recenti trasformazioni culturali e storiche
della società occidentale potrebbe aiutare a capire “come mai solo ora
sia divenuta intellettualmente pensabile e moralmente accettabile
l’estensione di tecniche veterinarie alla specie umana.” (Vegetti Finzi,
1997).
In un’epoca post-illuminista e post-moderna, la scienza della società
capitalista occidentale è l’espressione di un desiderio di onnipotenza e
di eternità. L’uomo è il nuovo dio, sistemico, complesso (Haraway,
1985) e disperso (Braidotti, 1994) in una realtà virtuale e relativa,
che prova a penetrare a fondo nella natura, fino all’origine della vita,
grazie alla “medicina del benessere e del desiderio” (Frydman, 1986).
Il controllo biopolitico (Foucault, 1984) agisce principalmente sul
corpo femminile: come giustificare allora “l’arrendevolezza delle donne
alla domanda dei medici e la disposizione masochistica a compiacerli”
(Fiumanò, 1996)? In verità, esiste un legame importante tra i movimenti
femministi e il successo della medicina della procreazione (Atlan,
2007). Per liberarsi dalla propria alienazione, infatti, la donna del
secolo scorso ha rivendicato i suoi diritti, a cominciare dallo spazio
privilegiato della maternità (Chatel, 1993; Nunziante Cesàro, 1996). La
medicina della procreazione sembra aver dato, in modo perverso, una mano
a questa ideologia del progresso, fornendo gli strumenti per favorire
la realizzazione individuale, dalla contraccezione all’aborto, fino alle
tecniche di procreazione assistita. Il prezzo di questa libertà,
comunque, si è rivelato considerevole per la donna: il senso di
consapevolezza e responsabilità del proprio corpo che si è trasformato
in colpa; la riduzione della gravidanza a una sorta di malattia, altro
esempio di un’estrema medicalizzazione dell’esistenza (Gori e Del Volgo,
2005); infine, le tecniche di PMA, che appartengono ad una logica
“mercantile e veterinaria” (Testart, 1986; 1993) dove è l’offerta di una
medicina soggettivamente sterilizzante a incoraggiare la domanda.
L’identità individuale scompare, come è tipico di una società liberale e
virtuale (Preta, 1999), mentre in un’ottica collettiva, il sintomo
dell’infertilità può essere considerato un’espressione del disagio della
civiltà, cioè della riduzione alla responsabilità individuale di
esigenze comuni un tempo condivise attraverso riconoscimenti rituali e
mitici. Qualunque malattia, infatti, combina singolo e cultura, storia
personale e sovradeterminazione storica e la maternità, “grande rimosso
della contemporaneità” (Vegetti Finzi, 2005, in Di Pietro e Tavella,
2006), chiama in causa anche le dinamiche economiche e politiche (la
libertà femminile è fortemente caratterizzata dalle logiche del mercato
neoliberale).
Sarebbe allora auspicabile che la donna, con la sua esperienza
particolare del limite, il pensiero libero e la parola aderente
all’organismo, divenisse capace di scoprire il sintomo come portatore di
un sapere che la riguarda, e si rendesse responsabile di una
riflessione nuova, capace di dar voce all’altro (Irigaray, 1974),
opponendo dialetticamente la differenza non all’uguaglianza ma
all’identità.
La gravidanza in Procreazione Medicalmente Assistita (PMA). L’esperienza oltre lo strumento
- Elena Garritano*, Nicole Miriam Scala**, Anna Tramontano***, Riccardo Galiani****
* Dottoranda di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Relazionali
“G. Iacono”, Università degli Studi di Napoli “Federico II”
** Psicologa dei Processi Cognitivi e del Recupero Funzionale
*** Psicologa Clinica e dello Sviluppo
**** Professore Associato di Psicologia Dinamica, presso il
Dipartimento di Psicologia, Seconda Università degli Studi di Napoli
Se la gravidanza si configura come un momento cruciale nella vita di
una donna (Bibring, 1959; 1961; Ferraro e Nunziante Cesàro, 1985),
comportando una serie di cambiamenti profondi che coinvolgono anche il
partner e le rispettive famiglie d’origine, cosa succede quando la
gravidanza è l’esito di un percorso di Procreazione Medicalmente
Assistita (PMA)? La nostra ricerca ha tentato di confrontare le
rappresentazioni consapevoli di 60 gestanti primipare al 4°-5° mese di
gravidanza, equamente suddivise per il tipo di fecondazione (30 naturale
e 30 PMA), mediante la somministrazione di un’Intervista
semi-strutturata sulle Rappresentazioni Materne in Gravidanza, l’IRMAG
(Ammaniti et al., 1990; 1995). I risultati ottenuti dalle indagini
statistiche hanno evidenziato che in generale le gestanti focalizzano le
loro descrizioni più su di sé che sul nascituro. In particolare, per le
donne in PMA tale dato tende ad ampliarsi, risentendo anche di una
maggiore influenza esterna esercitata dal contesto sociale. Nonostante
le analisi statistiche abbiano fornito spunti utili e ricchi su cui
riflettere, la natura quantitativa delle analisi non permette di
valorizzare quegli elementi psicologici che solo l’esperienza diretta
del colloquio con le gestanti può fornire. Questa comunicazione allora,
diventa l’occasione da un lato per dar voce alle dirette parole delle
donne incinte, dall’altro per riflettere sulle reazioni delle stesse
psicologhe intervistatrici.
Ciò che ci ha maggiormente colpiti, in questa singolare esperienza, è
stato un coinvolgimento delle gestanti dai toni spesso negativi, che
lascia trasparire le ansie (McMahon et al., 1997) e le paure che
accompagnano la specifica modalità di concepimento, al di là del suo
successo concreto. La gravidanza viene considerata non solo più faticosa
ma anche eccezionale (Van Balen et al., 1996), come se fosse un “dono
di Dio”, che giunge per opera del ginecologo, un “uomo speciale” nei
confronti del quale le donne sembrano avere quasi un inconsapevole senso
di sottomissione. Altre volte la gravidanza appare inaspettata:
l’accento frequentemente posto sulla “speranza”, sembra voler attenuare
il peso del lungo iter sostenuto con impegno, quando non con fatica e
sofferenza.
In tale dinamica, il parto assume il valore non solo di unica
dimostrazione certa delle indagini ecografiche e di risposta ad
interrogativi angosciosi, ma anche di evento in grado di annullare il
periodo di gravidanza, vissuto in alcuni casi come un prolungamento del
vuoto aperto dall’infertilità. Appare però, con gran evidenza, il
bisogno di raccontare il percorso personale che ha visto protagonista il
corpo, prima rappresentato come malato e disprezzato e poi offeso da
cure dolorose ed invadenti. La centralità dell’iter terapeutico, lascia
poco spazio alla sfera psichica, impoverendo i contenuti rappresentativi
della maternità: il basso livello di vita fantasmatica potrebbe essere
specchio di un vuoto rappresentativo rispetto al feto e all’immagine
genitoriale (Andreotti et al., 1999). I sogni delle intervistate, ad
esempio, sono rari e per lo più rivelano ansie e paure, appaiono,
infatti, confusi e spesso si configuravano come veri incubi.
Un altro aspetto emerso dai colloqui è il forte bisogno di appoggio
delle gestanti in PMA nei confronti del partner e dei genitori ed,
infine, il fatto che dietro un apparente desiderio, singolo o di coppia,
di avere un bambino, si nasconda talvolta la forte pressione esercitata
dal contesto, in primis dalla famiglia di origine, che chiede un erede
che continui a tessere il proprio “romanzo familiare” (Aulagnier, 1975).
La sterilità quale interdetto psicosomatico a generare
- Adele Nunziante Cesàro*, Elena Garritano**
* Professore Ordinario di Psicologia Clinica, Università degli Studi di
Napoli “Federico II, Direttrice del Dipartimento di Scienze Relazionali
“G. Iacono”, Via Porta di Massa 1, 81033, Napoli
** Dottoranda in “Studi di Genere”, XXIII ciclo, Scuola di Dottorato in
“Scienze Psicologiche e Pedagogiche”, Università degli Studi di Napoli
“Federico II”
Negli ultimi decenni, la messa a punto delle tecniche di procreazione
assistita ha aperto importanti riflessioni che intrecciano medicina e
psicoanalisi. La mutazione culturale prodotta dalla diffusione delle
biotecnologie, introduce nell’immaginario sociale la de-simbolizzazione
della sessualità. Ciò accade con il contributo di una pratica medica
oggettivante e asettica, che misconosce la soggettività (Preta, 1999) e
riduce l’essere umano ad un corpo-macchina, alimentando l’illusione che
tutto sia possibile (Bayle, 2003). Sostiene posizioni radicalmente
diverse la psicoanalisi: la filiazione, in quanto discendenza simbolica,
è irriducibile alla sua dimensione biologica (Aulagnier, 1975) e
l’enigma della propria nascita e delle proprie origini è una componente
evolutiva essenziale (Freud, 1905; Ciambelli, 1999; Nunziante Cesàro,
2000).
Se la medicina asseconda la richiesta ufficiale di un figlio cercando
di reprimere l’infecondità come un ostacolo, la psicoanalisi,
consapevole del senso comunicativo del sintomo, può evidenziare che
dietro la domanda ufficiale di un bambino à tout prix (Delaisi de
Parseval-Janaud, 1983), c’è spesso un desiderio che non le somiglia
affatto. Il concepimento non è una questione puramente meccanica, che
può escludere il desiderio e la soggettività, ma va inserito nella
storia personale e di coppia, in particolare nel percorso di crescita
della donna. Le donne, infatti, considerano spesso inscindibili
femminilità e maternità (Fiumanò, 2000). Lo dimostrano bene i casi di
infecondità resistenti alla cura, in cui il corpo sembra porsi come
scenario che la mente sceglie per le sue rappresentazioni (Nunziante
Cesàro-Palmisano, 2001).
Quando una donna progetta di avere un figlio, riattiva i fantasmi sulla
propria nascita e ripercorre le tappe della sua crescita e sessuazione,
soprattutto la relazione con la madre entra in primo piano (Ferraro e
Nunziante Cesàro, 1985). La gravidanza, infatti, costituisce per le
donne un’esperienza psicofisica del tutto particolare che unisce un
bisogno primario di procreazione all’irriducibile opposizione al proprio
destino, ed essa, peraltro, non rappresenta necessariamente un percorso
evolutivo, nella costruzione dell’identità femminile. Se, quindi, la
componente biologica (lo spazio cavo quale dato originario della
femminilità) risulta fondante, è nella relazione con la propria madre
prima e con il futuro bambino poi, che si sperimenta quella condizione
narcisistica che può spingere a ripristinare in modo coatto, sul
registro del bisogno piuttosto che del desiderio, l’indistinzione
originaria (Ferraro e Nunziante Cesàro, 1985). La nostalgia
dell’esperienza fusionale, la fantasia di autarchia, il fantasma del
Doppio, il lavoro del lutto per il nuovo stato, colorano in modo
ambivalente l’esperienza gestazionale, mentre il fatto che l’identità
femminile sia segnata dalla possibilità fattuale e perenne di ripristino
della relazione primaria può contenere un rischio, uno scacco implicito
verso altre modalità evolutive e creative con gli oggetti (Nunziante
Cesàro, 1996).
La nostra ipotesi, costruita negli anni, in una stretta relazione tra
teoria psicoanalitica e esperienza clinica, è che l’infecondità, in
particolare quella psicogena, esprima un interdetto psicosomatico a
generare, un conflitto, cioè, radicato nel soma e che simbolizza il
non-desiderio/paura di maternità, latente e incistato nel corpo, in
presenza di un desiderio manifesto di filiazione (Nunziante Cesàro,
2000). L’infecondità potrebbe essere un campanello di allarme che
segnala la difficoltà della donna a collocarsi in termini evolutivi e
creativi nel percorso di crescita individuale: l’impossibilità a
staccarsi dal rapporto fisico e parassitante con la madre, fatto di un
senso di rapimento e insieme di inevitabile rovina (Chatel, 1993),
l’assenza della trasmissione di un debito di vita (Bydlowski, 1997), che
la collochi nella sequenza generazionale, una disfunzione affettiva di
coppia, la problematicità di lasciarsi fecondare dal desiderio
dell’Altro, riconoscendo l’esistenza del terzo, la difficoltà di
investire l’interno del proprio corpo sconosciuto e perturbante,
affidandosi alla possibilità che non sia mortifero, ma creativo. Sono
queste solo alcune delle ipotesi possibili, ricavate da un lungo lavoro
clinico con coppie sterili dove le donne erano le principali portavoci
del desiderio di genitorialità.
Dal corso di psicoprofilassi al parto al sostegno nel puerperio: un
utile intervento con madri e padri, di educazione alla salute e
prevenzione primaria nella continuità del percorso nascita
- Fagliano Cristina*, Giacosa E.**, Angilletta C.***
* Psicologa Psicoterapeuta Dirigente I liv. c/o S.C. Psicologia ASL To5 Chieri (To) cristinafagliano@alice.it
** Medico Pediatra, Dirigente I liv. c/o S. C. Pediatria, U.O.A. Nido Presidio Ospedaliero di Chieri ASL To5
*** Psicologa Borsista, Specializzanda in Psicologia della Salute c/o S.C. Psicologia ASLTo5 Chieri (To)
Introduzione
La gravidanza ed il puerperio sono tra i più importanti e significativi
momenti del ciclo di vita e rappresentano un’esperienza emotiva intensa
per la donna, il partner, il neonato. La gravidanza è un periodo di
cambiamento fisico e psicologico, che determina vissuti emotivi
ambivalenti sia nella madre, che nel futuro padre (Ammaniti, 1995).
Daniel Stern indica come ‘costellazione materna’ una nuova
organizzazione psichica, caratterizzata, durante la gravidanza e il
primo anno di vita, da azioni, fantasie, paure e desideri. Nell’uomo,
con l’annuncio della gravidanza, la prima fase di coinvolgimento è di
natura sostanzialmente mentale. Fa seguito un periodo in cui il padre,
pur continuando a rimanere uno spettatore, compartecipa alla gravidanza
condividendo gli stati mentali della sua partner. Con l’imminenza del
parto, sente decisamente più concreto il proprio coinvolgimento, che
interpreta nei termini di nuove responsabilità da assumere verso il
bambino, che sta per arrivare. Osserviamo, dunque, una vera e propria
‘costellazione genitoriale’.
Riteniamo che la possibilità per la madre ed il padre di esprimere,
all’interno di un gruppo condiviso, sia in coppia che individualmente,
nel gruppo dei pari, le proprie emozioni, fantasie e pensieri, relative
al parto, alla nascita ed al puerperio, permetta di costruire uno spazio
mentale per pensare alla genitorialità, favorendo un valido ed adeguato
rapporto con il nascituro.
Contesto
Presso la ASLTo5, sede di Chieri, si tengono incontri di preparazione
alla nascita, che prevedono l’intervento di vari operatori sanitari. Da
circa due anni, per iniziativa del Servizio di Psicologia, si effettua
inoltre, un incontro individuale con le neomamme, durante il ricovero e
un incontro con il gruppo di coppie genitoriali, nel puerperio. Da un
anno, nel puerperio, alla figura della psicologa si è affiancata la
pediatra del Nido, garantendo, un intervento più ampio e completo.
Recentemente si è cominciato a proporre una serie di incontri per soli
padri, che ha l’obiettivo di: agevolare organizzativamente la loro
presenza, valorizzare il loro ruolo ed il loro coinvolgimento nella
gestione del figlio, far superare eventuali sentimenti di estraniazione e
gelosia rispetto alla coppia esclusiva madre-bambino, prevenire
problematiche di depressione post-partum, riprendere e trasmettere
nozioni di prevenzione rispetto alla sicurezza domestica.
Metodologia
Durante l’incontro antecedente il parto ed in quello del puerperio,
viene somministrato alle coppie un questionario rivolto a valutare
alcune tematiche relative alla gravidanza e al puerperio e il grado di
soddisfazione all’incontro.
1. (Questionario pre-parto): condizioni psico/fisiologiche della coppia
in gravidanza, il cambiamento dello stile di vita della coppia, la
rappresentazione del dolore del parto, le aspettative rispetto
all’incontro.
2. (Questionario post parto): la percezione emotiva del parto, il
dolore esperito, la degenza nei reparti dell’ostetricia e del nido, la
dimissione e l’allattamento.
Risultati
Dai questionari del corso pre - parto emerge:
q La rappresentazione del dolore è diversa nell’uomo e nella donna;
tale percezione risulta maggiore nella donna sia nell’immaginario che
nell’esperienza vissuta.
q I cambiamenti dello stile di vita delle future mamme sono relativi
all’alimentazione, l’attività fisica; nei papà si riferiscono
all’attività fisica, le relazioni sociali e l’orario di lavoro.
q Le coppie risultano essere soddisfatte rispetto all’incontro con la
psicologa, verbalizzando l’esigenza di altri momenti di incontro.
Dai questionari del corso post - parto emerge:
q Un vissuto positivo rispetto alla degenza in ospedale.
q Un senso di ‘inadeguatezza’ relativamente alle dimissioni.
q La soddisfazione relativa all’incontro risulta essere alta. A conferma di ciò le mamme partecipano a più incontri.
Negli incontri relativi al puerperio, le coppie: “raccontano” il parto,
esprimono i propri vissuti rispetto al dolore durante il travaglio, e
ciò pare un modo di mettere in parole un’esperienza significativa, ed
indicativa per favorire la cogenitorialità.
I temi più affrontati sono l’allattamento, il ritmo sonno-veglia del
bambino, lo sviluppo psicomotorio e sociale del bambino, sino allo
svezzamento ed alla ripresa del lavoro della mamma.
Conclusioni
Riteniamo fondamentale, a conferma delle recenti ricerche, in un’ottica
di prevenzione primaria, accompagnare la coppia, valorizzando
individualmente anche la figura paterna, durante la fase di gravidanza,
parto e puerperio per promuovere il benessere bio-psico-sociale della
famiglia. Il periodo gestazionale, la nascita, e l’esogestazione devono
essere considerati come un continuum di crescita, in cui hanno luogo
svariati processi di apprendimento, nei genitori e nel figlio. Inoltre
favorire la base di un attaccamento sicuro, risulta indispensabile per
costruire nuovi legami da interiorizzare ed assumersi in futuro il
proprio ruolo genitoriale.
Quando il sogno del bambino immaginato s’infrange. Consulenza e
sostegno alla relazione fra genitori e bambini con deficit visivo con
eventuale pluridisabilità presso la Fondazione Robert Hollman
- Gloriana Bartoli*, Monica Soni**, Roberta Ceroni***
* Psicologa – Psicoterapeuta
** Psicologa
*** Tirocinante Psicologa. Fondazione Robert Hollman
e-mail: cannero@fondazioneroberthollman.it
Introduzione
Quando il sogno del bambino immaginato s’infrange i genitori si trovano
ad affrontare l’incertezza del futuro dello sviluppo del proprio
bambino. La comunicazione della diagnosi viene vissuta con profonda
angoscia, rabbia e confusione. In questa fase i genitori reagiscono a
tali sentimenti attraverso la ricerca di risposte concrete per
recuperare o salvare il bambino “immaginato”, così diverso da quello
“reale”.
La Fondazione Robert Hollman, nelle sue sedi di Cannero Riviera (VB) e
Padova, si occupa di consulenza e sostegno allo sviluppo del bambino con
deficit visivo con eventuale pluridisabilità, problematiche che
compromettono l’instaurarsi di uno scambio relazionale genitori-figlio
nella sua espressione più comunicativa, affettiva e spontanea.
Metodologia
L’approccio proposto è quello dell’“intervento precoce”, che si
sviluppa attraverso un percorso di accompagnamento durante le prime fasi
dello sviluppo che aiuti i genitori a individuare nel proprio bambino
le potenzialità e le risorse, accanto ai limiti, individuando per questi
gli interventi abilitativi/riabilitativi più indicati.
La modalità di lavoro prevede interventi ambulatoriali e/o residenziali
di valutazione/monitoraggio dello sviluppo, attraverso l’azione di
un’équipe multidisciplinare, coordinato dallo psicologo, che ha anche il
ruolo di sostenere i genitori attraverso colloqui individuali e
incontri di gruppo.
Nella fascia di età 0-4 anni l’intervento elettivo presso la sede di
Cannero Riviera (VB) è quello residenziale, che prevede un primo
soggiorno di tre settimane, rivolto contemporaneamente a sette bambini
con rispettivi genitori, seguito da successivi incontri più brevi. Il
contatto con le strutture territoriali di provenienza delle famiglie
permette la condivisione degli obiettivi di lavoro concernenti il
bambino e il suo nucleo familiare.
Risultati
La residenzialità offerta dal soggiorno consente ai genitori di
sentirsi accolti ed ascoltati. Attraverso la partecipazione in prima
persona alle attività proposte si creano spazi adeguati per “fermarsi a
pensare”, promuovendo un processo di elaborazione in cui si attiva
un’immagine genitoriale capace e funzionante, partendo dalla
consapevolezza della propria sofferenza.
Inoltre, la condivisione con altri genitori facilita il confronto ed il
sostegno reciproco, soprattutto rispetto al forte vissuto di solitudine
e di diversità legato alla situazione del bambino.
Il lavoro integrato dell’èquipe permette invece al bambino di far
emergere le sue potenzialità e nel contempo di sentirsi compreso nelle
sue difficoltà. La collaborazione con le realtà territoriali facilita la
creazione di una rete di professionisti che supporta e sostiene la
famiglia.
Conclusioni
L’approccio proposto dalla Fondazione Robert Hollman ai bambini con
deficit visivo con eventuale pluridisabilità ed ai loro genitori prevede
l’attivazione di un “intervento precoce” inteso come la costruzione di
un sostegno ai genitori per aiutarli a comprendere i bisogni del bambino
e sostenere così la relazione genitori-bambino e favorire il suo
sviluppo.
La depressione pre e postpartum: analisi e valutazione del trattamento integrato ospedale-territorio in una ricerca-intervento
- Paola Lombardo*, Alessandra Maghini**, Manuela Fontana***, Marina Farri****
* Dirigente Psicologo, SC Psicologia ASLTO5 Piemonte
** SC Psicologia ASLTO5 Piemonte
*** SC Psicologia ASLTO5 Piemonte
**** Direttore f.f. SC Psicologia ASLTO5 Piemonte
Introduzione
In un’ottica di presa in carico dell’individuo nella sua globalità, la
ASL TO5 ha in attivo una rete all’interno del Percorso Nascita tra gli
operatori della fisiologia (Punto Nascita e territorio) e gli
specialisti,mirante all’individuazione precoce, al sostegno e alla presa
in carico delle situazioni di disagio psichico. L’esemplificazione
presentata testimonia un modello assistenziale di attivazione della rete
attraverso un caso clinico con trattamento integrato tra operatori
dell’Ospedale S. Croce di Moncalieri e Servizi Consultoriali e
territoriali.
Scopo
Illustrare l’efficacia del modello operativo multidisciplinare e multi
professionale nell’ottica della continuità assistenziale
ospedale-territorio. In un’ottica di prevenzione secondaria, la
descrizione del percorso psicologico effettuato da Luisa, puerpera
trentenne, segnalata per un disturbo organico insorto durante l’avvio
dell’allattamento (candida al seno resistente al trattamento
farmacologico) evidenzia l’importanza dell’intervento integrato precoce
ai fini del contenimento del disagio psicologico e della remissione del
sintomo fisico.
Metodologia
Coordinamento periodico tra gli operatori della rete di sostegno al
disagio psichico nel percorso nascita, iniziale sostegno
all’allattamento presso il Consultorio Pediatrico, sostegno psicologico
individuale e di coppia, osservazione madre-bambino.
Risultati
Attraverso la presa in carico psicologica della signora si è osservata
la completa e sorprendente remissione della sintomatologia organica, a
fronte di una progressiva presa di coscienza del disagio intrapsichico
con risvolti depressivi tali da inibire l’avvio della relazione
madre-bambino, mettendo in crisi la coppia genitoriale. Nel corso
dell’anno di trattamento si è osservato il buon avvio della relazione
madre-bambino, con conseguente attivazione del processo di attaccamento e
di allattamento al seno, che tuttora prosegue, insieme al lavoro
psicologico sulla coppia genitoriale.
Conclusioni
Il caso illustrato mostra l’efficacia del modello assistenziale
integrato in rete, che ha permesso l’emergere di contenuti conflittuali
pregressi della signora, attraverso i quali ha avviato una migliore
individuazione di sé, prevenendo disfunzioni relazionali relativi alla
genitorialità.
Elaborazione e sviluppo di iniziative preventive di riconosciuta
efficacia per individuare e prevenire la depressione post partum. Studio
esplorativo con griglia di codifica.
- Lorenza Donati, Tania Busetti, Tiziana Carmellini, Francesco Reitano
Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari della Provincia Autonoma di Trento U.O. Psicologia N.2
Introduzione
Il presente lavoro è relativo a un Progetto Ministeriale di Ricerca più
complesso e articolato dal titolo “Elaborazione e sviluppo di
iniziative preventive di riconosciuta efficacia per individuare e
ridurre il rischio di suicidio, tentato suicidio e di depressione post
partum”. Del Progetto fanno parte l’Agenzia di Sanità Pubblica del
Lazio, che lo coordina, l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario
Negri di Milano, i quali si occupano della parte sull’individuazione e
la prevenzione del rischio di suicidio e tentato suicidio e l’Azienda
Provinciale per i Servizi Sanitari di Trento alla quale compete
l’individuazione e la prevenzione della depressione post-partum. Il
coordinatore istituzionale è il dr. Francesco Reitano e il coordinatore
scientifico la dr.ssa Lorenza Donati dell’Unità Operativa di Psicologia
N.2. I lavori di tale progetto hanno preso avvio nell’anno 2008 e
termineranno indicativamente all’inizio del 2010.
La depressione post partum, generalmente riconosciuta come uno dei
disturbi più comuni nelle donne durante la gravidanza e nel primo anno
dopo il parto. Le stime di prevalenza e incidenza variano in letteratura
dal 5 per cento a più del 25% tra le donne gravide e le neomamme
(Gaynes, 2005).
La depressione nel post-partum non differisce dalle forme depressive
che si presentano in altri periodi della vita; essa, tuttavia, ha
evidenti conseguenze sul neonato e sulla relazione madre-bambino
(Poobalan et al. 2007). Spesso non è riconosciuta né dalla madre, né dal
partner, né dal medico e quindi non è trattata, come risulta da
precedenti ricerche e sperimentazioni cliniche:
&Mac183; nel 50% dei casi non è diagnosticata e solo il 49% dei
soggetti che ne avvertono i sintomi cerca aiuto (Ramsay, 1993);
&Mac183; i sintomi che compaiono in questo periodo sono
frequentemente sottovalutati e trascurati sia dalle pazienti sia dai
clinici (Evins et al, 2000);
&Mac183; i ginecologi diagnosticano solo una parte delle
depressioni post-partum (16%-22%) e non riconoscono adeguatamente le
depressioni a rischio suicidario (Morris, Rush et al, 2003).
Similmente, la depressione puerperale è spesso sottodiagnosticata.
L’ansia o lo stress materno prima della nascita possono rappresentare un
rischio significativo per la futura madre e per lo sviluppo del
bambino. L’ansia è frequentemente in comorbidità con la depressione, ma
viene trascurata negli studi riguardanti la gravidanza e il periodo
post-natale pur risultando spesso associata a depressione post-partum
(Austin, 2004), disturbi di sviluppo e attività fetali, basso peso alla
nascita, difetti fisici nel bambino e problemi comportamentali ed
emozionali (Brockington, 2004).
Obiettivo
1. Creare e valutare l’appropriatezza organizzativa di un percorso
assistenziale rivolto all’assistenza della donna in gravidanza e nel
periodo post partum, diretto alla prevenzione e al riconoscimento
tempestivo della depressione post partum.
2. Fornire agli operatori del SSN gli indicatori immediatamente
valutabili del rischio di insorgenza della DPP nelle donne in gravidanza
e nel periodo post partum.
3. Valutare sul campo l’efficacia di trattamenti psicologici prima e
dopo il parto nella riduzione dell’insorgenza del rischio e
dell’instaurazione di una DPP vera e propria.
Metodo
Si sono reclutate una coorte di circa 326 donne in gravidanza e nel
puerperio che non presentassero: a) problematiche psichiatriche di tipo
psicotico o gravi disturbi di personalità o tossicodipendenza/alcolismo
in atto; b) gravi limitazioni di comunicazione verbale o scarsa
conoscenza della lingua italiana; c) eventuali complicanze ostetriche.
La raccolta dei dati è avvenuta in modo prospettico ed è stata condotta
da personale psicologo presso le sedi dei Consultori, delle Unità
Operative di Psicologia e delle Unità Operative ospedaliere di
Ostetricia e Ginecologia coinvolte.
Una volta individuati in letteratura strumenti di screening e
terapeutici idonei, è stato realizzato un intervento volto al
miglioramento della diagnosi precoce dei casi di depressione puerperale
in cui sono stati applicati sia strumenti per la valutazione del rischio
in chiave clinica (definizione di livelli di gravità prognostica), sia
per la valutazione dell’esistenza di aspetti di vulnerabilità
(predittori, mediatori e moderatori di esito) familiare, sociale,
culturale ed economica in cui la coppia madre-bambino si inserisce,
tenendo pur sempre presente che spesso i segni di depressione
post-partum si manifestano a distanza dal parto.
Per effettuare lo screening sono stati definiti protocolli di
collegamento tra i diversi Servizi e gli operatori per attivare gli
spazi di informazione/reclutamento delle partecipanti al Progetto.
Nel disegno del percorso assistenziale proposto alcuni spazi/interventi
per sensibilizzare e raccogliere le adesioni sia in fase pre-parto sia
in fase post-parto, secondo il seguente schema.
PRIMO ACCESSO:
Spazio di informazione/reclutamento pre-parto dall’ottava alla
dodicesima settimana (prevalentemente ambulatoriale condotto da
medico/ostetrica).
SECONDO ACCESSO
Spazio di informazione/reclutamento pre-parto dalla ventottesima
settimana, in occasione della partecipazione ai Corsi di preparazione
alla nascita e genitorialità (condotto prevalentemente dallo psicologo o
da personale ostetrico/ginecologo).
TERZO ACCESSO
Intervento di carattere informativo, in ospedale subito dopo il parto,
dove viene ulteriormente presentata l’opportunità di partecipare al
Progetto (da parte delle psicologhe borsiste).
Per le donne reclutate, che hanno dato l’adesione, nelle tre fasi d’accesso sono previsti anche due incontri nel post-partum:
ß al secondo mese di vita del bambino;
ß dal nono al dodicesimo mese di vita del bambino.
Le donne sono contattate dalle psicologhe borsiste.
Lo screening è stato condotto su tutte le donne che hanno accettato la
proposta di partecipazione. Esso è consistito in un colloquio
psicologico in cui è stata somministrata un’intervista semi-strutturata
creata ad hoc basandosi sull’analisi dei fattori di rischio individuati
da Cheryl Tatano Beck (2001, “Revision of the Postpartum Depression
Predictors Inventory”) e sulla auto somministrazione dell’EPDS (Cox et
al. 1996) nel pre e nel post-parto e il PDSS (Beck e Gable) nel post
parto. Tutto questo nel rispetto delle norme sulla privacy.
Alla luce degli esiti dell’intervista e della presenza di indicatori
raccolti nella revisione sistematica, alle donne risultate “a rischio”
prima e/o dopo il parto, è stato offerto un ciclo di psicoterapia breve
individuale.
Tutte le donne sono state contattate e informate dalle psicologhe borsiste sugli esiti dell’incontro avuto.
Si intende con questo progetto valutare se uno screening precoce sui
sintomi ansiosi e depressivi con una seguente offerta di supporto
psicologico (quattro incontri) possa migliorarne gli esiti (Gaynes et
al. 2005). Per la valutazione degli esiti degli interventi è stato
utilizzato uno strumento, proposto in fase d’accesso e dopo i quattro
incontri, validato nella popolazione italiana, che misura l’ampiezza
dello stress psicologico in maniera trasversale rispetto ai costrutti
“benessere”, “sintomi” e “funzionamento”, il CORE-OM (Evans 2003 –
Palmieri et al. 2006). Dal punto di vista metodologico, il sottogruppo
delle donne a rischio che non hanno accettato (sia nel pre che nel post
parto) la proposta di trattamento psicologico, è stato trattato come una
sorta di coorte parallela o “comparison-group” per verificare
l’efficacia degli interventi.
Risultati
Ci si aspetta di individuare nel campione di donne studiato i valori di
incidenza del disturbo pari a quelli attualmente presenti in
letteratura. Si attende, inoltre, che indicatori di depressione pre
partum, individuati attraverso l’intervista semistrutturata e l’EPDS,
siano predittivi di depressione nel post partum, se non efficacemente
trattati. Infine, per le donne, individuate positive alla depressione
peri-parto che hanno accettato un intervento di supporto psicologico, ci
si aspetta un miglioramento del loro stato di salute psicologica nel
dopo parto.
Per avere i risultati definitivi del lavoro bisognerà attendere sino agli inizi del 2010, quando il Progetto terminerà.
Conclusioni
Allo stato attuale della ricerca sono state reclutate 326 donne delle
quali: 17 in ‘primo accesso’, 103 in ‘secondo accesso’ e 206 in ‘terzo
accesso’. Il percorso di valutazione è ancora in corso per la maggior
parte delle donne, pertanto non si possono ancora fornire i dati
sull’andamento del Progetto.
L’individuazione, attraverso l’intervista semistrutturata, dei fattori
di rischio per lo sviluppo della depressione post partum, specifici per
ogni donna, permette di offrire alla puerpera o neomamma un intervento
efficace e mirato per la promozione della sua salute psicologica. In
particolare, data la presenza di depressione prenatale come uno degli
indici predittivi più forti della depressione post partum, si
inviteranno le donne a cogliere l’opportunità di avere un percorso di
supporto psicologico prima della nascita dei loro bambini.
L’importanza di uno screening precoce dei fattori di rischio legati
alla depressione post partum, risulta di fondamentale importanza nella
prevenzione e promozione della salute psicologica della puerpera e del
suo bambino, per un sano sviluppo cognitivo, sociale ed emotivo dello
stesso.
Un intervento di ricerca-formazione-azione per l’umanizzazione e
l’accompagnamento della famiglia nel percorso
territorio-ospedale-territorio della nascita e del puerperio: il
progetto “Il filo di Arianna”
- Pasquale Fallace
Psicologo psicoterapeuta - Responsabile Educazione alla Salute ex ASL NA 2
Il presente lavoro descrive un progetto d’intervento per la tutela
della salute della madre e del bambino e di sostegno alla genitorialità
in senso più ampio attraverso il miglioramento dei percorsi di
integrazione territorio-ospedale–territorio con i seguenti obiettivi
generali:
- stimolare e valorizzare le risorse emotivo/intellettuali proprie della donna e della coppia
- sollecitare una riflessione sulla possibilità di creare un diverso
modello assistenziale dell’evento nascita volto all’umanizzazione delle
diverse fasi del percorso: accoglienza/ricovero, travaglio,
parto/nascita, dimissione e successiva accoglienza nei servizi
territoriali.
La fragilità e le difficoltà della famiglia esigono un’adeguata azione
di sostegno da parte della comunità. Ma l’attuale abbandono dell’ottica
consultoriale dei percorsi “procreazione”, non sempre consente di
fornire una risposta efficace agli individui e alle coppie. Di contro il
territorio dell’ASL NA 3 è caratterizzato da fenomeni di sessualità
molto precoce, scarse conoscenze dei più basilari presidi di
contraccezione per una procreazione consapevole, ecc. Fenomeni che
vengono registrati solo quando giungono ai servizi sociali sotto forma
di disagio sociale. La tipologia delle richieste emergenti indica la
necessità di presidiare l’intero circuito cognitivo-affettivo che
conduce alla costruzione e alla “conduzione” della famiglia. Questo è un
ambito in cui si avverte una forte esigenza di moltiplicare interventi
di promozione della salute che favoriscano l’acquisizione di una
maggiore consapevolezza della propria vita sessuale ed affettiva ed una
maggiore capacità di gestire le proprie relazioni interpersonali, quale
che sia la propria fascia sociale di appartenenza. I bisogni
informativo-educativi sono quelli di costruire individualità solide
nell’autostima e serene nei rapporti, consapevoli del proprio corpo e
delle sue funzioni, informate sui Servizi che il territorio mette a
disposizione.
È un complesso sistema di possibili ambiti di intervento. Ogni fenomeno
di disagio espresso rappresenta il frutto di tutto ciò che lo ha
generato e alimenta l’intera catena a valle. Un sistema in cui ogni
momento richiede interventi ad hoc in un circuito in cui la scelta di
dove sia più opportuno iniziare l’intervento è solo una questione di
punteggiatura.
Questa consapevolezza ha indotto la scelta di fissare la nascita del
nostro intervento di ricerca- formazione-azione sul momento nascita con
l’intento di poter favorire l’avvio di più funzionali circuiti volti, in
primo luogo, a migliorare le conoscenze dei vissuti emotivi delle
coppie genitoriali reclutate in occasione del ricovero ospedaliero e,
successivamente, di poter influire positivamente sulla creazione di un
percorso di salute inerente l’evento parto/nascita che prosegua anche
dopo la dimissione con la consegna al territorio.
Il Progetto prevede tre azioni correlate:
un’azione di ricerca rivolta ad un campione di coppie genitoriali con la finalità di migliorare la conoscenza:
a) dei bisogni informativi/educativi che emergono nelle diverse fasi del percorso gravidanza/post-nascita;
b) dei loro vissuti emotivi nelle varie fasi di tale percorso;
c) del grado di soddisfazione degli interventi ricevuti con particolare
riferimento ai bisogni informativi/educativi e di natura emotiva.
la realizzazione di un corso di formazione rivolto agli operatori dei
Distretti e del Punto Nascita coinvolti nel progetto. Il corso si
prefigge di restituire i risultati della ricerca e migliorare le
capacità operative in merito agli aspetti di:
a) integrazione tra operatori/strutture
b) comunicazione tra operatori e coppia genitoriale
c) lettura dei bisogni di natura informativa/educativa ed
emotiva/affettiva della coppia genitoriale e la qualità delle risposte.
l’attivazione di interventi, nell’ottica di promozione e educazione alla salute:
a) una campagna di comunicazione sui diritti delle donne/coppie
relativi alla maternità/paternità, con particolare attenzione alle
coppie in formazione, alle donne in particolari condizioni di
marginalità sociale, alle donne immigrate e alle nuove generazioni per
promuovere una sessualità responsabile, attraverso la produzione di
strumenti e percorsi informativi ad hoc;
b) incontri informativo/educativi, sia individuali che rivolti a gruppi
di donne/coppie, corsi di accompagnamento alla coppia, organizzati nei
contesti territoriali e nei punti nascita, per rafforzare le
capacità/competenze dei genitori a saper effettuare scelte consapevoli
nell’adottare idonei comportamenti genitoriale.
Partner del progetto è l’Università Federico II di Napoli -
Dipartimento di Scienze Relazionali “Gustavo Iacono” che garantisce
qualificata consulenza e supporto metodologico per:
- elaborazione e realizzazione dell’azione di ricerca;
- elaborazione della metodologia e degli strumenti di valutazione;
- elaborazione del programma e attività didattica del corso di formazione.
Attaccamento prenatale e fattori psicosociali
- Anna Della Vedova*, Benedetta Ducceschi**, Nicoletta Pelizzari***, Antonio Imbasciati****
* Ricercatore Confermato di Psicologia Generale - Università di Brescia
** Psicologa – Università di Brescia
*** Psicologa
**** Professore Ordinario, direttore della Sezione di Psicologia - Università di Brescia
Introduzione. Con il termine “attaccamento prenatale” (Cranley, 1981;
Condon, 1993; Muller, 1993) ci si riferisce a quel particolare
investimento affettivo che i genitori sviluppano nei confronti del loro
bambino durante il periodo della gravidanza. Muller (1993) ha definito
l’attaccamento prenatale come “unica e affezionata forma di relazione
che si sviluppa tra la madre e il suo feto”. E’ noto in letteratura che
la relazione tra una madre e il suo bambino si origina ben prima della
nascita ed influenza la qualità della relazione post natale (Muller,
1996; Siddiqui et al., 2000). L’attaccamento prenatale è inoltre
considerato un indicatore della competenza della madre nel prendersi
cura del proprio bambino e della sua sensibilità nell’interazione (Della
Vedova, 2005, 2007). Poiché l’attaccamento prenatale materno è definito
come la misura di quel particolare investimento emotivo e immaginativo
che una madre sviluppa verso il proprio bambino non ancora nato, è
interessante valutare come tale processo psicologico si associ a diverse
caratteristiche relative alla personalità della donna, al suo benessere
psicologico, alla qualità delle sue relazioni affettive del presente e
del passato, a fattori di contesto, al supporto sociale ed eventuali
fattori di stress.
Obiettivo. Scopo dello studio è di esplorare la relazione tra
attaccamento prenatale materno e depressione, ansia, alessitimia,
qualità del supporto sociale e aspetti significativi del contesto di
vita della donna.
Metodo. Si tratta di uno studio trasversale su di un campione
consecutivo di donne, primipare, maggiorenni, tra la 28esima e 36esima
settimana di gestazione, con gravidanza a basso rischio, individuate
presso i corsi di accompagnamento alla nascita degli Spedali Civili,
Ospedale S. Orsola, consultori ASL e Civitas di Brescia. Strumenti:
questionario appositamente costruito per la rilevazione di variabili
sociodemografiche, relative alla gravidanza, alla salute, stress e life
events; CES-D (Radlof, 1977; Fava, 1981); S.T.A.I. forma Y (Spielberger,
1983; O.S. 1989); TAS-20 (Bagby et al. 1994; Bressi et al. 1996); PBI
(Parker, et al., 1979; Scinto et al. 1999); PAI (Muller, 1993; Della
Vedova et al. 2008); MSPSS (Zimet et al. 1988; Prezza, Principato,
2002). Analisi statistiche: hanno compreso il calcolo della statistiche
descrittive, statistiche Mann-Whitney, Chi-Quadro e l’analisi della
correlazione Spearman’s rho.
Risultati. Le scale applicate hanno evidenziato una buona consistenza
interna e statistiche descrittive sovrapponibili ai valori riportati in
letteratura. L’analisi della correlazione evidenzia che il totale PAI
correla positivamente con il totale MSPSS (p=.004) e rivela una moderata
correlazione negativa con il totale STAI ansia di stato (p=.024). Non
si sono evidenziate altre associazioni significative con le altre
variabili in studio.
Conclusioni. Questo studio evidenzia come la versione Italiana del
Prenatal Attachment Inventory mantenga le caratteristiche dello
strumento originale e risulti affidabile. Il dato che emerge è la
rilevanza dei fattori psicosociali nello sviluppo dell’attaccamento
prenatale. In accordo con la letteratura recente si rileva una
correlazione positiva tra attaccamento prenatale e supporto sociale,
sembra inoltre evidenziarsi una moderata relazione inversa tra
attaccamento prenatale ed ansia. Tale risultato mette in evidenza
l’importanza delle relazioni affettive e del supporto emotivo e pratico
che il contesto fornisce alla donne nel delicato periodo della
gravidanza. In particolare, in situazioni di diminuito supporto sociale,
un aumento dell’ansia potrebbe interferire con quanto previsto dal
costrutto dell’attaccamento prenatale ovvero la possibilità della madre
di sintonizzarsi affettivamente con il bambino che attende, attraverso
l’emergere di aspetti psicologici, in particolare fantasie e sentimenti
rivolti al bambino immaginato, che sono la base del lavoro psichico
della maternità. Dal momento che alcune ricerche hanno mostrato una
correlazione tra attaccamento prenatale e qualità della relazione
madre-neonato, i risultati del presente studio sembrano ribadire
l’importanza di verificare la qualità del supporto sociale sul quale la
gestante può contare e di implementare gli interventi di supporto alla
donna non solo nel post partum ma anche nel periodo della gravidanza.
tratto da http://www.psychomedia.it
Grounding Institute
Via Asiago, 35 Catania
www.bioenergetic.it
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