Questo lavoro nasce come un tentativo di raccogliere e sintetizzare i
numerosi studi compiuti nell'ambito dell'infant research ed in
particolare quelli che descrivono i primi mesi di vita del bambino e il
ruolo che l'ambiente d'accudimento ha sull'organizzazione psichica del
neonato.
L'interesse per quest'area della psicologia dello sviluppo nasce dalle
vaste possibilità offerte dai risultati di queste ricerche
all'evoluzione di concetti psicoanalitici tradizionali ed alla
conseguente applicabilità clinica.
In passato concezioni antiquate dello sviluppo infantile si basavano su
di un sistema teorico facente riferimento ad un modello intrapsichico;
l'assunto dominante di gran parte della letteratura psicologica e
psicoanalitica dell'età evolutiva considerava il bambino come un
organismo relativamente passivo, le cui azioni e reazioni apparivano
finalizzate primariamente alla riduzione degli stimoli.
Dalla formulazione freudiana di una sequenza di fasi di sviluppo,
centrata sulla costellazione edipica e sul passaggio da una condizione
infantile di assoluta dipendenza dall'oggetto ad una progressiva
maturità del soggetto, relativamente autonomo rispetto ai suoi oggetti
primari, si è passati ad una concezione evolutiva relazionale che
implica la necessità di osservare il bambino all'interno della rete
interattiva che lo circonda.
Il bambino non è un essere indifferenziato; piuttosto, possiede tutta
una serie di competenze innate che promuovono lo sviluppo di un sistema
interattivo che si realizza nelle relazioni d'accudimento significative.
Fin dai più precoci momenti dello sviluppo l'oggetto non può più essere
considerato, come per Freud, l'unico potenziale strumento per una
scarica pulsionale, bensì l'essenziale regolatore di reciproche
interazioni volte a promuovere e a favorire lo sviluppo di un senso di
Sé.
Attualmente, nell'osservazione del bambino si indaga sul tipo di
esperienza che il neonato fa nel momento stesso dell'acquisizione di
nuove competenze e cioè l'esperienza soggettiva del neonato durante le
interazioni sociali, quando e come sperimenta affetti, comprende gli
altri e sé stesso.
Sameroff propone un'ottica secondo cui lo sviluppo di ogni persona è
configurabile come un sistema regolato su due versanti principali,
interno ed esterno, biologico e sociale. La componente biologica,
espressione di un genotipo che fornisce la base per l'organizzazione
comportamentale, domina alcune fasi dello sviluppo e dello svolgersi
dell'esistenza, quali lo stadio prenatale e postnatale, la pubertà e la
vecchiaia. Nei periodi intermedi sembra svolgere una regolazione
silente.
Il sistema sociale interagisce con la medesima intensità in tutte le
fasi della crescita e per tutta la vita di un individuo, incarnato
progressivamente dalle figure genitoriali, dalla famiglia, dalla
società, operando con l'individuo per la formazione di modelli
adattativi di funzionamento. Le relazioni hanno quindi un ruolo di
primaria importanza, essendo lo strumento con cui si attuano le
regolazioni evolutive che modificano le esperienze infantili in sintonia
con le trasformazioni corporee e comportamentali. Attraverso scambi con
i sistemi di regolazione i bambini acquisiscono via via competenze di
autoregolazione biologica e comportamentale, rimanendo comunque per
l'intero corso della vita ancorati a contesti interni ed esterni.
Esistono vari livelli di regolazione, quelle che più ci interessano ai
fini di questo lavoro sono le microregolazioni. Sono quei fenomeni
descritti da altri studiosi tra cui Stern come "sintonizzazioni", di cui
parleremo in seguito. Si tratta di eventi in gran parte automatici, al
di fuori della consapevolezza che riguardano momenti interattivi tra il
bambino e le figure di accudimento.
"Nella prima infanzia il percorso comune di queste regolazioni è
attraverso il comportamento delle figure parentali, e soprattutto le
prime figure di accudimento nelle loro relazioni con l'infante. Così le
prime relazioni diventano cruciali nello sviluppo degli adattamenti
normali o anormali dell'infante." (Sameroff 1989, p. 40)
In un'analoga prospettiva sistemica o organizzativa si pone Sander, la
cui opera affronta le principali questioni della psicologia dello
sviluppo, proponendo ipotesi evolutive in grado di spiegare il processo
di emergenza del Sé nel neonato e di comprenderne il ruolo formativo
delle relazioni sociali.
All'ipotesi di un Sé neonatale organizzatore di atteggiamenti,
aspettative e sensazioni in un neonato il cui SNC è ancora in pieno
sviluppo, Sander sostituisce l'idea che il nucleo organizzante fin dalla
nascita sia da rintracciare nel sistema diadico madre-bambino,
organizzato su comportamenti di regolazione reciproca che gradualmente,
con una partecipazione del bambino sempre crescente, permettono
l'emergenza di funzioni autoregolative.
In altre parole l'organizzazione diadica madre-bambino precede e dà
origine a quell'insieme di comportamenti, sensazioni, aspettative e
significati che costituiscono il Sè del neonato. Il progressivo sviluppo
dell'autoregolazione influenza successivamente l'adattamento,
l'esperienza ed il comportamento sociale del bambino.
Secondo l'ottica di Sander il bambino e le figure di accudimento che lo
circondano costituiscono un sistema vivente la cui coerenza è mantenuta
da un reciproco ed ininterrotto flusso di scambi. La tendenza
all'interazione che permette l'effettuarsi degli scambi tra "l'individuo
ed il suo ambiente" è considerata una motivazione innata (primary
activity) e necessaria al mantenimento della vita stessa.
L'organizzazione e l'evoluzione del sistema sono garantite da continue
trasformazioni e modificazioni degli individui costitutivi del sistema,
mediate da processi di regolazione reciproca.
Infatti, la maturazione del SNC del bambino consente la costante
introduzione nel sistema diadico di nuove configurazioni comportamentali
e capacità funzionali. Le progressive competenze dell'infante, quale
individuo determinante le proprie azioni, pongono la madre in condizioni
di modificare parallelamente il proprio comportamento in sintonia con
quello del bambino e di sperimentare risposte diverse alle sue attuali
necessità.
Ciascun sistema diadico assume delle specifiche modalità di
trasformazione, caratteristiche solo di quella coppia madre-bambino e
tutti i cambiamenti e gli equilibri conquistati sono il frutto di una
mediazione riuscita.
Stern si è dedicato a costruire una teoria che tenesse conto
dell'esperienza soggettiva del bambino, ha tentato di descrivere
l'emergenza e lo sviluppo normale del senso di Sè del bambino quale
principio organizzatore dell'esperienza.
La premessa è che fin dai primi giorni, e forse anche prima della
nascita, molto prima quindi dell'autoconsapevolezza e del linguaggio,
esista nel neonato una qualche forma di senso di Sé e dell'altro. Un Sé,
diciamo, preverbale.
Per "senso" Stern intende una semplice coscienza, da distinguere dalla
consapevolezza autoriflessiva; non pensiero formulato ma esperienza
vissuta. Parlando del "Sé", Stern fa riferimento ad "uno schema stabile
di consapevolezza che si presenta solo in occasione di azioni o di
processi mentali dell'infante" . Ad esempio l'esperienza di essere
agenti, di avere un'intenzione, il senso di coesione fisica, di
continuità temporale. Si tratta di sentimenti di Sé fondamentali nel
mondo interpersonale normale del bambino.
Stern sostiene che già durante le prime settimane di vita, il bambino può sperimentare un'organizzazione in via di formazione.
Il bambino, nelle prime settimane di vita è un essere molto attivo, con
una ben delineata tendenza alla ricerca di stimolazioni sensoriali, tale
da giustificare l'ipotesi di una spinta motivazionale organizzata.
E' stato infatti dimostrato che il neonato trascorre parte del proprio
tempo in uno stato di veglia vigile. Durante questi momenti, il neonato
sembra impegnato ad apprendere i rapporti tra le esperienze sensoriali.
Esplora l'ambiente e discrimina le stimolazioni che predilige fra tutte
quelle che gli vengono offerte, (visive, gustative, olfattive, di
intimità corporea, ecc.), adoperandosi poi per ripeterle, il che
suggerisce che sia in grado di formarsi schemi organizzati.
Il neonato dimostra una tendenza innata a formulare ipotesi sul mondo
che lo circonda ed a verificarle, da cui gli deriva la capacità di
confrontare esperienze diverse ed individuarne le caratteristiche
comuni. La componente affettiva dell'esperienza è fondamentale ed
inscindibile da quella percettiva. In altre parole non è possibile
separare i processi cognitivi da quelli affettivi con i loro caratteri
costanti e variabili.
Ci si potrebbe domandare se, ed in che modo, il bambino sia capace di integrare ed associare esperienze sensoriali distinte.
La scoperta più rilevante ai fini di una comprensione della capacità del
neonato di formare rappresentazioni riguarda la sua abilità di ricevere
informazioni in una modalità sensoriale specifica e di tradurle in
modalità sensoriali diverse. Questa capacità, chiamata percezione
amodale, comincia con la vita mentale ed indica la necessità di formare
rappresentazioni astratte delle qualità primarie della percezione.
I bambini sono in grado di percepire con ogni modalità sensoriale le
qualità amodali di un comportamento umano espressivo, di rappresentarle
astrattamente e trasferirle in altre modalità. Cogliere le
caratteristiche più globali delle modalità sensoriali diverse, ridurle
in forma di modelli è la capacità emergente del bambino che attribuisce
così un ordine alle cose e acquisisce una consapevolezza circa le
caratteristiche di forma, intensità e schemi temporali.
L'ipotesi di Stern è che a livello preverbale e presimbolico, al di
fuori quindi di ogni consapevolezza, l'esperienza di riscontrare
coincidenze tra modalità percettive diverse produca una sensazione di
familiarità. L'esperienza presente e quella già vissuta sono messe in
relazione. Questo permette al bambino di costruirsi un'esperienza
integrata di Sé e degli altri ed in queste prime settimane di vita il
processo stesso dell'integrazione delle percezioni contribuisce alla
formazione del senso di Sé.
Fra i due ed i sei mesi di vita, il bambino ha già formato le basi per
un basilare senso di Sé. E' necessario prendere in considerazione
quattro aspetti dell'esperienza presenti in questo periodo per poter
parlare di Sè in senso clinico.
Ci riferiamo al sentimento di avere un Sé agente, di avere un Sé coeso,
al senso di continuità e, in ultimo, al senso di una propria
affettività.
Questi sono gli elementi essenziali per la formazione di un senso di Sé
nucleare non verbale e l'ipotesi presentata da Stern è che si
costituiscano tutti nei primi sei mesi di vita.
Cosa si intende esattamente per ognuno di questi elementi?
Il Sé agente si riferisce all'esperienza che il bambino fa di essere
l'autore delle proprie azioni; il senso di coesione è la sensazione di
essere un'entità fisica intera, provvista di confini e sede di un'azione
integrata; per continuità si intende il senso di durata, la continuità
con il proprio passato e l'esperienza di continuare ad essere Sé stessi,
pur cambiando; per senso di una propria affettività, infine, si intende
la capacità di sperimentare stati intimi con qualità affettive.
Insieme, le quattro componenti del Sé nucleare forniscono il senso di
fare esperienza degli eventi ed è per questo motivo che una
compromissione del normale sviluppo di ognuno di questi sensi può
provocare danni di notevole rilevanza clinica.
Un fragile senso del Sè agente può portare alla formazione di pensieri
paranoidei riguardanti il controllo della propria mente e delle proprie
azioni. La vulnerabilità nel sentimento di coesione favorirà
l'insorgenza di una sintomatologia con crisi di depersonalizzazione e
dissociazione ed intense paure di frammentazione. Un difettoso senso di
continuità può essere all'origine di episodi psicotici di scissione e
di fuga ed la carenza di un solido senso di affettività esporrà
l'individuo a disturbi affettivi, ad anedonia, ecc.
Tra i nove e i dodici mesi si verificano diversi cambiamenti nelle
capacità motorie, mnestiche, percettive, che portano il bambino alla
scoperta di avere una mente, o meglio alla percezione di una propria
vita interiore, di propri contenuti che possono essere condivisi con gli
altri.
I bambini, in questa fase dello sviluppo, mostrano di voler condividere
con la madre o con altri adulti significativi tutta una serie di stati
mentali, quali l'attenzione, le intenzioni e gli stati affettivi, che
non necessitano di un linguaggio verbale per poter essere comunicati, né
di autoconsapevolezza o autoriflessione.
Possiamo descrivere la condivisione di stati affettivi servendoci dell'esperimento di Emde del finto percipizio.
Si fa camminare carponi un bambino su una superficie che mostra in un
punto una discontinuità visiva, cioè un finto precipizio, appunto. La
madre è presente e guarda tranquillamente il figlio. Il bambino avanza
fino a quando non si trova in prossimità del "precipizio", interrompendo
la sua marcia e mostrando segni di timore ed incertezza. A questo punto
guarda la madre e, se legge sul suo viso un'espressione tranquilla,
rassicurante o incoraggiante, prosegue in avanti superando l'ostacolo.
Se la madre, su richiesta dello sperimentatore, mostra un atteggiamento
apprensivo o contrariato quando il bambino si strova sul ciglio del
finto burrone, questi reagirà esitando, assumendo un'espressione
angosciata e mettendosi a piangere. Il bambino si serve
dell'emozionalità della madre per regolare la propria ed è in grado di
rilevare una discrepanza tra il proprio stato affettivo e l'emozione
presente sul viso dell'altra persona.
Quando, intorno ai quindici-diciotto mesi, compare l'uso del linguaggio,
il bambino comincia ad usare simboli e ad oggettivare sé stesso,
indicandosi quando si vede allo specchio, utilizzando pronomi personali
per autodefinirsi ed entrando nel mondo del gioco simbolico.
Successivamente, verso i tre anni, il bambino acquisisce anche una
funzione narrativa.
Parliamo adesso di qui fenomeni che permettono ad un individuo di
conoscere lo stato psichico di un altro. Si tratta, quindi, di una
comunicazione di tipo non verbale che permette a due persone coinvolte
in un rapporto di scambiarsi reciproche informazioni sul proprio
esperire psichico.
Quando uno dei due individui coinvolti nell'evento è un lattante risulta
evidente che questo processo non è mediato dall'uso del linguaggio.
Questo fenomeno, chiamato "sintonizzazione affettiva", è fondante nella
relazione genitore-bambino ed è alla base di quell'altro processo
descritto dagli psicoanalisti come "empatia", che richiede però la
mediazione successiva di processi cognitivi.
Le sintonizzazioni avvengono in gran parte al di fuori di ogni
consapevolezza, al contrario l'empatia consta di diversi stadi
sequenziali di cui solo il primo, la risonanza emotiva, è in comune con
il fenomeno della sintonizzazione. Gli altri (l'astrazione della
conoscenza empatica dall'esperienza della risonanza emotiva;
l'integrazione della conoscenza empatica astratta in una risposta
empatica; una transitoria identificazione di ruolo), sono processi che
necessitano di una elaborazione cognitiva per arrivare verso la
conoscenza ed una risposta empatica.
Il mezzo universale perchè un soggetto conosca lo stato psichico di un
altro, ed è costituito prinicipalmente dalle interazioni affettive.
E' così che si possono spiegare una serie di fenomeni che si osservano
comunemente nelle interazioni tra individui, indice di scambi e di
influenze psichiche reciproche, quali appunto l'empatia, la condivisione
di stati d'intimità o le interazioni fantasmatiche reciproche.
L'esperire psichico di una persona deve manifestarsi per mezzo di un
comportamento e questo deve, poi, tradursi per risultare comprensibile
ad un altra persona.
In che modo quindi avviene quella comunicazione per cui è possibile
"entrare dentro" l'eperienza soggettiva di un altro e farglielo sapere?
Stern sottolinea che l'imitazione di un comportamento non basta per il
raggiungimento di questo obiettivo, non garantisce lo scambio
intersoggettivo degli stati affettivi.
L'attenta osservazione della costituzione delle interazioni e dei
dialoghi sociali tra madre e bambino nei primi nove mesi di vita ha
dimostrato che il comportamento della madre trascende, in genere, la
semplice imitazione e ripropone, invece, una forma di corrispondenza
transmodale. Non è la manifestazione comportamentale esterna ad essere
corrisposta ma un qualche aspetto di essa che ne riflette lo stato
d'animo. In altri termini, il referente sembra essere lo stato interno
dell'individuo, inferito o direttamente appreso.
Per sintonizzazione affettiva si intende quella "realizzazione di
condotte che esprimono la qualità corrispondente al sentimento di
condivisione di uno stato affettivo, senza che ci sia imitazione
dell'espressione comportamentale esatta dello stato interno." (Stern
1989c, pp. 164-178)
Le sintonizzazioni consentono dunque di spostare l'attenzione da un
comportamento esterno, manifesto, allo stato d'animo che sottende quel
comportamento.
Analizzando quali aspetti di un comportamento sia possibile
corrispondere senza che avvenga un'imitazione formale, Stern propone di
considerare tre categorie descrittive principali: l'intensità, la forma
e la durata, ognuna con le rispettive variazioni di contorno,
(parametri utilizzati nella descrizione di fenomeni fisici cinematici).
Abbiamo già descritto, nel bambino, la capacità di percezione e di
trasferimento di una percezione sensoriale specifica ad una diversa
modalità sensoriale, cioè le qualità della percezione amodale. E' per
mezzo di un meccanismo simile che può verificarsi un fenomeno di
sintonizzazione degli affetti. Le caratteristiche descrittive di un
comportamento, quali la forma, la scansione temporale e l'intensità,
vengono percepite in maniera amodale. La percezione dello stato psichico
di un altro non può avvenire, tuttavia, in termini di intensità, tempo
e forma; piuttosto, sono le qualità affettive degli eventi che vengono
percepite: il vigore di un gesto, l'ampiezza di un movimento,
l'intensità di una risata, gli affetti vitali di un comportamento.
Quindi, le qualità percettive vengono convertite in qualità affettive.
E' un processo per la maggior parte inconsapevole ed ininterrotto, che
si verifica grazie alle qualità sensibili dell'esperienza che possono
essere viste in termini di esplosioni, ritiri, precipitazioni, ecc., e
non solo per categorie affettive discrete.
E' difficile raccogliere esperienze dirette di un'avvenuta
sintonizzazione osservando una normale interazione madre-bambino, poichè
la sintonizzazione affettiva è un processo silente, che non provoca
reazioni emotive evidenti né nel bambino, né nella madre, se non nei
momenti in cui risulta perturbata od impedita. Queste affermazioni sono
valide in tutti i casi in cui i comportamenti di sintonizzazione sono la
norma; insieme ad altri aspetti dinamici della regolazione reciproca
essi sono i paramentri con cui valutare la funzionalità di una
relazione.
La comunione interpersonale creata da ripetuti comportamenti di
sintonizzazione, consente al bambino di riconoscere che gli stati
d'animo interni sono esperienze affettive condivisibili.
Nei primi mesi di vita il neonato è in grado di individuare ed
analizzare le caratteristiche di uno stimolo percepito attraverso
modalità sensoriali diverse; cerca differenze, coglie analogie tra le
percezioni e le mette in relazione tra loro. La capacità di estrapolare
le caratteristiche di un evento percettivo fornisce al bambino la
possibilità di organizzare la propria esperienza secondo rudimentali
aspetti di ordine, stabilità ed invarianza.
Le competenze percettive e mnestiche dei neonati depongono a favore
dello sviluppo di tali capacità rappresentative già durante il primo
anno di vita.
Attualmente, sono emerse diverse evidenze circa la costituzione di una capacità di rappresentazione presimbolica.
L'ipotesi più diffusa è che il bambino, percependo uno stimolo, possa
astrarne un modello, memorizzarlo e rievocarlo come termine di confronto
quando lo stimolo si ripresenta.
E' probabile che i bambini utilizzino queste iniziali capacità
rappresentative all'interno di contesti interattivi, sviluppando
aspettative rispetto ai primi eventi sociali.
Dopo la seconda o la terza volta che un evento o un momento
d'interazione si ripete, il bambino può identificarne gli aspetti
invarianti. Sviluppa cioè delle aspettative in base a regole evinte
dalla ricorrenza o meno di un evento in un determinato contesto.
In altre parole, prima di accedere al pensiero simbolico, il bambino è
capace di formare rappresentazioni dei diversi caratteri che distinguono
un'interazione: l'andamento temporale dei comportamenti propri ed
altrui, la presenza o l'assenza di corrispondenze e di reciprocità, le
caratteristiche spaziali dei movimenti interattivi,
(avvicinamento-avvicinamento, avvicinamento-ritiro), le espressioni
affettive del volto.
Si forma la rappresentazione dell'intera struttura interattiva, cioè del
modello di una regolazione reciproca organizzato secondo paramentri
temporali, spaziali ed affettivi.
Stern parte dal presupposto che le rappresentazioni dei modelli di
relazione siano il frutto di interazioni reali fra due o più persone,
cioè originino da qualcosa che realmente è avvenuto tra due persone.
Ciò è in netto contrasto con le concezioni psicoanalitiche classiche che
ne attribuiscono l'origine ad una realtà fantastica, cioè ad un
retaggio psichico innato. E' probabile che l'esperienza soggettiva sia
costruita ed interpretata dal neonato, ma all'interno di una relazione
reale madre-bambino, "senza distorsioni significative dovute
all'ontogenesi intrinseca della fantasia." (Stern 1989d, p.65)
Stern cerca di individuare le unità di base dell'esperienza soggettiva che possono essere organizzate in rappresentazioni.
La prima unità è il momento interattivo vissuto, un evento oggettivo ed
un'esperienza soggettiva discreta che sono insieme codificati e
memorizzati come ricordo di un'esperienza autobiografica nell'area degli
eventi interpersonali. Si formano quindi delle tracce mnestiche di
specifici eventi esperiti soggettivamente, cioè memorie episodiche.
La memoria attua il ruolo fondamentale di formare prototopi astratti
dalla molteplicità di eventi interattivi reali; in altri termini
costruisce modelli per classi di eventi e consente così la definizione
delle unità esperenziali.
Le prime rappresentazioni consistono in momenti vissuti, memorizzati ed
organizzati in categorie funzionali che aiutano il bambino ad
interpretare il flusso interattivo e gli forniscono una guida per
l'azione ed i sentimenti. Attraverso il costituirsi di categorie
generali d'interazione, il bambino crea quindi delle aspettative sulla
base di generalizzazioni piuttosto che di eventi discreti.
E' dunque probabile che ogni nuovo momento interattivo confermi o
modifichi leggermente la generalizzazione, senza dover essere conservato
in memoria come evento specifico.
L'organizzazione per categorie porta alla formazione di memorie
protototipiche, rappresentazioni dei caratteri invarianti che
costituiscono vari momenti vissuti e ricordati. L'insieme di vari
momenti porta alla formazione di sequenze, anch'esse memorizzate. Ci
saranno dunque sequenze che riguardano il gioco, i momenti in cui
vengono nutriti, lavati, messi a dormire, ecc.
Il risultato è la costituzione di una sorta di codice interno formato
dall'integrazione di molti momenti e sequenze centrati su un unico tema
significativo, per esempio l'area motivazionale dell'attaccamento o di
alcune esigenze fisiologiche o altri sistemi motivazionali (vedi Nota).
Il bambino si costruisce così un modello operativo interno per ogni area
motivazionale, organizzandone le rappresentazioni e non i contenuti.
[Nota: sistema motivazionale.
Utilizziamo il termine "sistema motivazionale" con il significato
proposto da Lichtenberg J.D. (1989) Psicoanalisi e sistemi
motivazionali. Tr. it. Raffaello Cortina Editore, Milano 1995.
Lichtenberg scrive: "La mia tesi è che la motivazione sia (...)
concettualizzabile come una serie di sistemi volti a promuovere la
realizzazione e la regolazione dei bisogni di base. Ho delineato cinque
sistemi (Sameroff, 1983) ognuno dei quali comprende aspetti
motivazionali e funzionali distinti. Ogni sistema motivazionale è
un'entità psicologica (con probabili correlati neurofisiologici). Ogni
sistema è costruito attorno a un bisogno fondamentale. Ogni sistema è
basato su comportamenti chiaramente osservabili, che inziano nel periodo
neonatale. I cinque sistemi motivazionali sono: 1) il bisogno di
regolazione fisica di esigenze fisiologiche; 2) il bisogno di
attaccamento-affiliazione; 3) il bisogno esplorativo-assertivo; 4) il
bisogno di reagire avversivamente attraverso l'antagonismo o il ritiro, e
5) il bisogno di piacere sensuale e di eccitazione sessuale. Nel corso
dell'infanzia ogni sistema contribuisce alla regolazione del Sé, in
interazioni mutualmente regolate con le persone che si prendono cura del
bambino. Nei diversi periodi della vita, i bisogni fondamentali e le
richieste, i desideri, le mete e gli obiettivi che derivano da quei
bisogni all'interno di ogni sistema motivazionale possono essere
riorganizzati in differenti gerarchie indicate da preferenze coscienti e
inconsce, da scelte e da tendenze differenti. Momento per momento,
l'attività di ognuno dei sistemi può intensificarsi tanto da costituire
l'aspetto motivazionale prevalente del Sé. (...) le motivazioni hanno
origine soltanto dall'esperienza vissuta. Basate sulla particolare
esperienza vissuta, le motivazioni possono, o meno, raggiungere la
vitalità ottimale. Indipendentemente dai bisogni biofisiologici e dai
modelli innati di risposta neurofisiologica sottesi alle motivazioni
psicologiche, la vitalità dell'esperienza motivazionale dipenderà
inizialmente dalle modalità degli scambi affettivi tra il bambino e la
persona che lo accudisce. In seguito, lo sviluppo della rappresentazione
simbolica rende possibile, in misura maggiore, la riorganizzazione
flessibile, individuale dell'esperienza vissuta." (pp. 7-8). "In ogni
sistema gli affetti ricoprono un ruolo fondamentale ampliando le
esperienze motivazionali nel loro dispiegarsi, fornendo obiettivi
esperienziali alle mete motivazionali. Così, per essere esatti, ogni
sistema non è un sistema motivazionale ma un sistema
motivazionale-funzionale (Stechler, comunicazione personale, 1985). Le
motivazioni inevitabilmente fanno appello alle funzioni strumentali
guidate dagli affetti. Le possibilità funzionali con amplificazione
affettiva fanno appello alle motivazioni. Per semplicità di liguaggio,
parlerò di sistemi motivazionali anziché di sistemi
motivazionali-funzionali." (p. 13). La teoria di Lichtenberg rappresenta
un contributo importante alla revisione delle tradizionali teorie della
motivazione, che considerano ogni motivo umano riconducibile, in ultima
analisi, al gioco dinamico di due pulsioni fondamentali antinomiche.
Lichtenberg prevede che la motivazione umana sia sì innata, ma di natura
emotivo-conoscitiva e non energetico-pulsionale, basata su bisogni di
base. In quest'ultima affermazione Lichtenberg si discosta dalle teorie
evolutive motivazionali di Emde, poichè le condidera centrate sulle
capacità funzionali dell'individuo e non intorno ai bisogni di base.
Risulta comunque evidente, ad un'attenta lettura, che le teorie
motivazionali di Lichtenberg e di Emde presentano molti punti di
contatto ed a volte si sovrappongono. Entrambi, infatti, ritengono che
l'essere umano sia dall'inizio motivato a percepire, sentire, agire,
apprendere ed impegnarsi, attravarso la regolazione del Sé, in un mutuo
sistema di regolazione dell'interazione. La teoria motivazionale di
Emde, specificamente riferita alle prime fasi dello sviluppo infantile,
verrà esposta in dettaglio più avanti.]
Non solo esistono modelli operativi interni differenti per ciascuna area
motivazionale, ma perfino all'interno dello stesso sistema si ritrovano
modelli diversi a seconda delle varie figure d'accudimento; il bambino
può dunque sviluppare modelli operativi interni diversi con la madre,
con il padre, con il nonno o la nonna, ecc.
L'organizzazione rappresentazionale successiva è la creazione di un
modello narrativo, che emerge intorno al terzo anno di vita e
costituisce il racconto che l'individuo è in grado di costruire a
partire dal proprio modello operativo interno. I due modelli si
discostano per la rispettiva, differente natura intrinseca. Il modello
operativo interno è inconscio, non verbale, privato e costituito di
eventi esperiti soggettivamente; il modello narrativo è generalmente
conscio, verbale, sociale e costituito di parole riferite
all'esperienza.
Il modello operativo interno e quello narrativo coesistono per tutta la
vita in maniera parallela per ogni sistema regolativo. Possono trovarsi
in armonia o in disarmonia e nella clinica dei nostri pazienti è
frequente il riscontro di casi in cui la traduzione verbale si discosta
completamente dalla rappresentazione inconscia.
Nel modello narrativo possono integrarsi elementi che non fanno parte
dell'esperienza diretta dell'individuo e provengono invece da storie
raccontate, quasi sempre derivanti dall'ambiente familiare. Le
esperienze dirette ed indirette si fondono in un'unica costruzione e
creano quelle fantasie di strutture interattive mai vissute nella
realtà.
Il modello narrativo differisce dal modello operativo interno anche per
la diversa regolazione che fornisce; nel raccontare esperienze
interattive vissute, la storia che ne emerge può agire sulla
rappresentazione degli stessi eventi, operando una regolazione od una
modifica. E' quello che avviene normalmente nel contesto di qualsiasi
trattamento psicoterapico.
Sembra quindi che le prime rappresentazioni riguardino le modalità di
reciproca interazione che il bambino sperimenta con la propria madre.
Le strutture precoci di regolazione reciproca, cioè le interazioni con
cui ogni partner influenza il comportamento dell'altro, creano delle
aspettative nel bambino. Le modalità di interazione ricorrenti che il
bambino impara a conoscere e quindi a prevedere, divengono strutturanti
per sua psiche e partecipano alla formazione di "rappresentazioni di
interazioni". Le prime rappresentazione del bambino sono
rappresentazioni di processi interattivi: l'esperienza di un Sé agente
in relazione ad un altro agente, piuttosto che rappresentazioni di un Sé
o di un'altro separati. Un tale modello di rappresentazioni interattive
implica che in un contesto sociale l'esperienza di Sé e dell'altro
emergano insieme, simultaneamente ed inestricabilmente legate.
Le osservazioni con telecamere analizzate da Beebe e Lachmann che
filmano le interazioni faccia-a-faccia di bambini di pochi mesi con le
loro madri dimostrano che sia la madre che il bambino modificano
inconsapevolmente la durata dei propri comportamenti o delle pause per
instaurare un "ritmo condiviso", descritto da Stern come una sorta di
danza interattiva.
E' assai probabile che la reciprocità riscontrata nelle interazioni
permetta la trasmissione delle emozioni e la percezione degli stati
emotivi altrui.
Il bambino sembra quindi poter ricreare dentro di sé lo stato interno
della madre e partecipare al suo stato soggettivo. Questo fenomeno
avviene in ogni correlazione, sia essa positiva o negativa, e forma
precoci rappresentazioni di esperienze di sincronizzazione che daranno
origine a future rappresentazioni simboliche di Sé, dell'altro e di "Sé
con l'altro". I casi di condivisione armonica sono fonte di stati
affettivi di piacere.
Nei casi di cattiva regolazione il bambino deve far fronte ad una
stimolazione materna non ottimale. Le interazione si stabiliscono
secondo modelli di "inseguimento-evitamento" generati da un
iperstimolazione materna che provoca manovre elusive nel bambino. E'
osservabile un alto livello di influenza reciproca che provoca,
tuttavia, stati affettivi connotati negativamente ed impedisce al
bambino di sperimentare la figura d'accudimento come l' "altro
regolatore del Sé". La relazione è sempre in atto; quello che non può
verificarsi in questi casi è una buona sintonia che permette di
sviluppare rappresentazioni di regolazioni armoniche. Nei casi in cui il
deragliamento sia il modello predominante nella relazione diadica, il
bambino astrarrà dalle rappresentazioni presimboliche un Sé con l'altro
non in sintonia.
Lo studio particolareggiato dei movimenti espressivi del neonato
permette di formulare ipotesi circa i meccanismi motori connessi al
coordinamento degli affetti ed i loro processi evolutivi. Fin dalla
nascita il bambino sembra capace di compiere tutti i movimenti
elementari relativi alle espressioni umane e molti pattern espressivi.
Tali osservazioni evidenziano il ruolo della comunicazione affettiva
nella formazione e nel mantenimento delle relazioni sociali attraverso
numerosi comportamenti di modellamento e controllo reciproco. Tra le
principali funzioni svolte dalle emozioni c'è quindi quella di
promuovere e regolare le relazioni interpersonali.
Ma l'apporto innovativo degli studi sull'infanzia è stato quello di
considerare gli affetti non solo come segnali intermittenti di
situazioni traumatiche ma come strutture stabili a livello
intrapsichico, presenti nella vita del bambino come in quella delle sue
figure d'accudimento, in grado di guidare l'esperienza soggettiva ed il
comportamento all'interno dei contesti interattivi.
Gli affetti, per la loro funzione comunicativa interpersonale, sono
reputati elementi adattativi essenziali per la sopravvivenza e lo
sviluppo e forniscono al bambino la possibilità di stabilire ed
incentivare le interazioni sociali con il mondo adulto. Non diventano
segnali conseguentemente ad eventi di socializzazione, ma rappresentano
essi stessi i segnali che permettono alla socializzazione di avere
inizio.
La stretta connessione tra affetti ed esperienze interattive formulata
da Emde consente la formulazione di nuove ipotesi motivazionali circa lo
sviluppo del bambino.
Emde propone un'ampia revisione della motivazione del Sé
prerappresentazionale e del suo nucleo affettivo, ponendo in primo piano
le capacità funzionali riscontrabili in ogni individuo dalle epoche più
precoci della vita.
Esistono nell'infanzia aspetti motivazionali di base verso attività,
auto-regolazione, adattamento sociale, monitoraggio affettivo,
considerati funzioni regolatrici specie-specifiche, preprogrammate
biologicamente in senso evolutivo. Quando un bambino esprime queste
spinte motivazionali nel contesto di una relazione con una figura
d'accudimento emotivamente disponibile, egli avrà la possibilità di
sviluppare importanti strutture psicologiche nei primi tre anni di vita.
Emde ha attribuito un'importanza particolare alle emozioni, ipotizzando
lo sviluppo di un nucleo affettivo del Sé in ognuno di noi. Le emozioni
sono universalmente rappresentate, precocemente identificabili e
persistenti durante tutta la durata della vita. Forniscono un nucleo di
continuità dell'esperienza del Sé durante la crescita, che permette di
mantenere il sentimento di essere sé Stessi nonostante tutti i
cambiamenti maturativi. Ma l'esistenza di un nucleo affettivo comune
all'intera specie umana consente anche di capire gli altri e di essere
empatici.
La disponibilità emotiva delle figure di accudimento significative negli
scambi affettivi con il bambino sembra essere il fattore che
maggiormente promuove la crescita nelle prime fasi di vita e si
manifesta attraverso funzioni di regolazione che assicurano l'equilibrio
emotivo del bambino, impediscono stati emotivi estremi e garantiscono
l'esplorazione ottimale in un contesto di sicurezza.
Scambi soddisfacenti di segnali emotivi tra il bambino e la propria
madre hanno la funzione di comunicare bisogni, intenzioni e
soddisfazioni e favoriscono funzioni di apprendimento ed esplorazione.
Quando la disponibilità emotiva della figura d'accudimento non è
ottimale, il ruolo organizzativo dell'affettività, nel controllare i
segnali emozionali propri ed altrui, può provocare disturbi evolutivi.
Per esempio, un'esperienza troppo dolorosa, può provocare un'esclusione
difensiva dell'informazione, specialmente nei casi in cui la figura
d'accudimento disconfermi la sofferenza del bambino.
Il nucleo affettivo biologicamente organizzato del bambino comincia
quindi a funzionare all'interno della relazione con la figura
d'accudimento e risulta influenzato dalla disponibilità emotiva di
quest'ultima.
In un contesto di disponibilità il bambino sviluppa un senso di
sicurezza e di efficacia nell'espressione di interessi, curiosità e
desideri di esplorazione, e si dimostra in grado di padroneggiare le
esperienze.
Gli scambi emotivi, la condivisione di significati, l'interiorizzazione
di un senso di reciprocità con gli altri permettono anche lo svipuppo
del sentimento dell'empatia.
Pur avendo una componente maturazionale indipendente dall'apprendimento,
è assai probabile che l'empatia sia favorevolmente influenzata dalla
qualità delle esperienze empatiche durante l'accudimento. Anche
l'empatia, come la disponibilità emotiva da parte delle figure
d'accudimento significative, è un processo di regolazione affettiva ed è
soggetta, in quanto tale, a disturbi di regolazione (sottoregolazione,
iperregolazione, regolazione incostante o inconsistente).
Secondo Emde è evidente la funzione sociale che gli affetti svolgono
nell'infanzia partecipando al processo epigenetico ed evolutivo. Egli
afferma che le emozioni infantili si sono evolute non soltanto allo
scopo di manifestare stati di bisogno, ma anche al fine di aumentare le
interazioni sociali. Il neonato umano, senza dubbio, è pre-programmato
in modo complesso, grazie alla sua dotazione genetica, alla segnalazione
sociale affettiva, alla reciprocità sociale affettiva e
all'apprendimento sociale in generale. Hamburg (1963) ha ipotizzato che
"le emozioni umane si siano evolute in quanto hanno presentato un
vantaggio selettivo nel facilitare i legami interindividuali e la
partecipazione alla vita di gruppo. (...) egli considera la vita di
gruppo come un potente meccanismo adattativo, che ha operato durante il
corso dell'evoluzione, in modo tale da far avvertire ai primati come
piacevole la formazione di legami interindividuali e come spiacevole la
rottura di questi legami; in effetti la rottura di questi legami si
accompagna a profonde modificazioni psicofisiologiche e alla messa in
atto di comportamenti finalizzati alla ricostruzione di relazioni
strette." (Hamburg 1963, pp. 300-315)
Concluderei qui dicendo che gli studi sull'infanzia hanno portato alla
formulazione di un modello evolutivo che reputa il bambino, alla
nascita, un essere altamente organizzato, dotato di capacità osservabili
soggette a maturazione.
L'emergere dell'organizzazione interna è strettamente considerato in
termini di relazioni e di processi, la complessità dei quali rivela la
presenza di strutture motivazionali innate preprogrammate.
La prospettiva organizzativa-relazionale rintraccia infatti le origini
del Sé nell'organizzazione e nella regolazione del sistema diadico:
madre e bambino sono motivati ad impegnarsi in regolazioni del Sé
conformi alle esigenze di reciproca regolazione di un sistema
interazionale.
Un'esperienza di disturbo nella regolazione reciproca provoca forti
allarmi affettivi nel sistema diadico di accudimento. Gli affetti
rappresentano quindi un codice di segnalazione emotiva e permettono lo
stabilirsi e la regolazione del coinvolgimento interpersonale.
"Risulta chiaro che ciò che conta perchè il bambino possa sviluppare una
fiduciosa partecipazione all'esistenza e all'attività sono la qualità e
la fiducia del controllo affettivo in una relazione con uno o più
adulti significativi." (Trevarthen 1990, p.107)
Inoltre i modelli emergenti di autoregolazione sono strettamente
connessi ai successivi modelli di adattamento sociale. Il modo in cui il
bambino organizza, interpreta e crea l'esperienza, ed il modo in cui
forma nuove relazioni sono quindi il prodotto delle precedenti
relazioni.
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tratto da http://www.psychomedia.it
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