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Dalla diade alla triade: il triangolo primario
Fino a qualche decennio fa la mente era considerata come “data dalla
natura”, dovuta alla maturazione del sistema nervoso, la cui origine
era posta con l’acquisizione del linguaggio. Ora invece, partendo dagli
studi sullo sviluppo cognitivo e emotivo del neonato e dalle numerose
ricerche di neuroimaging che si sono susseguite negli anni, sappiamo che
la maturazione è un processo che avviene a seguito dell’esperienza e
che è la qualità dell’esperienza stessa a determinare il tipo di
sviluppo (Imbasciati, 1998, 2007). La genetica determina la
macromorfologia del cervello, ma la sua micromorfologia e la sua
fisiologia dipendono dal tipo di esperienza che è stata assimilata.
Partendo dagli studi relativi all’apprendimento, è stato messo in
evidenza come non solo si apprende quanto è stato prima selezionato e
modulato dall’“apparato che apprende” (Bion, 1962), ma anche che è
l’ambiente interpersonale a svolgere la funzione primaria per
l’apprendimento. Una visione moderna dello sviluppo umano riconosce al
neonato competenze cognitive e sociali che gli consentono di elaborare
informazioni non solo provenienti dalla realtà esterna (Piaget, 1923,
1936), ma anche di creare o mantenere situazioni di interazione con la
figura di accudimento, solitamente intesa la madre (Stern, 1974), o
meglio ancora con entrambi i genitori (Fivaz-Depeursinge,
Corboz-Warnery, 1999).
Le ricerche che si sono focalizzate sui processi di regolazione tra
caregiver e bambino hanno messo in luce, a tal proposito, la precocità
della sincronia dei ritmi sia nella comunicazione corporea che nelle
vocalizzazioni tra genitori e neonato (Trevarthen, 1997), dove
quest’ultimo ha parte attiva nella relazione. Da questi studi sono
derivati costrutti teorici quali la promozione dell’attenzione focale,
considerata il precursore della costruzione di una teoria della mente da
parte del bambino (Fogel, 1977; Camaioni, 2003), la responsività
dell’adulto nel cogliere i segnali del bambino (Ainsworth e coll. 1978),
la capacità di riparazione da parte dell’adulto di rimediare quando
compie un errore durante l’interazione con il bambino (Tronick, 1989) e
infine la capacità di espressione di affetti positivi (Emde, 1991), che
favorisce il riferimento sociale necessario al bambino per orientarsi
verso i suoi obiettivi e essere in grado di condividere l’esperienza
anche a livello di significati, attraverso quella che viene chiamata la
sintonizzazione affettiva (Stern, 1985, 1995) e l’intersoggettività,
primaria e secondaria (Trevarthen, 1978).
Questa nuova visione del neonato ha comportato il progressivo
affermarsi di un modello teorico e clinico di tipo relazionale, che
considera i disturbi psichici dovuti non tanto ad un conflitto
intrapsichico - originato dalla fissazione e dalla successiva
regressione ad una fase specifica dello sviluppo, in cui l’intensità
pulsionale o la distorsione fantasmatica hanno creato un nucleo
patologico -, quanto come espressione sintomatica di modelli relazionali
interiorizzati disturbati, patologici (Malagoli Togliatti, Zavattini,
2006). Questo si è tradotto in psicopatologia nella necessità di
costruire nuovi strumenti di assessment affidabili, in grado di valutare
la qualità delle relazioni precoci tra genitori e bambino e rilevare
quei casi che possono essere terreno fertile perché si strutturi un
disagio psichico del piccolo (Fava Vizziello, 2003).
Nella storia della psicologia e della psicopatologia clinica, anche
se sono stati largamente riconosciuti il ruolo dei fattori affettivi e
relazionali nello sviluppo fisico, psichico e psicosomatico del bambino,
l’unità di osservazione è sempre stata di tipo diadico. Si pensi al
paradigma dell’attaccamento di Bowlby (1988), a quello della Bretherthon
(1994) per cui il legame che il bambino instaura con la madre
“determina” anche la qualità del legame con il padre, alla situazione
sperimentale della Strange Situation della Ainsworth (Ainsworth e coll.,
1978), all’ottica dell’Adult Attachment della Main (Main, Goldwin,
1998), al concetto di “costellazione materna” di Stern (1995): da tutti
si evince l’idea che il bambino tenda a sintonizzarsi naturalmente con
un unico caregiver prima di passare a instaurare relazioni più
complesse. Il paradigma stesso dell’Infant Research (Sander, 1987;
Cicchetti, Cohen, 1995; Trevarthen, 1997) sottolinea ampiamente come fin
dai primi giorni di vita la madre e il suo neonato siano disposti ad
agire consensualmente e come questa matrice relazionale sia costitutiva
dell’esperienza e dei significati interpersonali e personali del
neonato, a meno che una deficienza nella relazione di accudimento
intacchi la dimensione relazionale della psiche (Sameroff, Emde, 1989;
Imbasciati, 1998; Imbasciati, Dabrassi, Cena 2007).
Ma in questo modo è difficile comprendere l’emergere e il formarsi
dell’intersoggettività stessa, di quel “senso di noi” (Klein G., 1976)
su cui si basa la vita di ognuno. Alcuni autori (Tambelli e coll., 1995;
Camaioni, 1996; Howes, 1999) affermano che il presupposto teorico
secondo cui il neonato ha inizialmente una capacità di regolare solo le
relazioni diadiche per poi accedere, in un secondo momento, a quelle
triadiche e alle triangolazioni dipende da un eccessivo riferimento ad
un costrutto “madricentrico”, che finora ha influenzato le procedure di
ricerca. È come dire che senza un paradigma teorico che possa
presupporre l’esistenza della triangolazione e senza strumenti che
possano coglierla, difficilmente gli studiosi del settore possono
“vederla” e “documentarla”.
L’innovazione delle ricerche sulle relazioni primarie condotte dal
gruppo di Losanna, che a partire dagli Ottanta hanno studiato le
possibili configurazioni di quello che viene definito il “triangolo
primario”, sta proprio nel fatto di aver introdotto lo studio della
nascita della triangolarità stessa, ossia di quella capacità da parte
del bambino di formare nella propria mente un’idea del “tessuto di
relazioni”, in cui è inserito quello che Zavattini (2000) definisce il
“senso interno della relazionalità”.
Il gruppo di Losanna, coordinato da Fivaz-Depeursinge e
Corboz-Warnery (1993), parte dal presupposto che per studiare la
famiglia non è possibile soffermarsi solo sulle sue componenti diadiche,
ma la si deve considerare come un insieme unico, un’unica unità. Il
concetto di “triangolo primario”, così come concepito, nasce all’interno
di una cornice teorica che associa la teoria dei sistemi con il
paradigma etologico-microanalitico, oltre che con gli studi dell’Infant
Research (Sander, 1987; Cicchetti, Cohen, 1995; Trevarthen, 1997) e
quelli di Stern sulla “sintonizzazione affettiva” e sulla costruzione
del “Sé intersoggettivo” (Stern, 1985). Lo scopo principale di questo
nuovo modello è quello di superare i limiti teorici e metodologici messi
in evidenza da Hinde e Stevenson-Hinde (1998) e da Emde (1991) degli
studi che, prima di loro, si sono interessati di studiare la
triadificazione. Questi ultimi, infatti, hanno cercato di indagare la
triade attraverso lo studio delle diadi che la compongono
(madre-bambino, padre-bambino, madre-padre) e si sono focalizzati sulle
influenze che ogni membro della famiglia aveva sull’altro. Invece, il
concetto di “triangolo primario” parte dalla considerazione sistemica
che “tutto è una proprietà emergente” e che, quindi, la triade deve
essere osservata come un insieme complessivo, in cui le modalità di
partecipazione dei diversi attori possono essere fatte variare
sistematicamente. Una particolare attenzione viene rivolta alla
prospettiva di comunicazione: le due autrici, Fivaz-Depeursinge e
Corboz-Warnery (1993), sottolineano come lo scopo dei dialoghi precoci
sia quello di condividere gli affetti positivi, espressi in modo
predominante dalla comunicazione non verbale. Quest’ultima viene
concepita come organizzata gerarchicamente in livelli con
differenziazione crescente, dalle modalità più contestuali a quelle più
testuali, dalla disponibilità all’interazione (che si esprime a livello
della parte inferiore e superiore del corpo) all’attenzione reciproca
(che si manifesta a livello della testa e dello sguardo) fino al
coinvolgimento espressivo (manifestazioni facciali e dello sguardo).
Anche se l’influenzamento procede in entrambi i sensi, l’ordinamento
gerarchico implica che gli influenzamenti che procedono dal contesto al
testo siano dominanti nel determinare il risultato dell’interazione. In
particolare, le interazioni che vanno dal corpo verso lo sguardo sono
dominanti rispetto a quelle che vanno dallo sguardo verso il corpo.
In questo modo è possibile identificare un pattern comunicativo, che
nel momento in cui risultasse disfunzionale darebbe la possibilità di
progettare un precoce intervento terapeutico che favorisca un’evoluzione
familiare migliore.
… come strumento di assessment neonatale
Sulla base delle considerazioni teoriche sopra riportate, le autrici
Fivaz-Depeursinge e Corboz-Warnery hanno quindi sviluppato uno
strumento di assessment per valutare le famiglie nel primo anno di vita
del bambino: il Lausanne Trilogue Play (LTP - Fivaz-Depeursinge,
Corboz-Warnery, 1999). Il setting dell’LTP consente l’osservazione
sistematica delle interazioni familiari nella relazione triadica tra il
padre, la madre e il bambino. L’obiettivo del gioco triadico è quello di
permettere ai tre componenti della famiglia di condividere momenti
piacevoli e raggiungere momenti di condivisione sul piano
intersoggettivo. L’LTP prevede quattro parti: 1) nella prima parte uno
dei due genitori gioca con il bambino, mentre l’altro è semplicemente
presente (2+1); 2) nella seconda parte è previsto uno scambio di ruoli
tra i genitori: il genitore che in precedenza aveva assunto una
posizione periferica gioca ora con il bambino, mentre il primo ricopre
il ruolo passivo (2+1); 3) nella terza parte i tre membri della famiglia
giocano insieme (3-insieme); 4) infine, nella quarta parte i genitori
devono interagire tra di loro senza coinvolgere il bambino. Le quattro
situazioni sono ordinate secondo una progressione naturale per
determinare una scena di gioco triadico che fosse simile ad una
situazione di scambio narrativo.
Il setting prevede che i membri della famiglia siano disposti su
delle sedie posizionate come se fossero ai vertici di un triangolo
equilatero in modo che entrambi i genitori abbiano una posizione “pari”
rispetto al bambino. Il bambino è posto su uno speciale seggiolino
adattabile per dimensioni e inclinazione, ruotabile in modo da essere
orientato di fronte a ciascun genitore, o posizionato al centro in modo
da rimanere di fronte ad entrambi i genitori contemporaneamente. La
procedura può essere utilizzata con bambini che hanno età diverse:
quelli di un anno sono posizionati in un seggiolone e hanno a
disposizione giocattoli adatti per il gioco simbolico; quelli più
grandini, che stanno seduti su una sedia normale, hanno una serie di
bambole con cui devono creare una storia con l’aiuto dei loro genitori. È
prevista un’applicazione anche durante il periodo della gravidanza e in
questo caso viene richiesto ai genitori di “simulare” la prima
interazione al momento della nascita con il loro bambino (personificato
da una bambola). La famiglia è lasciata libera di decidere sia la durata
complessiva del gioco sia quando passare da una fase all’altra, anche
se viene invitata a rimanere entro la durata di 10-15 minuti. Le
modalità con cui vengono prese queste decisioni rivela molte cose sulla
coordinazione dei genitori.
L’obiettivo del gioco triadico, come abbiamo detto in precedenza, è
quello di indagare la capacità di regolazione affettiva, condivisione e
responsività empatica. Si parte dal presupposto che le relazioni hanno
due versanti che sono tra di loro interconnesse: il versante interattivo
che riguarda il comportamento osservabile ed è costituito da pattern di
azioni e segnali tra i partner, quello intersoggettivo che riguarda il
lato psichico intimo e comprende le intenzioni, i sentimenti e i
significati condivisi tra i membri della famiglia. La famiglia viene
considerata come un sistema costituito da una sottounità strutturante
(co-genitoriale) e da una evolutiva (il bambino). La funzione della
componente strutturante è di facilitare e guidare lo sviluppo del
bambino, quella della componente evolutiva è di crescere e incrementare
la propria autonomia.
Per raggiungere lo scopo triadico i membri della famiglia devono
soddisfare tre funzioni tra loro interrelate: la partecipazione,
l’organizzazione e la focalizzazione. A seconda del grado di
coordinazione che raggiungono nel lavorare insieme per la realizzazione
del compito, le relazioni nella famiglia possono essere descritte in
termini di “Alleanza Familiare”. Più le interazioni sono coordinate, più
l’alleanza familiare risulta essere funzionale e questo tende a
promuovere lo sviluppo socio-emotivo del bambino; nel caso opposto
l’alleanza familiare risulta problematica, chiusa in schemi di
reciprocità negative, con la conseguenza che il conflitto tra i genitori
si esplicita sul bambino stesso e/o con la sua esclusione. In base a
queste considerazioni, sono state evidenziate cinque tipi di alleanze
familiari:
Alleanza familiare cooperativa: i tre membri sono sintonizzati tra
loro, condividono momenti di comunicazione affettiva, generalmente
piacevoli o, comunque, i genitori sono in grado di mettere in atto stati
riparativi sia nella figurazione tre-insieme sia in ciascuna delle
altre configurazioni. Le alleanze di tipo cooperativo sono non
facilmente riscontrabili nella normalità statistica della popolazione:
si osservano di solito oltre il limite superiore del range normale.
Alleanza familiare in tensione più (+): i membri della famiglia non
sono sintonizzati a livello emotivo l’uno con l’altro. A questo livello
si valuta se è tuttavia presente una comprensione empatica o se il clima
affettivo è troppo negativo perché i genitori riescano ad aiutare
adeguatamente il bambino a regolare i propri affetti: tendenzialmente si
osserva una iperstimolazione o una ipostimolazione da parte loro.
Alleanza familiare in tensione meno (-): uno dei membri della
famiglia sta rivolgendo la propria attenzione altrove e non
all’obiettivo del gioco, impedendo così il raggiungimento di un focus
condiviso e mantenuto.
Alleanza familiare collusiva: non tutti i membri sono nel proprio
ruolo perché uno di essi sta interferendo o si sta astenendo oppure non
vi è coordinazione nella terza fase, quella in cui è prevista
l’interazione tutti e tre insieme. Spesso si osserva che il bambino ha
un’“attenzione monogenitoriale”, cioè si rivolge unicamente ad uno dei
due genitori. Di solito una situazione simile è tipica delle famiglie in
cui è presente un conflitto non negoziabile tra i genitori e in cui il
bambino ha assunto il ruolo di capro espiatorio o di mediatore (McHale,
Fivaz-Depeursinge, 1999).
Alleanza familiare disturbata: i membri della famiglia non sono tutti
inclusi nell’interazione e in questo caso non vi è la possibilità di
raggiungere l’obiettivo. Ad esempio, i genitori possono sistemare il
bambino nel seggiolino in modo inadeguato, impedendogli in questo modo
di interagire (holding inappropriato). Spesso accade in questi casi che
il malessere espresso dal bambino viene interpretato come risultato del
maltrattamento da parte dell’altro genitore o come rifiuto da parte del
bambino stesso. Questo tipo di alleanza si osserva spesso nelle famiglie
in cui è presente una psicopatologia grave dei genitori, non sempre
diagnosticata, in cui si ha un’inversione di ruoli e il bambino assume
una posizione “genitorializzata” (Boszormenyi-Nagy, Sparks, 1973).
I risultati delle ricerche condotte con il paradigma dell’LTP hanno
evidenziato un numero sufficiente di precursori delle strategie
triangolari del bambino tanto da mettere in discussione la visione
classica dello sviluppo (Fivaz-Depeursinge e coll., 1999): i bambini non
solo discriminano le diverse configurazioni distribuendo in modo
differenziato gli sguardi, ma la maggior parte di essi già a tre mesi
alterna l’orientamento dello sguardo tra i due genitori diverse volte
durante la seduta. Inoltre, nelle alleanze sufficientemente funzionali,
pare che queste coordinazioni triangolari dello sguardo si verifichino
principalmente nella situazione “tre-insieme” e durante le transizioni
tra le diverse situazioni. La continuità di tali capacità interattive
triadiche precoci nello sviluppo ha consentito di ipotizzare un percorso
evolutivo di queste almeno parallelo e indipendente rispetto al
percorso di quelle diadiche. Infine, sembra che il tipo di alleanza
familiare che si instaura risulta abbastanza stabile non solo durante il
primo anno di vita del bambino, ma anche fino ai 18 mesi di età
(Fivaz-Depeursinge, Corboz-Warnery, 1999; Favez, Frascarolo, 2002;
Weber, 2002).
La procedura viene registrata e la codifica (Grille d’Evaluation
Triadique du Centre de la Famille, GETCEF - Fivaz-Depeursinge e coll.,
2002) viene fatta attraverso l’analisi dei filmati basata
sull’osservazione delle scale “partecipazione”, “organizzazione”,
“attenzione focale”, composte a loro volta da variabili graduate su
scala Likert a 3 punti (range 0-2). Ognuna delle variabili viene
valutata per ogni parte della procedura e i singoli punteggi sommati a
formare il punteggio globale di “Alleanza familiare” (range 0-48)
(Carneiro e coll., 2006). La codifica viene svolta da almeno due
osservatori che devono dare un giudizio sulla base del sistema di
codifica. Per questa ragione è importante che gli osservatori siano
sottoposti ad un training specifico che li formi a rilevare e giudicare
le variabili considerate. È importante inoltre che sia calcolata
l’attendibilità dei punteggi attribuiti attraverso il calcolo
dell’indice k di Cohen, attraverso il quale è possibile calcolare la
probabilità di accordo non imputabile al caso. Nelle ricerche finora
condotte la validità del sistema e l’attendibilità delle codifiche sono
risultate soddisfacenti.
Infine, l’utilizzo della registrazione permette l’utilizzo clinico
del video feedback: i genitori possono rivedere il filmato e in tal modo
si promuove ed accresce la loro consapevolezza delle loro modalità di
interazione, positive e negative (McDonough, 1993; Bakermans-Kranenburg e
coll., 1998; Downing, Ziegenhain, 2001). Il video feedback fornisce una
doppia prospettiva sul funzionamento familiare: l’esperienza
dell’interazione in tempo reale e quella rivista a distanza di tempo. Lo
stesso accade anche per il terapeuta. È previsto anche un intervento
diretto sulle interazioni, condotto all’interno del setting della
consulenza e/o attraverso prescrizioni o rituali, che devono essere
eseguiti a casa nel periodo che intercorre tra le sedute (Imber-Black,
Roberts, 1992), con lo scopo di innescare dei cambiamenti nei pattern di
interazione problematici. È particolarmente indicato quando i genitori
hanno una modalità di funzionamento alessitimica e sono poco inclini
alla riflessione o quando la procedura non è stata vissuta come
un’esperienza particolarmente positiva per loro.
Una critica che si potrebbe porre è che gli interventi si concentrano
sulle modalità di comportamento, di condivisione e il grado di
coordinamento della famiglia (“famiglia praticante” – Reiss, 1989) e non
si interviene, invece, su quella che è la cosiddetta “memoria delle
relazioni” che risiede principalmente nei modelli operativi interni
(Bowlby, 1980), ovvero sulla “famiglia rappresentata”. Secondo Reiss
(1989) è solo attraverso l’osservazione che si può accedere
all’intersoggettività e gli schemi interattivi sono il punto di ingresso
obbligatorio per arrivare alle rappresentazioni. Stern (1995) sostiene
che l’interazione è “la scena in cui si manifestano le rappresentazioni
dei genitori… Analogamente, l’interazione è la scena in cui agiscono le
rappresentazioni del bambino che influenzano direttamente i genitori”.
In questo senso la descrizione delle interazioni triangolari può essere
considerato il primo passo per indagare un campo così complesso come
quello delle rappresentazioni (Simonelli e coll., 2009). Per questo
motivo Fivaz-Depeursinge, Corboz-Warnery (1999) considerano gli schemi
interattivi che si possono osservare attraverso l’LTP come delle
pratiche coordinate familiari che, secondo Reiss (1989) “riallineano la
rappresentazione individuale con le pratiche di gruppo”. Seguendo le
famiglie nel corso del primo anno di vita del bambino, è possibile
osservare come queste ritualizzano lo svolgimento della procedura e come
i genitori facciano partecipare il bambino alle loro pratiche. In
questo modo è possibile misurare la regolazione degli affetti, la
capacità responsiva di tipo empatico e il modo in cui questi fattori
sono legati alle motivazioni di calore, affettività e intersoggettività.
Come possiamo evincere da queste brevi descrizioni, il Lausanne
Trilogue Play (LTP) può essere considerato uno strumento di
osservazione, diagnosi e intervento, in grado di valutare e fornire una
classificazione della dimensione relazionale che caratterizza il disagio
o il disturbo psicopatologico durante lo sviluppo del bambino e
dell’adolescente, prendendo in considerazione non solo il rapporto
madre-figlio, su cui si focalizzano altri strumenti sopracitati, ma il
rapporto con entrambi i genitori. In questo modo i professionisti che
lavorano nell’ambito della genitorialità avranno non solo una visione
della relazione diadica che ciascun genitore instaura con il proprio
figlio ma anche di quella triadica, con la possibilità di valutare
quanto il senso di cooperazione e di coinvolgimento influenzi e
favorisca lo sviluppo del bambino. Sappiamo dalla letteratura come il
livello diadico e quello triadico contribuiscono in modo diverso al
funzionamento familiare (si confronti McHale, Cowan, 1996; McHale,
Fivaz-Depeursinge, 1999) e, pertanto, è importante avere una valutazione
di entrambe le modalità di interazione familiare.
… come strumento di assessment anche prenatale
Come abbiamo detto in precedenza, gli studi finora condotti (Favez e
coll., 2006a, b) mostrano che il tipo di alleanza familiare che si
instaura tra la triade rimane stabile per tutto il primo anno e mezzo
del bambino (Weber, 2002): poche ricerche hanno invece cercato di
indagare quando queste modalità di funzionamento si caratterizzano, se
alla nascita del bambino stesso o, come invece è ipotizzabile, prima,
durante il periodo della gravidanza, nella fase di transizione alla
genitorialità (Carneiro e coll., 2006). Sebbene la gravidanza
rappresenti un evento naturale del ciclo di vita della donna, in
particolare la prima gravidanza si configura come una fase critica - una
“crisi evolutiva” -, che implica profondi cambiamenti psicologici,
somatici e sociali (Deutsch, 1945; Bibring, 1959, 1961; Pines, 1972,
1982; Ammaniti, 1992). Stern (1995) definisce “costellazione materna”
questa condizione di riorganizzazione della vita psichica della donna,
caratterizzata da profondi cambiamenti delle rappresentazioni di sé come
persona, moglie, figlia, madre. L’attesa di un bambino è un periodo di
“trasparenza psichica” per la donna incinta (Bydlowski, 1997), ma anche
di riadattamento delle relazioni all’interno della famiglia: entrambi i
genitori si preparano psicologicamente alla genitorialità e alla
relazione con il bambino atteso, attraverso la costruzione progressiva
di un’immagine del bambino, il cosiddetto “bambino nella testa”,
“bambino nella notte”, “bambino immaginario” (Soulé, 1982; Vegetti
Finzi, 1995; Bydlowski, 1997), che poi dovrà fare i conti con il
“bambino reale” alla nascita. Nonostante questo, le ricerche si sono
principalmente focalizzate su quelle che sono le rappresentazioni
materne sul bambino in pancia, mostrando come esse siano predittive
della relazione madre-bambino dopo la nascita. Pochi sono invece i
lavori che hanno indagato le rappresentazioni paterne e, ancora meno,
quelli relativi alle rappresentazioni dei due genitori insieme. Si può
citare la ricerca di Bürgin e Von Klitrig (1995) che mostra come le
rappresentazioni triangolari dei genitori (padre e madre) durante la
gravidanza siano predittive del posto che essi offriranno al bambino
nelle interazioni triadiche a quattro mesi dopo la nascita. Altri studi
hanno messo in luce l’influenza della relazione coniugale (Gottman,
Katz, 1989; Cowan, Cowan, 1992) o l’impatto della coppia genitoriale -
per distinguerla dalla coppia coniugale (Katz, Gottman, 1996; McHale,
Cowan, 1996; McHale, Fivaz-Depeursinge, 1999) - sullo sviluppo del
bambino. Questo concetto, chiamato co-genitorialità, è stato
sottolineato anche dalla teoria di Minuchin (1974) e si riferisce alla
qualità dell’accordo tra adulti nel loro ruolo di genitori (McHale,
Cowan, 1996; Belsky, Kelly, 1994).
Anche se dai risultati delle ricerche emerge come la relazione
coniugale abbia un impatto sulla qualità di parenting, in realtà non
tutte le coppie con difficoltà coniugali agiscono il conflitto nel
contesto della co-genitorialità o anche non tutte le coppie con
difficoltà co-genitoriali hanno problemi a livello coniugale. Alcune
ricerche hanno però dimostrato che il “calore familiare”, inteso come la
manifestazione di affetto e tenerezza tra i genitori e verso il
bambino, ha correlazioni forti con lo sviluppo socio-emotivo del bambino
e con le successive interazioni con i pari (McHale, Cowan, 1996; McHale
e coll., 1997; McHale, Fivaz-Depeursinge, 1999). Ritornando al periodo
prenatale, un recente studio di McHale (McHale e coll., 2002) ha
mostrato una forte associazione tra le aspettative prenatali dei
genitori sul futuro processo familiare e il funzionamento co-genitoriale
osservato nelle interazioni triadiche dopo la nascita.
Supponendo quindi che le co-parentage si fondi già durante la
gravidanza, Carneiro e i suoi collaboratori (2006) hanno cercato il modo
di predire da questo periodo la qualità dell’alleanza genitoriale una
volta che il bambino è nato, utilizzando il paradigma dell’LTP
(adattandolo per la situazione prenatale). Se l’alleanza familiare è già
in formazione tra i genitori durante la gravidanza, si tratta allora di
osservare la cooperazione, definita “alleanza prenatale
co-genitoriale”, tra i futuri genitori a proposito del figlio che dovrà
nascere. In questo caso ai futuri genitori viene chiesto di immaginare e
simulare il loro primo incontro con il proprio bimbo, rappresentato da
una bambola che ha il corpo di un neonato, ma senza un volto definito.
L’alleanza prenatale co-genitoriale è stata valutata dagli autori
(Carneiro e coll., 2006) utilizzando cinque scale: a) la giocosità
co-genitoriale, cioè la capacità da parte della coppia di creare uno
spazio giocoso e di co-costruire un gioco; b) la struttura del gioco,
cioè la capacità della coppia di strutturare i quattro momenti del gioco
in base alla consegna; c) i comportamenti genitoriali intuitivi
individuati dalla letteratura (Papousek, Papousek, 1987) nell’holding e
orientamento “en face”, nella distanza di dialogo, nel baby-talk e/o nei
sorrisi diretti al bambino, nello accarezzare e/o nel cullare,
nell’esplorazione del corpo del bambino e, infine, nella preoccupazione
per il benessere del bambino; d) la cooperazione di coppia, cioè il
grado di cooperazione attiva tra i genitori durante il gioco, a livello
comportamentale; e) il calore familiare, cioè il grado di affetto e
umorismo condiviso dai partner durante il gioco.
È stato anche valutata la soddisfazione coniugale a livello prenatale
utilizzando la Dyadic Adjustment Scale (DAS – Spanier, 1976) e
l’alleanza familiare postnatale utilizzando l’LTP postnatale presentato
in precedenza.
Dai risultati di questo importante studio è emersa una correlazione
significativa tra il grado di coordinazione della coppia a livello
prenatale e il livello di coordinazione familiare postnatale. In
particolare, le dimensioni che sono risultate significativamente
correlate con l’LTP postnatale sono state i “comportamenti intuitivi
genitoriali” e il “calore familiare”, cioè quelle importanti nella
coordinazione con il bambino reale. Tra l’altro il fatto che entrambi i
genitori siano in grado di attivare i “comportamenti intuivi” prima
della nascita, fa pensare rispetto all’idea diffusa del cosiddetto
istinto materno. È vero che i padri che partecipano a questo tipo di
ricerche sono poco rappresentativi dei padri in generale perché più
motivati, ma è altrettanto vero che quando i padri si ritrovano nel
ruolo di caregiver primario mostrano le competenze genitoriali
necessarie (Palmeri, 1989). In linea con questa lettura, alcuni autori
(Lamb, Oppenheim, 1989) sostengono l’idea che il motivo per cui le madri
risultano più sensibili, in sintonia e capaci di adeguarsi maggiormente
ai bisogni del loro bambino solo perché se ne occupano di più rispetto
ai padri.
Inoltre, è emersa anche una correlazione significativa tra la
soddisfazione coniugale e l’alleanza co-genitoriale prenatale, ma solo
per i mariti. Wang e Crane (2001) hanno interpretato queste differenze
in termini di ruolo che gli uomini hanno rispetto alle donne nella
maggior parte delle culture: mentre le madri sono considerate le
principali caretaker dei loro bambini, i padri hanno invece
principalmente la responsabilità del sostegno economico della famiglia.
Pertanto, secondo questi autori, le madri tendono ad impegnarsi di più
nelle relazioni co-genitoriali e genitoriali, a dispetto della
soddisfazione coniugale, mentre solo i padri con un’alta soddisfazione
coniugale si impegnano di più anche in quella genitoriale. In questo
studio (Carneiro e coll., 2006) è emerso che la soddisfazione coniugale
misurata a livello prenatale è correlata con l’alleanza co-genitoriale
prenatale; non si è però trovata la stessa relazione con l’alleanza
familiare postnatale (anche se bisogna dire che non è stata misurata la
soddisfazione coniugale a livello postnatale).
I risultati di questo studio hanno dimostrato la necessità quindi di
sviluppare strumenti di assessment che indagano la famiglia anche a
livello prenatale, in moda da poter essere in grado di rilevare le
risorse e le vulnerabilità della famiglia prima dell’arrivo del primo
figlio e, quindi, di poter intervenire in un’ottica di prevenzione. Lo
strumento può essere utilizzato sia come procedura di valutazione
clinica, sia come vero e proprio intervento terapeutico (Corboz-Warnery,
Fivaz-Depeursinge, 2001; Fivaz-Depeursinge e coll., 2004).
Conclusioni
Come abbiamo visto, il progressivo affermarsi di un modello teorico e
clinico di tipo relazionale ha posto la necessità di individuare nuovi
strumenti di valutazione delle relazioni precoci tra genitori e bambino.
Da un’analisi critica delle ricerche finora condotte sembra che il
Lausanne Trilogue Play (LTP) risponda a questa esigenza in quanto è in
grado di fornire una visione globale delle dinamiche familiari, mettendo
in luce quali sono i limiti e le risorse del funzionamento relazionale.
A partire da quello strumento è stato possibile costruire una
metodologia di osservazione standardizzata del gioco a tre applicabile
in vari contesti di intercento clinico (LTPc – Lausanne Trilogue Play
clinico; Malagoli Togliatti, Mazzoni, 2006). Attraverso l’LTPc è
possibile valutare sia la corrispondenza tra l’emergenza soggettiva
psicopatologica del figlio e la disfunzionalità familiare, sia la
corrispondenza tra la gravità della disfunzionalità familiare e i
diversi tipi di intervento terapeutico (Mazzoni e coll., 2006). L’LTPc è
stato utilizzato anche nell’ambito della tutela del minore, nelle
separazioni conflittuali, come strumento in grado di rilevare i diversi
livelli di problematicità della famiglia e, pertanto, poter individuare
gli interventi più efficaci (Malagoli Togliatti, Lubrano Lavadera,
2006). Per una rassegna di tutte queste applicazioni si veda Malagoli
Togliatti, Mazzoni (2006).
Dalla rassegna di studi presentata in questa occasione, siamo
convinti che il Lausanne Trilogue Play possa essere considerato un
valido strumento di assessment perinatale in grado di individuare già
nel periodo della gravidanza, e quindi intervenire a livello preventivo,
quelle famiglie più a rischio, che possono risultare non adeguate, se
non addirittura dannose, per lo sviluppo fisico, psichico e
psicosomatico del bambino. Inoltre, la possibilità di poter applicare lo
strumento anche nel periodo postnatale permette agli operatori
dell’area perinatale di seguire i cambiamenti all’interno del sistema
familiare stesso, valutare quale tipo di interventi a sostegno della
genitorialità è il più adatto e verificarne l’efficacia.
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L’intersoggettività primaria, riconosciuta solo da alcuni autori
(Meltzoff, Moore, 1995), caratterizzerebbe già le prime interazioni
precoci e consisterebbe in una capacità (innata) a condividere le
sensazioni e gli stati mentali altrui. Gli autori basano i loro
presupposti su quegli esperimenti da cui si evince la capacità dei
neonati di imitare e usare manifestazioni non verbali in una sorta di
“proto-conversazioni”, dimostrando la capacità di variare tempi e
intensità della comunicazione insieme ai loro partner e una sensibilità
alle capacità materne di rispecchiare i loro affetti.
L’intersoggettività secondaria emergerebbe, invece, tra i 9 mesi e la
fine del primo anno di vita del neonato e implicherebbe la capacità di
condividere con altri attenzione e intenzioni, e quindi la capacità di
istituire una comunicazione referenziale (Bretherton, 1992; Tomasello,
1995).
Il concetto di triangolazione viene utilizzato sia nella teoria
psicodinamica che nella teoria dei sistemi familiari: nella prima il
termine fa riferimento all’esperienza edipica soggettiva del bambino di
esclusione dalla relazione dei genitori; nella seconda fa riferimento al
processo problematico in cui un bambino viene preso nella relazione
conflittuale dei suoi genitori al fine di deviarne la tensione.
Termine con cui veniva indicata la triangolazione sul piano comportamentale.
La funzione di holding (Winnicott, 1989) viene definita come quella
capacità del genitore di sostenere e contenere mentalmente e fisicamente
i bisogni del bambino, dando loro un’interpretazione e una risposta
adeguata.
tratto da http://www.psychomedia.it
Grounding Institute
Via Asiago, 35 Catania
www.bioenergetic.it
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