Per valutare la reazione emotiva dei neonati sono stati esaminati venti bambini, con un'età compresa tra i 3 e i 6 mesi di età, nel corso di una situazione in cui la madre simulava un'interruzione della comunicazione. L'esperimento si è avvalso del paradigma still-face, un procedimento, ideato nel 1978 da Edward Tronick, utilizzato per studiare la percezione che gli infanti hanno delle persone, gli effetti della depressione materna sullo sviluppo infantile e molti altri aspetti che riguardano lo sviluppo sociale ed emotivo del bambino.
Il paradigma still-face adottato durante la ricerca prevedeva tre fasi di due minuti ciascuna, nella prima fase è stato chiesto alle madri di interagire con il figlio come facevano nella vita quotidiana, nella seconda di mantenere un'espressione del volto immobile (still-face) e nella terza di riprendere a interagire con il figlio, tutte le fasi sono state videoregistratore per poter poi essere riesaminate con attenzione. Attraverso questa procedura si è quindi riprodotta una condizione controllata di stress relazionale che ha permesso di verificare la capacità del bambino di adattarsi alla non-comunicazione materna. Per valutare la reazione dei bambini si sono codificati alcuni dettagli come lo sguardo, l'espressione emozionale e lo stato comportamentale.
I dati raccolti hanno evidenzino che i bambini reagivano al volto inespressivo della madre con un aumento dell'emozionalità negativa e una riduzione del coinvolgimento sociale positivo (aumento dello scanning visivo, incremento dell'agitazione, richiesta di essere preso in braccio, pianto). Osservando la fase di still-face il bambino evidenziava una marcata contraddizione in quanto la madre, pur essendo fisicamente presente, non era emotivamente disponibile. Lo studio dimostra che non vi sono particolari differenze tra maschi e femmine, diversamente da quanto era emerso in analoghe ricerche USA, dove i bambini presentavano maggiori stati emozionali negativi rispetto alle bambine.
Un altro aspetto emerso dallo studio è che il disagio causato durante la fase di still-face può influire anche nella terza fase (reunion), il bambino è diviso tra il desiderio di riprendere ad interagire con la madre e il peso dell'affetto negativo che ha precedentemente sperimentato. Il conflitto era espresso da un'alternanza di segnali positivi e negativi che non erano stati osservati in interazioni normali. Il bambino e la madre dovevano quindi ritrovare un modo per riparare una vera "rottura comunicativa", la qualità dell'interazione madre figlio dipendeva quindi dalle capacità di "ricucire" quanto l'evento precedente aveva "danneggiato".
Edward Tronick evidenzia il ruolo fondamentale svolto sia dalla mamma che dal bambino nel "riparare" le rotture che avvengono nella comunicazione. Il pediatra spiega che è importante che a seguito dell'interruzione della comunicazione tra madre e bambino vi sia la capacità e la possibilità di mettere in atto dei processi di riparazione. Le interazioni tra mamma e bambino che avvengono dopo un black-out comunicativo, oltre ad essere occasioni importanti di apprendimento socio emozionale, sono gli aspetti che renderanno unica la relazione tra madre e bambino.
Il Dr. Rosario Montirosso, psicologo e responsabile del Centro Medea per lo studio neuro comportamentale del bambino piccolo (Programma italiano NNNS di ricerca e di training U.O. Neuroriabilitazione I, IRCCS E. Medea), evidenzia le potenzialità di un'osservazione precoce delle capacità emozionali del bambino e della relazione madre/bambino nella prevenzione di eventuali disturbi emotivi e comportamentali. Lo psicologo evidenzia che i risultati ottenuti fino ad ora presso i laboratori italiani confermano quanto già documentato da Tronick, inoltre, i dati raccolti hanno mostrato come attraverso determinati processi sia possibile valutare fin dalle fasi iniziali eventuali difficoltà nella relazione madre - bambino, un'analisi che permette di intervenire precocemente supportano, quando necessario, il rapporto genitori figli.
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La Psicogenealogia si rivela come un ottimo strumento per indagare nel nostro inconscio famigliare che, molto spesso inconsapevolmente, si proietta su di noi influenzando la nostra psiche. Lo studio del nostro albero genealogico ci aiuta a capire meglio la nostra storia famigliare per riappropriarci in parte della memoria ancestrale che è all’origine del nostro nucleo più profondo. Fin dal momento del nostro concepimento ci troviamo al confluire di due fiumi costituiti dai rami materno e paterno, entrambi portano con sé, oltre a valori diversi che abbiamo il compito di unificare, anche l’eredità di fardelli che sono di ostacolo alla nostra realizzazione. Il percorso comprenderà dieci seminari ripartiti su due anni, con la particolarità di renderlo accessibile anche a coloro che, non interessati alla Formazione, preferiscono partecipare ad uno o a più seminarii a loro scelta, in base agli argomenti trattati. E’ utile per ogni partecipante avere a disposizione il massimo delle informazioni possibili sulle generazioni, la propria, quella dei genitori, dei nonni e dei bisnonni con una rappresentazione del proprio albero genealogico per permettere ai partecipanti di “esperire l’esperienza”.
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