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Tra gli studiosi delle origini e dello sviluppo delle strutture mentali,
verso l’ottimalità piuttosto che verso la patologia, del bimbo e poi
dell’adulto, esiste ormai da molti lustri una convergenza nell’affermare
che la qualità delle strutture interne della personalità, e
l’intelligenza stessa, dipendono da quanto si è strutturato nelle
interazioni precoci del bimbo con i suoi caregivers. Quanto più precoci
esse saranno state, tanto più incisive saranno, e decisiva la loro
strutturazione per come poi si strutturerà lo sviluppo nelle successive
esperienze; quanto migliori, tanto più è probabile che l’individuo si
sviluppi bene, cosicché da adulto sia in grado di fronteggiare
situazioni difficili, stressanti, senza scompensarsi. Le prime
esperienze servono a imparare come si imparerà, ovvero, per dirla con
Bion, come si apprenderà dall’esperienza (Bion, 1962). In queste
strutturazioni precoci, tanto si è parlato di “cure materne” e delle
relative carenze come causa di psicopatologia: un po’ meno si è discusso
in cosa esattamente esse consistano, e cioè della loro qualità,
rispetto ad una loro efficacia di buon sviluppo piuttosto che come
pregiudiziale iatrogena per la futura persona.
Tra gli studiosi che si sono occupati di questo aspetto, c’è una
relativa concordanza nell’avere individuato la chiave del problema non
semplicemente nella quantità di presenza dei caregivers con il bimbo, ma
nella qualità di questa presenza, cioè nella partecipazione dei
caregivers alle nascenti capacità mentali del bimbo: queste dovrebbero
essere cogenerate in un dialogo non verbale che implica una particolare
capacità di comunicare da parte dei genitori, nelle interazioni col
bimbo, in modo che egli possa costruire le sue prime strutture mentali.
Questo “dialogo” non verbale, non distaccato né intrusivo, avviene
spontaneamente se i caregivers possiedono queste capacità e ovviamente
se possono rimanere col bimbo per tempi sufficienti e con piena
attenzione, in modo che il di lui pensiero si sviluppi nell’essenza
affettiva della relazione. Si è parlato di intelligenza emotiva,
(Greenspan, 1981, 1997; Goleman, 1995) o intelligenza del cuore
(Greenspan, Benderly, 1998). Notevoli studiosi di neuroscenze hanno
confermato (Schore, 2003a, b) come la maturazione cerebrale (in
particolare del cervello destro) dipenda dalla qualità delle interazioni
coi caregivers.
Si tratta della “affect regulation”, oggetto di tante ricerche
sperimentali (Schore, 2003a, b) psicologiche e neuropsicologiche, che si
stabilisce tra madre e neonato/bimbo, e che agisce soprattutto in epoca
preverbale, strutturando la funzionalità psichica e le reti neurali del
bimbo, con particolare riguardo alle funzioni emotivo-affettive (quelle
che più tardi potranno essere chiamate carattere, o personalità, o
stili di vita, stili di attaccamento, disposizioni relazionali, o anche
temperamento) e alla qualità strutturale della sua regolazione
psicosomatica. Tale regolazione dipende dalla struttura psichica materna
e avviene attraverso la comunicazione non verbale spontanea
(interazioni comprese) che intercorre tra il caregiver e il bimbo:
questi apprende le modalità strutturate e strutturanti della madre nella
misura in cui vi è una sintonizzazione (Stern, 1977; 1987) dei messaggi
che viaggiano sui media non verbali. Un tale apprendimento è funzionale
per un ottimo sviluppo del bimbo nella misura in cui c’è
sintonizzazione dei messaggi e nella misura in cui la madre ha una buona
struttura mentale da trasmettere e per trasmettere in modo sintonico;
oltrechè, ovviamente, voglia e tempo di essere vicino al bimbo in modo
che la trasmissione abbia adeguato spazio. Tale apprendimento può però
al contrario essere disfunzionale (iatrogeno, patologizzante) nella
misura in cui manca la sintonizzazione (affect disregulation), vuoi a
causa della struttura psichica materna, vuoi della discontinuità di
spazi e tempi sufficienti perché la comunicazione possa avere luogo.
Una tale regolazione avviene fin da prima della nascita, in epoca
fetale: particolarmente studiato è stato lo stile di attaccamento
prenatale della madre e lo stile di attaccamento del neonato e del bimbo
(Imbasciati, Dabrassi, Cena, 2007; Della Vedova, Dabrassi, Imbasciati,
2007; Della Vedova, Tomasoni, Imbasciati, 2006) ed ancor prima è stata
studiata la regolazione psicosomatica dei parametri fisiologici corporei
da parte della madre sul piccolo (Hofer, 1978, 1981; Taylor, 1987). La
letteratura psicoanalitica ha finemente concettualizzato il processo di
sintonizzazione in relazione alla descrizione della capacità di rêvérie
materna. Questa consiste nella capacità (automatica e acquisita dal
caregiver quando a sua volta era piccolo nella relazione coi propri
caregivers), di una comprensione emotiva empatica nei confronti dei
vissuti del bimbo, attuata mediante modalità psichiche simili a quelle
del sogno (donde il nome: rêvé, rêvérie, usato anche nella letteratura
anglosassone) e nella immediatamente successiva capacità materna di
restituire al bimbo un messaggio al livello in cui egli lo possa
recepire e “capire”; cioè possa apprendere (Fonagy, 2001; Fonagy,
Target, 2001). Sulla scorta della teorizzazione bioniana (Bion, 1962;
1963; 1965; 1967; 1970; Imbasciati, 2008b), la capacità di rêvérie viene
descritta come possibilità della mente materna di accogliere le
identificazioni proiettive espulse dal bimbo (oggetti cattivi) e di
metabolizzare restituendogli messaggi pensabili. La madre insegna a
pensare al suo bimbo. Ha così luogo l’apprendimento del neonato e del
bimbo in epoca preverbale, quale fondamento da cui dipenderà la qualità
di ogni suo successivo apprendimento e pertanto la costruzione della sua
mente (Imbasciati, 2006a, b).
Con tali premesse dobbiamo considerare ciò che con etichetta sbrigativa
(malintesa da chi non è sufficientemente documentato) viene chiamato
“cure materne”. Il dialogo che costituisce le “cure materne”, per essere
fruttuoso, cioè perché il bimbo ne apprenda, deve essere vero dialogo
tra due soggetti che si intendono a vicenda, ossia tra due sistemi
mentali, forniti di possibilità di codifica e corrispondente decodifica
di messaggi, che possano davvero comunicare. La comunicazione
interattiva e non verbale di una madre può non essere “compresa”, cioè
decodificata in modo adeguato, se non si situa al livello di sviluppo in
cui in quel momento il sistema del bimbo può funzionare: occorre
pertanto che la madre abbia la capacità di riconoscere il livello
funzionale della mente del bimbo; è questa la capacità di rêvérie. Di
conseguenza ella avrà anche la possibilità (se le circostanze ambientali
lo permettono) di emettere messaggi a livello corrispondente o poco più
elevato ma comunque tali da essere “compresi”, ossia acquisiti, dal
bimbo, nonché congrui ai messaggi emessi dal bimbo, e non dissintonici.
Così si struttura, anzi si “costruisce” la base mentale dalla quale
dipenderà la qualità di ogni futuro apprendimento del bimbo e quindi lo
sviluppo della mente del futuro individuo. Perché un caregiver possa
essere veicolo efficace di tale sviluppo occorre, sì, che sia
adeguatamente presente nella cura del bimbo, ma questo non è
sufficiente. Ci può essere una madre che è sempre col suo bimbo, con
ogni sua attenzione sempre a lui rivolta e che pure non ha una
sintonizzazione (non ha la capacità di rêvérie) che operi una affect
regulation funzionale al buon sviluppo. Spesso i caregivers che vogliono
intenzionalmente comunicare, talora perché razionalmente sanno che così
si dovrebbe fare, sono proprio quelli che non riescono a sintonizzare;
ma solo a intrudere e disorganizzare il bimbo con messaggi niente
affatto congrui a quelli che il bimbo ha emesso e che la madre non ha
compreso: la comunicazione sintonizzante, dialogica quindi, è spontanea:
“viene”, perché l’intelligenza emotiva (per usare il concetto di
Greenspan: 1997) del caregiver la emette automaticamente.
L’importanza della qualità delle cure materne (anche quelle di un
padre) ha così un enorme rilievo per il futuro individuo: per la sua
strutturazione psicosomatica, o meglio per la di qualità, della
struttura che regolerà lo sviluppo del corpo e la costruzione della
mente, nel bene e nel male, nella ottimalità piuttosto che nelle varie
disfunzionalità, fino a quelle che chiamiamo patologie. In particolare
avverrà che una buona costruzione mentale produrrà un individuo che avrà
una buona struttura per assicurare a sua volta ai propri figli un buon
sviluppo. Viceversa in una dimensione negativa. Possono così accadere
circuiti transgenerazionali viziosi o virtuosi: si potranno generare
figli sempre migliori, e persone sempre migliori, oppure individui
sempre peggiori. Si tratta allora di visioni futurologiche della massima
importanza. Al centro del circuito progressivo transgenerazionale,
vizioso o virtuoso, della costruzione della mente, sta dunque la
possibilità che in tale costruzione venga ad essere diminuita, oppure
incrementata, la capacità di vivere le proprie emozioni e quindi
comprendere quelle altrui; l’inverso cioè dell’alessitimia.
Gran parte di questi studi sono partiti dalle ricerche sulle situazioni
psicopatologiche, sia dei bimbi che di adulti, rilevando nel loro
passato relazioni affettive a carattere patogeno. In tal modo si sono
sensibilizzate le Organizzazioni che si occupano di prevenzione e di
promozione della Salute (O.M.S.) a provvedere cure psicosociali per i
bimbi piccoli e i loro genitori. Tale sensibilizzazione non è stata però
ad oggi sufficiente ad organizzare servizi adeguati alle necessità
effettive di genitori e bimbi, né tanto meno a raggiungere gli
obbiettivi indispensabili.
Lo stile di vita attuale, piuttosto frenetico, e le necessità
economiche lavorative condizionano i genitori alla fretta, favorendo
l’uso di tecnologie sostitutive dell’attenzione che essi dovrebbero al
bimbo: giocattoli, televisione, videogiochi e via dicendo. Il bimbo
viene così privato dell’attenzione viva con una persona, interazione
riconosciuta come essenziale perché le cosiddette cure materne siano
positive. Anzi spesso il bimbo è oberato di giochi, giocattoli,
iniziative, distrazioni in modo che quivi sia occupato e non “dia
fastidio”, anziché in interazioni coi genitori. Ma soprattutto lo stile
di vita attuale, non semplicemente sottrae il caregiver al bimbo, ma
induce nei genitori disattenzione emotiva verso quella compartecipazione
affettiva intelligente e oculatamente dosata che è vitale per lo
sviluppo del bimbo.
Potremmo dire che il bambino è stressato: e lo sarà più grandicello
immesso in sequenze continue di scuola, sport, giochi organizzati e via
dicendo. L’etichetta stressato è però generica e riduzionista. In realtà
questo bimbo è deprivato dell’alimento psichico essenziale ad un buon
sviluppo della sua mente. Quali futuri individui avremo se questa
tendenza sociale si accrescerà? E quale società? O meglio, quale
Umanità?
Gli studi suaccennati mostrano una peculiarità dello sviluppo psichico
del bambino così cresciuto, che, anche in assenza di psicopatologie
rilevate, produce un difetto nella sua struttura mentale. La mente di
questo futuro individuo, deprivata della capacità dell’intelligenza
emotiva, svilupperà tendenze alessitimiche (Imbasciati, Dabrassi, Cena,
2007; Imbasciati, Margiotta, 2008; Imbasciati, 2008), ovvero sarà poco
capace (se non incapace) di interagire con gli altri con quelle modalità
relazionali (e con quel tipo di comunicazione non verbale) che legge i
propri affetti (a-lexis-tymos) e quelli degli altri e che di conseguenza
può “toccare” le loro (e le proprie) strutture profonde di personalità.
Sono proprio queste le modalità che occorrono per accudire un bimbo. Il
nostro futuro individuo non ne sarà capace: non potrà dare a suo figlio
quel che i propri genitori non gli hanno dato. Come dunque si
svilupperanno i suoi figli?
L’interrogativo su una futura società, o umanità, diventa allora
preoccupante: il bimbo stressato, meglio diciamo deprivato, produrrà a
sua volta bambini altrettanto e forse più privi di quella parte di
intelligenza indispensabile non solo per le buone relazioni con gli
altri, ma anche come base di garanzia contro i disordini
psicopatologici; un individuo sempre più vulnerabile di fronte allo
stress – qui è vero stress – che la società attuale gli imporrà. Tale
vulnerabilità potrà avere conseguenze imprevedibili. E oltretutto si
produrranno figli sempre più incapaci di allevare i propri figli.
Si delinea allora un effetto cascata, in un progressivo circuito
vizioso transgenerazionale. Quale umanità si prepara? Possiamo invertire
la tendenza?
Si impone allora la massima attenzione, a provvedere qualcosa per la
salute mentale di questi bimbi, che è la nostra salute e il futuro della
nostra civiltà. A provvedere, ora, i genitori dei sussidi possibili
perché possano meglio (o meno peggio) curare i loro bimbi.
Discende da qui un rilievo per una fondazione di una Psicologia Clinica
Perinatale. Da alcuni anni studiosi anche italiani si occupano di vita
psichica prenatale, di sviluppo mentale del neonato, e di organizzazione
dei reparti ospedalieri di neonatologia, ma una più completa Psicologia
Clinica perinatale, che inquadri non solo come fronteggiare le
emergenze per evitare guai peggiori, ma di assistere psicologicamente
tutti i genitori per promuovere una migliore salute mentale dei futuri
individui, deve essere ancora assimilata negli ambienti sanitari.
Occorre d’altra parte che questi siano politicamente sollecitati a
diventare permeabili ai contributi di altre discipline “umane”, quelle
psicologiche e sociologiche in primis. La cosa non è facile, visto anche
quali sforzi il progresso tecnologico sta imponendo ai medici. Ma è pur
necessaria una “umanizzazione” della medicina (Imbasciati, 1998; 1999;
2000), perché questa non resti soltanto asettico e tecnico rimedio alla
patologia: usando l’operato degli psicologi clinici soltanto per
rimediare ai guai quando si manifestano e non per promuovere la Salute
per prevenirli.
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