GROUNDING INSTITUTE - Centro Studi Bioenergetica
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IL PIANTO di Francesca Pruneri |
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mercoledì 01 giugno 2005 |
Il tema del pianto come emozione liberatoria è stato trattato da Alexander Lowen, allievo diretto di Reich, il quale formulò i principi di un efficace approccio terapeutico da lui stesso denominato Analisi Bioenergetica, in cui è presente la consapevolezza dell´inutilità di un lavoro sul sintomo non supportato da una piena comprensione ed elaborazione della struttura del carattere.
IL PIANTO: Lo scioglimento della tensione mediante la liberatoria resa al corpo di Francesca Pruneri
Il tema del pianto come emozione liberatoria è stato trattato da Alexander Lowen, allievo diretto di Reich, il quale formulò i principi di un efficace approccio terapeutico da lui stesso denominato Analisi Bioenergetica, in cui è presente la consapevolezza dell´inutilità di un lavoro sul sintomo non supportato da una piena comprensione ed elaborazione della struttura del carattere. Il fondamento di questo tipo di terapia è l´identità funzionale e l´antitesi tra psiche e soma, tra processi psicologici e fisici. Questa convinzione deriva dal fatto che la persona è un essere unitario, quindi ciò che avviene nella mente deve avvenire anche nel corpo. Questa visione è resa esplicita in alcuni principi reichiani su cui si basa la pratica terapeutica di Lowen (vegetoterapia a carattere analitico), come l´identità funzionale fra tensione muscolare e blocco emozionale, e la correlazione tra reazione emotiva inibita e insufficienza respiratoria. Infatti egli sottolinea come un´insufficiente fluidità ed ampiezza respiratoria si rifletta in un disturbo del flusso delle sensazioni attraverso il corpo e quindi in un indebolimento della risposta emozionale agli eventi della vita. Ad una respirazione frammentaria farà riscontro una risposta emozionale conflittuale e ambivalente. Fondamentale in questo tipo di approccio, è l´idea della resa al corpo. Essa è impopolare per l´individuo moderno, il cui orientamento si basa sull´idea che la vita sia una lotta e l´identità personale è spesso più legata all´attività del soggetto che al suo essere. In questo contesto la parola "resa" è equiparata a sconfitta, ma in realtà è solo la sconfitta dell´Io narcisistico per il quale l´immagine è più importante della realtà. Senza la resa dell´Io narcisistico non è possibile abbandonarsi alla gioia, obiettivo di questo tipo di terapia. In questo modo l´Io riconosce il proprio ruolo subordinato al sé, la propria funzione di organo di coscienza e non di padrone del corpo. Le tensioni muscolari croniche che soffocano e imprigionano lo spirito si sviluppano nell´infanzia per la necessità di controllare l´espressione di emozioni intense, come paura, tristezza, rabbia. Questi controlli non sono però sempre efficaci e a volte i sentimenti vengono espressi a dispetto di ogni tentativo di controllo dell´individuo. Finché non è risolto il conflitto tra il bisogno di esprimere i sentimenti e la paura dell´espressione, la persona non è libera di essere se stessa. Sono i sentimenti a fare paura, considerati come minacciosi e pericolosi, ma se nell´infanzia ciò era connesso alle conseguenze che sarebbero seguite all´espressione, nell´adulto si tratta di una paura irrazionale. Il sentimento verso cui si tende ad essere più timorosi è la tristezza, in quanto può essere molto profonda. Un significativo cambiamento può quindi avvenire solo arrendendosi al corpo e rivivendo emotivamente il passato. Il primo passo di tale processo è il pianto. Piangere significa accettare la realtà del presente e del passato. Quando ci abbandoniamo al pianto percepiamo la nostra tristezza e ci rendiamo conto di quanto siamo stati feriti o danneggiati. Non basta però un solo pianto a trasformarci, infatti lo scopo della terapia non è indurre il paziente a piangere, ma aiutarlo a recuperare la capacità di farlo liberamente e con facilità. Piangere non cambierà il mondo esterno, ma trasformerà il mondo interiore liberando la tensione e il dolore. Si potrebbe dire che "piangere protegge il cuore", in quanto la vita è un processo fluido che si blocca completamente nella morte e parzialmente negli stati di rigidità dovuti alla tensione. Piangere significa scongelare questo stato di disagio. Molto spesso al contrario, a causa della paura ad abbandonarci al sé, eliminiamo il nostro sentire con la tensione del corpo e la riduzione della respirazione; ma facendo questo eliminiamo anche la possibilità della gioia. Per superare questo blocco è necessario capire che la disperazione appartiene al passato e non al presente, così come la paura non ha origine da una minaccia presente ma da un pericolo passato. Quindi l´unico modo per liberarci dalle esperienze remote è quello di sciogliere la tensione attraverso il pianto. Per arrivare a questo risultato, Lowen inizialmente invita il paziente ad approfondire il respiro chiedendogli di emettere un suono a voce alta ad ogni espirazione tenendolo il più a lungo possibile. Dapprima è frequente che il suono sia debole o che vi siano resistenze all´espressione fonetica, man mano che si prosegue il controllo cosciente comincerà a cedere, l´impegno a prolungare il suono causerà un´espirazione forzata e di conseguenza un respiro sempre più profondo contattando la sede dei sentimenti più nascosti; a questo punto spesso il suono si trasformerà in pianto. La produzione di lacrime è un meccanismo che scarica la tensione dagli occhi e in parte anche dal corpo, dato che il sentimento della tristezza lo ammorbidisce. Infatti se gli occhi sono ghiacciati dalla paura o contratti per il dolore, il fluire delle lacrime è un processo di scioglimento e addolcimento, simile allo sciogliersi dei ghiacci in primavera. La capacità di versare lacrime è alla base della capacità di provare compassione vedendo il disagio in un´altra creatura, mentre con i singhiozzi esprimiamo una sofferenza profondamente nostra. Inoltre se il dolore è intenso e apparentemente insanabile, il pianto può prendere la forma del gemito, un suono più continuo e acuto che esprime un dolore molto profondo, percepito nel cuore. Infine appartiene alla categoria del pianto anche il lamento, un suono basso con un elemento di rassegnazione per un dolore che dura a lungo. Da ciò si capisce che la voce è il canale di espressione di moltissimi sentimenti, e quindi, dell´espressione di sé. Ogni limitazione alla voce costituisce una limitazione all´autoespressione e rappresenta una diminuzione del senso di sé. Dato che tutti i pazienti che soffrono di qualche carenza di autostima si sentono quasi come se non avessero il diritto di parlare forte, è importante lavorare con la voce in una terapia che cerchi di rafforzare il sé. Infatti chi sia stato inibito ad esprimersi emozionalmente attraverso il suono, ad esempio piangendo, urlando o parlando ad alta voce, dovrà tornare in possesso di queste sue capacità represse per poter essere pienamente se stesso. Solo liberando l´urlo, il pianto o la sonorità inibiti, infatti, il paziente potrà tornare in contatto con gli aspetti rimossi della propria personalità che teneva imprigionati in una respirazione insufficiente. L´atto di urlare, per sua stessa natura, contiene sempre un elemento isterico, in quanto è un´espressione incontrollata. Esso è una reazione catartica in quanto serve a scaricare la tensione quando il dolore o lo stress di una situazione diventano intollerabili. Anche il piangere o il singhiozzare hanno la stessa funzione, ma generalmente si piange quando l´offesa è cessata. L´urlo infatti è un´espressione aggressiva per limitare l´attacco del trauma, mentre il pianto è il tentativo del corpo di sciogliere la sofferenza che fa seguito a un´offesa. A volte la reazione sfugge al controllo dell´individuo, che si trova a urlare o piangere istericamente finché la furia si sarà esaurita. Nella nostra cultura esiste un tabù contro il comportamento incontrollato in quanto ne abbiamo paura, ma la capacità di rinunciare al controllo in momenti e luoghi appropriati, indice di maturità e padronanza di sé, implica anche l´essere in grado di mantenere o ristabilire quel controllo quando è opportuno o necessario; perciò quando si impara a lasciarsi andare ai sentimenti forti tramite la voce e il movimento, si perde la paura di abbandonarsi al sé. Una delle cause della difficoltà di alcuni pazienti di parlare ad alta voce o urlare può essere ricercata nella loro esperienza infantile. Questi bambini imparano a essere silenziosi e sottomessi come tecnica di sopravvivenza. Tale tecnica generalmente persiste nella vita adulta e non può essere abbandonata fino a quando la persona non ha l´esperienza che urlare non implica una punizione. D´altra parte ci sono individui per i quali gridare è quasi uno stile di vita. Entrambi questi comportamenti derivano dal fatto che il bambino vive in una costante sensazione di minaccia e terrore che gli impedisce di identificarsi con i genitori e adottare il loro modello di comportamento, ma al contrario lo porta a ritirarsi in se stesso. Ci sono pazienti in cui la sofferenza è talmente profonda da essersi riflessa nel loro corpo. Lo si vede nell´oscurità degli occhi, nella tristezza dell´espressione, nelle mascelle serrate e nella rigidità di tutto l´apparato muscolare. Sono persone che hanno perduto precocemente nell´infanzia la capacità di godere, quando la loro innocenza fu spezzata e la loro libertà distrutta. Essi sono sintonizzati sulla sopravvivenza, quindi si aspettano solo cose negative dalla vita e non sono preparati ad incontrare né tantomeno a rispondere alla gioia. Ciò non vuol dire che essi non vogliano il piacere, ma essendo corazzati contro un possibile attacco, non sono aperti all´amore e di conseguenza al piacere. L´apertura alla vita li fa sentire troppo vulnerabili e la paura li fa chiudere di nuovo. Il primo passo nel processo terapeutico verso la gioia è sentire ed esprimere la propria tristezza attraverso l´autoespressione. Infatti piangere o gridare non sono terapeutici a meno che non si sappia perché si piange e lo si possa esternare con le parole, in quanto così facendo l´Io è identificato col sentimento. Dare parole al sentimento aiuta a stabilire questa connessione, mente e corpo operano insieme per fornire un più forte senso di sé. Perché queste parole abbiano valore, il paziente deve quindi essere in contatto con i propri sentimenti, in quanto un paziente che non percepisca la propria tristezza e non sia in grado di piangere non può essere raggiunto con le parole. Bisogna però tenere in considerazione il fatto che l´uomo ha imparato a controllare la sua voce proprio per non rivelare i suoi sentimenti più intimi. Infatti è possibile parlare con un tono piatto e privo di emotività oppure si può alzare la voce per nascondere il fatto che ci sentiamo tristi. Questa regolazione della voce si esercita ampiamente attraverso il controllo della respirazione. Quindi, visto che se si respira pienamente la voce rifletterà naturalmente i sentimenti, un modo per far entrare il paziente in contatto con la propria emotività è quello di approfondire il suo respiro. Una delle ragioni per cui l´analisi bioenergetica si concentra sul corpo è che le sole parole raramente sono abbastanza forti da evocare i sentimenti repressi. La repressione dei sentimenti è opera dell´Io che osserva, controlla e censura le nostre azioni attraverso le parole, così come il corpo si esprime attraverso il suono. Si può dissimulare con le parole, ma è più difficile farlo con il suono. Un assioma di questa teoria è il fatto che il coro non possa mentire. Tuttavia, molte persone sono cieche all´espressione corporea, avendo imparato molto precocemente a credere alle parole che si odono più che a ciò che si sente. Questo particolare tipo di cecità si manifesta nelle persone in cui se si sottolinea il loro bisogno di piangere, rispondono di non avere nessuna difficoltà a farlo. In realtà il loro problema consiste nell´incapacità di piangere liberamente al punto da raggiungere il fondo della loro tristezza. Infatti per essere liberatorio il pianto deve sgorgare dalla pancia, essere profondo e continuo come il respiro. Questo problema riguarda persone cresciute in un clima di terrore continuo, dove sono venuti a mancare i sani rapporti coi genitori che normalmente caratterizzano l´infanzia. Questa situazione viene vissuta come irreale dal bambino, come un sogno dal quale spera un giorno di svegliarsi. Così quando crescerà ed uscirà dalla situazione, la sua mente considererà l´esperienza come se non fosse realmente accaduta. È difficile emozionarsi per qualcosa che "non è realmente accaduto", questo spiega il motivo per cui è altrettanto arduo far emergere, durante la terapia, qualsiasi risposta emotiva in questi pazienti. Tuttavia gli effetti di questa esperienza sono ancora più insidiosi. Quando la realtà si tinge di un´atmosfera di irrealtà, la mente si protegge dalla confusione diffidando delle sensazioni e dei sentimenti, nega la loro validità ed opera solo sulla base della logica e della razionalità. In verità, queste presuppongono l´esistenza del sentimento, ma il comportamento non proviene direttamente da esso. In queste persone è presente una qualità inumana o irreale ed esse, inevitabilmente, divengono dei "mostri" agli occhi di coloro i quali hanno bisogno e diritto di aspettarsi da loro una risposta emozionale. La disumanità, che da bambini ha provocato in loro orrore, genera in questi ancora disumanità, la quale si trasforma in orrore per la generazione successiva. Tristezza e gioia derivano da sensazioni che hanno origine nel ventre. Analogamente il riflesso orgasmico ha luogo quando il ritmo respiratorio fluisce liberamente nel bacino. In questa resa al corpo c´è un senso di libertà e di eccitazione, che produce gioia. Di conseguenza il blocco del ritmo respiratorio, in modo che non raggiunga il bacino, deriva dalla paura di lasciarsi andare all´eccitazione sessuale e provocherà tristezza. A questo punto, se si è in grado di sciogliere la tensione attraverso il pianto, si ristabilirà il senso di libertà e di pienezza e si recupererà una sensazione positiva del corpo. A questo proposito, è interessante notare che le donne singhiozzano con più facilità degli uomini. Questo è dovuto da una parte all´effetto culturale per cui i bambini, a differenza delle bambine, sono indotti a vergognarsi se piangono, dall´altra alla struttura corporea femminile che, in genere, è più flessibile di quella degli uomini. Nell´infanzia il pianto è il segnale di una situazione di disagio. Il bambino è incapace di sopportare la tensione, così comincia a fremere; contrae la mascella e si irrigidisce, poi comincia a dimenarsi mentre singhiozza profondamente. Quei singhiozzi sono come convulsioni che corrono lungo il corpo nel tentativo di scaricare la tensione prodotta dal disagio. Quando la sua energia è esaurita e non può più piangere, si addormenta per difendere la propria vita. Il pianto di un bambino è più di una semplice richiesta di aiuto, infatti anche quando la madre risponde, il bimbo può continuare a piangere per un certo tempo, emettendo un suono continuamente frammentato, in armonia col ritmo della respirazione. Oltre al pianto, anche il riso ha un effetto catartico, ma quest´ultimo è inefficace e privo di significato quando si tratta di liberare un individuo dalla disperazione repressa. Il riso può infatti dare un sollievo temporaneo, ma non appena si smette di ridere si tornerà al punto di partenza. Bisogna tener presente anche il fatto che in molte persone il riso è una copertura. Se la persona si trova in terapia è perché nella sua vita sono presenti gravi problemi che ha difficoltà ad accettare. Ridere in questa situazione deve essere considerato come una resistenza ad abbandonarsi, una negazione della realtà dei propri sentimenti. Certamente è molto più facile ridere che piangere, infatti l´esperienza di ognuno porta a credere che il riso avvicini le persone, mentre il pianto potrebbe farle allontanare. Questo è dovuto al fatto che molti individui hanno difficoltà a rispondere al pianto di un altro perché tocca quel dolore e quella tristezza che si sforzano di negare in se stessi. Quando una persona piange, ogni singhiozzo è una pulsazione di vita che percorre il corpo. Nel momento in cui essa raggiunge il bacino provoca un movimento in avanti. Nel pianto profondo, che è molto raro, la persona che piange può sentire realmente sulle pareti pelviche la pulsazione che attraversa il canale interiore. Un´altra dimensione del pianto è quella dell´ampiezza delle onde, che si esprime nel concetto di suono pieno, che si ha quando la bocca, la gola, il torace e l´addome sono molto aperti. Il grado di apertura determina quanto l´individuo sia aperto alla vita; quando diciamo che un paziente è chiuso in se stesso significa che gli occhi possono essere freddi, le labbra tirate, le mascelle serrate, la gola contratta, il collo irrigidito, il ventre appiattito e il sedere spinto in dentro. La terapia è un processo di apertura alla vita, sia psicologicamente che fisicamente. Quindi, prima di aprire il cuore, si dovrà intervenire per aprire questi passaggi attraverso cui i sentimenti fluiscono nel mondo.
---------------------------------------------------------------------- Personalmente pensando al pianto la prima immagine che appare nella mia mente è quella del bambino al momento del parto. Ciò potrebbe indurre a pensare che sia la cosa più facile e naturale al mondo, visto che già i neonati sembrano portare in sé la capacità innata di piangere. Questo è il motivo che mi ha incuriosito e mi ha spinto ad approfondire tale argomento, il fatto che un´azione così comune possa nascondere significati e tematiche tanto profonde. Non avevo mai pensato che ci potessero essere gradi di intensità e modi diversi di piangere e venendone a conoscenza ho scoperto una serie di riflessioni e problemi affascinanti e stimolanti. Ciò può essere dovuto al fatto che il pianto è un tema che riguarda ognuno di noi, ed è interessante analizzare le relazioni di questa azione sulla nostra personalità. Infatti ho sempre pensato che una persona potesse essere più o meno incline al pianto per delle sfumature superficiali del carattere, ma non avevo mai riflettuto sul fatto che piangere è un bisogno sentito da ognuno di noi, che in qualcuno però non riesce a emergere. In altre parole pensavo che un individuo particolarmente restio al pianto semplicemente non sentisse l´esigenza di piangere trovando altre valvole di sfogo, senza riflettere sul fatto che forse ciò potesse dipendere da una concreta incapacità di versare lacrime. Riguardo a questo punto, vorrei portare la mia esperienza personale. Ho infatti riflettuto sul fatto che fino a qualche tempo fa non fossi molto propensa al pianto, considerandolo forse un segno di debolezza se fatto davanti ad altre persone, una dichiarazione di sconfitta. La cosa che però mi ha colpito maggiormente è il fatto che ciò non era dovuto al desiderio di fare bella figura con le persone care mostrandomi più forte di quanto lo fossi davvero, perché anche quando ero sola non sentivo il bisogno di piangere. O meglio, probabilmente sentivo l´esigenza di sfogare fisicamente la tristezza che provavo, ma non lo facevo in questo modo. Forse ciò era dovuto al fatto che io fossi sempre stata agli occhi di tutti una persona allegra, positiva e senza sofferenze e di conseguenza, essendo molto insicura, mi sentivo in dovere di mantenere questa parte per essere accettata. Affermo ciò perché ho notato che avendo da qualche tempo iniziato ad avere più fiducia in me stessa e ad essere molto più sicura di valere non solo per i miei pregi ma anche per i miei difetti, ho cominciato, senza rendermene conto, a piangere molto più spesso. Credo che l´unica mia paura inconsapevole verso il pianto fosse quindi quella di lasciarmi andare alla tristezza e perdere la mia natura ottimista, come se impedire il fluire delle lacrime potesse essere un modo per mettere una barriera tra me e la sofferenza che cercavo di ignorare; barriera che sarebbe crollata nel momento stesso in cui avessi dato via libera al pianto. Mi sento di dire queste cose proprio perché ora piango abbastanza spesso, ogni volta che mi succede qualcosa che reputo causa per me di sofferenza, quindi come traggo beneficio ora dal pianto, ne avrei probabilmente avuto bisogno anche prima, anche se non ne ero consapevole. Ciò non toglie che nella mia visione del fenomeno, il piangere davanti ad ogni minima difficoltà sia da me considerato negativamente come indice di immaturità e di scarsa capacità di affrontare i problemi, anche se forse dicendo questo confondo il pianto di cui parla Lowen, profondo, liberatorio e funzionale all´individuo, con il piagnucolare, tipico a mio avviso, di chi vuole che le cose avvengano sempre secondo la propria volontà e si sente ferito da ogni più piccolo cambiamento non previsto di fronte a cui si sente impreparato. Con questo non ho ancora capito cosa spinge una persona a piangere anche solo davanti ad una scena commovente durante un film. Personalmente non mi è mai capitato a quanto ricordo, e mi sono spesso chiesta se questo fosse indice di una mia poca sensibilità o di egoismo. Ho sempre pensato che questa mia scarsa partecipazione emotiva alla visione di un film fosse dovuta al fatto di saper distinguere tra finzione e realtà, senza farmi coinvolgere troppo da storie di fantasia, ma studiando gli scritti di Lowen ho scoperto che egli identificava l´azione peculiarmente umana di versare lacrime con la capacità di provare compassione, dovuta al fatto di vedere il disagio, la tristezza o il dolore nel prossimo, sentimento che si può manifestare appunto in tali circostanze. Ho notato che la maggior parte delle persone, alla richiesta di descrivere il proprio carattere, non mancheranno di dire con sicurezza di essere molto sensibili. Forse si afferma ciò perché non esserlo potrebbe essere considerato disdicevole all´interno della nostra società, ma credo che buona parte di essi sia profondamente convinto di esserlo. Visto che non credo che tra noi ci siano solo persone molto compassionevoli, riflettendo sulla mia insensibilità verso i film mi è venuto il dubbio di appartenere a questa categoria di persone che danno per scontata la loro umanità, e ciò sarebbe particolarmente significativo per me, vista la professione che ho deciso di intraprendere. Oltre a queste considerazioni personali, l´approfondimento di questo argomento mi ha fatto scoprire anche cose curiose, come per esempio il fatto che esista un vero e proprio studio delle lacrime, la dakriologia, che ne analizza effetti, particolarità e perfino composizione chimica. Al riguardo si è scoperto che le lacrime contengono peculiari sostanze, cioè l´ormone ACTH, il lisozima, l´encefalina e l´ormone prolattina. Riporto queste notizie scientifiche in quanto sono alla base di un´interessante intuizione. Lowen affermava che le donne piangono molto più facilmente degli uomini a causa della differente cultura e della struttura corporea più flessibile. In base a questi studi, si è invece venuti a sapere che le donne possiedono un livello di prolattina, uno dei componenti fisici della lacrima, maggiore degli uomini. Quindi questa differenza di genere potrebbe essere dovuta ad una semplice disparità di composizione chimica. Ciò è dimostrato anche dal fatto che somministrando a dei pazienti depressi dopamina, inibitore della prolattina, si attenuavano le crisi di pianto nei soggetti. Interessante a mio avviso è inoltre la scoperta che queste sostanze sono presenti solo nelle lacrime delle persone che piangono per autentiche emozioni, in quanto in quelle provocate da una cipolla tagliata non si trovano né ormoni né enzimi, e credo che questo possa essere ricollegato al fatto che in questa circostanza le lacrime abbiano uno scopo meramente fisico di pulizia degli occhi, mentre nel vero pianto la loro funzione principale è quella di scaricare le emozioni dolorose tramite l´espulsione dal corpo delle componenti organiche alla base di questi sentimenti.
Febbraio 2003 Tesina per il Corso di Psicologia clinica - Modulo: Corpo, mente e relazione tenuto dal prof. Marchino Luciano
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