|
Lo
scritto è suddiviso in cinque parti. Mi è sembrato importante iniziare
dando una definizione di obesità, per passare ad analizzare i fattori
genetici e culturali che rivestono un'importanza nell'eziopatogenesi di
questo sintomo. In quanto psicologo penso che non si può comunque
dimenticare che il nostro corpo risponde a delle leggi
anatomo-fisiologiche ed è inserito in un contesto culturale ben preciso.
Entrambi questi fattori contribuiscono alla formazione dell'essere
umano. Ma, appunto, in quanto psicologo, il mio ambito d'interesse è la
peculiarità della singola persona, per cui ho poi approfondito le varie
teorie psicologiche sull'obesità per passare, infine, ad una lettura
bioenergetica di questo sintomo e ad un tentativo di direzione della
cura secondo questo approccio.
Introduzione
La prima volta che sono entrato in
contatto con il concetto di obesità visto da un'ottica bioenergetica è
stato nel testo dei coniugi Lowen “Espansione e integrazione del corpo
in Bioenergetica” del 1977. A pagina 27 è presente l'immagine di un
pancione, rappresentativo di come una costrizione alla regione pelvica
possa causare una stasi energetica così evidente a livello addominale.
Rimasi
molto colpito dalla figura, poiché mi ci rispecchiavo pienamente. Avevo
trovato una chiave di lettura del mio sovrappeso che non fosse solo
mentale. Poiché questo sintomo coinvolge palesemente la sfera del corpo
mi è sembrato interessante, o meglio entusiasmante, sapere che esiste
una modalità di cura che non solo interroga il soggetto sul suo corpo,
ma gli dà la possibilità di esperire quelle parti di sé difficilmente
accessibili con altri approcci. La difficoltà nella percezione degli
stimoli corporali da parte dei soggetti sovrappeso è riconosciuta da
diversi autori (Bruch, 1973; Cosenza, 2008; Recalcati e Zuccardi Merli,
2006), ma un conto è averne coscienza a livello mentale, un altro è
provarlo pienamente anche con la totalità del proprio organismo.
Questa
tesina, dunque, nasce da una domanda intimamente personale, che ha
trovato alcune risposte in parte dai testi letti, ma soprattutto nel mio
percorso personale, analitico e di vita quotidiana. Tante idee che ho
qui messo per iscritto nascono proprio dal mio lavoro bioenergetico
individuale e di gruppo, e rappresentano per me delle verità intime e
profonde. Ho provato ad estrapolare i concetti emersi e generalizzarli,
basandomi anche sulla letteratura riguardante l'obesità.
Lo
scritto è suddiviso in cinque parti. Mi è sembrato importante iniziare
dando una definizione di obesità, per passare ad analizzare i fattori
genetici e culturali che rivestono un'importanza nell'eziopatogenesi di
questo sintomo. In quanto psicologo penso che non si può comunque
dimenticare che il nostro corpo risponde a delle leggi
anatomo-fisiologiche ed è inserito in un contesto culturale ben preciso.
Entrambi questi fattori contribuiscono alla formazione dell'essere
umano. Ma, appunto, in quanto psicologo, il mio ambito d'interesse è la
peculiarità della singola persona, per cui ho poi approfondito le varie
teorie psicologiche sull'obesità per passare, infine, ad una lettura
bioenergetica di questo sintomo e ad un tentativo di direzione della
cura secondo questo approccio.
È bene leggere questo elaborato,
soprattutto gli ultimi capitoli, avendo ben chiaro che si tratta di una
serie di idee e congetture, tutte da verificare e approfondire.
Probabilmente il mio futuro come clinico andrà in questa direzione.
Di che cosa stiamo parlando?
L'obesità
può essere banalmente definita come un eccesso di peso corporeo dovuto
ad un'eccedenza di massa grassa. Percentualmente il grasso corporeo
dovrebbe aggirarsi intorno al 15-18% in un uomo adulto e al 22-25% in
una donna adulta. Riuscire però ad identificare un criterio obiettivo
che permetta una misurazione precisa dell'adipe non è affatto semplice.
Ci si rende immediatamente conto che il semplice peso corporeo non può
essere un fattore affidabile. Per poter parlare di obesità, infatti, è
necessario che il peso eccedente sia dovuto alla massa grassa, il
tessuto adiposo, da distinguere dalla massa magra, costituita da ossa,
muscoli e organi. Un elevato peso corporeo potrebbe, ad esempio, essere
causato da un eccesso di massa muscolare, come accade nei body builder.
Vi
sono metodi molto raffinati per determinare la distribuzione regionale
del grasso corporeo: sono la Tomografia Assiale Computerizzata e la
Risonanza Magnetica Nucleare. Si tratta di procedure complesse e
costose, usate quasi esclusivamente per scopi di ricerca ma non
applicabili nella pratica clinica corrente.
Sebbene, quindi, il peso
corporeo non sia un indice sufficientemente attendibile, è però quello
più semplice da poter utilizzare. Lambert Quételet ha dunque ideato
l'Indice di Massa Corporea, definito come il rapporto tra il peso in kg e
il quadrato dell'altezza espresso in metri (BMI=kg/m2). Oggigiorno
questo valore viene universalmente accettato come un buon indicatore
della corpulenza di un individuo adulto. L'Organizzazione Mondiale della
Sanità ha proposto una tabella di classificazione degli stati
ponderali.
Si può quindi parlare di obesità quando l'IMC supera
il valore di 30. La poca affidabilità dell'IMC non è ascrivibile al solo
fatto che non distingue fra massa grassa e massa magra, ma anche al
fatto che non prende in considerazione la localizzazione corporea
dell'adipe, fattore fondamentale per le complicanze metaboliche e
cardiovascolari che l'obesità comporta, come ha dimostrato Jean Vague in
un suo articolo del 1947 (in Bosello e Cuzzolaro, 2006, p. 21). A
parità di IMC, una localizzazione del grasso corporeo di tipo viscerale,
centrale (soprattutto addominale, caratterizzante l'obesità di tipo
androide) si associa a maggior rischio di malattie e di morte rispetto a
una localizzazione di tipo sottocutaneo, periferico (concentrata nelle
regioni delle anche, delle cosce e dei glutei, come nell'obesità
ginoide). Un buon indice in grado di differenziare efficacemente fra
questi due tipi di obesità è il rapporto tra circonferenza della vita e
dei fianchi, che non dovrebbe superare il valore di 0,95 nell'uomo e
0,80 nella donna.
Obesità tra natura e cultura
L'obesità
è dovuta ad un'introduzione eccessiva di alimenti senza essere
controbilanciata da un consumo equivalente: si tratta sempre di un
bilancio energetico positivo.
I fattori che entrano in gioco nel
permettere che l'energia in ingresso sia superiore a quella in uscita
sono numerosi: abbiamo a che fare con variabili genetiche, sociali,
culturali, psicologiche. Queste ultime verranno trattate più
approfonditamente nei prossimi capitoli, per ora analizzerò brevemente i
fattori genetici (natura) e sociali (cultura) che possono avere un
ruolo importante, e a volte fondamentale, nell'obesità.
Fattori genetici
L'adiposità
non è un parametro genetico interamente predeterminato, anche se è
stato calcolato che il patrimonio genetico rende conto del 40% circa
della varianza della massa corporea (Rigamonti e Müller, 2006, p. 51).
Il
concetto centrale per poter comprendere appieno l'importanza di questi
fattori è quello di metabolismo, che può essere definito come l'insieme e
il ritmo dei processi attraverso i quali il corpo consuma energia per
mantenere la vita. Mediamente la spesa energetica quotidiana è suddivisa
tra metabolismo basale (circa il 70%), termogenesi (circa il 15%) e
attività motoria (circa il 15%). L'energia consumata nel metabolismo
basale è quella che più delle altre è regolata da fattori genetici. Cosa
succede nelle persone che soffrono di obesità? Perché il loro
metabolismo basale consuma meno energia delle persone normopeso?
Prima
del 1994 già si era capito che nei soggetti obesi mancava una sostanza
capace di dare un feedback al SNC sulle precise quantità di grasso
accumulate nel corpo, ma fu solo in quell'anno che Friedman e coll.
riuscirono a isolare una molecola capace di veicolare tale informazione,
e venne chiamata leptina (Rigamonti e Müller, ivi, pp. 55-57). Questa
molecola viene prodotta direttamente dal tessuto adiposo, scoperta che
portò a parlare di organo adiposo più che di tessuto: le cellule grasse
non sono solo depositi inerti di scorte energetiche, ma sono un vero e
proprio organo con un funzionamento attivo e, in particolare, una
importante produzione di ormoni. Negli anni successivi sono state
individuate numerose altre molecole in grado di controllare secondo
diverse modalità il peso corporeo. Si tratta di una fitta rete di
segnali costituiti da ormoni e da neurotrasmettitori. Essi si
articolano, si potenziano e si inibiscono in funzione delle informazioni
che giungono dalla periferia sullo stato delle riserve adipose e sul
fabbisogno di energia.
Negli ultimi anni l'approccio medico si è
attivato in maniera considerevole nel tentativo di riuscire a
individuare dei farmaci che possano controllare il peso corporeo, ma
poiché questo è un complesso processo poligenico e multifattoriale,
sembra assai improbabile che un singolo approccio farmacologico possa
essere in grado di risolvere il problema dell'obesità.
Tuttavia,
nel mondo scientifico si è ottimisti nel ritenere che presto saranno
disponibili più classi di farmaci antiobesità e che sarà possibile
somministrare “cocktail” di molecole preparate, su base individuale, per
il paziente obeso con una specifica storia clinica (Rigamonti e Müller
ivi, p. 79).
Fattori sociali
Negli
ultimi decenni la prevalenza dell'obesità è aumentata in misura
epidemica. In molti paesi industrializzati la sua diffusione ha superato
la soglia del 15% della popolazione, il limite critico al di là del
quale l'Organizzazione Mondiale della Sanità definisce un fenomeno
epidemico ed impone interventi immediati (D'Amicis et al., 2006). Non è
possibile pensare che in un lasso così breve di tempo siano avvenute
mutazioni genetiche in tanti rappresentanti della nostra specie. Si è
fatta strada nel pensiero scientifico l'ipotesi del gene suscettibile:
le influenze genetiche sembrano esprimersi attraverso geni di
suscettibilità che aumentano il rischio di sviluppare uno stato morboso
ma non sono indispensabili per la sua espressione e, da soli, non sono
sufficienti a spiegarlo.
Si deve pensare, insomma, che nella
maggior parte dei casi di obesità non sia in gioco un difetto genetico
particolare ma, piuttosto, un assetto genetico complessivo, molto
diffuso fra gli organismi viventi, che nel corso di millenni si è
sviluppato e perfezionato per far fronte, soprattutto, ai periodi di
carestia. Tale profilo genetico rende la maggior parte degli esseri
umani assai vulnerabili di fronte a un ambiente obesiogeno come quello
attuale (Bosello e Cuzzolaro, 2006, p. 42).
Entrano in gioco, a questo punto, numerosi fattori ambientali e culturali che giocano un ruolo importante.
In
primis va ricordata la grande transizione alimentare che ha
caratterizzato gli ultimi decenni: buona parte dell'umanità è passata
da un'alimentazione dominata da cereali e ortaggi ad una ricca di
grassi e zuccheri semplici. Questo cambiamento di stile alimentare è
stato favorito da numerosi cambiamenti sociali, quali l'aumento del
reddito medio pro capite, la diminuzione dei costi di grassi e zuccheri,
l'urbanizzazione, lo sviluppo da parte delle industrie alimentari di
precise strategie di marketing e di tecniche pubblicitarie sempre più
efficaci e aggressive.
Un secondo fattore che gioca una grande
importanza è il ruolo che la sedentarietà assume nell'eziopatogenesi
dell'obesità. Lo sviluppo tecnologico ha portato a una riduzione
clamorosa del bisogno di muoversi a piedi e di lavorare manualmente,
facendo spendere quindi meno energia.
Abbiamo visto nel capitolo
precedente come la termogenesi, la capacità cioè di mantenere costante
la temperatura corporea, contribuisca in modo sensibile al dispendio
energetico. Il riscaldamento delle abitazioni e dei luoghi di lavoro
sembra dunque contribuire all'aumento del peso corporeo.
Un
fenomeno particolare che secondo vari ricercatori (Bosello e Cuzzolaro,
2006; D'Amicis et al.,2006) può aver contribuito all'aumento del
sovrappeso e dell'obesità, almeno in alcuni paesi, è la riduzione della
prevalenza del fumo di tabacco in seguito alle recenti campagne
antifumo. Diversi studi epidemiologici hanno evidenziato come i
fumatori, in media, pesino meno. Sembra che fumare e mangiare non vadano
troppo d'accordo: in genere il fumo di tabacco tende ad associarsi ad
un minor introito calorico giornaliero.
Il mondo scientifico è ormai
concorde nel ritenere che i fattori genetici in sé non siano sufficienti
a determinare in modo rigido la regolazione del peso corporeo.
Chiaramente, l'adiposità non è un parametro genetico interamente
predeterminato, così come i fattori sociali e culturali non agiscono
inflessibilmente su ogni essere umano. Entrano qui in gioco altri
fattori di tipo psicologico, che possono dare un senso al perché
individui con lo stesso genoma e appartenenti al medesimo ambiente
culturale non abbiano lo stesso peso. Numerosi studi citati da Rigamonti
e Müller (2006, p. 51) indicano una concordanza media dell'IMC fra
gemelli monozigoti del 74%. I fattori psicologici che entrano in gioco
potrebbero spiegare efficacemente il 26% di discordanza.
Fattori psicologici nell'obesità
Ancora
oggigiorno la comunità scientifica trova difficoltà a pensare l'obesità
in termini psicologici. Ne è la riprova più lampante il fatto che il
DSM-IV non la includa, e nemmeno ne accenni, tra i disturbi
dell'alimentazione. Sembra che per questo sintomo godano di maggior
consenso altri tipi di modello, che non quello psicologico. In
particolare il modello morale, che considera i soggetti che soffrono di
obesità come interamente responsabili della loro condizione,
caratterizzandoli come esseri esclusivamente interessati alla ricerca
del loro piacere, e il modello della malattia, che vede queste persone
come aventi un'innata predisposizione all'obesità, sollevando il
soggetto dalla responsabilità per il suo sintomo. Entrambi questi
approcci non tengono conto delle variabili psicologiche che intervengono
nell'obesità.
Questi tipi di interventi hanno trovato e trovano
tutt'oggi numerosi consensi. Basti pensare alla teoria degli
“esternalizzanti” di cui Weight Watchers è forse in questo campo
l'esempio più significativo. Secondo questo approccio i soggetti che
soffrono di obesità sono poco sensibili ai segnali interni e molto
sensibili a quelli che provengono dall'ambiente circostante. Il
programma di cura si declina, dunque, secondo una regolazione alimentare
ottenuta con la padronanza dell'ambiente (Apfeldorfer, 1994)
A mio
avviso, teorie che prendano in esame la responsabilità del soggetto
coinvolto nei confronti del proprio sintomo possono spiegare in modo più
profondo e preciso il problema dell'obesità. Farò dunque riferimento a
tre importanti filoni teorici: il primo che, sulla falsariga degli studi
di Karl Abraham, vede l'obesità come una patologia dell'oralità; un
secondo approccio esemplificato dal lavoro di Hilde Bruch; un terzo che
si situa nell'ambito del lavoro di Lacan ed ha inaugurato una clinica
orientata alla comprensione delle Nuove Forme del Sintomo.
Il paradigma evolutivo-stadiale della pulsione
Karl
Abraham, allievo di Freud, ha approfondito il modello di sviluppo
psico-sessuale stadiale concettualizzato dalla psicoanalisi. L'idea di
base è che l'essere umano evolve per diverse fasi, caratterizzate da una
differente localizzazione dell'energia libidica. Per poter passare al
livello successivo è necessario che la libido non sia invischiata ma
possa fluire liberamente alla fase seguente. Si passerebbe dunque da
un'iniziale momento di oralità ad una fase anale ed infine genitale.
All'interno di questa complessa costruzione dottrinaria, il posto dei
disturbi alimentari è inquadrato in un arresto dello sviluppo libidico
allo stadio sadico-orale, contraddistinto da una relazione cannibalesca
con l'oggetto.
Abraham (1916) arriva a queste conclusioni
osservando il rifiuto del cibo tipico dei soggetti melanconici. Il
paziente depresso, afferma l'autore, nel suo inconscio volge sul suo
oggetto sessuale il desiderio d'incorporazione. Nel profondo del suo
inconscio si trova la tendenza ad inghiottire l'oggetto, ad annientarlo.
Il melanconico si addossa pesanti autoaccuse per tenere fuori dalla
coscienza i desideri cannibalici che sarebbero rivolti
all'annientamento dell'oggetto d'amore e, dunque, intollerabili. Il
rifiuto del cibo lo preserva da questa pulsione. L'individuo orale,
infatti, è dominato da un intenso bisogno di incorporazione e
divoramento. Il suo funzionamento mentale è caratterizzato dall'avidità,
dall'incapacità di aspettare, dai comportamenti eccessivi, dalle
reazioni su una modalità binaria, dalla grande versatilità dei
sentimenti: gioia, tristezza, angoscia o collera si alternano senza
sfumature.
Avendo difficoltà a distinguere tra sé e non-sé,
l'individuo orale vive ogni relazione in modo fusionale, passivo e
dipendente dall'altro, alternando l'avidità affettiva e il rigetto
brutale. Il mangiare ingordo della persona che soffre di obesità diventa
dunque un tentativo sadico di incorporare dentro di sé l'oggetto
d'amore.
Il paradigma di Hilde Bruch
Hilde
Bruch si colloca nel filone psicoanalitico, pur discostandosene
parzialmente. La sua formazione dinamica si evince immediatamente dalle
prime pagine di “patologia del comportamento alimentare” (1973), testo
di riferimento negli studi sui disturbi dell'alimentazione. L'autrice
afferma infatti che
l'obesità, pur rappresentando un difetto
dell'adattamento, può servire da protezione contro una malattia più
grande e rappresenta uno sforzo per restare sani o esser meno malati.
Questi individui, indipendentemente dal loro peso corporeo, che può
essere eccessivo o meno, non possono vivere una vita normale, a meno che
i problemi che sono alla base della loro anomalia vengano chiariti e
risolti. La perdita di peso è per loro una questione secondaria. (Bruch,
1973, p. 14)
Il sintomo come metafora di un conflitto inconscio,
dunque. L'autrice si discosta però immediatamente dall'idea
psicoanalitica di doverne svelare il significato attraverso
l'interpretazione. La sua pratica clinica le mostra, infatti, che non è
questa la strada più idonea per trattare questo sintomo. Per lei il
disturbo fondamentale consiste in una cattiva discriminazione tra
differenti sensazioni fisiche, bisogni corporali ed emozioni, fame,
sazietà, angoscia o collera, che restano amalgamati.
Questi
disturbi sarebbero la conseguenza di un cattivo apprendimento
dell'infanzia, in cui la madre ha imposto i propri bisogni e desideri al
bambino. Se alle sue necessità e desideri, inizialmente poco
differenziati, sono mancati conferma e rafforzamento o se le risposte
sono state contraddittorie e confuse, il bambino cresce pieno di
perplessità ogni qualvolta tenti di distinguere i suoi disturbi nel
campo biologico dalle esperienze emotive. Sarà così un individuo privo
del senso del suo essere una creatura a sé stante, avrà difficoltà a
crearsi dei confini e si sentirà in continua balia di forze esterne.
Se
la madre offre cibo in risposta a segnali indicanti il bisogno di
nutrimento, il bambino svilupperà gradualmente l'engramma di “fame”,
quale sensazione diversa da altri stati di tensione o di bisogno.
D'altro canto, se la reazione materna è sempre incongrua – a prescindere
dal suo carattere di negligenza o di eccessiva sollecitudine, di
costrizione o di permissività indiscriminata – il risultato per il
bambino sarà una confusione che lo renderà sempre perplesso. Quando sarà
più grande non saprà distinguere tra l'aver fame e l'essere sazio, tra
il bisogno di mangiare e qualche altro stato di disagio o di tensione.
(Bruch, 1973, p. 79).
La cura di questo sintomo, come
precedentemente accennato, non può, a detta della Bruch, andare nella
direzione classicamente psicoanalitica dell'interpretazione, che può
rappresentare per il paziente la ripetizione catastrofica
dell'esperienza che qualcuno sa meglio di lui quello che sente e prova,
confermandogli il suo senso di inadeguatezza. Diventa importante, per
l'autrice, permettere al paziente di parlare delle proprie emozioni
senza che il terapeuta si posizioni come “soggetto supposto sapere”, per
dirla con Lacan, permettendo al paziente di esaminare i vissuti che il
problema del cibo maschera. Il paziente che soffre di obesità, infatti,
tende ad incolpare il suo sovrappeso per tutti i problemi relazionali ed
intrapersonali che ha. Crede fermamente che, una volta dimagrito, anche
tutti i suoi problemi svaniranno. Ma la realtà clinica mostra che non è
affatto così. Diventa importante, dunque, che la dieta dimagrante inizi
quando il paziente è veramente pronto, quando può essere considerata
come un compito razionale al fine di ridurre il peso corporeo e non come
una forma di magia, atta a risolvere i problemi esistenziali.
Il paradigma delle Nuove Forme del Sintomo
Questo
approccio viene introdotto con particolare riferimento alla clinica
delle tossicomanie e mette in opera una lettura dell'Altro contemporaneo
e delle nuove forme del disagio nella civiltà alla luce delle teorie e
della clinica dell'ultimo Lacan. (Cosenza, 2008). Gli autori
appartenenti a questa corrente riconoscono un'importante fattore sociale
nell'eziopatogenesi dell'obesità. Essi affermano che l'imperativo
sociale del dovere che caratterizzava l'epoca freudiana si è sostituito,
nella società attuale, al godimento come dovere.
L'attuale
programma della civiltà non esige affatto la rinuncia al soddisfacimento
immediato, ma lo incentiva, lo comanda, lo richiede (Recalcati e
Zuccardi Merli, 2006, p. 14).
Inoltre la nostra epoca si
caratterizza per la metamorfosi della mancanza in vuoto: la mancanza
strutturale che costituisce l'essere umano in quanto tale viene
trasformata in un vuoto localizzato, come un contenitore che può e deve
essere sempre riempito. È l'esempio che ci fornisce l'obesità, la quale
in effetti riduce la mancanza dell'esistenza al vuoto anatomico dello
stomaco che esige costantemente di essere riempito. Non esiste più, per
questi soggetti, la possibilità di esperire il vuoto. Qui sta il
paradosso: il paziente che soffre di obesità si sente vuoto anche se è
pieno e viene imprigionato nel suo corpo, che diventa come un'armatura,
una difesa paradossale dall'incontro inquietante col desiderio
dell'Altro. Il corpo troppo pieno si difende dall'angoscia del vuoto, ma
finisce per generare un'angoscia ancora più terribile: l'angoscia di un
pieno che soffoca e cancella il soggetto (Recalcati, 2008).
Chi
soffre delle nuove forme del sintomo palesa il rifiuto dell'Altro, si
richiude autisticamente attorno alla sostanza di godimento, che nel caso
dell'obesità, è il cibo. L'esperienza clinica lo mostra chiaramente su
due versanti. Innanzitutto le abitudini alimentari, in particolare la
tendenza a consumare il cibo in solitudine, ci mostrano un soggetto che
non coinvolge l'Altro nel suo disagio. In secondo luogo il sintomo obeso
si configura già come un tentativo di risposta ad un rapporto
insostenibile con l'Altro, innanzitutto con l'Altro materno (Recalcati,
1997).
Il disturbo alimentare non si struttura come metafora del
ritorno del rimosso, ma diventa qualcosa che per il suo forte potere
denotativo sembra avere sostituito addirittura il nome del soggetto. Il
paziente obeso non si presenta portando un sintomo, ma identificandosi
con esso. “Sono obeso”, non “soffro di obesità”. Questa forte
identificazione con il sintomo fa scomparire il soggetto, rendendo
anonima la sua domanda. Sostenere di essere obesi è come operare una
specie di desoggetivizzazione e di psichiatrizzazione del sintomo. In
questa nominazione anonima il soggetto non esiste più, se non come
obeso. Senza una separazione del soggetto dall'identificazione al
sintomo non è possibile che prenda avvio nessuna domanda di cura.
L'analista
non deve concentrare le sue attenzioni sul problema alimentare in sé.
Si tratta di allentare con il tempo il legame con un godimento chiuso in
se stesso, limitato al circuito del cibo, per riallacciare la persona a
un legame sociale possibile. Attraverso il transfert, l'inconscio del
paziente è messo al lavoro, spostando l'attenzione dal cibo alla
soggettività. Questo non significa però che il sintomo venga lasciato
nel suo stadio attuale, perché implica un danno che blocca la vita e la
progettualità: guarire significa fare in modo di aumentare la
consapevolezza sul suo senso, di renderlo meno invalidante per chi ne
soffre, promuovendo la capacità di farne a meno, secondo modi e tempi
assolutamente individuali e non prefissati in anticipo. Il problema del
cibo solitamente è l'ultima cosa che va a posto. Esso si pacifica solo
quando il soggetto entra in contatto col suo desiderio, quando lo rende
più frequentabile. Per questo uno dei segni più indicativi della buona
strada della cura è un improvviso innamoramento, che slega il soggetto
dal circolo autistico fra sé e il suo sintomo (Recalcati e Zuccardi
Merli, 2006).
4. L'approccio bioenergetico all'obesità
Durante
il mio percorso analitico mi è capitato di lavorare sul problema della
mia obesità. Ricordo ancora con chiarezza quando, dopo un esercizio di
radicamento, ho percepito la mia pancia piena di energia pronta a
scoppiare. Ho avuto un'immagine, forse Helferich (2001) la chiamerebbe
visione terapeutica anche se non si è trattato di un episodio
regressivo, in cui ho visto il mio addome come un palloncino
eccessivamente dilatato che non trovava un modo per sgonfiarsi. Ho
sentito che le contrazioni del diaframma e del bacino imprigionavano
questa energia e così la mia pancia, per non scoppiare, aveva dovuto
allargare i propri confini, proprio come fa un palloncino quando lo si
gonfia. Questo è stato il primo momento in cui ho iniziato ad
interrogarmi veramente sul mio sovrappeso.
Ciò che mi ripropongo in
questo capitolo, dunque, è di condividere le mie riflessioni,
sensazioni, impressioni riguardanti questo tema, parlando del
significato simbolico della pancia secondo diversi autori psico-corporei
e di come esistano dei tratti di ogni carattere loweniano che possono
sovrapporsi ad alcune caratteristiche del soggetto che soffre di
obesità.
La pancia
L'obesità
maschile, a differenza di quella femminile, è caratterizzata da un
accumulo adiposo nella regione del ventre, soprattutto quando insorge in
età adulta (la cosiddetta pancetta di mezz'età). Per questo ritengo sia
importante soffermarsi sul significato che questa zona simbolizza
all'interno del corpo umano.
Innanzitutto vi è da fare una
considerazione puramente anatomica: la cavità addominale è la zona meno
protetta del nostro corpo. Essa contiene diversi organi vitali, ma
nonostante ciò non ha strutture dure che la possano difendere. Se ci
muovessimo ancora a quattro zampe sarebbe salvaguardata posteriormente
dalla schiena, lateralmente dai fianchi e dagli arti e inferiormente
dalla terra. Ma con l'assunzione della postura eretta l'essere umano ha
finito per esporre il proprio ventre delicato al mondo (Dychtwald,
1977).
Diversi autori concordano nel ritenere che in questa zona
hanno origine le nostre sensazioni. È un deposito di sentimenti,
immagini, idee, desideri e intenzioni, spesso inespressi e non
riconosciuti, tanto che Totton ed Edmondson (1988) l'hanno definito
l'inconscio del corpo-mente. Qui sono presenti i sentimenti viscerali,
la nostra parte più istintiva e primordiale. Gli stessi coniugi Lowen
(1977) affermano che spesso le persone tengono la pancia in dentro per
combattere la propria natura animale fondamentale, situata proprio in
questa parte del corpo.
Brown, fondatore della psicologia organismica, asserisce che
il
nucleo della condizione umana è costituito da quattro regioni del corpo
che consentono distinte modalità di contatto emotivo-cognitivo tra
soggetto e mondo: il torace, l'addome, la parte superiore e inferiore
del corpo. [...] La regione dell'addome è predisposta a rivolgersi
all'interno, verso l'ampiezza e la profondità del mondo interiore
dell'anima e del corpo. Gli organi addominali ci forniscono quei
messaggi propriocettivi che comunicano momento per momento il vero modo
di essere della nostra anima incarnata. Tali messaggi, originariamente
trasmessi dalle ossa e dai muscoli, vengono poi filtrati internamente
attraverso i visceri. La regione addominale media la compenetrazione del
nostro essere e la percezione di una profonda armonia interna,
veicolando un profondo amore ed accettazione di sé, attimo per attimo.
Infine, quando si raggiunge una totale fusione tra psiche e anima essa
rappresenta la sorgente del processo primario da cui scaturisce la
serenità interiore (Brown, 1990, pp. 59-60)
Tra gli autori
psico-corporei che si sono interessati a questa importante zona Gerda
Boyesen occupa sicuramente un posto a parte. Questa autrice, nata nel
1922 a Bergen, in Norvegia, oltre alla fisioterapia ha studiato
psicologia all'Università di Oslo e vegetoterapia con Ola Raknes; in
seguito è stata vegetoterapeuta all'Istituto Bülow-Hansen e psicologa
clinica in diversi ospedali psichiatrici norvegesi. A lei si deve la
scoperta del significato psicologico delle peristalsi intestinali.
Rifacendosi ad un articolo del 1964 del professor Johannes Setekleiv (in
Boyesen, 1990) l'autrice inizia a concettualizzare la nozione di
psicoperistalsi: le energie in eccesso trovano una via di scarica nei
movimenti peristaltici dell'intestino. La Boyesen, infatti, asseriva che
esistono quattro vie di scarica dell'energia, due ascendenti e due
discendenti. Le vie superiori sono le urla (via forte) e la
verbalizzazione (via debole), mentre quelle inferiori sono la diarrea
(via forte) e la psicoperistalsi (via debole). Mi sembra interessante
riportare di seguito un breve stralcio di come la Boyesen sia arrivata a
questa teoria.
Continuavo a massaggiare i pazienti agendo
unicamente sulle membrane cariche di fluido energetico. Riducevo la
pressione di tale fluido e allora udivo i gorgoglii peristaltici. In
questo modo, assistetti alla progressiva scomparsa dei sintomi e potei
rendermi conto di cosa fosse la scarica vegetativa dolce che cercavo:
una notte, ero sveglia e udii il rumore peristaltico nel ventre di mio
marito. Compresi che si trattava della risposta del mio interrogativo:
qual è la via dolce della scarica vegetativa? Ormai mi sembrava evidente
che non era necessaria la diarrea per eliminare le tensioni nervose
dell'organismo, dato che questo aveva i suoi meccanismi di regolazione
delle tensioni da eliminare: la psicoperistalsi. Il canale istintuale ed
emotivo, il canale dell''Es', è anche la via della dissoluzione, della
'fusione' dell'energia emotiva (Boyesen, 1990, pp. 65-66).
La
comprensione simbolica di questa zona corporea può dare significati
nuovi all'obesità, visti secondo una luce bioenergetica. L'adipe
accumulato nella pancia verrebbe ad essere una difesa del soggetto dal
sentire, dall'essere vivo e luminoso, dall'essere carico ed energico. Si
tratta di un vero e proprio scudo che il soggetto erige per non entrare
in contatto con Hara, con la parte pulsionale di se stesso. Già la
Bruch (1973) aveva notato come sia caratteristico di questi soggetti la
difficoltà di contattare i propri desideri e le proprie pulsioni. Anche
Lidell (1984) riconosce che un ventre obeso e pesante può soffocare le
sensazioni sottostanti. Isolato dal suo centro vitale, un simile
individuo può essere incapace di riconoscere e soddisfare le proprie
esigenze.
Tratti caratteriali nell'obesità
Riflettendo
sull'obesità in termini di strutture caratteriali bioenergetiche mi
sono reso conto di come questo sintomo presenti delle caratteristiche
ascrivibili a tutti e cinque i caratteri loweniani, dallo schizoide al
rigido.
In questo capitolo mi ripropongo di analizzare uno per uno i
cinque fondamentali caratteri per focalizzarmi sulle caratteristiche del
sintomo obeso presenti in ciascuno di essi. Non mi soffermerò nella
descrizione delle varie strutture, rimandando eventualmente a Lowen
(1958, 1875), Johnson (1994) e Marchino e Mizrahil (2004) per un
eventuale approfondimento.
Carattere schizoide
I
punti che questo carattere si trova ad avere in comune con il sintomo
obeso sono principalmente due: la negazione del corpo e la difficoltà ad
avere dei confini ben strutturati.
Il primo punto è talmente
caratterizzante lo schizoide che Lowen (1967) utilizza buona parte de
“Il tradimento del corpo” per parlare della difficoltà di percepire
sensazioni corporee tipica di questa tipologia caratteriale.
Si
abbandona il corpo quando diventa fonte di dolore e umiliazione invece
che di piacere e orgoglio. Si rifiuta allora di accettarlo o di
identificarsi con esso. Ci si rivolta contro di lui. (Lowen, 1967, p.
223).
Lo schizoide è riuscito a rendere tollerabile il terrore di
essere annientato semplicemente perché esiste annullando le sensazioni
corporee.
Anche se le motivazioni di base possono essere differenti,
il sintomo obeso si struttura in maniera simile. L'adipe in eccesso
serve ad ovattare i bisogni emotivi ed affettivi perché intollerabili.
Ciò che il soggetto che soffre di obesità ha dovuto compiere è annullare
il corpo per non sentire i propri desideri. Hilde Bruch (1973) ha
elaborato la sua clinica sulla difficoltà di questi pazienti ad
ascoltare le sensazioni corporee.
Se, con Anzieau (1985), vogliamo
leggere il significato simbolico della pelle come membrana che delimita i
confini fra mondo interno e mondo esterno, ci si rende subito conto che
nel carattere schizoide questo punto racchiude intense problematicità.
L'energia è tutta congelata al centro e non è disponibile nelle parti
periferiche. La pelle di questi soggetti è spesso fredda, scarica
energeticamente e non ha la possibilità di adempiere alle principali
funzioni che Anzieau (ibidem) le ha riconosciuto: superficie che
delimita il dentro dal fuori e, di conseguenza, barriera che protegge
dall'aggressività esterna.
Le persone che soffrono di obesità hanno
tendenzialmente dei confini molto poco marcati. Ciò è ben visibile nella
classica camminata ciondolante che li caratterizza. Il loro continuo
dondolamento, più o meno visibile ma spesso presente, potrebbe
significare una difficoltà a restare dentro dei limiti direzionali ben
precisi, rappresentati dalla traiettoria in cui il corpo si muove. Il
corpo enorme di questi pazienti può essere anche letto come un bisogno
di estendere i propri limiti fisici, come se essi stessi non fossero in
grado di percepire fin dove i loro confini arrivino.
Carattere orale
Il carattere orale, insieme a quello masochista, è quello che più profondamente incontra il sintomo obeso.
Il
corpo del carattere orale è tendenzialmente molto sottile a causa delle
forti deprivazioni di nutrimento affettivo. Accade però, talvolta, che
dei caratteri orali abbiano compensato questo stato di denutrizione
aumentando il loro stato corporeo fino all'obesità. Abbiamo già visto
come la prima psicoanalisi, con Abraham (1916) in particolare, punti
notevolmente sull'interpreta-zione dell'obesità come sadismo orale.
Il
punto a mio avviso più pregnante che il carattere orale ha in comune
con il sintomo obeso è la difficoltà ad incontrare e a reggere la
propria mancanza. Questo soggetto, intimamente segnato dal bisogno
d'amore negatogli all'inizio della sua vita, sviluppa un desiderio
intenso di relazione con l'altro, ma con la paura concomitante di essere
nuovamente abbandonato. Il carattere orale, dunque, tende, una volta
instaurata una relazione, ad aggrapparsi al partner.
Quando non è
ben difeso, o quando le sue difese non funzionano, l'orale si perde
nell'amore. Quando la speranza di trovare il paradiso perduto si
riaccende, la persona si perde nella simbiosi (Johnson, 1994, p. 138).
Le
stesse dinamiche sono ravvisabili nel soggetto che soffre di obesità.
La difficoltà a stare da solo lo possono portare a cercare delle
relazioni affettive anche con partner non adeguati. La modalità
privilegiata che questi soggetti utilizzano, però, è utilizzare il cibo
come riempitivo del senso di solitudine che attanaglia loro l'anima.
Energeticamente
c'è un aspetto che accomuna in maniera marcata il carattere orale e il
soggetto che soffre di obesità. Nell'orale
l'energia scorre verso
l'alto, non verso il basso. Le gambe sono insufficientemente caricate, e
non si mantiene il contatto con il terreno. Non c'è aumento
dell'eccitazione genitale. A causa di questa mancanza di contatto con il
suolo, che è la controparte della mancanza psicologica di contatto con
la realtà, si sente che questi individui sono “tra le nuvole”,
“fluttuano nello spazio”, e con loro i contatti non si stabiliscono
(Lowen, 1958, p. 157).
Una difficoltà riscontrata nel soggetto
che soffre di obesità è l'impossibilità per l'energia di fluire verso il
basso. La contrazione pelvica è talmente marcata che l'energia non può
scaricarsi a terra e ristagna nel ventre. Con l'andare del tempo i
muscoli superiori dell'addome si possono indebolire, trasformando la
pancetta in pancione (Lowen e Lowen, 1977). Questa tensione cronica a
livello pelvico serve a non percepire il desiderio sessuale ed è tipico
anche del carattere orale.
Carattere psicopatico
Il
carattere psicopatico potrebbe apparire quello che meno ha
caratteristiche psicologiche, energetiche e relazionali in comune con il
sintomo obeso. Il falso sé dello psicopatico basato sull'idea di essere
il migliore sembra avere poco in comune con il senso di nullità con cui
si percepisce il paziente che soffre di obesità. In realtà questo stile
caratteriale può essere letto attraverso la polarità
grandiosità-indegnità. Johnson (1994, p. 193) afferma che
anche
se la maggior parte delle descrizioni della personalità narcisistica si
incentra sull'aspetto di compensazione di questa polarità (mancanza di
umiltà, incapacità di accettare il fallimento, paura di essere
impotenti, manipolazione, lotta per il potere e enfatizzazione della
volontà), molti individui narcisistici evidenziano, spesso nella prima
seduta di psicoterapia, la polarità opposta. Possono confessare il loro
profondo senso di indegnità, il petulante rammarico di non essere o non
avere mai abbastanza, il bisogno di procurarsi un valore provvisorio e
la profonda invidia per chi percepiscono sano e di successo. All'interno
di questa confessione c'è spesso l'ammissione di ingannare gli altri
attraverso lo sfoggio di forza, competenza e felicità.
I
conflitti di base dello psicopatico e del soggetto che soffre di obesità
sono dunque simili. Quest'ultimo vive costantemente nell'idea di essere
inferiore a chiunque altro, di non avere alcun valore per nessuno. Lo
psicopatico ha messo però in atto una difesa che lo caratterizza
profondamente, la formazione reattiva, con lo scopo di allontanare dalla
sua coscienza la percezione dei suoi vissuti di inettitudine. Questo
stile difensivo, infatti, consiste nel tenere lontano un desiderio od
impulso inaccettabile adottando un tratto di carattere diametralmente
opposto. Il paziente che soffre di obesità, invece, non ha fatto proprio
questo stile difensivo, identificandosi pienamente con i suoi vissuti
di inidoneità.
Queste similitudini sono riscontrabili anche negli
stili d'attaccamento simili: sia lo psicopatico che il soggetto che
soffre di obesità sono caratterizzati da un caregiver che sapeva meglio
di loro qual era il loro bene. La Bruch (1973) analizza a fondo le
famiglie dei suoi pazienti, osservando che sono per la maggior parte
caratterizzate da madri che imponevano ai figli i propri desideri,
seducendoli e facendo loro credere che questi desideri fossero loro.
Lowen (1975), parlando del carattere psicopatico, sottolinea come il
fattore più importante nell'eziologia di questa condizione sia la
seduzione coperta del genitore nei confronti del bambino al fine di
soddisfare i propri bisogni narcisistici. In questa condizione il
bambino si trova costretto a fare propri questi desideri, in quanto le
sue percezioni ed emozioni non vengono riconosciute e sostenute dal
mondo esterno.
Carattere masochista
Come già anticipato questo carattere è quello, insieme all'orale, che ha più affinità con il sintomo obeso.
Innanzitutto
a livello di tensioni energetiche ci sono delle similitudini evidenti:
il blocco tra la bocca dello stomaco e l'ano li caratterizza entrambi.
Marchino e Mizrahil (2004) parlano di questa energia compressa
paragonandola al vapore di una pentola a pressione. Anche nel soggetto
che soffre di obesità è presente una pressione talmente forte che il
ventre, non trovando un modo per sfogarla, si deve espandere a livello
addominale per mantenere la tensione energetica a livelli accettabili. I
due autori continuano parlando del carattere masochista, affermando che
il
suo diaframma, proprio come fosse il coperchio di una pentola a
pressione, si irrigidisce, impedendogli di espirare in modo completo. Se
espirasse si svuoterebbe, entrando in contatto con la propria
vulnerabilità, ma il masochista non sopporta di percepire la sua
fragilità. Ama invece sentirsi pieno e forte, e la sua energia compressa
gli dà un senso di solidità (Marchino e Mizrahil, ibidem, p. 134).
Il
soggetto che soffre di obesità sembra incarnare facilmente la maschera
della vittima tipica del masochista. Questi pazienti tendono a pensare
che tutti i loro problemi siano dovuti al loro eccesso di peso,
lamentandosene spesso. Sanno di essere responsabili, con le loro
alterate abitudini alimentari, della loro obesità, ma si sentono in
balia di forze potenti che non permettono loro di esercitare alcun
controllo sull'ingestione del cibo. Johnson, parlando del carattere
masochista, sembra delineare uno spaccato preciso del soggetto che
soffre di obesità.
L'essenza della soggettività masochistica è
l'impotente sensazione di essere intrappolati in un circolo vizioso di
sforzi che terminano sempre nella frustrazione. Questo stallo vitale
cronico e stremante genera impotenza, pessimismo, disperazione, profonda
sfiducia riguardo al futuro. Questa cronica sofferenza per una realtà
sempre uguale viene di solito affrontata solo sopportandola e
condividendola con chiunque sia disposto ad ascoltare (Johnson, 1994, p.
243)
Eziologicamente il carattere masochista ha delle
caratteristiche comuni al soggetto che soffre di obesità. Ad entrambi
viene negato il diritto di imporsi con i propri desideri,
colpevolizzando ogni movimento spontaneo. L'atteggiamento intrusivo
materno emerge chiaramente nel campo dell'alimentazione. Il bambino che
diventerà masochista viene forzato a mangiare anche quando è pieno,
facendo propri questi desideri di cibo, pena la colpevolizzazione da
parte del genitore. Tipica è la frase: “mangia la pappa che ti ho
preparato con tanto amore, altrimenti mi fai diventare triste”. Il
bambino deve dunque imparare a tenere giù il cibo, a mangiare anche
quando è pieno. Questo comportamento gli permette di non contattare la
rabbia che può provare nei confronti della madre che lo obbliga a
mangiare, poiché probabilmente sarebbe insostenibile. Da qui nasce il
senso di colpa che caratterizza le vita emotiva del masochista: il
costante giudizio negativo della madre fa emergere la profonda
sensazione nel bambino che in lui ci sia qualcosa di sbagliato. Questa
emozione caratterizza fortemente anche la vita emotiva del soggetto che
soffre di obesità, che si sente spesso in colpa per le sue azioni,
soprattutto per quel che riguarda il cibo.
Carattere rigido
Questo
carattere è quello che, a mio avviso, ha meno caratteristiche comuni
con il sintomo obeso. Probabilmente ciò è dovuto al fatto che
l'eziologia dell'obesità è in parte caratterizzata da traumi in fasi
precoci della vita del bambino. Il carattere rigido, invece, situa la
sua eziologia nella fase edipica, dopo i tre anni, ed è contraddistinto
dalla mancanza di esperienze particolarmente nocive con il caregiver nel
periodo di vita precedente. La tipologia rigida che ha dei punti in
comune con il sintomo obeso è quella dell'ossessivo-compulsivo, che
Lowen (1958, p. 260) definisce come
la forma estrema di rigidità a livello psicologico,
quindi
la meno evoluta. Le ossessioni possono essere definite come pensieri
egodistonici ricorrenti, mentre le compulsioni sono delle azioni
ritualizzate che devono essere fatte per alleviare l'ansia. Nel paziente
che soffre di obesità si ritrova tutto questo: l'ossessione per il
cibo e il ricorso compulsivo ad esso per non entrare in contatto con
l'ansia che potrebbe scaturire dal sentire la propria mancanza.
Una possibile direzione bioenergetica della cura
Si tratta di una malattia dell'amore e non dell'appetito
Recalcati e Zaccardi Merli, Anoressia, bulimia e obesità
Questo
ultimo capitolo vuole essere una trattazione succinta dei principali
punti di orientamento nella cura del soggetto che soffre di obesità
dalla prospettiva dell'analisi bioenergetica.
Nella cura del sintomo
obeso penso sia necessario concentrarsi inizialmente sull'analisi della
domanda portata dal paziente. Questo, infatti, tendenzialmente sarà
propenso a chiedere un aiuto nel dimagrire, convinto che in questo modo
tutti i suoi problemi svaniranno automaticamente. È invece importante
che l'analista non colluda con questa sua fantasia e chiarisca
adeguatamente sin dall'inizio che l'analisi non porterà necessariamente
ad un calo ponderale, ma che in questo spazio si possono valutare,
analizzare e contattare le emozioni, i desideri, le aspettative che
questo sintomo porta con sé. Probabilmente questa posizione
dell'analista attiverà delle difese nel paziente. Il compito del
terapeuta è quello di trasformare la domanda iniziale di aiuto nella
ricerca, all'interno della relazione transferale, delle cause della
genesi della malattia, ricordando gli eventi salienti della sua vita e
il modo in cui li ha vissuti, affinché il sapere che elabora durante
questo percorso lo spinga a modificare le scelte che ha fatto e i
vantaggi paradossali che ottiene dal suo disagio.
Si tratta di
allentare con il tempo il legame con un godimento chiuso in se stesso,
limitato al circuito del cibo [...] per riallacciare la persona a un
legame sociale possibile. [...] Attraverso il tranfert, unico vero
motore della cura, l'inconscio della paziente è messo al lavoro,
spostando l'attenzione dal cibo alla soggettività, dall'ossessione per
il corpo all'essere della persona (Recalcati, Zuccardi Merli, 2006, p.
108).
A livello corporeo penso sia necessario lavorare su diversi fronti.
Innanzitutto
sono convinto dell'importanza per questi soggetti di frequentare
costantemente delle classi di esercizi. Le tensioni che li
caratterizzano, infatti, hanno bisogno di un lavoro duraturo e
persistente. I punti su cui lavorare sono principalmente due:
l'autopercezione corporea e la scarica a terra.
Il primo fattore è
una condizione necessaria a qualunque possibile cambiamento. Il soggetto
che soffre di obesità, come abbiamo infatti visto con la Bruch (1973),
si caratterizza per una difficoltà nel riconoscere sensazioni e
movimenti interni. Dargli la possibilità di iniziare a differenziare
questi stati perennemente mischiati tra loro può permettere a questi
pazienti di riconoscere l'utilizzo smodato del cibo come riempitivo
slegato dal circuito della fame: l'ansia può iniziare ad essere
percepita come ansia e la fame come fame, senza confusione. Un lavoro
corporeo basato sull'attenzione costante alla verità del proprio corpo,
al respiro, alla percezione delle tensioni è, dunque, un'indispensabile
base da cui poter protrarre il lavoro bioenergetico con questi pazienti.
Un'importanza
rilevante assume anche la possibilità di scaricare a terra l'energia in
eccesso, anche se probabilmente si tratta di un passaggio da attuare in
un secondo tempo nel percorso analitico. Come abbiamo visto
precedentemente, infatti, la tensione al bacino non permette all'energia
di scendere. Un lavoro costante sul radicamento è necessario per
attivare il processo vibratorio di scarica. Questo, infatti, a mio
avviso, è la scarica dolce che invece la Boyesen (1990) ha individuato
nella psicoperistalsi. La caratteristica di attività che
contraddistingue la vibrazione, a differenza della passività dei
processi peristaltici, può aiutare il soggetto a ritrovare una forma di
capacità di controllo sul proprio corpo. Tutti quegli esercizi che
attivano la vibrazione, dunque, sono i più indicati con questi pazienti.
Piegare le gambe nell'inspirazione e risalire nell'espirazione, in
particolare, è l'attività che più si addice a questo compito. Penso,
infatti, che tutti quegli esercizi di scarica forte, come lo scalciare
da sdraiati, rendano difficoltosa la percezione fine dei propri
movimenti interni, che dovrebbe invece caratterizzare il lavoro con
questi pazienti.
Penso possa essere utile, inoltre, l'utilizzo di
massaggi relazionali, come il massaggio a farfalla di Eva Reich. Questo
tipo di contatto, infatti, è molto utile nel lavoro sui confini corporei
(Reich, Zornànsky, 1997). Applicando il principio dello stimolo minimo
si permette al paziente di esperirsi in modo dolce, senza toccare dei
nuclei eccessivamente dolorosi che potrebbero ulteriormente irrigidire
la corazza del paziente.
Conclusioni
Mentre
scrivevo questo elaborato mi è più volte sorto il dubbio di aver
trattato poco la parte prettamente bioenergetica. Riflettendoci sono
però arrivato alla conclusione che questo lavoro riunisce in sé due
aspetti fondamentali dell'analisi bioenergetica: il lavoro mentale ed il
lavoro corporeo. Spesso sono portato a credere che possa essere
definito bioenergetico solo il lavoro corporeo, dimenticando l'origine
psicoanalitica di questo approccio. Mi trovo invece d'accordo con
Downing (1995) quando afferma che nelle terapie corporee è importante il
lavoro corporeo, ma lo è altrettanto il lavoro analitico verbale. Un
buon approccio terapeutico, quindi, penso non possa prescindere da una
conoscenza non solo dei processi energetici, ma anche delle motivazioni
inconsce che il sintomo nasconde. Rileggendo la tesina una volta
terminata mi sembra che tenga debitamente in considerazione entrambi
questi aspetti.
Per tutto l'elaborato ho deliberatamente deciso di
non parlare mai di soggetto obeso, ma di soggetto che soffre di obesità.
Questo per non colludere con l'aspetto identificatorio che fa del peso
di questi pazienti l'unico aspetto in cui si possono riconoscere.
Ho
inoltre sempre parlato di obesità come sintomo: sono infatti convinto
che non si tratti di un semplice quadro nosografico, come la linea
seguita dal DSM IV potrebbe proporre, ma sia il risultato di un processo
di costruzione inconscia in cui il soggetto che ne patisce ne è
implicato, anche se può non saperlo e rifiutare di riconoscerlo.
Come
accennato nell'introduzione, questa tesina nasce dal bisogno e dal
desiderio di fermarmi a riflettere su questo sintomo che il mio
inconscio ha scelto per me. Durante la stesura ho scoperto varie cose di
cui non ero consapevole e vari spunti da poter portare nel mio lavoro
analitico.
Grazie a tutti coloro che mi hanno dato la possibilità di avvicinarmi un po' di più a me stesso.
Bibliografia
Abraham,
K. (1916). Untersuchungen über die früheste prägenitale
Entwicklungstufe der Libido. In “Int. Z. (ärztl.) Psychoanal.”, 4, pp.
71-97.Trad. It. Ricerche sul primissimo stadio evolutivo pregenitale
della libido. In Opere di Karl Abraham, vol. 1, pp. 258-285. Torino:
Bollati Boringhieri, 1975.
American Psychiatric Association (Ed.).
(1994). DSM-IV. Washington: A.P.A. Trad. it. DSM-IV. Milano: Masson,
1996 (3a ed., 2a rist.).
Apfeldorfer, G. (1994). Anorexie boulimie
obesité. Paris: Flammarion. Trad. it. Anoressia bulimia obesità. Milano:
Il Saggiatore, 1996.
Anzieu, D. (1985). Le moi-peau. Parigi: Bordas. Trad. it. L'io pelle. Roma: Borla, 2005.
Bosello, O., Cuzzolaro, M. (2006). Obesità e sovrappeso. Bologna: Il Mulino.
Boyesen, G. (1990). Entre psyché et soma. Paris: Payot. Trad. it. Tra psiche e soma. Roma: Astrolabio, 1999.
Brown, M. (1990). The healing touch. Mendocino: Life Rhytm. Trad. it. Il contatto terapeutico. Roma: Melusina, 1994.
Bruch,
H. (1973). Eating disorders. New York: Basic Books. Trad. it. Patologia
del comportamento alimentare. Milano: Feltrinelli, 2000.
Cosenza, D. (2008). Il muro dell'anoressia. Roma: Astrolabio.
D'Amicis,
A. et al. (2006). Epidemiologia dell'obesità. In Istituto Auxologico
Italiano (Ed.), 6° rapporto sull'obesità in Italia (pp. 31-45). Milano:
Franco Angeli.
Downing, G. (1995). The body and the word. New York: Routledge. Trad. it. Il corpo e la parola. Roma: Astrolabio, 1995.
Dychtwald; K. (1977). Bodymind. New York: Pantheon. Trad. it. Psicosoma. Roma: Astrolabio, 1978.
Helferich,
C. (2001). Visioni terapeutiche: l'esperienza della immaginazione
attiva nel trattamento organismico. In M. Pini (Ed.), Psicoterapia
corporeo-organismica. (pp. 153- 176). Milano: Franco Angeli.
Istituto Auxologico Italiano (Ed.). (2006). 6° rapporto sull'obesità in Italia. Milano: Franco Angeli.
Johnson,
S. M. (1994). Character styles. New York: Norton & Company. Trad.
it. Stili caratteriali. Saturnia: Crisalide, (2004).
Judith; A.
(1996). Eastern body, western mind. Berkeley: Celestial Arts. Trad. it.
Il libro dei chakra. Vicenza: Nero Pozzi, 2007 (7a ed.).
Lidell, L. (1984). The book of massage. Londra: Gaia Books Limited. Trad. it. Il libro del massaggio. Milano: CDE, 1986.
Lowen,
A. (1958). Physical dynamics of character structure (the language of
the body). New York: Grune and Strutton. Trad. it. Il linguaggio del
corpo. Milano: Feltrinelli, 2003.
Lowen, A. (1967). The betrayal of the body. New York: MacMillan. Trad. it. Il tradimento del corpo. Roma: Mediterranee, 1997.
Lowen,
A. (1975). Bioenergetics. New York: Coward, McCarin & Geoghen..
Trad. it. Bioenergetica. Milano: Feltrinelli, 2004 (2a ed.).
Lowen, A. (1990). The spirituality of the body. MacMillan. Trad. it. La spiritualità del corpo. Roma: Astrolabio, 1991.
Lowen,
A., Lowen, L. (1977). The way to vibrant health. New York: Harper and
Row. Trad it. Espansione e integrazione del corpo in analisi
bioenergetica. Roma: Astrolabio, 1979.
Marchino, L., Mizrahil, M., (2004). Il corpo non mente. Milano: Frassinelli.
Pini, M. (Ed.). (2001). Psicoterapia corporeo-organismica. Milano: Franco Angeli.
Recalcati, M. (1997). L'ultima cena: anoressia e bulimia. Milano, Mondadori.
Recalcati, M., Zuccardi Merli, U. (2006). Anoressia, bulimia e obesità. Torino: Bollati Boringhieri, 2008 (2a ed.).
Recalcati, M. (2008). Clinica del vuoto. Milano: Franco Angeli.
Reich,
E., Zornànsky, E. (1997). Lebensenergie durch sanfte Bioenergetik.
Monaco: Kösel-Verlag GmbH & Co. Trad. it. Bioenergetica dolce.
Milano: Tecniche Nuove, 2006.
Rigamonti, A. E., Müller, E. E. (2006).
Cervello e obesità: neurobiologia e neurofarmacologia. In Istituto
Auxologico Italiano (Ed.), 6° rapporto sull'obesità in Italia (pp.
49-92). Milano: Franco Angeli.
Totton, N., Edmondson, E. (1988) Reichian growth work. Bridport: Prism. Trad. it. L'energy stream. Milano: Red, 2007.
"Riflessioni bioenergetiche sull'obesità maschile", tratto in data 01-12-2008 da Obiettivo Psicologia. Formazione, lavoro e aggiornamento per psicologi
http://www.opsonline.it/index.php?m=show&id=15658
Grouding Institute
Dott. Maurizio D'Agostino
Via Asiago, 35 CATANIA
www.bioenergetic.it
|