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Il trauma, la sua definizione e la terapia ad
esso relativa, è una questione al centro di un ampio dibattito con effetti
teorico-pratici ampi e profondi. Come il trauma, in quanto oggetto di
riflessione nella teoria e nella pratica terapeutica ad esso correlata, abbia a
che fare con noi analisti/e bioenergetici/che è il tema del presente articolo.
L’obiettivo dell’articolo è quello di lanciare un rapido sguardo panoramico
d'insieme attraverso l’elencazione di una serie di punti e un rapido sviluppo
dei punti dell’elenco.
L'elenco
dei punti (A-L)
A)
La definizione di "trauma";
B)
la messa in questione della "catarsi" da parte delle teorizzazioni
sul trauma (vedi art. di Angela Klopstech, "Catharsis and Self-Regulation
Revisited: Scientific and Clinical Considerations.", riv. IIBA, vol.15,
2005, pp.101-131);
C)
la difficoltà specifica a lavorare a livello corporeo, come siamo abituati/e,
soprattutto riguardo al contatto, oltre che rispetto all'attivazione, più o
meno catartica;
D)
la riflessione sul modo in cui la tematica del trauma si focalizza sul corpo, e
di quale tipo di corpo si tratta (vedi art. di A.Klopstech, "So Which Body
Is It? The Concepts of The Body in Psychotherapy.", riv.
IIBA, vol.19, 2009, pp.11-30);
E)
qual è stato l'esito dei seminari di Sylvia Conant sul "Trattamento dello
shock da trauma"?
F)
forse c'è qualcosa da dire sulla definizione di Disturbo Post-traumatico da
Stress (DPTS) che ha avuto tanto successo ed è stata inserita nel DSM IV
(Bonnie Burstow, "A Critique of Post-Traumatic Stress Disorders and the
DSM", in Journal of Humanistic Psychology, 2005, 4:429-445; Giulio
Fontò, "I disturbi di personalità: i nuovi mali dell'anima.", VII°
Seminario Apeiron, 2008);
G)
l'importanza di raccogliere la nostra bibliografia sul lavoro bioenergetico con
il trauma (ricordo il vol.1-1998 e il vol. 1-1999 della riv. IIBA dedicati al
trauma; "Trauma and The Body" di Robert Lewis, riv. IIBA, vol.11 n°2,
2000, pp.61-75; ma c'è molto altro);
H)
l'importanza di tenere conto della fase del ciclo di vita in cui la persona
viene a richiedere il nostro aiuto, insieme ad una precisa individuazione del
tipo di risorse e di debolezze che il sistema della sua personalità manifesta
(facendoci aiutare dalle "metafore" che ci evoca);
I)
riflessioni sull' ipotesi che, grazie all'attenzione suscitata dalla questione
del "trauma" e sugli ultimi sviluppi delle neuroscienze, si sia di
fronte al processo di configurazione di una modalità conoscitivo-operativa
definibile come "intelligenza istintuale", così come negli anni
passati si è assistito alla configurazione della "intelligenza
emotiva" ("Teoria polivagale" di Porges, "The Second Brain.
The Enteric Nervous System ENS" di Gershon, i "Neuroni a
specchio" di Rizzolatti et al., ecc.). Tutte le volte che Lowen parla della
"saggezza del corpo" e le affermazioni relative a tale
"saggezza" potrebbero, in un futuro vicino, essere riconcettualizzate
come manifestazioni dell'"intelligenza istintuale";
L)
il tema dell'istinto e del rapporto con la "parte selvaggia" che c'è
in ognuno/a di noi, nella cornice del discorso sulla "modernità",
sulla "civilizzazione", sulla "Wildnis/Wilderness" (vedi
Ulla Sebastian, "From Horse(Wo)man to Centaur", Atti Convegno EFBA-p,
Frascati, Maggio 1995, pp.175-192;
Clarissa Pinkola Estés, "Donne che corrono coi lupi. Il mito della donna
selvaggia.", Frassinelli, 1993; Hans Peter Duerr, "Nudità e vergogna.
Il mito della civilizzazione", Marsilio, 1991, e "Tempo di
sogno", Guerini e Associati, 1992; Claudio Risé, "Il maschio
selvatico", RED, 2002 ; Bruno
Latour, "Non siamo mai stati moderni", Elèuthera, 2009; ecc.);
SVILUPPO
SINTETICO DEI PUNTI
Punto
A) La definizione di trauma
Sul Dizionario della lingua italiana di G.
Devoto e G.C. Oli si legge: "Trauma 1. lesione prodotta nell'organismo da
cause esterne, capaci di azione improvvisa e rapidissima. 2. Trauma psichico:
turbamento dello stato psichico causato da un'emozione improvvisa e violenta
(dal greco trauma 'ferita')." Sul Dizionario di Psicologia curato
da U. Galimberti si legge: "Trauma. Parola greca che significa
"ferita", "lacerazione". Il termine è impiegato in medicina
somatica dove indica le lesioni provocate da agenti meccanici la cui forza
è superiore alla resistenza dei tessuti cutanei o degli organi che essi
incontrano; in neuropsichiatria dove indica o una lesione del sistema
nervoso o, per una trasposizione metaforica, una lesione dell'organismo
psichico per effetto di eventi che irrompono bruscamente in modo distruttivo;
in psicoanalisi dove la nozione di trauma è oggetto di una specifica
teoria." Sulla Enciclopedia della psicanalisi di J. Laplanche e J.-B.
Pontalis si legge: "Trauma. Evento della vita del soggetto che è
caratterizzato dalla sua intensità, dall'incapacità del soggetto a rispondervi adeguatamente, dalla
viva agitazione e dagli effetti patogeni durevoli che esso provoca
nell'organizzazione psichica. In termini economici, il trauma è caratterizzato
da un afflusso di eccitazioni che è eccessivo rispetto alla tolleranza del
soggetto e alla sua capacità di dominare e di elaborare psichicamente queste
eccitazioni. (...) La psicanalisi ha ripreso il termine usato in medicina e in
chirurgia trasponendo sul piano psichico i suoi tre significati: quello di shock
violento, quello di lacerazione, quello di conseguenze sull'insieme
dell'organismo. (...) Freud ha dato in Al di là del principio di piacere
(1920) una rappresentazione metaforica (...): la 'vescicola vivente' è
mantenuta al riparo dalle eccitazioni esterne
mediante uno strato protettivo o schermo antistimolo che si lascia
passare soltanto dalle eccitazioni tollerabili. Se questo strato subisce
un'ampia lacerazione, si ha il trauma: l'apparato ha il compito di mobilitare
tutte le forze disponibili per produrre controinvestimenti, fissare sul posto
le quantità di eccitazione in eccedenza e consentire così il ripristino delle
condizioni di funzionamento del principio di piacere (e del principio di
costanza). (...) E' consuetudine caratterizzare gli inizi della psicanalisi
(tra il 1890 e il 1897) nel modo seguente: l'eziologia della nevrosi è
attribuita ad esperienze traumatiche passate e la data di tali esperienze vien
fatta risalire sempre più lontano, man mano che si approfondiscono le indagini
analitiche, dall'età adulta all'infanzia; sul piano tecnico, l'efficacia della
cura è cercata in una abreazione e in una elaborazione psichica delle
esperienze traumatiche. (...) L'accento posto da Freud sul conflitto difensivo
nella genesi dell'isteria e in generale
della neuropsicosi da difesa non infirma la funzione del trauma, ma ne
rende più complessa la teoria. Va notato anzitutto che la tesi del carattere
essenzialmente sessuale del trauma affiora durante gli anni 1895-97 e che,
nello stesso periodo, il trauma originario è scoperto nella vita prepuberale.
...vari testi di quel periodo espongono o suppongono una tesi ben precisa che
tende a spiegare come l'evento traumatico susciti nell'Io, invece delle normali
difese utilizzate contro un evento penoso (la deviazione dell'attenzione, per
esempio), una "difesa patologica" - di cui la rimozione era allora
per Freud il prototipo - che opera secondo il processo primario. L'azione del
trauma è scomposta in vari elementi e suppone sempre l'esistenza di almeno due
elementi: in una prima scena, detta di seduzione, il bambino subisce un
tentativo sessuale da parte dell'adulto,
senza che ciò provochi eccitazione sessuale; una seconda scena, spesso di
apparenza anodina, che si svolge dopo la pubertà, rievoca per qualche tratto
associativo la prima. Il ricordo della prima provoca un afflusso di eccitazioni
sessuali che travolge le difese dell'Io. Sebbene Freud chiami traumatica la
prima scena, è evidente che, dal punto di vista strettamente economico, tale
valore gli è conferito solo posteriormente; inoltre, è solo come ricordo che la
prima scena diventa patogena, in quanto provoca un afflusso di eccitazioni
interne. Tale teoria spiega il vero senso della famosa formula degli Studi
sull'isteria '...gli isterici soffrono soprattutto di ricordi'.
Contemporaneamente, la concezione del ruolo attribuito all'evento esterno
diventa più articolata. Si attenua l'idea del trauma psichico calcato sul
trauma fisico, in quanto la seconda scena non agisce per energia propria ma
solo risvegliando un'eccitazione di origine endogena. In questo senso, la
concezione di Freud che stiamo riassumendo apre già la via all'idea secondo cui
gli eventi esterni traggono la loro efficacia dai fantasmi da essi attivati e
dall'afflusso di eccitazione pulsionale che essi provocano. (...) Negli anni seguenti, viene attenuata la
portata eziologica del trauma a vantaggio della vita fantasmatica e delle
fissazioni ai vari stati libidici. Il 'punto di vista traumatico', pur non
essendo abbandonato, come sottolinea Freud stesso, si inserisce in una
concezione che fa riferimento ad altri fattori, quali la costituzione e la
storia infantile. (...) Infine, nella storia dell'angoscia rielaborata in Inibizione,
sintomo e angoscia (1926) e in generale nella seconda topica, si accentua
il valore della nozione di trauma indipendentemente da qualsiasi riferimento
alla nevrosi traumatica propriamente detta. L'Io, provocando il segnale
d'angoscia, cerca di evitare di essere travolto dall'insorgere dell'angoscia
automatica, che definisce la situazione traumatica in cui l'Io è indifeso (vedi:
Stato di impotenza). Secondo questa concezione, esiste una specie di simmetria
tra il pericolo esterno e il pericolo interno: l'Io è attaccato dall'interno,
cioè dalle eccitazioni pulsionali, come è attaccato dall'esterno. Non è quindi
più valido il modello semplificato della vescicola, che Freud aveva utilizzato
in Al di là del principio di piacere. Va notato infine che Freud
individua il nucleo del pericolo in aumento, al di là del limite tollerabile,
della tensione risultante da un afflusso di eccitazioni interne che richiedono
di essere liquidate. E' questa la spiegazione ultima, secondo Freud, del
'trauma della nascita'.
Concludiamo con la definizione psichiatrica
DSM IV che si costruisce intorno alla nozione di "evento psichicamente
traumatico", al di fuori dell'esperienza umana consueta, e di
"sintomi derivati dall'esposizione all'evento traumatico". L'elenco
degli eventi traumatici comprende: lutti, malattie croniche, incidenti gravi,
perdite finanziarie, conflitti coniugali, violenze o aggressioni fisiche,
violenze sessuali, abusi psicologici, torture, combattimenti militari, disastri
naturali e provocati dall'uomo. Si pone attenzione anche ad una componente
fisica concomitante al trauma che può includere un danno diretto al SNC (per
esempio, malnutrizione o trauma cranico). L'elenco dei sintomi comprende: il
rivivere l'evento traumatico; l'attenuazione della responsività, o un ridotto
coinvolgimento verso il mondo esterno; una varietà di sintomi neurovegetativi,
disforici o cognitivi; senso di colpa se si è gli unici sopravvissuti, o in
relazione alle azioni che si sono dovute compiere per sopravvivere;
depressione; ansia; aumentata irritabilità con esplosioni di aggressività (in
particolare nei veterani di guerra); comportamento impulsivo (viaggi
improvvisi, assenze inspiegate, cambiamenti dello stile di vita o di
residenza); deficit dell'attenzione e della memoria; mal di testa e vertigini;
disturbi del sonno; difficoltà di vivere esperienze di intimità psicologica e
fisica.
Punto B) Catarsi
Le mie riflessioni si sviluppano in dialogo
con le tesi esposte nell'articolo di Angela Klopstech, "Catharsis and
Self-Regulation revisited", apparso sulla rivista dell'IIBA n° 15 del 2005
(pp.111-131). Freud trovò il concetto di "catarsi", derivato da
Aristotele, nella sua esperienza con il metodo ipnotico. Per Aristotele il
concetto di "catarsi" descriveva l'effetto della tragedia sul
pubblico, ovvero, la purificazione dalle passioni attraverso l'identificazione
del pubblico ateniese con le vicende rappresentate. Dopo aver abbandonato l'ipnosi, Freud si basò
sul concetto di "catarsi" per
dare forma a un suo concetto: "l'abreazione degli affetti", esperienza
da raggiungere attraverso il metodo da lui messo a punto, la psicoanalisi.
Anche dopo la revisione della veridicità dei ricordi traumatici riportati
dai/lle pazienti, la "catarsi" rimase una delle dimensioni di ogni
psicoterapia analitica, come intensa reviviscenza di alcuni ricordi,
accompagnata da una scarica emozionale più o meno intensa (vedi:
"Catartico, metodo", Enciclopedia della psicanalisi, Laplanche e
Pontalis, Laterza, 1968). Di recente, l'intervento sul trauma ha messo in
discussione il ricorso alla "catarsi" e il senso della stessa che,
come abbiamo detto, costituisce un fondamento importante dell'impianto
teorico-pratico psicoanalitico. A noi qui interessa la vicenda della
"catarsi" nel contesto della psicoterapia corporea di derivazione
psicoanalitica. L'esperienza catartica ha costituito un obiettivo centrale sia
per Reich che per Lowen. Le nostre tecniche di mobilizzazione sono state
frequentemente utilizzate in vista dell'esperienza catartica, e si è spesso
privilegiato un approccio fortemente attivante, il quale ha dato spunto allo
stereotipo della Bioenergetica "batti-scalcia-urla" . Nella pratica,
prima dell'emergere del dibattito sul trauma, l'avere a che fare con
personalità sempre meno coese, a causa dell'indebolimento progressivo delle
reti sociali, ci aveva già messo di fronte a situazioni in cui gli interventi
fortemente attivanti, invece di portare alla catarsi, portavano a vissuti
sopraffacenti, fino ad episodi di dissociazione, e provocavano comprensibili
reazioni di rifiuto e di ritiro da parte dei/lle pazienti. In particolare, nel
caso di pazienti traumatizzati/e, ora si ritiene - in accordo con gli altri
approcci psicodinamici verbali - che l'induzione della catarsi possa risultare
"ritraumatizzante".
Punto
C) Revisione del lavoro corporeo e del setting bioenergetico
La revisione del lavoro corporeo, che pone
al centro la strutturazione, al posto dell'attivazione, a mio
avviso, si collega con l'attenzione diffusa verso lo sviluppo, sia pratico che
teorico, dell'esperienza dell'essere grounded, come ciò che
identifica l'Analisi Bioenergetica e che la può portare ad evolvere in senso bipersonale.
Proprio l'attenzione alla dimensione sociale del disagio umano, con lo
sradicamento globale delle persone e delle comunità e l'attacco alla vita dello
stesso pianeta, fa dell'esperienza del grounding qualcosa di sempre più
valido. A questo riguardo, ho trovato interessante l'articolo di Mariano
Pedrosa sull'applicazione della Bioenergetica nelle favelas brasiliane,
"Bioenergetic Analysis nd Community Therapy. Expanding the paradigm.",
apparso sulla rivista dell'IIBA n° 20-2010 (pp. 79-112). Ho dedicato alla
centralità del grounding e ai suoi sviluppi una relazione dal titolo
"Grounding e integrazione della personalità", disponibile su questo
sito. La difficoltà di lavorare a livello
corporeo in modo attivante, come di lavorare attraverso il contatto corporeo
tra noi e i/le pazienti, e, a volte, attraverso il lavoro corporeo tout court,
paradossalmente - ma la vita è un paradosso, come ci insegna Lowen, "è
fuoco che brucia nell'acqua" - ci sta aiutando a porre il fuoco sulla
relazione tra terapeuta e paziente. Riassumo l'evoluzione del modello di
relazione terapeuta-paziente negli approcci psicodinamici: si comincia con il modello
monopersonale, il/la terapeuta si posiziona al di fuori del/la
paziente per osservare, interpretare le dinamiche e suggerire esperienze
guidate centrate sul/la paziente; poi, compare il modello a
una-persona-e-mezza, il/la terapeuta si posiziona accanto al/la
paziente esprimendo empatia; attualmente sta emergendo il modello
bipersonale, il/la terapeuta si propone come partner autentico/a della
relazione. In realtà, come sottolinea giustamente Helferich, nel suo articolo
"Analisi bioenergetica in dialogo",
i tre modelli possono essere considerati le tre facce di un
"modello integrato": "...ogni singolo modello, mentre focalizza
un elemento base del processo terapeutico che manca agli altri due, rimanda
implicitamente agli altri... le tre modalità di intervento terapeutico -
interpretazione, esperienza, interazione - intendono provvedere il terapeuta di
una opportunità per concettualizzare le sue scelte. (Si tratta) di una
descrizione di ciò che sta già facendo' (p. 30). La sperimentazione del modello
bipersonale in analisi bioenergetica è testimoniato da Hilton nel suo articolo
"Analisi bioenergetica e Modelli di intervento terapeutico". Hilton
sceglie proprio l'esperienza del grounding per spiegare come le tre
modalità di intervento terapeutico si inseriscono all'interno del lavoro
bioenergetico e spiega così la sua scelta: "Il grounding è un
concetto che Alexander Lowen ha introdotto in bioenergetica come risultato
del suo lavoro con Wilhelm Reich. Egli sentiva che le esperienze fatte con
Reich non resistevano al tempo poiché dipendevano troppo dal potere di Reich in
quanto figura carismatica e non erano abbastanza radicate nel corpo." (pp.
66-67). La psicoterapia orientata sul corpo deve integrare al suo interno i
concetti di organismo e di persona: "noi siamo molto più che
organismi che si espandono e si contraggono" (p. 71), siamo totalità
cariche di valori e di significati, siamo persone. "In quanto terapeuti
bioenergetici abbiamo bisogno di essere pronti e preparati come persone
...dotate di capacità terapeutiche, di sostegno, di affermazione della vita.
(...) Noi tutti cerchiamo approvazione, affermazione ed una persona reale con
cui relazionarci." (p. 71). "Il modello bioenergetico monocorporeo
non dispone di uno spazio per condividere le mutue esperienze tra terapeuta e
paziente." (p. 63). Lo spazio per condividere le mutue esperienze tra
terapeuta e paziente è lo stesso spazio in cui nasce e cresce l'alleanza
terapeutica. Si vede qui, a mio
avviso, come nella psicoterapia, in generale, si stia sviluppando un approccio
collaborativo basato sull'incontro tra persone proveniente dal
"principio dialogico" di Martin Buber, autore centrale nell'approccio
fenomenologico-esistenziale . L'alleanza terapeutica allarga la visione
relativa al rapporto terapeuta-paziente che era ristretta al
transfert-controtransfert, come parte del nostro retaggio psicanalitico, e
contribuisce a spingerci a dedicare una maggiore attenzione all'uso delle
parole nella terapia bioenergetica, a come le parole ci toccano e danno forma
alle nostre esperienze, in modo da sviluppare un grounding verbale come
parte del grounding della testa (di cui si è occupato, dopo Lowen, in
particolare, Robert Lewis) . Può essere interessante porre attenzione
all'elaborazione della narrazione autobiografica e della narrazione
collettiva nel setting bioenergetico.
Punto
D) Di quale corpo si tratta?
Il dibattito sulla terapia del trauma, la
"svolta relazionale" negli approcci psicodinamici e la "svolta
affettiva" nelle neuroscienze sta portando in primo piano la corporeità,
ciò fa sì che la comunità bioenergetica sviluppi un atteggiamento
autoriflessivo e si chieda cosa indichiamo nelle varie situazioni con la parola
corpo. Prendo spunto dall'articolo di Angela Klopstech, "Di che
corpo parliamo? Il concetto di corpo in psicoterapia." (rivista Idee in
psicoterapia, vol. 3, N. 1-2010, pp. 33-48). Nelle psicoterapie orientate
sul corpo, secondo Klopstech, troviamo diverse definizioni di corpo: il corpo
energetico, "energetic body", e il corpo strutturato
caratterialmente, "character structured body" (Reich, Lowen,
Kelley, Pierrakos); il corpo formativo, "formative body"
(Keleman); il corpo flusso energetico, "energy flow body"
(Boadella); il corpo gesturale, "gestural body" (terapia della
Gestalt). Klopstech ci suggerisce di riflettere su un ulteriore elenco: il
corpo dei comportamenti, il corpo dell'energia, il corpo del respiro, il corpo
del movimento, il corpo scientifico, il corpo medico e psicosomatico, il corpo
sessuale, il corpo appassionato. Sono d'accordo sulla necessità di confrontarci
sulla ricchezza dell'esperienza a cui la parola corpo si riferisce. Mi
sembra anche importante cogliere gli spunti che provengono dall'antropologia
culturale e dalla storia dei costumi riguardo alla de-sacralizzazione e
ri-sacralizzazione del corpo in Occidente, così come riguardo all'impatto della
tecnologia, quella medica in particolare, delle telecomunicazioni e del
cybermondo ( internet, social network, realtà virtuali, ecc.) sulla percezione
corporea.
Punto
E) I seminari di Sylvia Conant
Sylvia Conant ha lavorato all'integrazione della
Bioenergetica con il metodo di Peter A. Levine- il cui libro di riferimento è
"Traumi e shock emotivi, come uscire dall'incubo" - per curare lo
shock da trauma e ha tenuto, negli anni scorsi, dei seminari presso la SIAB. Io
ho partecipato a due incontri e ho apprezzato il suo lavoro e il garbo che le è
caratteristico. Si è trattato di un lavoro di grande finezza, di tessitura, di
un lavoro sulla strutturazione. Il lavoro di Levine si concentra sul favorire
l'azione autocurativa del processo naturale dell'energia vitale che si muove in
modo spiraliforme: il trauma, a suo avviso, scinde in due il vortice
energetico, la cura consiste nel mettere
in contatto i due vortici, in modo che vengano reintegrati nella corrente
principale. Credo che possa essere interessante condividere, a distanza di
alcuni anni, l'effetto di quell'esperienza. Potrebbe essere interessante sapere
da lei se ha continuato ad occuparsene.
Punto
F) La definizione proposta dal DSM IV di Disturbo Post-traumatico da Stress
(DPTS)
Il DSM IV non deve essere considerato uno
strumento neutro, come ogni repertorio psicodiagnostico veicola una
Weltanschauung (visione del mondo), dalla quale deriva la teoria e la prassi
terapeutica. In generale, il DSM IV applica il modello medico alla sofferenza
psichica e in questo modo sposa un atteggiamento riduzionista nei confronti
dello studio della condizione umana. In particolare, il DSM IV pone il DPTS
nella categoria dei Disturbi d'ansia e fornisce 6 criteri diagnostici. Il
Criterio A ci dice che dobbiamo ricercare eventi implicanti morte, rischio di
morte, minaccia dell'integrità fisica propria o altrui, e che dobbiamo
verificare se la persona ha reagito con paura intensa, orrore e senso d'impotenza.
I tre criteri seguenti, B-C-D, riportano quella che è definita la triade
sintomatologica del DPTS: reviviscenza, evitamento, aumentato arousal
psicofisiologico. Gli ultimi due criteri, E-F, riguardano la durata dei
disturbi e il loro impatto sulla vita della persona: la durata deve essere
superiore ad un mese, altrimenti si tratta di Disturbo da Stress Acuto;
"Il disturbo causa disagio clinicamente significativo o menomazione nel
funzionamento sociale, lavorativo o di altre aree importanti." (DSM IV,
pp. 473-474) Negli ultimi dieci anni, è in atto un dibattito sull'adeguatezza e
sulla fondatezza della diagnosi di DPTS, a partire dall'inclusione all'interno
dei Disturbi d'ansia, categoria considerata generica e basata sulla visione
dell'ansia solo come sintomo da debellare e non, invece, come messaggio da
interpretare e come funzione dell'area della personalità relativa al coping,
così come gli incubi ricorrenti e le strategie di evitamento. Le reazioni delle
persone traumatizzate vengono decontestualizzate, private del loro valore
adattivo e definite come sintomi di un disturbo. Ciò è particolarmente evidente
nel caso del Criterio C riguardante i sintomi di evitamento e la diminuzione
della reattività, ne vengono elencati sette (ne servono tre per porre la diagnosi).
Il fatto di cercare di evitare pensieri, attività, luoghi e persone associate
all'evento traumatico sono sicuramente azioni dotate di senso il cui valore
adattivo deve essere rivendicato e, quindi, restituito alla persona per non
renderla ancora più vittima del trauma e per promuovere il processo di recupero
della padronanza di sé. La visione medicalizzata che disarticola l'unitarietà
del soggetto umano e lo riduce a meccanismo inceppato va di pari passo con la
proposta di terapie farmacologiche e di psicoterapie che hanno come obiettivo
l'estirpazione dei presunti sintomi.
Punto
G) La nostra bibliografia sul trauma
Sarebbe opportuno raccogliere la nostra
bibliografia sul trauma e, magari, ricavarne un testo collettaneo. Parto dal
volume n. 1-1998 della rivista dell'IIBA, il primo dei due volumi dedicati
dalla rivista al trauma dal punto di vista individuale (il primo) e dal punto
di vista collettivo (il secondo). Ne riporto l'indice tradotto da me: Introduzione,
John Conger; Il trauma dello shock cefalico, Robert Lewis; Trauma e
recupero, Marvin H. Berman; Emorragia cerebrale e amicizia, Charles
Lustfield; Potatura (poesia), Susan Downe; Il complesso del Disturbo
da Stress Post-Traumatico: rimettere insieme i pezzi, Louise Frechette; Chirone
(poesia), Zoé de Frietas; Urlo e violenza: un esempio di uso del lavoro
corporeo bioenergetico, Alice Kalen Ladas; Lavorare con le persone
abusate sessualmente: come agire con questi/e clienti, Doerte Laschinsky; Leda
(poesia), Susan Downe; Il pronto soccorso emozionale: curare il trauma della
nascita, Silja Wendelstadt; La traumatizzazione vicaria: prevenzione e
cura, Barbara E. Davis; L'inaccettabile orrore dell'inconcepibile,
Pierre Rotschild. Il secondo volume, n. 1-1999 ha il seguente indice: Introduzione,
John Conger; Murciélagos (poesia), Kristin Rosekrans; Politiche
incarnate: il conflitto israelo-palestinese e la mia personale guarigione dal
DPTS, Dave Berceli; Il trauma e il riflesso di trasalimento: sua
creazione e risoluzione, Dave Berceli; Lavorare in un Paese di Passione
con un Popolo di Passione (la Palestina), Geoffrey Whitfield; L'emorragia
cerebrale: il mio racconto, Gay Mallon Lustfield; Passi tra la vita e la
morte, Knut Brakert; La Bioenergetica applicata alla clinica sociale (in
Brasile), Grace Wanderly de Barros Correia, Jayme Panerai Alves, Gedalva
Rapela, Lucina Araujo; Il caso di una sopravvissuta alla tortura politica
(in El Salvador), Maryanna Eckberg (direttrice del servizio clinico in un
Centro di cura per sopravvissuti alla tortura politica); Trattamento dello
shock traumatico. Una prospettiva somatica, Maryanna Eckberg; La
traumatizzazione di una società. La lotta in El Salvador continua, Kristin
Rosekrans. Poi, mi viene in mente l'articolo di Robert Lewis, Il trauma e il
corpo, apparso sulla rivista dell'IIBA, vol. 11, n° 2-2000, e il suo
scritto del 1988 Ricollocare la testa nel suo posto reale sulle spalle: un
primo passo del grounding del falso Sé (traduzione
di Nives Garuffi ad uso interno della SIAB), e i 2 seminari da lui tenuti
sull'argomento a cui ho partecipato, quello di Roma, nel novembre del 1995,
organizzato in collaborazione dall'Associazione "Il Laboratorio",
diretta da Salvatore Scollo, e dalla SIAB che ha ospitato il seminario nei suoi
locali, e quello di Taormina, nell'aprile del 1997, organizzato sempre
dall'associazione "Il Laboratorio". Come nel caso dei seminari di Sylvia
Conant, citati al punto d), sarebbe interessante, a mio avviso, raccogliere gli
effetti che la partecipazione ai seminari di Robert Lewis ha avuto su quelli/e
di noi che vi hanno partecipato, sia a livello personale che nel lavoro
bioenergetico con i/le nostri/e clienti. Nel n. 2-2008 della nostra rivista è
apparso l'articolo di Guy Tonella, Paradigmi per l'analisi bioenergetica
all'alba del XXI secolo, al Paradigma
V - Un modello metodologico per il trauma, l'autore cita: il concetto di
"shock cefalico" di Robert Lewis; il lavoro di Maryanna Eckberg con i
torturati politici (anche lei ha integrato le tecniche di Levine con le
nostre); il lavoro sul trauma con i grandi gruppi di Dave Berceli. Inoltre,
Tonella cita un articolo di Robert Lewis, Human Trauma, apparso sulla
rivista Energy and Character, n. 3-2003 (pp. 32-40), in cui Lewis discute
l'approccio alla cura del trauma di Peter Levine considerando il modello
incompleto perché privo di riferimenti alla teoria dell'attaccamento. Ma c'è
sicuramente altro.
Punto
H) Trauma, ciclo di vita, risorse personali e uso delle metafore
Perché il vissuto traumatico venga
reintegrato nel processo esistenziale delle persone, invece che ridotto a
collezione di sintomi da estirpare, può essere molto utile tenere in
particolare conto la fase del ciclo di vita in cui la persona inizia il lavoro
terapeutico, così come il momento del ciclo di vita in cui la persona ha
incontrato l'evento traumatico. E' importante, infatti, che ad ogni fase di
vita vengano collegate competenze e finalità. Ciò serve a ristabilire e a
sviluppare il rapporto con il tempo, rapporto stravolto dal trauma. Fare il
punto della fase di vita in cui si trova, aiuta la persona a radicarsi nel
tempo, a rifarci pace. Lo sviluppo dell'alleanza terapeutica risulta
particolarmente centrale nella terapia del trauma e di tale sviluppo è parte
integrante l'individuazione esplicita, condotta in modo cooperativo, delle
risorse e dei limiti della personalità della persona traumatizzata. E'
risultato molto importante anche l'approfondimento della relazione nel senso
della Bioenergetica bi-personale. L'attenzione alla relazione in senso
bi-personale comprende, come detto sopra, l'attenzione alla comunicazione
verbale, nel senso di cooperare alla costruzione della narrazione
terapeutica, attraverso la condivisione di metafore che traducono i vissuti
corporeo-emozionali condivisi.
Punto
I) Ultimi sviluppi delle neuroscienze: neuroni a specchio, Gershon, Porges.
"...Peter Brook ha dichiarato in
un'intervista che con la scoperta dei neuroni a specchio le neuroscienze
avevano cominciato a capire quello che il teatro sapeva da sempre. Per il
grande drammaturgo e regista britannico il lavoro dell'attore sarebbe vano se
egli non potesse condividere, al di là della barriera linguistica o culturale,
i suoni e i movimenti del proprio corpo con gli spettatori, rendendoli parte di
un evento che loro stessi debbono contribuire a creare. Su questa immediata
condivisione il teatro avrebbe costruito la propria realtà e la propria
giustificazione, ed è ad essa che i neuroni a specchio, con la loro capacità di
attivarsi sia quando si compie un'azione in prima persona sia quando la si
osserva compiere da altri, verrebbero a dare base biologica." Si legge questo nella prima pagina del
libro di G.Rizzolatti e C.Sinigaglia, "So quel che fai. Il cervello che
agisce e i neuroni a specchio." (Cortina, 2006), in cui descrivono la loro
interessante scoperta di rilevanza internazionale. Di questo brano mi preme
sottolineare l'affermazione che si tratta di mettere a fuoco la "base
biologica" e non di fornire una "spiegazione biologica", ovvero
che non si tratta della riduzione di un fenomeno complesso ad uno solo dei suoi
aspetti, quello biologico, appunto, in quanto gli autori affermano a chiare
lettere che questo aspetto ne rappresenta specificamente la base. Ciò non
diminuisce di certo l'interesse di questa scoperta, piuttosto, a mio avviso, le
conferisce il giusto valore e le attribuisce il posto che le spetta nel campo
che comprende i tentativi di descrivere la complessità del vissuto umano.
Inoltre, mi sembra che vada nella stessa direzione antiriduzionista anche il
fatto che gli autori abbiano voluto introdurre il frutto del loro lavoro
facendo riferimento a quell'importantissima manifestazione culturale
rappresentata dal teatro. Il teatro, infatti, costituisce una somma di
espressioni artistiche e, in questo senso, può essere considerato una delle più
interessanti espressioni del desiderio di integrare e rappresentare,
nell'insieme dei suoi vari aspetti, l'esperienza umana. In un altro punto
(p.3), gli autori, affermano che non si deve più parlare di "meri
movimenti" ma sempre di "atti" quando si studia il comportamento
motorio umano. Anche questa affermazione appare animata dal desiderio di
rispettare la complessità umana. Un atto, infatti, è qualcosa che ha un'origine
e un fine, ovvero, qualcosa che spalanca un mondo di affetti, di credenze e
valori nonché di condotte.
La parola "attore" deriva proprio
dal verbo "agire" e definisce chi compie degli "atti". Se,
dunque, ogni movimento ha un'origine e un fine, in quanto ha la dignità di
"atto", il movimento stesso può essere definito, con termini
teatrali, una "messa in scena" di noi stessi/e, e in questa
definizione rientra anche la postura, come risultato del rapporto tra zone
motorie, così come la mimica, la qualità dello sguardo e la qualità del suono
della nostra voce. La corporeità, nel suo insieme di emozioni e azioni, risulta
intrinsecamente espressiva. "Al pari delle azioni, anche le emozioni
risultano immediatamente condivise (attraverso l'attivazione di specifici
circuiti specchio): la percezione del dolore o del disgusto (per es.) attivano
le stesse aree della corteccia cerebrale che sono coinvolte quando siamo noi a
provare dolore e disgusto. Ciò mostra quanto radicato e profondo sia il legame
che ci unisce agli altri, ovvero quanto bizzarro sia concepire un io
senza un noi." (p.4) Il sistema dei neuroni a specchio ci permette,
dunque, di empatizzare - di provare le stesse cose -, ma fa ancora di più
perché ci permette, allo stesso tempo, di immaginare intenzioni, aspettative e
motivazioni altrui e tutto questo "senza far ricorso ad alcun tipo di
ragionamento, basandosi unicamente sulle proprie competenze motorie."
(p.4). Si tratterebbe di "un sistema di risonanza"(p.113) - quante
volte ci ritroviamo ad usare nel lavoro bioenergetico questa parola
"risonanza"! - e sarebbe alla base dell'esperienza di "uno
spazio d'azione condiviso, all'interno del quale ogni atto e ogni catena
d'atti, nostri e altrui, appaiono immediatamente iscritti e compresi senza che
ciò richieda alcuna esplicita o deliberata azione conoscitiva."(p.127). In
altre parole, si tratterebbe dell'instaurarsi di un "terreno di esperienza
comune"(p.4), che potremmo anche definire una scena condivisa. Tale
esperienza trova, dunque, immediatamente posto dentro di noi al di fuori del
controllo cosciente, e, in un secondo momento, grazie al processo della narrazione
che noi costruiamo insieme a qualcun/a altro/a, o anche da soli/e, ma
sempre in previsione della comunicazione interpersonale, l'esperienza diventa
cosciente e va a far parte della storia della vita e, quindi, fonda la
parte cosciente della nostra identità, come è ben illustrato da Adriana
Cavarero nel suo "Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Filosofia della
narrazione." (2005).
E con questo veniamo ad una necessaria
incursione nell'ambito della riflessione sul concetto di "coscienza".
Quando diciamo, nel lavoro su noi stessi/e, che occorre ricongiungere il
pensare e il sentire, mi sembra che spesso identifichiamo il pensare con
l'attività cosciente, come se tutto il lavoro di organizzare l'esperienza fosse
a carico dell'aspetto cosciente della personalità. Ma come abbiamo cominciato a
mettere a fuoco, grazie agli accenni al lavoro di Rizzolatti e Sinigaglia,
sembrerebbe che le cose stiano in tutt'altra maniera. Può essere interessante,
a questo punto, aggiungere alle nostre fonti di riflessione l'interessante
disamina di cosa non è la coscienza, offerta da Julian Jaynes nel suo libro
"Il crollo della mente bicamerale e l'origine della coscienza."
(pp.37-110).
In estrema sintesi, l'autore afferma, sulla
base di fonti sperimentali, che:
-
la coscienza non è l'intera attività mentale, al contrario la maggior parte
dell'attività mentale si svolge benissimo senza il suo intervento;
-
la coscienza non è una copia dell'esperienza, piuttosto è una ricostruzione
dell'esperienza da un punto di vista esterno, di un osservatore;
-
la coscienza non è necessaria per l'apprendimento, piuttosto "essa opera
decidendo cosa va imparato, o creando regole per imparare meglio, o
verbalizzando coscientemente certi aspetti del problema";
-
la coscienza non è necessaria per il pensiero o il ragionamento, infatti,
"le soluzioni appaiono improvvisamente come se saltassero fuori dal
nulla". In particolare, Jaynes fa riferimento alle ricerche della Scuola
del pensiero senza immagini di Wurzburg (Germania, primi del ''900) e agli
esperimenti di Ach, Watt, Kulge e altri.
Rispetto alla scoperta del secondo cervello
nella pancia, riporto solo alcune riflessioni relative
alla lettura del lavoro di Gershon, neurobiologo presso la
Columbia-Presbyterian Medical Center di New York. Gershon si muove nello spazio
di intersezione tra neurobiologia e fisiologia dell'apparato digerente,
dimostrando come tutto intorno al tubo digerente ci sia una specie di cervello
in forma di rete, indipendente dal sistema nervoso centrale, in grado di
utilizzare una complessa trama di neurotrasmettitori, di controllare la
motilità, la secrezione, l'assorbimento gastrointestinale, di immagazzinare
ricordi, stati d'animo e di influire in modo decisivo sull'umore e il benessere
psicofisico. L'autore si sofferma sul "riflesso peristaltico", che è
stato centrale nella costruzione del modello reichiano, che Lowen ha ereditato.
Inoltre, ci fa notare come al contrario di ciò che avviene per la cosiddetta
attività nervosa "volontaria", nell'attività nervosa cosiddetta
"involontaria", tipica del sistema nervoso autonomo, il segnale non
si trasmette secondo lo schema "tutto o niente", ma può essere,
amplificato, indebolito, ovvero, modulato attraverso processi che accadono
nelle sinapsi del SNA, tutto ciò permette un istantaneo adattamento alle
circostanze in mutamento. Se non è saggezza questa?! E quanto somiglia alla metis
greca, soppiantata dal logos nella modernità occidentale al
servizio della cosiddetta "civilizzazione": "La metis è una
forma di intelligenza e di pensiero, un modo di conoscere: essa implica un
insieme complesso, ma molto coerente, di atteggiamenti mentali, di
comportamenti intellettuali, che combinano l'intuito, la sagacia, la
previsione, la spigliatezza mentale, la finzione, la capacità di trarsi
d'impaccio, la vigile attenzione, il senso dell'opportunità, l'abilità in vari
campi, un'esperienza acquisita dopo lunghi anni, essa si applica a realtà
fugaci, mobili, sconcertanti e ambigue, che non si prestano alla misura
precisa, né al calcolo esatto, né al ragionamento rigoroso. (...) Essa appare
sempre più o meno 'in profondo', immersa in una pratica che non
si preoccupa mai, anche quando l'utilizza, di renderne esplicita la natura né
di giustificarne il modo di procedere." Ho trovato la definizione della
"metis" nel libro di M. Detienne e J.-P. Vernant, "Le astuzie
della ragione nell'antica Grecia." (Laterza, 1984, p. XI).
La teoria polivagale di Porges ci interessa
anche perché si sta già collegando alla terapia del trauma. Stephen W. Porges,
allievo di Paul McLean, dirige il Brain-Body Center del Dipartimento di
Psichiatria dell'Università dell'Illinois a Chicago. Si deve al suo lavoro un
modello neurofisiologico innovativo del rapporto tra sistema nervoso autonomo
(SNA) e dinamica delle emozioni, denominato "Teoria polivagale".
Porges ipotizza, infatti, 3 livelli di regolazione dell'esperienza
viscerale-emotiva, dal basso verso l'alto:
a)
il primo livello è il sistema vago-dorsale (Dorsal Vagal Complex DVC),
composto
dal Nucleo Solitario, il nucleo di ricezione dell'input, e dal Nucleo
motorio-dorsale del nervo vago, il nucleo di trasmissione degli output;
b)
il secondo livello è costituito dall'Amigdala, un centro nervoso superiore
subcorticale, la quale invia messaggi verso l'alto alla corteccia cognitiva,
orizzontalmente verso i gangli basali, verso il basso al nucleo preventricolare
dell'ipotalamo (paraventricolar nucleus), il quale, a sua volta, invia messaggi
tramite il simpatico direttamente alla colonna vertebrale e, in questo modo,
oltrepassando i nuclei viscerali dell'asse cerebrale (brainstem), arriva ai
vari organi viscerali;
c)
il terzo livello è detto sistema ventro-vagale (Ventral Vagal Complex VVC),
è regolato dall'Ambiguous Nucleus nel
brainstem e possiede forti connessioni con i livelli encefalici più elevati,
quali il lobo orbitofrontale e il giro cingolato, a causa di ciò mette in
relazione la dimensione viscerale con la dimensione relazionale, andando a
costituire una parte fondamentale della regolazione interattiva delle
esperienze viscerali-emozionali.
Porges con la sua "Teoria
polivagale" descrive l'attività del nervo Vago in modo molto più ricco che
in passato, erede di Paul McLean, dimostra l'importanza della funzione degli
afferenti del Vago per la regolazione delle strutture cerebrali superiori, concentrando
l'attenzione sul legame fra i cambiamenti filogenetici nel Sistema Nervoso
Autonomo (SNA) e il comportamento sociale. Il Vago viene considerato un
"sistema funzionale", un sistema neurale integrato che comunica in
modo bidirezionale fra visceri e cervello. Il Vago eserciterebbe una funziona
fondamentale nella regolazione neurale dello stato viscerale. La definizione
più ampia del SNA proposta da Porges consente di valutare l'influenza del Vago
in situazioni comportamentali e fisiologiche associate al comportamento sociale
e ai disordini psichiatrici.
Porges si collega agli studi etologici sui
mammiferi che descrivono i "comportamenti orientati alla
sopravvivenza" associandoli a specifici "stati
neurocomportamentali", i quali, a loro volta, definiscono:
-
la distanza a cui i mammiferi possono essere avvicinati,
-
se conviene loro comunicare,
-
o stabilire nuove alleanze.
Infatti,
i mammiferi sanno distinguere gli amici dai nemici, sanno valutare la sicurezza
dell'ambiente e sanno comunicare con la loro unità sociale. I primati, in
particolare, gli animali più simili a noi umani, possiedono un tipo di
organizzazione neurale che regola lo stato viscerale per adeguarsi ad un
comportamento sociale. Sulla base di tale collegamenti, la Teoria polivagale
sottolinea la connessione esistente tra i nervi che controllano i muscoli del
viso e del collo, detti efferenti viscerali speciali, perché i
loro nuclei terminali, situati nell'asse cerebrale (brainstem), agiscono
direttamente su un sistema neurale inibitorio che rallenta il ritmo cardiaco,
diminuisce la pressione sanguigna e favorisce il mantenimento di stati di
calma. Le strutture dell'asse cerebrale funzionerebbero da "portale",
raccogliendo informazioni sensoriali che contribuiscono alla regolazione delle
strutture cerebrali superiori, le quali, a loro volta, come in qualsiasi
sistema di feedback, partecipano alla regolazione dell'asse centrale in una
comunicazione bidirezionale. Tale insieme sarebbe alla base dei comportamenti
di adattamento.
Dunque, il sistema del Vago potrebbe
costituire un portale che controlla e stimola i processi neurali superiori.
Attraverso il "freno vagale", che agisce sul ritmo cardiaco, infatti,
viene modulato lo stato viscerale consentendo all'individuo di assumere e interrompere
rapidamente interazioni con oggetti e altri individui. Porges ipotizza che
possa influenzare anche il ritmo respiratorio. Forme di stimolazioni vagali
sono le rotazioni e le oscillazioni del capo, tali manovre possono costituire
forme di strategia vitale di compensazione di un'insufficienza funzionale del
sistema vagale, come si osserva in pazienti con diagnosi di autismo. Su adulti
normali si è notato che, dopo un periodo di scuotimento oscillatorio ritmico,
si verifica un aumento del tono vagale cardiaco. In accordo con la Teoria
polivagale, risulterebbe, dunque, che la stimolazione degli afferenti del
Vago migliori la qualità della componente somato-sensoria e, forse, anche
di quella viscero-motoria del Sistema di Ingaggio Sociale (SIS). Il SIS è il
sistema formato dalle strutture neurali che presiedono ai comportamenti
sociali. Il SIS comprende positivi comportamenti sociali volontari basati
sull'espressione della capacità di comunicare con l'ambiente sociale.
L'attivazione del SIS e della connessa abilità relazionale sarebbe, dunque, una
proprietà intrinseca dell'apparato biologico, e sarebbe favorita dalla
percezione da parte dell'individuo di una condizione di sicurezza
dell'ambiente. In caso di pericolo, verrebbero, invece, adottate più facilmente
strategie di comportamento "combatti-o-fuggi" o di
"immobilizzazione". In quest'ultimo caso, si verifica un
deterioramento della funzione del SIS, una limitazione delle sue connessioni
con la corteccia, che non riesce così ad impegnarsi nella regolazione della
comunicazione. In sintesi, si ritiene che il SIS moduli lo stato fisiologico
di sostegno a un comportamento sociale positivo. La Teoria polivagale si
offre come piattaforma teoretica neurofisiologica al comportamento sociale,
ritenendo che il comportamento sociale sia una proprietà intrinseca dello
sviluppo filogenetico del Sistema Nervoso Autonomo (SNA). La Teoria polivagale
adotta alcune idee fondamentali di McLean, quali: l'importanza dell'evoluzione,
le strutture limbiche e gli afferenti vagali, su cui costruisce una piattaforma
preliminare per lo studio dei rapporti tra il Vago e il comportamento sociale,
fornendo anche interessanti spunti per la comprensione degli aspetti
fisiologici e comportamentali caratteristici dello stress, del trauma, e di
disturbi psichiatrici come l'autismo.
Si ritiene che il concetto di SNA Triuno di
Porges possa radicare l'importanza del legame materno e dell'intimità
nell'anatomia e nella filogenesi. Il lavoro di Porges viene combinato con il
metodo di Levine di risoluzione del trauma. Le tre branche del SNA vengono
individuate dagli/lle operatori/trici in modo da guidare il/la cliente a
soddisfare gli impulsi relativi al livello attivo, in modo da restaurare la
capacità di agire a tutti e tre livelli. Il terzo livello viene definito anche
"Sistema nervoso sociale", competente per costruire legami, e
modulare l'emotività e i comportamenti in relazione all'ambiente umano e
naturale. E' centrato sulla voce, l'udito, il contatto visivo e l'espressione
del viso, le quali hanno la capacità di far rilasciare i neurotrasmettitori che
inducono sensazioni di piacere in colei/lui a cui ci si rivolge per ricevere un
comportamento di attenzione affettuosa e di cura, con uno stretto rapporto con
le funzioni precognitive. Porges ha dimostrato che sotto stress il
"sistema umano" cerca di mettere in atto per prima la parte più
nuova, filogeneticamente parlando, e maggiormente sofisticata del suo
equipaggiamento, ma se questo tentativo fallisce, ricorre alle risorse più
antiche: dunque, sotto stress, l'essere umano prima adotta le tattiche
socio-relazionali, se falliscono, adotta la tattica "attacco/fuga" e,
se anche questa fallisce, si immobilizza. A causa di un trauma la capacità di
usare le strategie più nuove e sofisticate può venire erosa cosicché le
strategie più antiche diventano la base abituale della risposta. Le esperienze
che inducono la "devoluzione" verso il livello della strategia
simpatica (iper-) o parasimpatica (ipo-) inducono l'amigdala ad aspettarsi il tradimento
nelle situazioni di intimità.
Il portale del parasimpatico è il nervo Vago
e il dorso; il portale del simpatico sono i muscoli degli arti; il portale del
"sociale" sono i nervi cranici V, VII, IX e XI, identificabili con la
struttura embriologica detta "Arco faringeo". Si lavora sul
parasimpatico attraverso il respiro e il movimento della pancia ad esso
connesso. Si lavora sul parasimpatico impegnando i muscoli delle braccia e
delle gambe, poi, si sperimenta il rilassamento. Si lavora sul "sociale"
suggerendo al/lla cliente di ricordare una persona cara o un animale domestico
e di usare l'immaginazione, in modo da indurre le calde sensazioni del
riconoscimento sorridente, "smiling recognition", (nervi cranici V e
VII). Il lavoro di Porges sta venendo integrato col metodo di Levine, con il
Focusing, con la terapia della Gestalt e con l'ipnosi.
Punto
L) L'istinto e l'intelligenza istintuale, la parte selvaggia e il processo di
civilizzazione.
"Non esiste una definizione univoca di
intelligenza, ma...ogni definizione risente dell'orientamento di pensiero che
la formula.", scrive Galimberti nel Dizionario di Psicologia da lui curato
(p. 487), e alla voce 'Istinto' inizia così: "Risposta organizzata di una
specie, filogeneticamente adattata a una determinata situazione
ambientale." (ivi p. 517). Una definizione molto estesa e interessante è
quella che ne dà Alain Delanay nell'Enciclopedia Einaudi (p. 1032): "Il
concetto di istinto si trova sul punto di confluenza di numerosi problemi:
-
la teoria della conoscenza,
-
lo studio delle 'abitudini' dell'uomo e degli animali,
-
la teoria dell'evoluzione e la sua rilettura in chiave genetica,
-
la psicologia sperimentale e i suoi rapporti con la neurofisiologia,
-
l'approccio psicanalitico dell'Io,
-
e, infine, l'interpretazione eto-ecologica del comportamento."
Nozione ormai controversa e che è andata
scomparendo nei trattati di etologia, "l'idea di istinto conserva tutta la
sua forza e la sua influenza sulla soggettività. Non si tratta di un ritardo
dell'opinione sulla scienza, ma piuttosto dell'affermazione più o meno
cosciente nel cuore del soggetto, secondo cui la scienza non affronta mai il
problema reale e non fa che respingerlo...E' dal centro dell'Io nel suo
rapporto col mondo che l'istinto viene vissuto come enigma, enigma
dell'animalità e - per un gioco di specchi - enigma dell'umanità. (...)
l'istinto può essere concepito come una minaccia di animalità all'interno
dell'Io (...) Ma l'istinto può anche apparire come una promessa di apertura sul
mondo. Allora è lo slancio salvifico di ogni essere umano, che gli consente di
lasciarsi portare dalla propria natura verso le cose, e di coglierle in un
rapporto d'intimità. In questo senso l'istinto sarebbe...il mezzo col quale
l'essere umano sfugge al mostro oggettivo." (ivi pp. 1032-33).
La disamina del concetto di
"istinto" richiede di porre un'attenzione particolare alla teoria
dell'evoluzione e alla definizione di "riflesso", secondo una catena
logica del tipo: riflessi-tropismi-istinti-intelligenza. La suddetta disamina
esula ovviamente dai limiti di questo contributo e va rimandata ad un contesto
specifico. E' il caso, invece, qui di ricordare che la ridefinizione della
dimensione istintuale nell'essere umano si situa nell'orizzonte della "sfida
della complessità" e della "crisi delle certezze". La realtà
torna ad essere ufficialmente considerata imprevedibile; la presa che la
scienza occidentale credeva di avere su di essa si allenta vieppiù, mascherata
a stento dal rutilante e commerciale spettacolo del progresso tecnologico.
Vorrei condividere adesso un esempio di come
potrebbe cambiare l'atteggiamento scientifico ufficiale.
Negli anni
'50, Barbara McClintock, eminente citogenetista, individuò una funzione
sconosciuta studiando i loci genetici soggetti a mutazione dei cromosomi del
granturco, cosa che le valse il premio Nobel: alcuni elementi genetici
apparvero capaci di una "trasposizione autonoma", non indotta
dall'esterno. Ma la cosa per noi più interessante è il modo in cui la McClintock
descrisse il suo "orientamento centrato sull'organismo". Nelle
interviste che le sono state fatte, la biologa ha utilizzato ripetutamente
espressioni come: "lasciare che la materia ti parli"; "lasciare
che sia la materia stessa a dirti cosa fare", nel suo caso si trattava
della pianta del mais. Dopo avere avuto cura di "conoscere" una per
una le piante di mais a sua disposizione, osservandole fin dall'inizio e in
ogni fase del loro ciclo di vita - perché, a suo dire, ognuna è diversa dall'altra
e le differenze sono importanti come le somiglianze -, una volta al lavoro con
i cromosomi, per ore ed ore china sul microscopio, li vide diventare grandi
tanto che si sentì insieme a loro nello stesso ambiente: "Io non ero più
al di fuori, ma mi trovavo lì con loro, ero parte del sistema."; "Mi
sentivo proprio come se fossi lì, e loro fossero miei amici." Proprio
questa "sensibilità (feeling) per l'organismo", a suo dire, le
permise di cogliere una caratteristica che fino ad allora era sfuggita alla
ricerca, come se le piante del mais si fossero fatte "conoscere" da
lei, dato il particolare rapporto che lei aveva instaurato con loro. La
ricercatrice, infatti, aveva deposto spontaneamente l'atteggiamento di
arroganza manipolatrice tipico del sapere occidentale e si era rivolta alle
piante con sentimento di rispetto e comunanza, con il sentimento di appartenere
allo stesso mondo-comunità. L'esperienza della McClintock è, a mio avviso, un
esempio della direzione in cui l'atteggiamento conoscitivo occidentale dominante,
chiamato "scienza", potrebbe muoversi; infatti, parte fondamentale
del rinnovamento dell'atteggiamento esistenziale-cognitivo occidentale sembra
risiedere proprio nel recupero del sentimento di "sentirsi parte".
Il sentimento di "comunanza-appartenenza"
può essere coltivato facendo danzare insieme il sentire, il pensare e
l'immaginare, e questa danza è ciò che ci fa sentire profondamente e pienamente
in contatto con noi stessi/e. Dunque, paradossalmente rispetto a certe
convinzioni superficiali, proprio l'esperienza di essere profondamente e
pienamente in contatto con noi stessi/e non si risolve in una chiusura
individualistica, ma stimola, invece, risorse interiori che ci spalancano a
vissuti di coappartenenza e di coevoluzione col nostro ambiente relazionale e
naturale. In un clima siffatto, le opposizioni
"società/natura" e "individuo/comunità" potrebbero
trasformarsi in rapporto fecondo tra polarità esistenziali-relazionali.
Ed è questo il messaggio bioenergetico, il quale auspica l'avvento del
"pensiero funzionale" capace di mettere in dialogo le polarità:
"La nostra logica vede solo le cose come dualità,
come causa ed effetto. La comprensione del paradosso dell'unità e della dualità
è competenza del pensiero funzionale, il quale richiede una nuova forma di
coscienza.", come scrive Lowen in "Bioenergetica" (p. 295).
Questa nuova forma di coscienza e di conoscenza si può manifestare, secondo
Lowen, solo attraverso la resa dell'Io al Sé. E il processo inizia col
riconoscimento da parte dell'Io occidentale della sua corporeità e del suo
legame con la terra, la natura e il cosmo grazie al rapporto mediato all'inizio
dalle nostre madri e dalla comunità umana e, poi, da adulti/e, stabilito anche
in modo diretto con la Madre Terra e con la spinta vitale dentro di noi. "Noi siamo creature
della terra, animate dallo spirito dell'universo. La nostra umanità dipende da
questa connessione con la terra. (...) Più ci allontaniamo dal suolo, tanto più
si ingigantisce l'immagine di noi stessi (del nostro Io)." (p. 234). Ciò
produce un "mondo" illusorio. "In questo mondo illusorio non ci
sono sentimenti di tristezza o di gioia, di dolore o di gloria. Non ci sono
sentimenti reali solo sentimentalismi." (p. 234) " Essere più
in contatto con il corpo significa essere in contatto con i sentimenti e
permette di sviluppare la padronanza nella loro espressione, questa è la base
della "pace interiore" (p.235).
La corporeità bioenergetica connessa con la
terra, la natura e il cosmo permette di abbandonare i falsi valori dell'Io
occidentale - il potere sulla natura e sugli altri esseri umani, il possesso di
beni materiali, il successo e la fama -, falsi valori centrati su una forma di
conoscenza che mira al dominio, e di recuperare i veri valori dell'Io: la
dignità, l'onore, il rispetto, il senso della comunità, tutto questo è frutto
del riconoscimento del fatto che l'Io è al servizio del Sé, dunque, dell'esperienza
della resa dell'Io (p. 237). Ma l'Io da sacrificare deve essere in buona
salute, altrimenti siamo ancora nel mondo delle illusioni dell'Io occidentale!
In questo consiste l'aspetto paradossale del processo bioenergetico: curare
l'Io occidentale rigido, scisso, frammentato, gonfiato, sbrindellato, vaporizzato
per dedicarlo appassionatamente alla manifestazione del Sé corporeo. Ma solo
uno sguardo occidentale resta bloccato davanti al paradosso in questione,
poiché il paradosso è il segnale del dialogo tra gli opposti, abilità
che l'Occidente sembra aver cominciato a perdere 2500 anni fa proprio alla sua
nascita. La Bioenergetica appare così dedicata a ripristinare questa abilità
sapienziale - il dialogo tra gli opposti - attraverso la riconcettualizzazione
dell'esperienza in Occidente. La pratica bioenergetica si presenta, infatti, in
quest'ottica, come un atto di riconcettualizzazione dell'esperienza
occidentale. Se, dunque, la "svolta affettiva" in campo cognitivo ha
fatto sì che le neuroscienze stiano identificando un'ampia gamma di 'sistemi istintivi'
relativi a: l'autoprotezione, il legame sociale, la raccolta di risorse, i
comportamenti sessuali, le risposte di sopravvivenza, ecc.; e che si ritenga,
oggi, che ognuno di questi 'sistemi adattivi' sia dotato di una sofisticata ed
unica forma di "intelligenza adattiva", perché non cominciare, noi
bioenergetici/che, a parlare di "intelligenza istintuale",
rivendicando la nostra esperienza e la nostra pratica al riguardo?
La revisione del concetto di 'istinto' in
connessione con lo sviluppo del "filone culturale corporeo", di cui
l'analisi bioenergetica fa parte, come illustro nel mio articolo
"L'analisi bioenergetica e il discorso sulla modernità", non può non
prendere in considerazione le elaborazioni in altre discipline, come la storia,
l'etnologia, l'antropologia culturale, la sociologia, ecc., le quali si
occupano della dimensione collettiva complessiva dell'esperienza umana.
Parliamo del dibattito intorno ai concetti di Wilderness, inglese, e di Wildnis,
tedesco, equivalenti. "Wilderness: la natura allo stato selvaggio
non alterata dall'intervento dell'uomo, con riferimento ad un ambiente
indispensabile alla conservazione della biodiversità", scrive Tullio De
Mauro nel Grande dizionario italiano dell'uso (Torino, 1999). In realtà,
si tratta di qualcosa di più, di una filosofia di vita, molto precedente alla
cultura ecologista contemporanea. In italiano non abbiamo un corrispettivo del
termine inglese o tedesco, "a meno che non si voglia tradurlo con
selvatico, ambiente primitivo, selvatichezza in genere", come ci
suggerisce G. Zanghellini in Wilderness come esperienza di vita su
Documenti Wilderness (anno XVI, n.1, 1999, p. 1). Significa ritrovare il senso
del rapporto con la terra, sentendosi "come un albero nel bosco", per
"trovare il bosco dentro di noi", per risentirci "ospiti" e
"parte" dei luoghi naturali, cercando di non lasciare tracce del
nostro passaggio, sintonizzandosi con i ritmi naturali, cercando di
"sentire l'ambiente". "Il singolo non occupa più nella società
il posto che l'albero occupa nel bosco: egli ricorda invece il passeggero di
una veloce imbarcazione che potrebbe chiamarsi Titanic o anche Leviatano",
scriveva Ernst Juenger, alla fine dell'Ottocento. Egli considera il bosco una
sorta di "cellula primaria" a
cui fare riferimento per recuperare il contatto con la nostra stessa essenza.
La Wilderness-Wildniss è contrapposta alla "civilizzazione", intesa
proprio come il processo che ha soffocato la natura dentro di noi. Negli Stati
Uniti, Henry David Thoreau (1817-1862) rappresenta l'autore di riferimento dal
1854 ad oggi, anno in cui pubblicò "Walden, ovvero la vita nei
boschi".
Il bosco è un luogo di iniziazione e uno
spazio sacro nelle religioni della natura. Nel nostro mondo le immagini
simboliche che subito ci vengono in mente sono Artemide-Diana e le ninfe, Pan e
i fauni. Il culto di Diana rimase vivo nelle campagne fino alla fine del
Quattrocento, fino a ché non venne attaccato massicciamente sia dai tribunali
religiosi, cattolici e protestanti, sia dai rappresentanti della scienza
occidentale in ascesa, demonizzando corporeità, sessualità e immaginazione e
inventando la figura della "strega". Il recupero della parte
istintuale-selvaggia dentro di noi anima il "filone corporeo", prima
di tutto in ambito artistico e, poi, grazie a Reich e Lowen, in chiave
corporea, appunto, e a Jung, in chiave simbolico-verbale, si è manifestato
anche nel campo della psicoterapia. Pensiamo, infatti, come è importante per
noi il simbolo dell'albero e l'identificazione con esso nelle nostre esperienze
di "radicamento".
Un contributo recente al riconoscimento del
"filone corporeo" come parte integrante del panorama culturale
occidentale, è venuto, a mio avviso, dal lavoro dell'antropologo francese Bruno
Latour, il quale ha affermato nel suo libro di successo Non siamo mai stati
moderni: "In effetti, la società 'moderna' non ha mai funzionato in
modo coerente con la grande scissura su cui si fonda il suo sistema di
presentazione del mondo: quella che oppone natura e cultura. (...) è proprio
questo paradigma fondatore che bisogna rimettere in discussione per riuscire a
capire il nostro mondo."(p. 22).
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* Dott.ssa Livia GELOSO
Local Trainer in Analisi Bioenergetica (S.I.A.B.)
Membro del Direttivo dell'EFBA-P
(European Federation for Bioenergetic Analysis-Psychotherapy)
Grounding Institute
Via Asiago, 35 Catania
www.bioenergetic.it
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